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Domenico Quirico

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Domenico Quirico nel 2024

Domenico Quirico (1951 – vivente), giornalista italiano.

Citazioni

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Citazioni in ordine temporale.

  • [Su Abebe Bikila] I cronisti in cerca, chissà perché di inutile colore, si inventarono che correva scalzo perché la sua federazione non aveva i soldi per comprarle, le scarpette, agli atleti. Eccola la solita Africa come la vediamo noi, miserabile, pezzente, fuori dalla Storia, animalesca. E invece le scarpette le aveva, Bikila, ma aveva deciso di gettarle via perché ne imprigionavano la corsa libera e apparentemente senza sforzo, di pastore delle ambe e degli altopiani.[1]
  • Era Bikila un soldatino dell’imperatore Haile Selassie, che sembrava un eroe buono, l’uomo che aveva resistito a Mussolini e aveva perdonato gli italiani invasori. Non sapevamo ancora che era un tiranno sanguinario, subdolo e calcolatore. L’ennesimo tradimento dell’Africa, altri sono seguiti anche peggiori. Bikila con quella vittoria senza scarpe l’ha aiutata almeno quanto Adua, il terzomondismo e Mandela: gli ha insegnato che può vincere, gli ha lasciato in eredità un mito, quello dei suoi atleti invincibili e scalzi a cui gli dei dell’aria e della terra hanno risparmiato il peccato della fatica. Tutto con i suoi piedi nudi esibiti nella prima Olimpiade dell’era della televisione. Millenovecentosessanta: proprio l’anno in cui si ammainavano gli imperi.[1]
  • Con i migranti non bisogna fare domande, è la polizia che fa domande: bisogna ascoltarli, parlare. Se fai domande ti risponderanno che qui tutto è magnifico, che sono felici, che la gente è buona. Ne trovi a centinaia di migranti che ti parlano così, è umano, è normale. È parlando a se stesso che il migrante si confessa, non a te occidentale, straniero, infedele. Hanno tutti una storia che dividono con innumerevoli sconosciuti, le cui figure tragiche e i gesti disperati si susseguono senza mai scomparire del tutto. La mutilano, la truccano la loro storia; ma sfigurarla non è per loro l’unico modo per non riconoscerla più?[2]
  • Lo sviluppo dell’Africa lo si finanzia, con grancassa e trombette, dagli Anni 60 ovvero dalla data delle finte indipendenze. Con milioni di dollari. L’unica cosa che si è sviluppata è l’ammontare dei conti in banca di presidenti dittatori rais soperchiatori in uniforme o boubou e delle camarille etniche, tribali e parentali che hanno gestito questi Stati in modo refrattario a ogni equazione di etica e diritto. Eccoli i produttori di migranti! Per carità![3]
  • I nostri amici in Africa sono i banditi da cui i migranti cercano di fuggire per non morire di fame e di corruzione. [...] Invece di pagare i ladri, in Africa dovremmo finanziare le rivoluzioni.[3]
  • [Su Ramzan Kadyrov] Il padrone di Grozny ha ereditato il metodo della violenza, le camere di tortura hanno continuato a funzionare ma sono diventate le sue, non più dei russi. Il suo terrore si è fatto mirato, selettivo perché sa che uccidere decine di persone non è necessario. Basta eliminarne uno perché gli altri capiscano. I parenti dei terroristi sono stati avvertiti: uccideremo voi, se non si consegnano. Crudelmente ha funzionato. Ha imposto una pace del cimitero, poi ha avviato la «ricostruzione» che con un islam arcaico e tribale è l'altro suo grande argomento di propaganda. Ma Ramzan non è un suddito. Certo senza Putin non esisterebbe. Ma in Cecenia la Russia ha perso, il padrone è davvero lui e la sua nomenklatura di corrotti con grossi orologi d'oro e anelli di diamanti.[4]

Sulla guerra civile afghana, La Stampa, 19 aprile 1992

  • Il futuro dell'Afghanistan è scritto sulla punta dei kalashnikov dei loro guerrieri: protagonisti della guerra prossima ventura saranno il leone del Panshir e un Khomeini di Kabul.
  • [Su Aḥmad Shāh Masʿūd] Il suo motto è semplice: «Credo in Dio e combatto». [...] Per catturarlo, i russi hanno scatenato nella sua valle a Nord di Kabul ventimila uomini con licenza di fare terra bruciata. Risultato: Massud ha avuto una citazione da star nel film afghano di Rambo, e adesso marcia sulla capitale per raccogliere il potere.
  • Ha costruito scuole e ospedali e, cosa rara in un Paese dove la vendetta è un dovere prima ancora che un diritto, non ha mai tradito un decalogo di moderazione e misura. È la speranza neppure tanto segreta di chi, un po' ingenuamente, sogna il ritorno a un Afghanistan pacificato sotto la saggezza degli anziani, e soprattutto di Washington. Curioso destino, dal momento che per anni la Cia lo ha apertamente ignorato, regalando cortesie e armi sofisticate al suo nemico Hekmatyar.
  • [Su Gulbuddin Hekmatyar] Se non fosse per il rosario islamico che sgrana in continuazione e la barba «regolamentare», pochi crederebbero che Gulbuddin è un pericoloso fanatico di Allah per cui è meglio un deserto che una terra di eretici.
  • Gulbuddin ha usato con i «fratelli» gli stessi metodi impiegati contro gli odiati «russki».

