Luigi Cibrario

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Luigi Cibrario

Giovanni Antonio Luigi Cibrario (1802 – 1870), storico, numismatico, magistrato e politico italiano.

Citazioni di Luigi Cibrario[modifica]

  • [Dopo aver descritto la morte e i funerali del conte Prospero Balbo] Così passò quel grande che la somma perizia delle cose di Stato e la vasta e varia dottrina rendeva meritatamente famoso anche appresso alle straniere nazioni. Ma chi ne ebbe personal contezza, quelli a cui toccò la ventura di potergli vivere dappresso avevano ben altre cagioni di venerarlo; perocché vedevano in mirabile altezza d'ingegno somma modestia di tratto ed una naturale propensione, anzi un impeto a cercare ed onorare tutti quelli che dessero indizio di qualche virtù; né contentarsi d'un vano conforto di parole, ma essere largo di consigli e d'aiuti; e procurar ricompense, e rallegrarsi dei progressi scientifici e letterari come di suo privato vantaggio, perché non aveva mai separato l'utile proprio dal pubblico bene e gli era ignoto sentimento l'invidia.[1]
  • Favoleggiano i monaci della Novalesa che un re chiamato Romolo coperto di lebbra si ritirasse a godere le pure aure di questo monte e che dal suo nome di chiamasse Monte Romuleo. Poiché in tal guisa ne avevano gli umanisti del medio evo trasformato il nome, come avean mutato, per renderlo più orrevole, quello del Moncenisio in monte Cillenio.[2]
  • Sopra tutto riluceva nel conte Balbo l'amore di giustizia. Commendava i suoi nemici, e n'ebbe molti, pur troppo, delle virtù che credeva potersi loro attribuire, e taceva dei vizi e non si lagnava delle offese che ne aveva ricevute. Potendo, anzi forse dovendo mutarli d'ufficio perché inetti, li mantenne, anzi li ricompensò, per tema che la passione, facendo velo al giudizio, lo rendesse men giusto verso di loro. Epperò vi fu chi disse che per essere favorito dal conte Balbo bastava essergli nemico. Censura che vale un panegirico.[3]

Della economia politica del medio evo[modifica]

Incipit[modifica]

Io qui comprendo sotto al nome di medio evo i tempi che corsero dalla caduta dell'impero romano fino allo stabilimento delle monarchie moderne, da Augustolo a Carlo V, dal secolo VI al XVI.
Il medio evo ha due periodi ben distinti.
Il primo dal secolo VI all'XI, è periodo di tenebre, di barbarie, d'universal corruzione; con poco lume di scienze, senza lenocinio di lettere, senza reggimento ordinato; tempo in cui un agglomerato di barbari armati, primeggiati piuttostoché retti dai loro capi, tenne luogo di governo e di nazione. Lunga notte, per entro a cui traspare, come un bel sogno e come promessa ed in parte anche principio d'un più lieto avvenire, l'immagine colossale di Carlomagno.
Il secondo periodo, dal secolo XI al XVI, è tempo di rigenerazione: rigenerazione cominciata, non v'ha dubbio, assai prima, ma solo allora cresciuta a quel segno d'universale manifestazione da far credere che niuna mano di ferro avrebbe poter d'arrestarla. Cresciuta infatti rapidamente per le discordie tra il sacerdozio e l'impero, era al finir del secolo XI condotta a quel termine, da cui più non s'indietreggia. I comuni erano ricreati o riordinati, amplificati, assicurati. I popoli avevano una patria.

Citazioni[modifica]

  • Menestrelli si chiamavano con voce d'ampia significazione tutti quelli che con suoni e canti, con prove d'agilità e di destrezza, o con giochi ricreativi contribuivano a bandir la noia e la tristezza, a riempier gli animi di diletto, a chiamar la serenità sulle fronti accigliate, il sorriso sulle labbra più dispettose. Ma più propriamente menestrelli erano i soli musici; e chiamavansi menestrelli di bocca i cantanti; menestrelli di cornamusa, di corno saracinesco, d'arpa, di viola, di liuto, di salterio, di chitarra, secondoché suonavano d'alcuno di tali stromenti. Gli altri, sebbene si chiamassero spesso anche menestrelli, più propriamente erano detti o uomini di corte o giullari, bateleurs, mimi. (vol. II, pp. 213-214)
  • Oltre ai menestrelli residenti appresso alla loro persona aveano i principi molti altri menestrelli di solo titolo i quali andavano girando di corte in corte, di castello in castello, traendo in folla dove s'udisse annuncio di alcuna gioia domestica, di giostre o d'altra festa qualunque; e portandone presenti di fiorini, o di franchi d'oro, di panni, di robe, di coppe d'argento, e talor di cavalli. Perciò troviamo menestrelli del re di Francia, del duca di Normandia, del re di Maiorca, del re di Cipro, del re di Boemia, del conte di Wurtemberg, del patriarca d'Aquileia, dei signori di Milano, concorrere a render più solenni e più liete le feste della corte di Savoia, ed esserne cortesemente rimeritati. (vol. II, p. 216)

