Giovanni Ansaldo

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Jump to navigation Jump to search

Giovanni Ansaldo (1896 – 1969), scrittore e giornalista italiano.

Citazioni di Giovanni Ansaldo[modifica]

  • [Su Luigi Facta e il suo rapporto politico con Giovanni Giolitti] Spesso la mediocrità è una voragine per la quale anche gli spiriti eletti provano una cupa attrazione.[1]
  • Quei due erano due veri soldati, perché la prigionia bruciava loro come una ferita. Finché uno dei due, per caso, aveva ricordato la Nunziatella, dov'era stato nei suoi vent'anni; e l'altro s'era buttato sopra questa citazione: "Ma anch'io, vengo dalla Nunziatella!". Il nome della scuola famosa, alta sul mare di Napoli, fu il "Sesamo apriti". Nomi di comandanti remoti, di insegnanti, di compagni di corso, tutto affluì rapido, dietro a quel primo, familiarmente caro; e rievocazioni di allegre imprese giovanili, di studi animosi, di speranze ridenti. I due uomini amareggiati e avviliti avevano finalmente trovato qualche cosa nella propria vita, cui potevano pensare senza che il ricordo fosse aduggiato da ombra alcuna; qualche cosa ch'era lieta e pura come la giovinezza stessa, vivida vis animi. E dai loro discorsi, sorgeva dinanzi a noi, tacitamente ascoltanti nell'ombra, la visione di quegli anni, tra l'undici e il quattordici, che furono forse i più felici dell'Italia unita, e della scuola famosa; quando in tutti i ginnasi d'Italia, i compagni che si preparavano a concorrere per la Nunziatella erano guardati dagli altri con un'ammirazione nascosta: perché tutti sentivano che essi si preparavano ad esser i capofila di qualche cosa che doveva venire, e che arrivò: il fatale 24 maggio del '15. Fu in quella notte, in un vagone di deportati, fermo in una stazione sconosciuta, che noi capimmo cos'è una scuola come la Nunziatella, e la sua forza morale. Diciamo forza: perché non v'ha dubbio che quei due uomini, dal ricordo della loro scuola giovanile, erano stati ritemprati perfino nel più triste momento che possa passare un soldato.[2]

Il bizzarro amico del re[modifica]

Incipit[modifica]

Si è detto e ripetuto tante volte che Vittorio Emanuele III non ebbe amici. Lo dissi e lo ripetei anch'io; pur sottolineando i rapporti particolarissimi del figlio di Margherita con il suo governatore Egidio Osio dopo che questi ebbe lasciato la sua carica a Corte, e dopo che l'antico allievo, progredendo rapidamente negli alti gradi militari, venne a trovarsi suo collega.

Citazioni[modifica]

  • Nel tumultuoso, sgangherato, e fervente primo dopoguerra, ebbe molta notorietà a Genova; e fu conosciuto anche un po' in tutta l'Italia, il maggiore Cesare Festa.
  • Stando così, e stando quindi piuttosto male, le cose, una mattina di agosto mi imbattei a Genova nel Festa, il quale abitando a Passo Caffaro, se ne veniva per la salita di San Gerolamo, premuroso (come seppi dopo) di portare in tipografia le bozze di una traduzione (di seconda mano) del Mahavagga, che egli voleva fare stampare a sue spese, per giovare al miglioramento dei suoi simili con la dottrina buddistica espressa nel suo fiore.
  • E rivedendo con gli occhi della mente, il maggiore Festa piccolo, tozzo, barbuto, quasi mi convinco ch'egli è stato davvero l'unico amico che ebbe il Re Vittorio Emanuele; l'amico che nella grande crisi del 1917 lo vide piangere e seppe consolarlo e fargli animo, con i vecchi argomenti della fedeltà subalpina. E, di fantasticheria in fantasticheria, arrivo ad immaginare che Vittorio Emanuele III deve avere mandato a cercare, questo suo amico, alla vigilia del 25 luglio. Ma inutilmente, perché il maggiore Cesare Festa proprio quel giorno moriva, lassù tra i colli del Monferrato.

Incipit di Sovrani e generali[modifica]

Francesco Crispi
L'uomo morì l'11 agosto 1901, alle 19,45, in Napoli, a villa Lina; nella casa h'egli s'era fatto costruire in quella via che allora si chiamava via Amedeo, e che ora porta il suo nome.
Qui egli s'era ritirato dopo la tetra serata, in cui era comparso per l'ultima volta al banco dei ministri, a Montecitorio, ed aveva rivelato d'un tratto, come la sconfitta di Adua lo avesse sospinto verso la decrepitudine, e avesse velato i suoi occhi di fiamma di una malinconia mortale; e vi aveva cercato una solitudine che lo confortasse della canea di lazzi e di motti che, quella serata, aveva accolto a Montecitorio le sue dimissioni.

Note[modifica]

  1. Da Il ministro della buona vita. Giovanni Giolitti e i suoi tempi., Le Lettere.
  2. Da Il Mattino di Napoli, 24 maggio 1952.

Bibliografia[modifica]

  • Giovanni Ansaldo, Il bizzarro amico del re, Storia Illustrata, Arnoldo Mondadori Editore, Anno II, N. 1, gennaio 1958.
  • Giovanni Ansaldo, Sovrani e generali, I Prismi, Edizioni de Il Mattino 1996.

Altri progetti[modifica]