Sulla guerra civile afghana e Aḥmad Shāh Masʿūd, La Stampa, 12 agosto 1999

  • Mai dai giorni di Tamerlano l'Asia centrale ha conosciuto una anarchia tanto sfrenata.
  • [Sull'Emirato Islamico dell'Afghanistan] Mentre trentamila bambini chiedono l'elemosina nella strade di Kabul, l'Afghanistan è diventato il primo produttore mondiale di droga. Ogni fanatismo qui ha la certezza di poter provare in sicurezza armi e strategie, addestrare killer e militanti.
  • Ahmed Massoud, il Leone, è la dimostrazione che in Oriente, alla fine, le premesse dei rivolgimenti politici non sono costituiti né dall'oro né dalla forza, ma dallo spirito e dal sentimento religioso: ancora oggi Stati e tribù si subordinano a un uomo saggio unicamente perché è saggio.
  • La solitudine non gli fa paura: combatte ormai da vent'anni sognando un Afghanistan unito ma da un Islam moderato e tollerante, dove le mille tribù smettano di sanguinare per una guerra infinita. L'Occidente che lo corteggiava quando si opponeva ai russi, l ha dimenticato. Non sa fare altro che combattere, simile a un eroe omerico considera la guerra un fatto della natura, come la pioggia e il vento.

La Stampa, 10 settembre 2013

  • La Siria è il Paese del Male; dove il Male trionfa, lavora, inturgidisce come gli acini dell’uva sotto il sole d’Oriente. E dispiega tutti i suoi stati; l’avidità, l’odio, il fanatismo, l’assenza di ogni misericordia, dove persino i bambini e i vecchi gioiscono ad essere cattivi. I miei sequestratori pregavano il loro Dio stando accanto a me, il loro prigioniero dolente, soddisfatti, senza rimorsi e attenti al rito: cosa dicevano al loro Dio?
  • Siamo arrivati ad Al Qusayr con un convoglio di rifornimenti della stessa Armata siriana libera, un lungo viaggio nella notte a fari spenti passando sulle montagne perché il regime controllava la strada. Siamo stati bombardati da un Mig vicino a un Ticunin, un mulino dell’epoca bizantina. Eravamo sul fiume Oronte, in una zona in cui nella storia gli imperi si sono costruiti ma si sono anche sgretolati. Lì si è combattuta la battaglia fra Ramses II e gli Ittiti. Lì la storia è ovunque, nelle colline, nelle pietre. La città era già devastata e distrutta dai bombardamenti dell’aviazione e così la sera successiva abbiamo deciso di tornare dal luogo in cui eravamo partiti per sapere se era possibile intraprendere il viaggio verso Damasco. fidati. Invece probabilmente sono stati loro a tradirci e a venderci. All’uscita della città siamo stati affrontati da due pick-up con a bordo uomini con il viso coperto. Ci hanno fatto salire sui loro mezzi, poi ci hanno portato in una casa e ci hanno picchiato sostenendo di essere uomini della polizia di regime. Nei giorni successivi invece abbiamo scoperto che non era vero, perché erano dei ferventi islamisti che pregavano cinque volte al giorno il loro Dio in modo flautato e dotto.
  • I qaedisti in guerra fanno una vita molto ascetica e sono dei guerrieri radicali, islamisti fanatici che si propongono di costruire uno stato islamico in Siria e poi in tutto il Medio Oriente, ma nei confronti dei loro nemici - perché noi, cristiani, occidentali, siamo loro nemici - hanno un senso di onore e di rispetto. Al Nusra è nell’elenco delle organizzazioni terroristiche degli americani ma sono gli unici che ci hanno rispettato.
  • Dopo il primo giorno di marcia questo Abu Omar era seduto come un pascià sotto un albero circondato dalla sua piccola corte di guerriglieri. Mi ha chiamato perché voleva che mi sedessi accanto a lui, voleva fingere di essere nostro amico per ingannare un po’ anche la gente che era lì intorno e che si chiedeva chi fossero questi due occidentali malvestiti e distrutti dopo due mesi di prigionia. Gli ho chiesto il telefono per chiamare casa, dicendo che i miei probabilmente pensavano che io fossi morto e che stava distruggendo la mia vita, la mia famiglia. Lui rideva. E mi mostrava il suo telefonino mentendo e dicendo che non c’era campo, che non si poteva telefonare. Non era vero. In quel momento un soldato dell’Esercito siriano libero, ferito alle gambe, ha tirato fuori dalla tasca dei suoi pantaloni un telefonino e me l’ha dato davanti a lui. È stato l’unico gesto di pietà umana che ho ricevuto nei 152 giorni. Nessuno ha avuto verso di me una manifestazione di quella che noi chiamiamo pietà, misericordia, compassione. Persino i vecchi e i bambini hanno cercato di farci del male. Lo dico forse in termini un po’ troppo etici, ma veramente in Siria io ho incontrato il paese del Male.
  • Ci tenevano come animali, costretti in piccole stanze con le finestre chiuse nonostante il terribile caldo, gettati su dei pagliericci, ci davano da mangiare i resti dei loro pasti. Nella mia vita, nel mondo occidentale, non ho mai provato cos’è l’umiliazione quotidiana nelle cose semplici come il non poter andare alla toilette, il dover chiedere tutto e sentirsi sempre dire no. Credo che c’era una soddisfazione evidente in loro nel vedere l’occidentale ricco ridotto come un mendicante, come un povero.
  • Il nostro valore era quello di una mercanzia. Non si può distruggere la mercanzia, se no si rischia di non ottenere più il suo prezzo. E ti senti veramente come un sacco di grano, un oggetto che vale in quanto vendibile. Ti possono prendere a calci ma non ti possono ammazzare perché se ti guastano troppo, o definitivamente, non ti possono più vendere. È l’orribile legge dell’ostaggio.
  • Io sono stato cinque mesi senza scarpe, camminando a piedi nudi. Per cinque mesi il mio ritmo di vita è diventato il sole che spunta e il sole che tramonta. E poi l’impossibilità di fare tutte le cose che costituiscono la vita: camminare, muoversi, incontrare altre persone, scrivere leggere, guardare il paesaggio, sognare di fare delle cose che poi magari non fai, che sono il tuo modo di vivere. Io per cinque mesi ho vegetato, nel senso stretto della parola, cinque mesi in cui mi è stata succhiata la vita ed è stata sostituita con qualche cosa di artificiale, che è essere un oggetto e lottare contro il tempo.
  • Per ridere di noi i nostri carcerieri ogni tanto ci dicevano «due o tre giorni, una settimana, e poi via liberi in Italia» per vedere poi la nostra disperazione... perché aggiungevano una parola... Inshallah... che è il loro modo di mentire senza avere il senso di mentire, inshallah, è successo... Dicevano continuamente «bukrah» che vuole dire domani... poi l’indomani non partiva nessuno. Un gioco veramente crudele, ma negli ultimi tempi quando ci dicevano così noi a nostra volta rispondevamo: «inshallah...» per far capire che avevamo capito.
  • La mia fede è darsi, io non credo che Dio sia un supermercato, non vai al discount a chiedere la grazia, il perdono, il favore. Questa fede mi ha aiutato a resistere.È la storia di due cristiani nel mondo di Maometto e del confronto di due diverse fedi: la mia fede semplice, che è darsi, è amore, e la loro fede che è rito.

