Gaston Leroux

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Gaston Leroux

Gaston Louis Alfred Leroux (1868 – 1927), poeta, giornalista e scrittore francese.

Il fantasma dell'Opera[modifica]

Incipit[modifica]

La sera in cui i signori Debienne e Poligny, prima di lasciare la direzione dell'Opéra, davano la loro ultima serata di gala, una mezza dozzina di ragazze del corpo di ballo, dopo aver danzato il Poliuto, uscirono di scena e all'improvviso invasero il camerino della Sorelli, una delle prime ballerine, facendo una grande confusione; alcune ridevano in modo eccessivo e innaturale e altre emettevano dei gridolini di terrore. (p. 10)

Citazioni[modifica]

  • [Il fantasma] È di una straordinaria magrezza e il suo abito nero svolazza sopra un'ossatura scheletrica. I suoi occhi sono così infossati che non si distinguono bene le pupille immobili. Non si vedono, insomma, che due fori profondi come nei crani dei morti. La sua pelle, tesa sull'ossatura come una pelle di tamburo, non è bianca ma orribilmente giallastra; il suo naso è talmente piccolo da non poter essere distinto di profilo e la mancanza di naso è una cosa orribile a vedersi. Due o tre lunghe ciocche brune sulla fronte e dietro le orecchie fanno le veci della capigliatura. (Joseph Buquet, p. 12)
  • Non sarà mai un parigino chi non avrà imparato a mettere una maschera di gaiezza sui propri dolori e sulla propria tristezza e una maschera d'indifferenza e di fastidio sulla propria intima gioia. Se sapete che un vostro amico soffre, non cercate di consolarlo, vi dirà che sta bene; ma se gli è accaduto qualche cosa di bello guardatevi dal fargli le felicitazioni; egli troverà la sua buona fortuna così naturale che si meraviglierà che se ne parli. (p. 34)
  • Il lampadario si era abbattuto sulla testa di quella povera sventurata che era venuta all'Opéra per la prima volta in vita sua e che il signor Richard aveva designato a sostituire nelle sue funzioni di maschera la signora Giry, la maschera del fantasma! Era morta sul colpo e, l'indomani, un giornale portava questo occhiello: Duecentomila chili sulla testa di una portinaia. Fu questa la sua orazione funebre. (p. 96)
  • «Giuratemi che non farete niente per <sapere>,» insisté lei. «Giuratemi che non entrerete più nel mio camerino se non vi chiamerò io.»
    «E voi promettete di chiamarmi qualche volta, Christine?»
    «Ve lo prometto.»
    «Quando?»
    «Domani.»
    «Allora ve lo giuro!» (p. 123)
  • È vero, Christine! Non sono un angelo, né un genio, né un fantasma,... sono Erik. (Erik, p. 145)
  • Oh! Raoul, quella cosa! Come riuscire a dimenticare quella cosa! Se le mie orecchie sono piene per sempre delle sue grida, i miei occhi sono per sempre ossessionati dal suo viso. Che immagine! Com'è possibile non vederla più e come farvela vedere? [...] Ma provate a immaginare, se ci riuscite, il teschio della morte che improvvisamente si mette a vivere per esprimere con i quattro fori neri degli occhi, del naso e della bocca, la sua infinita collera, il furore sovrumano d'un demonio e nessuno sguardo nei buchi degli occhi perché, come ho saputo più tardi, i suoi occhi di brace non si vedeono che nella notte profonda... dovevo essere, attaccata al muro, l'immagine stessa dello Spavento così come lui era quella della Laidezza. (Christine, pp. 152-153)
  • «[...] Si è dunque infelici quando si ama
    «Sì, Christine, quando si ama e non si è riamati.» (p. 159)
  • Non bisogna credere, Raoul, che [Erik] sia semplicemente un uomo che si sia voluto divertire ad abitare sotto la terra. Fa delle cose che nessun altro uomo sarebbe capace di fare; sa delle cose che i vivi ignorano. (Christine, p. 160)
  • Adesso è Richard a essere fulminato, prima di tutto per l'inattesa replica e poi per lo sguardo sempre più sospettoso di Moncharmin. Di colpo perde le forze delle quali avrebbe bisogno per respingere una così spregevole accusa.
    In tal modo i più innocenti, sorpresi nella pace del loro animo, dato che il colpo ricevuto li fa impallidire, arrossire, vacillare, raddrizzarsi, sprofondare o protestare, tacere quando bisognerebbe parlare, parlare quando bisognerebbe tacere, restare asciutti quando bisognerebbe asciugarsi il sudore o sudare quando bisognerebbe restare asciutti, i più innocenti, dico, appaiono improvvisamente colpevoli. (p. 187)
  • Non si saprà mai tutto quello che si può fare con un contrappeso! Un bambino potrebbe, col suo piccolo dito, far girare una casa... quando un muro, per pesante che sia, viene portato su un perno bene in equilibrio, non pesa più di una trottola sul suo puntale. (Persiano, p. 211)
  • Sai bene che non mantengo i giuramenti. I giuramenti sono fatti per gabbare gli sciocchi. (Erik, p. 234)
  • Povero, infelice Erik! Bisogna compatirlo? Bisogna maledirlo? Non chiedeva che di essere uno qualsiasi, come tutti gli altri! Ma era troppo brutto! E dovette nascondere il suo genio o usarlo per fare il male, mentre se avesse avuto una faccia normale, sarebbe stato un uomo dei più nobili! Aveva un cuore che avrebbe potuto contenere tutto il mondo e dovette infine contentarsi di una cantina. Decisamente bisogna compatire il fantasma dell'Opéra. (pp. 300-301)

Explicit[modifica]

Lo scheletro si trovava vicinissimo alla fontanella, in quel punto dove, quando la trascinò per la prima volta nei sotterranei del teatro, l'Angelo della musica aveva tenuto tra le sue braccia tremanti Christine Daaé svenuta.
E cosa ne sarà ora di quello scheletro? Lo si getterà forse nella fossa comune?... Io dico che il posto dello scheletro del fantasma dell'Opéra è negli archivi dell'Accademia nazionale di musica; non è uno scheletro qualsiasi. (p. 301)

Bibliografia[modifica]

  • Gaston Leroux, Il fantasma dell'Opéra, traduzione di Tukery Capra, Garzanti, Milano, 1971.

Voci correlate[modifica]

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]