Mathieu-Richard-Auguste Henrion

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Mathieu-Richard-Auguste Henrion (1805 – 1862), magistrato, storico e giornalista francese.

Storia universale della Chiesa[modifica]

Incipit[modifica]

L'origine della Chiesa risale infino a quella del genere umano; e la religione di Gesù Cristo, quando la si consideri in tutta la sua estensione, comincia dalla caduta del primo uomo, ovvero dalla promessa di un liberatore che Dio gli fece subito che si fu reso schiavo del demonio. L'uomo peccatore da quell'istante ben altrimenti trattato che gli angioli ribelli, venne innalzato ad un grado superiore a quei privilegi stessi di cui lo aveva ricolmato creandolo la liberale e gratuita magnificenza del suo Creatore.

Citazioni[modifica]

  • Consecrarono essi [Saulo e Barnaba] un anno alla missione di Antiochia e la resero sì florida, che la si può risguardare come la culla del cristianesimo; e di fatti si è di là che i fedeli cominciarono a portare il nome di Cristiani. (vol. I, libro I, p. 31)
  • Costui [Ario, nel concilio di Nicea del 325], senza nascondere il modo suo di pensare, diceva a dirittura che il Figliuol di Dio, era stato creato dal nulla, che non avea sempre esistito; che egli era mutabile di sua natura e che in forza del suo libero arbitrio avea voluto rimaner buono; che avrebbe potuto egualmente appigliarsi al vizio; che insomma esso era una creatura e un'opera di Dio. Anzi, valendosi di espressioni sacrileghe e di indegni paragoni, soggiugnea che il Figlio di Dio era affatto estranio al Padre quanto alla sostanza, che non ne era il Verbo o la propria sapienza, ch'egli non ne era la virtù naturale e verace, e che la santa Scrittura gli attribuiva sol questo nome in quella guisa lo dà alle locuste ed ai bruchi. I vescovi protettori dell'eresiarca stavano chetamente ad udirlo pronunziar siffatte bestemmie, anziché fremerne d'orrore. (vol. I, libro VII, p. 234)
  • Gregorio di Nazianzo, [...], non si distinse meno per la sua profonda dottrina che per la sua eloquenza, piena di nobiltà e di calore. Egli possedeva a tal segno il dono dell'intelligenza delle sante Scritture e de' più alti misteri, che fra i padri della Chiesa è considerato per la sublimità e per la penetrazione come san Giovanni fra gli Evangelisti. Assicurasi che di tutti gli antichi dottori, ei solo fu quello che non avanzò proposizione alcuna la quale avesse qualche apparente conformità coll'errore. Questi lumi e questa esattezza gli hanno procacciato per eccellenza il titolo di Teologo. (vol. I, libro VIII, p. 287)
  • Giustiniano [...], era allora [quando ascese al trono nel 527] nel meglio del'età da poter reggere l'impero; aveva quarantacinque anni, una bella statura, l'aria piacevole, e così nel volto; maestoso nella fronte, in dir brieve la fisionomia e tutto l'esterno di lui aveva dell'augusto e del veramente romano. (vol. III, libro decimonono, p. 1)
  • [Giustiniano] Aveva la barba rasa alla romana, pochi capelli, il capo coperto di una specie di berretto adorno di perle; il che teneva molta somiglianza colla tiara de' Persiani, di cui Giustiniano veniva rimproverato di imitare il lusso nel vestire. Egli dormiva e mangiava poco, nella quaresima non pigliava cibo che un giorno sì e l'altro no, e questo pure eran erbe stemperate nel sale e nell'aceto, e poche anch'esse, e non beveva che solo dell'acqua. Il giorno della sua incoronazione egli si spogliò di tutto il suo patrimonio, lo consumò ne' poveri e in altre buone opere, dimostrando in tutte cose il maggior zelo per la religione. (vol. III, libro decimonono, p. 1)
  • Non si può negare a Triboniano la maggior lode dal lato della scienza, ma la disonorava con una codarda avarizia, la quale il recava a pubblicare o sopprimere le leggi secondo gli interessi de' privati che il presentavano doni. (vol. III, libro decimonono, p. 2)
  • L'eunuco Fozio [di Costantinopoli] [...] aveva ad un'ora e il più bello spirito e l'anima più malvagia del suo secolo, l'ingegno più vasto e più coltivato, il più solerte e il più artificioso; era illustre pe' suoi natali e per la parentela del casato cogli imperatori; era onorato delle due grandi cariche di primo scudiere e primo segretario; possente per le sue ricchezze, pel suo credito e per l'abilità che aveva somma in formarsi de' partigiani, in rendere degni di plauso i suoi colpevoli disegni, in sorprendere perfino i buoni. La religione, che venne a lui sempre un giuoco da trastullarsene, doveva paventare ogni male da un empio di questa fatta, appena trovasse agevolezza o sostegno nella potestà politica e coattiva, siccome la sola, che potesse fare impressione sopra di lui. (vol. IV, libro ventesimosesto, p. 1)