Sul genocidio del Ruanda, La Stampa, 6 aprile 2014

  • Venti anni fa tutto cominciò con un delitto di Stato. Il Falcon del presidente del Ruanda Juvenal Habyarimana, reduce da un vertice di capi di Stato in Tanzania con equipaggio francese e a bordo il presidente del Burundi Ntaryamira, fu colpito da un missile quando era ormai in fase di atterraggio a Kigali. Nessuno si salvò. Passarono poche ore e tutto il Ruanda cominciò a grondare sangue. Negli spasimi di una lunga tragedia etnica i fratelli nemici hutu e tutsi si sbranavano da secoli per un paradiso terrestre. La morte del presidente, un hutu, fu come il segnale atteso della ennesima resa dei conti. Perché tutto era stato preparato con metodo: gli elenchi di chi doveva essere ucciso, i magazzini con le armi comprate grazie a un sollecito prestito di una banca francese (Parigi era la grande alleata degli hutu al potere), gli estremisti huti erano in attesa dell’ordine, pronti, frementi, gonfi di birra e di odio.
  • Fu una notte di san Bartolomeo che durò cento giorni. Poco a poco gli assassini cominciarono a scarseggiare di pallottole, allora tirarono fuori i coltelli le lance i «masu», i bastoni cosparsi di chiodi. Si videro assassini che braccavano le vittime impugnando un cacciavite, un martello, il manubrio di una bicicletta. Un massacro autarchico e ferocemente minuzioso, fino all’ultima goccia di sangue. Vicini di casa che fino alla sera prima incontravano le vittime per i piccoli riti della quotidianità, un saluto un dono un pettegolezzo, suonarono all’uscio e cominciarono a colpire con i machete. Miti insegnanti andarono alla ricerca dei colleghi colpevoli di essere tutsi e li massacrarono con la furia di killer professionisti.
  • L’occidente, filisteo, mellifuo, fece scorrere i giorni del massacro, gli avvertimenti, le urla di aiuto: sono africani, poveracci, hanno solo coltelli e bastoni per confezionare un genocidio ci vuole altro, il taylorismo della morte, l’industrializzazione dell’omicidio, l’asettica efficienza delle camere a gas dove assassino e vittima non si toccano, non si vedono, si schiacciano bottoni anonimi, si manovrano leve apparentemente neutre. E invece il segno sicuro del materializzarsi di questa terribile invenzione semantica, genocidio, è il senso oscuro che l’uomo ha superato la frontiera del Bene e del Male e si era avventurato su sentieri senza ritorno: ovvero gli assassini erano completamente privi di rimorsi e le vittime non si ribellavano, gli uni lavoravano di coltello sulla carne dei loro simili senza che nulla li turbasse e gli altri offrivano il collo alla lama come se fosse da tempo immemorabile nel loro destino. Venti anni dopo le immagini di quella tragedia non sono ricordi ma figure che davanti a noi si muovono, vive, presenti, la realtà così come è, tremenda, in ogni secondo, e con i più la risultanza, il grumo, la verità, la farina passata al sottile setaccio di tanti anni.

