Giuseppe Cocchiara

Giuseppe Cocchiara (1904 – 1965), antropologo ed etnologo italiano.
Citazioni di Giuseppe Cocchiara
[modifica]- Le fiabe e le leggende popolari costituiscono, indubbiamente, una vera e propria fiumana che investe la civiltà, collegando in unità di sapienza i popoli più distanti (civili e non civili). E questo ha fatto pensare che se vi sono manifestazioni dello spirito le quali non abbiano nazionalità, né riconoscimento civile né fede religiosa o limitazione cronologica particolare, queste son proprio le fiabe, le novelle e le leggende popolari. Il che, secondo noi, è vero fino ad un certo punto; poiché pur ammettendo, in linea di massima, la poligenesi delle produzioni popolari narrative, bisogna dire che anche le novelle, le fiabe e le leggende, considerate nei loro testi individui, hanno, oltre tutto, quella fede e quella limitazione – adattate magari a determinate condizioni – che i narratori imprimono loro.[1]
Pitrè la Sicilia e il folclore
[modifica]- Convinto che il popolo non è né un mito né una chimera, perché esso è fatto di uomini che soffrono e che creano, di ingegni elementari ed ingenui ma poetici, il Pitrè, per la raccolta stessa del suo materiale, doveva necessariamente rivolgere il suo sguardo allo studio del dialetto. Gli aveva scritto il Müller che le novelle vanno raccolte con le ipsissima verba del narratore. E nel Müller c'era evidentemente una preoccupazione, peraltro giustificatissima, di carattere filologico. Ma il Pitrè, pur avendo questa preoccupazione, non cercò pure di affrontare il problema estetico del linguaggio dialettale? E quale fu il metodo che egli seguì nella trascrizione dei testi?
Nella prima edizione dei Canti popolari egli non si pone ancora, con la dovuta chiarezza, questo problema, tanto è vero, e lo afferma egli stesso nella seconda edizione "la grafia allora non tutta esatta è adesso mirabilmente migliorata conformente ai caratteri delle singole parlate per quanto queste siano rappresentabili con l'alfabeto ordinario". Ma, nel periodo che va dalla prima edizione dei Canti alla pubblicazione delle Fiabe, la grafia del dialetto, o meglio delle varie parlate siciliane, costituì per lui, autodidatta com'era, un impegno che egli assunse con sé stesso. (cap. V, p. 75)
- Destinata soprattutto ad illustrare la storia della sua isola, l'opera del Pitrè è stata ed è spesso giudicata di un valore e di un significato limiti ai luoghi ove lo studioso visse ed operò. Sta di fatto che il Pitrè appartiene alla schiera di quegli Italiani (Bartoli, Carducci, D'Ancona, Comparetti, Rajna, Nigra ecc.) i quali seppero creare un movimento di studi che come è stato ben osservato "non aveva nulla di arbitrario, di occasionale, di regionale o municipalistico" ma che, anzi, si richiamava "a una comune missione nazionale ed europea". Era, precisamente, "tutta la filosofia del romanticismo che maturava in questo loro atteggiamento e in questi loro propositi nuovi di studi" [2]. (cap. X, p. 139)
- [Giuseppe Pitrè] Nessun'altra professione [...] era più adatta di quella del medico per conciliare le esigenze della sua vita materiale con la spirituale. Il medico è il confessore dei suoi pazienti. A lui si schiudono le porte delle case, si aprono le anime, si avvicinano i cuori. E al Pitrè interessava appunto questo contatto; con le anime, questo incontro con i cuori. Non ci fu casa, a Palermo o in provincia, da dove egli non sia uscito con un appunto riguardante la vita del popolo.
Nella professione di medico, il Pitrè rivelò un vivo senso di responsabilità e una vigile coscienza di studioso. (Appendice, p. 161)
Prefazione a "Il ramo d'oro"
[modifica]In un suo saggio dedicato al metodo comparativo nella storia delle religioni, un insigne studioso francese, il Foucart, occupandosi del Golden Bough di J. G. Frazer affermava, nel 1909, che «un tal libro non è certo una ricostruzione delle origini né tanto meno della storia delle religioni». E concludeva: «Io non so che tipo d'opera questa vuol essere». Eppure il Golden Bough voleva essere, ed è, un'opera nella quale il problema delle origini dell'umanità si innesta su quello della storia delle religioni.