  • [...], l'imperatore Michele, figliuolo di Teofilo, dell'empietà medesima che Fozio, non aveva senso alcuno di ritenutezza, nessun pensiero di dignità né di decoro. Immerso nelle lascivie, qual novello Nerone, questo giovane principe non aveva cura più grave di quella del guidare un carro ne' pubblici giuochi. Egli aveva sempre mai dintorno a sé una schiera di codardi dissoluti, dai quali si faceva recare gli ornamenti pontificali in dileggio della religione, e per contraffare eziandio le nostre più auguste cerimonie. (vol. IV, libro ventesimosesto, p. 1)
  • Guardando alla sua gran possanza alcuni scrittori lo hanno voluto soprannominare di Grande, ma la posterità non lo intitolò altro che di Carlo il Calvo: di fatto egli fu un principe più potente assai di quello che fosse degno di esserlo, molto più sensitivo all'ambizione, che non alla gloria, meno prudente che non scaltrito e più ingordo assai di conquiste[1] che non acconcio a reggere e a difendere i propri Stati. Tutto quel più che si notò in lui di grande o di singolare è, che nel prodigioso alternare delle prosperità e delle avversità, in cui menò si può dire tutta la vita, egli sostenne meglio assai le sciagure, che non la buona fortuna. (vol. IV, libro ventesimosettimo, p. 50)
  • L'imperatore Costantino indusse Simeone Metafraste a secondare il suo zelo per la manifestazione delle maraviglie, che Dio si piace a operare in pro della sua Chiesa e pel ministero de' suoi santi. Simeone, nato nell'882 da possente famiglia, d'ingegno felice, allevato con cura, adoperato negli affari di maggior momento e giunto alle prime cariche dell'impero, aveva tutto l'ingegno e l'attitudine che si voleva a rendere soda e insieme interessante la collezione delle vite dei santi, che egli prese a dare. Egli raccolse una copia grande di libri, di memorie ed anche di scritti originali. Ma lasciando stare il gusto del suo secolo, il quale non era quello della verità semplice e senza fioriture, egli aveva lo spirito rivolto per sua natura al maraviglioso. Trovando egli adunque troppa semplicità negli antichi monumenti, ne' primi atti de' martiri, negli originali della vita di molti santi, egli ne mutò, o per meglio dire ne falsò interamente lo stile, e gli amplificò con enfasi; vi aggiunse molti fatti presi altrove, e per avventura inventati per un falso zelo; levò le cose che meno figuravano, ma che erano spesso essenziali, delle quali il suo spirito, più splendido certamente che non giudizioso, non sentiva punto l'importanza. (vol. IV, libro ventesimonono, p. 115)
  • Costantino Porfirogenete fece ogni studio di rimettere dappertutto in fiore tutte le scienze e tutte le arti, cadute quasi affatto per l'incuria de' suoi predecessori. [...]. Egli ristabilì le scuole, onorò perfino gli studenti delle sue larghezze e del suo favore; si intratteneva famigliarmente con loro, proponeva ad essi delle ricompense e li convitava alla sua mensa. Egli medesimo si era renduto cotanto valente nelle arti meccaniche, da correggere i migliori artefici. (vol. IV, libro ventesimonono, p. 116)
  • Il re di Germania, Enrico IV, che nella breve età di diciott'anni dava i primi sentori degli scandali che doveva dare in età più matura, voleva ripudiare la regina Berta, figliuola di Ottone, marchese d'Italia, e solennemente incoronata. Il libertinaggio era il solo motivo di questo principe, il quale rendeva perfino giustizia alla virtù della sua sposa, e non allegò sulle prime ragione alcuna di annullare il matrimonio. (vol. IV, libro trentesimosecondo, p. 215)
  • Non si potrebbe negare, che S. Gregorio VII per le sue eminenti doti, pe' suoi costumi puri e veramente ecclesiastici, per l'eccellenza delle sue virtù e in particolare per un amore estremo del bene non fosse degno del papato. Allevato nella più regolare disciplina monastica egli aveva un desiderio ardente di purgar la Chiesa dei vizj ond'egli la vedeva brutta, e se avesse avuto a farla con tutt'altro principe che Enrico IV[2], egli avrebbe risparmiato all'Europa lo spettacolo di tante guerre, le quali non fecero forse altro che aumentare i mali che voleva guarire. (vol. IV, libro trentesimoterzo, p. 232)
  • Questo papa [Gregorio VII], inflessibile cogli orgogliosi e refrattari, si lasciava toccare dall'umiliazione e dal pentimento. Egli voleva che i suoi legati giudicassero secondo il rigore dei canoni, ma egli temperava spesso le loro sentenze, e dopo fatta sentire l'autorità del padrone e la severità del giudice, mostrava talvolta una tenerezza di padre concedendo alla clemenza tutto quello che egli credeva non dovesse offendere la giustizia; [...]. (vol. IV, libro trentesimoterzo, p. 255)

Note[modifica]

  1. Nel testo "conquisti".
  2. Enrico IV di Franconia (1050 – 1106), imperatore del Sacro Romano Impero, fu avversario di Gregorio VII nella lotta per le investiture.

Bibliografia[modifica]

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