Tempi.it, 25 maggio 2014

  • L’Afghanistan sfugge alla presa dell’Occidente. Sempre. Ci sfinisce con la sua inesauribile usura. È sfuggito agli inglesi, quando ancora non meriggiava l’isola-impero, malgrado il vento della decadenza scuotesse già la buona vecchia Europa, assopita nell’equilibrio delle impotenze. Quando gli imperi nascevano così, da questa avida conquista delle ‘‘distanze” e del ‘‘denaro’’. È sfuggito ai russi la cui violenza era legittimata dagli immancabili destini della via rivoluzionaria. E invece, ancora una volta, quell’armata di stracci li ha costretti a ritirarsi. E infine, sì, anche gli americani... Tredici anni son passati e si prepara un’altra ritirata. L’invasione, i miliardi di dollari spesi, gli eserciti privati e le nuove tecnologie: polvere. Non hanno permesso di contenere né i talebani né la minaccia che ormai si incarna nella nuova Al Qaeda, ben più ambiziosa e mortifera di quella immaginata dall’emiro del terrore.
  • L’Afghanistan non vince i suoi vincitori con il fascino della propria civiltà come faceva la Grecia antica. Gli inglesi, i russi, gli americani sanno poco o nulla della civilizzazione afghana di cui colgono soltanto gli aspetti esteriori. Né vince il suo vincitore mediante una prepotente forza razziale, genetica, assimilatrice, come i germani con l’impero in decadenza. Vince con la sua infinita, testarda pazienza. Con i grandissimi antri vuoti e silenziosi delle sue montagne, dove gli invasori sono entrati qua e là, sperando di sorprendere il momento di una ripresa, l’attimo vivente di quel mondo sottinteso. Ma sempre la loro curiosità è rimasta delusa. Vinti, cacciati, sì, dal silenzio.
  • Sono cresciuti quelli di questa generazione all’ombra della guerra contro i russi e poi c’è stata la guerra tra i signori della guerra, e i talebani venuti a tagliar il groviglio inestricabile di sudici interessi; e poi Bin Laden e gli americani. Da un pezzo si erano familiarizzati con la morte e la presenza della morte al loro fianco li ha trasformati. Cominciavano, già ragazzi, a conoscere il prezzo di una vita umana; guardavano già le vite con impaziente malinconia, come se stessero dall’altra parte. Loro, fin dal primo giorno, hanno saputo che sarebbero morti da soli. Sarà questo che rinfacceremo loro quando ritorneremo un’altra volta laggiù?

Intervista di Maria Ausilia Boemi, Lasicilia.it, 11 novembre 2014

  • L’Islam è una religione nata in un ambiente naturale terribilmente ostile nei confronti dell’uomo ed è quindi guerriera: il combattere, l’allargarsi, il difendere lo spazio dell’unica religione vera è una realtà fondamentale per l’Islam.
  • La domanda da porsi non è se i jihadisti siano buoni o cattivi musulmani, perché la risposta è molto semplice: loro sono convinti di essere dei perfetti musulmani. Il problema è che la religione - come la razza per i nazionalsocialisti o l’appartenenza al proletariato per i comunisti staliniani - è utilizzata da loro come strumento per dividere il mondo in buoni e cattivi: per i jihadisti, i buoni sono loro che praticano la religione salafita rigorosa. Gli altri sono tutti impuri e quindi il compito che Dio assegna ai jihadisti è quello di eliminare gli impuri che inquinano la società.
  • L’ossessione dell’unità [...] è quello che impedisce, secondo me, ai popoli musulmani di praticare davvero la democrazia: nella mentalità musulmana, il concetto che esistano più verità, e che queste verità si possano scambiare secondo un calcolo numerico, è eresia. Il mondo è tutto concentrato nella cifra uno: un Dio, un libro, un popolo
  • I musulmani hanno fatto tante rivoluzioni - di cui le Primavere arabe sono le ultime - ma tutti questi movimenti rivoluzionari inevitabilmente e rapidamente sono tornati alla casella dell’autoritarismo, del rais, del capo, perché è nella loro identità. La verità è una e allora anche il capo deve essere uno. Per l’Occidente, la democrazia è la legittimazione della confusione, anche se virtuosa, nel senso che nessuno è depositario della formula giusta. Questo per un musulmano è inaccettabile: è il disordine, è un atto contro Dio che è ordine.
  • L’Isis ha messo su un Welfare state. Questo nei giornali non lo scriviamo: pensiamo che a Mosul ci siano bande di assassini che girano per le strade, violentano le donne. Non è così: le prime cose che hanno fatto gli islamisti dell’Isis a Mosul sono state riaprire i forni perché la gente potesse comprare il pane, obbligare i dipendenti pubblici ad andare al lavoro come quando c’era il governo centrale, riaprire le scuole. Questa è gente che vuole restare, non va lì per saccheggiare. E noi continuiamo a pensare che sono una banda di folli criminali che, chissà come, si è impadronita di un territorio grande come la Francia e sta lì, massacra, ruba, uccide. Fa anche quello, però è uno Stato, c’è un’amministrazione.
  • Il califfo non è Bin Laden che stava nascosto nella grotta. Questa è una cosa completamente nuova: c’è una frontiera di due Stati che è stata disintegrata, creando una frontiera nuova che nelle carte geografiche non c’è. Le carte geografiche del mondo oggi sono false. La grande trovata pubblicitaria del califfato è stato dire: "Io sono il califfo, voglio ricostruire il grande califfato del VI secolo". Cosa che Bin Laden non ha mai neanche osato pensare. Questo è pericoloso, perché c’è un progetto, non è la follia di quattro fanatici.
  • Al Qaida e l’Isis sono due cose diverse: Al Qaida è il precursore primitivo di un progetto politico completamente diverso.