La morte del conte Carmagnola[modifica]

Incipit[modifica]

Francesco Bussone, nato verso il 1390 di picciol sangue in Carmagnola, grossa terra del Piemonte, di cui, secondo il vezzo soldatesco, portò sempre il nome, dimostrò nella propria persona uno de' più grandi e più lagrimevoli esempli di prospera e di contraria fortuna. Datosi all'armi, dai più umili uffici si fe' col proprio valore scala ai più sublimi. Accoppiò alla valentia, alla scienza militare gran dovizia di politici accorgimenti; usò, secondo l'occasione, ora la forza, ora le vie coperte e gl'inganni; talora anche la crudeltà; ed acquistò fama di primo capitano dell'età sua.

Citazioni[modifica]

  • Disceso il Carmagnola per andarsene a casa, mentre attraversava il cortile, signor Conte, gli disse uno de' gentiluomini che lo accompagnavano, venga da questa parte. Non è la strada, rispose il Carmagnola; anzi è la via dritta, replicò l'altro, e in quel punto sbucarono gli sgherri e lo sospinsero nelle prigioni che un breve ponte, chiamato con infelicissimo augurio ponte de' sospiri, congiunge al palazzo ducale [di Venezia]. Dicesi che a quell'atto travedesse quel misero il fato che gli soprastava, e sclamasse: son morto. (p. 24)
  • La crudel sentenza [di morte] ebbe sollecita esecuzione. Comparve in sulla piazza il misero Conte colle mani legate dietro le spalle, e col bavaglio in bocca, custodito dal capitano delle carceri, e dai quattro padroni di nave che gli avean fatto la guardia in prigione. Il popolo accorso in gran folla al miserando spettacolo vedea con infinita pietà quel grande infelice che, pochi anni prima, avea veduto uscir trionfante tra i voti ed i plausi del popolo sulla medesima piazza, dopo d'aver ricevuto il gonfalon di S. Marco [...]. (p. 32)
  • La testa del Carmagnola cadde al terzo colpo di scure, fra le due famose colonne al lido del mare; ed insanguinò le marmoree soglie su cui meno d'un mese prima egli solo, securo, senza sospetto, avea messo piede a guisa più di trionfator che di reo. (p. 33)
  • Compiuto il tristo racconto corre naturalmente al labbro la domanda: Ma il Carmagnola meritava egli la morte? Intera, soddisfacente risposta a tale inchiesta dar si potrebbe soltanto se fossero a noi pervenute le carte della inquisizione che allora ne fu fatta. Ma gli ordini di quel tenebroso collegio voleano che tali processi fossero dati alle fiamme, e de' molti che se ne fecero neppur uno se ne conserva nell'archivio di S. Marco [...]. (pp. 34-35)
  • Il Carmagnola sentiva molto altamente di sé, come accade per l'ordinario a quelli i quali, essendo di basso luogo saliti a grande stato, credono. d'esserne debitori più alla propria virtù che alla fortuna. (p. 35)

Explicit[modifica]

Per quanto si è venuto discernendo ed osservando, parmi che si possa a buon dritto conchiudere: che il Carmagnola fu condannato, non come traditore, ma come sospetto di tradimento; non per la rotta fede, ma per la paura che i Veneziani avean di lui; e che questa mercede gli fu data delle due province che la vittoriosa sua mano aveva aggiunte ai dominii della repubblica.

Incipit di Storia di Torino[modifica]

La Bibbia, anche a considerarla solo dal lato umano, è certamente il libro delle più antiche e sicure tradizioni storiche; e là si dee cercare la genealogia de' popoli, in que' figli e nipoti di Noè, cui fu data dopo il diluvio ad abitar la terra vacua e senza nome, e che scompartiti prima in famiglie, poi in tribù, poi in genti, ai luoghi in cui ebbero stanza temporaria o perenne, ne lasciarono la traccia spesso inavvertita nelle appellazioni che ricordano appunto la varietà di quelle primitive razze.

Citazioni su Luigi Cibrario[modifica]

  • La nomina di Cibrario [al ministero delle Finanze nel governo di Massimo d'Azeglio] fu soggetto di severi commenti: tutti si meravigliavano, e giustamente, che a un dicastero così importante fosse proposto un uomo, perito nelle storiche e nelle letterarie discipline, ma di cose amministrative e finanziarie totalmente digiuno. (Licurgo Cappelletti)

Note[modifica]

  1. Da Epigrafi latine ed italiane con alcune necrologie del conte Luigi Cibrario, Tipografia eredi Botta, Firenze-Torino, 1867, pp. 115-116.
  2. Da Studi storici, volume 1, Stamperia Reale, Torino, 1851, p. 291.
  3. Da Epigrafi latine ed italiane con alcune necrologie del conte Luigi Cibrario, Tipografia eredi Botta, Firenze-Torino, 1867, pp. 116-117.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]