Citazioni
[modifica]- Il Tylor si preoccupò di stabilire la fenomenologia religiosa dei primitivi, cioè l'animismo (il quale si contrapponeva come fonte religiosa a quel supposto feticismo che, creato dal De Brosses, era entrato nel circolo del pensiero europeo mediante il sociologismo del Comte). (p. XII)
- Anche gli alberi hanno la loro anima che è in fondo, il demone stesso della vegetazione (come lo sono gli spiriti antropomorfici o i re di maggio, le cui gare o processioni si inverano, appunto, nel conducimento e nel seppellimento dello spirito dell'albero). (XIII)
- Ora, indubbiamente, è merito tanto del Tylor quanto del Mannhardt l'aver spianato la via al Frazer. Il quale sentirà profondamente il fascino del mondo classico insieme a quello dell'etnologia e del floklore. In questo collegamento di interessi spirituali – che è poi una forma di nuovo umanesimo – il Frazer porta però una sensibilità più raffinata dei suoi predecessori, direi la civetteria di un'intelligenza che fa dello scienziato un artista. (XIII)
- Il Golden Bough non si spiega senza la Primitive Culture [del Tylor] e senza i Wald- und Feld-Kulte [del Mannhardt]. Lo riconosce lo stesso Frazer nella prefazione all'edizione del Golden Bough, apparsa nel 1900. (p. XIII)
- Nel Golden Bough, come nella restante opera del Frazer, si concludono quelli che sono i pregi e i difetti della scuola antropologica inglese. O meglio: i difetti del Tylor e i suoi. (p. XIV-XV)
- Noi, oggi, distinguiamo nettamente le civiltà classiche dai volghi dei popoli civili inserendo le une e gli altri nei loro particolari ambienti storici. La stessa etnologia, inoltre, ha dispiegato la mentalità primitiva in una serie di cicli che la differenziano e la caratterizzano. Ma c'è di più, ove si pensi che secondo le più recenti correnti di pensiero il mondo primitivo non appare più come una determinazione cronologica, che è l'inizio stesso di una ipotetica storia universale, ma come una determinazione ideale. (p. XV)
- Noi sentiamo, oggi, il mondo primitivo, il quale incombe nella nostra vita, nella nostra arte, nel nostro spirito. Lo sentiamo nella donnetta del popolo. Ma lo sentiamo nell'ultimo Picasso. (p. XV)
- Il mondo primitivo è una forma eterna del nostro spirito. E la storia dell'umanità, cui pur appartiene quel mondo, non può non essere in parte che la nostra storia. (p. XV)
È facile dire che il Golden Bough – di cui oggi pubblichiamo l' editio minor già tradotta da Lauro De Bosis – sia un'opera superata. Ma di fatto essa è, e rimane, un libro vivo e vitale, un libro di lettura facile e appassionante oltre un indispensabile strumento di lavoro. Un grande poeta dei nostri giorni, Thomas Stearns Eliot, in una nota alla sua Waste Land ebbe ad osservare che il Golden Bough ha avuto «un'influenza profonda sulla nostra generazione». La quale in quel libro, che un insigne etnologo inglese, il Crawley, definiva come uno dei più grandi del nostro tempo, ha trovato, e trova tuttora, un'opera di poesia che rivendica all'etnologia e al folklore il posto che loro spetta nella storia della civiltà e della cultura.
Note
[modifica]- ↑ Da Genesi di leggende, G. B. Palumbo editore, Palermo, 19493, cap. I, pp. 36-37.
- ↑ L. Russo, Ritratti e disegni storici dal Machiavelli al Carducci, Bari, 1937, p. 399. [N.d.A.]
Bibliografia
[modifica]- Giuseppe Cocchiara, Prefazione a "Il ramo d'oro" di James Frazer, Einaudi, aprile 1949.
- Giuseppe Cocchiara, Pitrè la Sicilia e il folclore, Casa editrice G. D'Anna, Messina - Firenze, 1951.
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