Intervista di Lorenzo Coppolino, Mangialibri.it, 2015

  • [Sullo Stato Islamico] Il modello è quello dell’Internazionale staliniana. C’era un centro della rivoluzione mondiale e poi c’erano vari paesi dell’Europa e del Terzo Mondo, altri punti rivoluzionari coordinati dal centro. È la stessa cosa che sta succedendo con l’ISIS, che si prefigge l’obiettivo di costruire un grande stato totalitario islamico che dovrebbe dispiegarsi nei confini dell’antico califfato del VI secolo.
  • Io non accetto la logica di chi dice che si spenda troppo per salvare una vita umana. Secondo me non si può mettere sullo stesso piano il problema del denaro con la salvezza di una vita umana. Io dico che sia uno dei grandi meriti dello stato italiano, indipendentemente dal colore politico, quello di aver fatto sempre il possibile e talvolta anche l’impossibile per riportare a casa i nostri concittadini.
  • La situazione della Libia può essere condensata in una parola sola: caos. Il caos non è stato creato dall’ISIS ma determinato dal modo in cui si è conclusa la vicenda del regime di Gheddafi e come è stata gestita la situazione successivamente. L’ISIS si serve del caos per imporre il proprio ordine, un ordine brutale ma sempre un ordine.
  • Il mondo senza Gheddafi, Saddam Hussein e Bashar Al Assad - anche se quest’ultimo non è ancora caduto - è senz’altro qualcosa di meglio. Non c’è niente che potrà farmi dimenticare cosa siano stati questi regimi. Coloro che dicono che questi popoli possano essere governati solamente da despoti hanno un punto di vista razzistico e la mia storia personale, che mi ha visto attraversare questi paesi, non può assolutamente condividere questo punto di vista.
  • Saddam Hussein è uno che ha gassato i propri concittadini uccidendoli con le bombe e con il gas, cerchiamo di non dimenticarlo. È uno che alimentato il terrorismo internazionale per decenni, un clown sanguinario e non soltanto un clown. Il problema si è verificato dopo, avendo considerato automatico il passaggio a qualcosa di meglio. La vera colpa è stata aver lasciato questi paesi soli nel momento del disordine, sia in Libia che in Iraq.
  • Il problema di Obama è quello di essere stato eletto sulla base di un rifiuto, cioè sulla base di una promessa che diceva il contrario dei suoi predecessori. Questo l’ha messo in una condizione di obbligo di continuare su questa linea anche quando ciò è controproducente.
  • Assad: furbo. Ha compiuto una grande operazione di mimetismo. È riuscito a passare nel giro di pochi mesi dal rischio di essere bombardato ad aver bisogno anche di una sua reazione contro il terrorismo. Dal suo punto di vista ha creato un capolavoro.
    Obama: malaccorto.
    Saddam Hussein. È morto, mi sembra un po’ impietoso. Comunque è stato un assassino, un personaggio mefitico e micidiale.
    George W. Bush: fino al momento dell’attentato alle Due torri fu un personaggio senza infamia e senza lode, non aveva particolari teorie. È uno dei molti personaggi storici che si sono trovati ad affrontare qualcosa di molto più grande di lui.

Intervista di Irma Loredana Galgano, Sulromanzo.it, 2 febbraio 2016

  • Credo in un giornalismo che è un mestiere, non una missione o altro. Una sorta di artigianato che per forza ti deve trasformare, non necessariamente migliorare. Si trasforma nel senso che la realtà lo plasma. Io sono molto diverso da quello che ero venti o dieci anni fa per ciò che ho vissuto e raccontato, che per me sono due cose coincidenti. Una trasformazione dovuta all'esperienza umana non solo professionale, cosa che accade a chiunque svolge questo mestiere con onestà, umiltà e passione. Credo sia questo uno dei problemi del giornalismo di oggi che non è più immerso e a volte sommerso nella realtà ma vive in una mediazione che l'ha reso freddo, indifferente, qualche volta cinico, altre bugiardo...
  • La memoria dei popoli musulmani è la constatazione di una decadenza, di esser stati la civiltà del mondo, esattamente nei secoli in cui il Califfato era al suo apogeo mentre l'Occidente era povero e immerso nelle tenebre di un Medioevo e assai lontano dall'esplodere negli splendori del Rinascimento. Mentre il presente è umiliazione, povertà, divisione e debolezza. [...] La memoria degli occidentali è una visione rovesciata. Il passato non conta nulla e la concezione della Storia e della memoria è quella di un progresso continuo che, con il passare del tempo, ci rende più ricchi, più felici, più affaticati dalle debolezze della natura, dalla nostra condizione di uomini e ci porta, paradossalmente, verso una sorta di immortalità. Questo è speculare rispetto alla memoria dei popoli musulmani. Per loro, per quelli che condividono un certo Islam, è il passato il segreto della condizione umana e trovano il progresso nell'età dell'oro. Per noi invece questo è legato a una visione ottocentesca, ovvero come un qualcosa di inevitabile e immanente.
  • Il Califfato non è una falsificazione dell'Islam, ne è una parte. Quella oscura, il cuore nero. Se non partiamo da questa amara constatazione non capiremo mai. Il volerlo respingere in territori definibili neutri, come un qualcosa che non appartiene a niente ed è generato dalla follia di un gruppo di uomini è un modo per non capire. Il che non vuol dire che non sia una sanguinaria e criminale epopea. Lo è. Ma nasce all'interno dell'Islam. Al pari delle guerre di religione o della strage di San Bartolomeo. Una sanguinaria e crudele manifestazione del Cristianesimo.

Intervista di Alessandro Mantovani, Labalenabianca.com, 11 settembre 2017

  • Il dolore e la violenza ci interessano solo nella misura in cui ci coinvolgono. Abbiamo perso la capacità di soffrire con gli altri o di entusiasmarci, appassionarci e indignarci insieme agli altri.
  • Cosa è l’Occidente? Quando e come lo sentiamo? Possiamo ancora utilizzare questa parola? Noti come abbonda sui giornali, “L’Occidente bombarda…”, “L’Occidente reagisce alle provocazioni di...” e così via. Ma quale Occidente? Questa parola aveva ragione d’esistere perché aveva un contenuto fino a un certo punto della storia del Novecento. Da quel momento in avanti, questo concetto non ha più senso. Insomma, detta brutalmente, tra me, lei e Trump che rapporto c’è? Cosa ci lega? Nulla! Sono più legato all’indigeno che vive in fondo alla foresta del Kenya che a Trump. Allora è chiaro che dobbiamo ridefinire il concetto di Occidente e chiederci se esiste ancora.
  • La Siria è entrata, come la Somalia, in un gorgo di guerra infinito. Gli attori sul territorio, USA, Russia, Bashar, sono diventati i soggetti di un teatrino, i burattini comandati, ormai, dalla guerra stessa, che si autoalimenta generando un ciclo infinito. La guerra in Siria durerà almeno altri quarant’anni senza incontrare una soluzione ed è entrata in questo circolo perché chi poteva ha deciso di non occuparsene, lasciando che il gioco si sviluppasse in autonomia.

Bonculture.it, 17 maggio 2020

  • [Sulla guerra civile in Somalia] A Mogadiscio negli ultimi anni qualcosa è leggermente migliorata, però le autobombe e gli attacchi di al-Shabaab sono molto frequenti e sanguinosi. Nel resto del Paese è difficile dire chi controlla chi.
  • Il gruppo di al-Shabaab assomiglia a un'attività criminale che fa estorsioni e guerriglie contemporaneamente. Hanno contatti molto stretti con altri Paesi e attorno a loro c'è molto denaro. Per loro il denaro del riscatto di Silvia Romano è una goccia nel mare.
  • Per i sequestri dell'Isis il riscatto non ha nessun rilievo perché la parte economica non esiste. Sequestrano persone per ammazzarle, per poter avere l'oggetto di una comunicazione sacrificale: uccidere brutalmente per dimostrare che il Califfato è potente e dispone della vita degli occidentali. Per altri gruppi fortemente criminali, come quello di al-Shabaab, il riscatto può essere l'elemento principale ma non esiste una regola precisa, netta.
  • Non sfruttiamo questa giovane ragazza che ha attraversato qualcosa di crudele per altro. Limitiamoci alla bella notizia di questa storia: Silvia è a casa, finalmente libera.
  • Silvia ha attraversato un'esperienza estrema ai limiti della morte, ai limiti dell'angoscia della morte. Meriterebbe il nostro rispetto e il nostro pudore: quella storia è solamente la sua, non di sessanta milioni di italiani pronti a giudicare.
  • In alcuni luoghi del mondo la pietà non è possibile. Non vorrei generalizzare, ma la Siria che ho conosciuto io è uno di questi. L'uomo lì è obbligato a praticare il male per non essere eliminato. In quei sistemi totalitari, dove la guerra è una pratica quotidiana, come fai a essere buono? Credo sia impossibile.

Sulla guerra del Tigrè, La Stampa, 13 novembre 2020

  • Stringe il cuore vederlo, il premio Nobel, il 4 novembre in tv, annunciare la guerra a oltre cinque milioni di tigrini, la regione del Nord che prima di lui ha detenuto per decenni le chiavi del potere: avete superato la linea rossa, vi puniremo e saremo implacabili. Con il contorno classico delle accuse: attacchi provocatori alle basi dell'esercito a Macallè, disobbedienza al potere centrale, elezioni locali illegittime, e via dicendo. Intanto il premier della pace, del dialogo, dell'unità nazionale si scopre un'anima tirannica, muove le truppe, bombarda Macallè con l'aviazione e taglia linee telefoniche e Internet isolando il Tigray dal mondo.
  • Senza chiasso si uccide meglio, sarebbero già 550 gli «estremisti» uccisi. Riconoscete il caldo appiccicoso, denso, quasi palpabile dell'odio etnico? I vecchi demoni riappaiono, il firmamento rassicurante ai margini del quale troneggiava l'uomo della pace nel Corno d'Africa si era oscurato e ne scaturiva una pioggia grigia di delusione.
  • Il Nobel della pace bisognerebbe concederlo solo ai morti, alla memoria, dopo aver completato meticolosi conti di una vita. Del dare e dell'avenire.
  • La guerra con il Tigray che rischia di far implodere il fragile gigante dell'Africa è stata preparata con cura, per mesi, in un crescendo di provocazioni reciproche, sgarbi, minacce. Storia antica che risale al 1991 quando i tigrini, alleati per reciproco vantaggio con i ribelli dell'Eritrea, marciarono su Addis Abeba facendo cadere la dittatura marxista del Derg e di Menghistu. Per trent'anni come premio hanno guidato l'Etiopia. La morte del loro capo Zenawi, le liti tra i diadochi di una dirigenza specializzata nella guerriglia e nella sicurezza, infatuata e vanitosa, l'avvento per la prima volta di un oromo alla guida del Paese ha sconvolto il quadro. I tigrini accusano il primo ministro di averli emarginati dalle cariche che contano, di vendetta etnica.
  • Per Omero questa era la terra degli uomini pii, per Erodoto di coloro che non conoscevano infermità dello spirito, i primi esploratori giuravano invece di aver incontrato i temibili uomini scimmia. Alla leggenda si aggiunge il Nobel della pace che fa la guerra.

Sulla guerra in Afghanistan, La Stampa, 15 aprile 2021

  • Sono in milioni di afgani che in questi anni hanno creduto alle promesse che abbiamo regalato senza risparmio, gli americani, noi, gli occidentali. È vero: per credere alle promesse degli americani, smentite ogni giorno dalla storia del Vietnam, dell'Iraq, della Somalia, di mantenerle, bisogna avere la fede che nutrivano i primi cristiani che credevano nel prossimo avvento del regno di dio. Eppure molti afgani ci hanno creduto.
  • In Afghanistan gli occidentali non volevano far del bene agli afgani ma a sé stessi.
    E adesso, traditi, abbandonati, sono di fronte alla perentorietà disumana dei vincitori, i taleban. Non li consolano certo le spigolature degli sconfitti per nascondere la ritirata: che ci sono taleban buoni e taleban cattivi, che i ragionevoli stanno prevalendo. Altre bugie.
  • Quando si uccide in abbondanza, l'uccidere diventa meccanico, un atto non più interessante.

Sull'offensiva talebana del 2021, La Stampa, 16 agosto 2021

  • Ora che la sconfitta è vicina, (la parola la si sussurra, come il mormorio di chi non ha più speranza), è il momento di ammetterlo: l’America, l’Occidente sono rimasti venti anni in Afghanistan, hanno condotto una guerra, scelto e gettato via alleati e governanti, distribuito denaro (150 miliardi dollari l’anno), ucciso migliaia di persone, sulla base di una antropologia immaginaria, bizzarra, affettata, gracilina, tutta agghindata di mediocri astuzie, pretenziosa.
  • Per venti anni anche nella narrazione ci siamo accontentati della parola: taleban. Bastava. Era anche troppo: i taleban, sì, i fanatici, i nemici delle donne, gli iconoclasti di Bamyan. Che altro c’è da dire? Perché non si perde tempo a far la sociologia del Male. Che invece spesso è provvidenziale. Si esita a esplorare, ci si concentra sulla propria ripugnanza. Ci bastavano le fotografie di barbuti avvolti in clamidi miserande, in pose minacciose con i loro Kalashnikov. Confessiamolo: al di là del folklore e della storia non ci siamo mai veramente occupati di chi siano gli afghani; non erano infatti i loro guai la ragione per cui eravamo andati in Afghanistan.
  • Taleban: definirsi vuol dire cominciare a separarsi. Divennero un temibile movimento politico militare in un Paese dilaniato da una guerra etnica che opponeva i pashtun a tagiki, uzbeki e hazara, ogni campo appoggiato logisticamente e politicamente da soggetti stranieri. Nel 1996, per la prima vittoriosa marcia su Kabul, sfruttarono il vuoto creato da quel caos e la rabbia della maggioranza per essere stata esclusa dal potere. La durezza della sharia, la paura per i loro metodi spietati, servì per piegare l’anarchia violenta dei capi tribali, riaprire la circolazione sulle strade del Paese. La gente chiedeva ordine e sicurezza, ad ogni costo. Uno scenario che abbiamo visto in altri luoghi della rivoluzione islamica.
  • I combattenti sono reclutati nelle zone marginali del Paese, le più povere e dimenticate da un potere centrale che non ha mai usato i dollari americani per ricostruire uno Stato. Venti anni di occupazione americana, invece di ridurre le distanze sociali tra i clan dei ricchi che manipolano i prezzi e le classi povere, le hanno moltiplicate.

La Stampa, 6 settembre 2021

  • La nuova guida spirituale dei taleban, Hibatullah Akhundzada, è dunque un altro uomo misterioso, sfuggente, dalla biografia ambiguamente smilza: dotto teologo, con figlio kamikaze, tutto lì. Ne esiste una sola fotografia, vecchiotta; da quando è stato nominato alla carica suprema è invisibile. Nessuno lo ha intravisto neppure nei giorni del trionfo, della riconquista di Kabul e della fuga del nemico americano. Nessun mistero o congiura letale: esiste, fa la Guida, ma è asceso a una sorta di programmata immaterialità.
  • Il potere laico è palcoscenico, recita per cui non possono esserci calate di sipario. Nel modo del potere fondamentalista avviene il contrario: il re è nascosto. Se ne conosce a malapena il volto, la biografia presenta vuoti incolmabili, che mettono a disagio noi occidentali e ci inducono a colmarla di voci e leggende: il Rolex al polso di Al Baghdadi, il mullah Omar che, ferito dai russi, si strappa l’occhio ferito e si benda con le sue mani. Le apparizioni pubbliche sono rare, limitate a scandire momenti chiave del potere e anche queste rivolte a pochi privilegiati, gli apostoli più intimi o in una moschea zeppa di fedeli in preghiera.
  • Gli afghani, bellicosi e malinconici, che sentono ogni ordine come un obbligo insopportabile, descritti come turbandati primitivi, incapaci di elaborare una ideologia, tradizionalisti apolitici avviluppati nelle geografie comunitarie, allergici allo Stato perché troppo complesso e incatenati alla tribù: l’Afghanistan profondo delle analisi americane su cui sono state modellate nel 2001 la democrazia finta e le fallimentari tattiche di contro-insurrezione. Una tabula rasa di pastori che conducono nuvole di agnelli, come un gregge dell’Ade, a cui insegnare la buona novella. In fondo niente di originale: l’abracadabra del fracido Orientalismo e le classificazioni delle tribù imbelli o pericolose con cui tiravano avanti le amministrazioni coloniali.

La Stampa, 7 settembre 2021

  • Per inventare una resistenza non basta Massoud Junior che ha faccia da guerrigliero fashion, da partigiano alla Vanity Fair. Ci vorrebbe lui, Ahmad Shah Massoud, quello che i seguaci adoranti chiamavano «amer sahib», il comandante signore, che scese in guerra con 25 seguaci, 17 vecchi fucili e 30 dollari in contanti e in tempi di pusillanimità sfidò i due grandi totalitarismi del secolo. Un gigante di cui è difficile scrivere la biografia: l’uomo ci sfugge perché l’eroe trabonda. Anche se si tenta volenterosamente di copiarne la capigliatura e i gesti non basta sistemarsi in testa il pakol e indossare cerimoniosamente un mantello per diventare guerrigliero.
  • Americani ed europei sono felici di aver appena cavato i piedi da quel macello e non aspettano altro che riprendere le trattative con i diavoli islamisti. Lo chiameremo realismo; o necessità di non far pagare alla popolazione le colpe dei furori taleban; o astuzia per tener a bada gli altri imperialismi russo cinese turco.
  • Se Massoud, quello vero, fosse ancora vivo i taleban avrebbero rivinto? Il carisma che mobilitava i suoi seguaci in modo formidabile aveva elementi di pericolosa ambiguità, serviva ai suoi combattenti anche per aggirare e disobbedire alle regole di uno Stato centrale che fosse costruito sulla eguaglianza e non sulle appartenenze e le scorciatoie tribali. Senza di lui il carisma ad personam, autoreferenziale, infatti, non ha retto, il suo movimento è affondato nella corruzione, le lotte interne, l’isolamento etnico. I Massoud, quello forte e quello debole, sono soltanto dei signori della guerra.

Intervista di Elisabetta Rosso sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022, Rollingstone.it, 26 febbraio 2022

  • Siamo abituati a pensare che in Europa le guerre non siano più possibili, che siamo arrivati a un mondo migliore, e che appartengano solo a quelle zone più arretrate, primitive, fanatiche. Pensavamo fosse tutto una finta.
  • Noi siamo cresciuti in un mondo in cui la guerra non era concepibile perché tutti si sono resi conto che se ci fosse stata sarebbe avvenuta una catastrofe. Il deterrente nucleare però non ha impedito la guerra, anzi, non ci sono mai state tante guerre come quando non era possibile farle per l’equilibrio del terrore, della bomba. Si pensi al Vietnam, alla Siria, all’Iraq, all’Afghanistan.
  • Questa volta si confrontano direttamente due potenze nucleari. Hanno scelto di arrivare fino a questo punto. Può succedere di tutto, basta niente. Il dottor Stranamore, il film di Kubrick, è oggi attualissimo.
  • Eh, l’Afghanistan, ha fatto cadere un velo, ha svelato una cosa: la debolezza americana. Una debolezza strutturale, intrinseca. Gli Stati Uniti non sono più in grado di distribuire le carte nel mondo. Altri hanno buoni mazzi di carte, si pensi alla Cina, agli jihadisti. L’Afghanistan ha cambiato le carte in tavola, le ha cambiate in modo radicale. Gli effetti saranno come i cerchi concentrici che si allargano quando butti una pietra nell’acqua. Effetti che diventano sempre più grandi.
  • Bin Laden ha vinto la sua guerra contro gli americani. Anche se è finito in fondo al mare non si sa bene dove, in realtà ha vinto lui. Perché è riuscito a infilare in profondità questo tarlo del terrorismo che ci erode le basi.
  • Difficile stabilire i disegni Putin, sta provando a vedere, all’interno di quella frontiera che nessuno può superare, quella del confronto atomico, quali sono i suoi margini di manovra. Oggi tutti dicono che è un pazzo, ma io credo che sia una persona iper razionale nella sua determinazione feroce, e sta cercando di capire fino a che punto può spingersi. Come direbbe Cavour, sta sfogliando il carciofo per vedere se può arrivare al nocciolo. Senza la bomba atomica sarebbe lo stesso scenario del '39.
  • Il momento chiave è stato quando Putin ha firmato la dichiarazione di indipendenza del Donbas. Quello è stato l’atto, e gli atti segnano il passaggio tra il prima e il dopo. Infatti è seguita subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Da quel momento lì, ha riconosciuto la regione come indipendente, in qualche modo lo stesso Putin è stato costretto a seguire una strada che non aveva più vie d’uscita.

Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022, Lastampa.it, 3 marzo 2022

  • Le armi che abbiamo fornito e ora in maggiore quantità e efficacia forniremo all’esercito di Kiev non serviranno come semplice arnese di deterrenza, per convincere un nemico, ancora incerto, che pagherà un prezzo salato se attacca. Questa è la storia di ieri, seppellita sotto le bombe dell’incallito mestatore di Mosca. Adesso abbiamo liberato il terribile genio dalla lampada.
  • Nelle dichiarazioni dei leader occidentali la parola, guerra, con ipocrisia ha disertato il senso che ricopre. Fornire cannoni e anticarro è presentato come una appendice un po’ più forte delle sanzioni economiche, quasi fosse un gesto necessario e innocuo, asettico per chi lo compie quando qualcuno viene aggredito e i perseguitati non hanno i mezzi sufficienti per difendersi. Questo è vero per le sanzioni. Ma non per la fornitura di armamenti quando già si combatte.
  • Il guaio è che la guerra combattuta senza dirlo, come tutte le furbizie, regge per un tempo limitato. Saranno gli ucraini stessi a farla crollare. Quando la potenza russa si abbatterà su di loro con tutta la violenza possibile, finora ne hanno provato solo sanguinose premesse, le armi «in leasing» non basteranno più e ci chiederanno di tener fede all’impegno che abbiamo sottoscritto inviandole: ci chiederanno di intervenire, di prenderci direttamente per il bavero con uomini in carne e ossa e non con idee pure.

Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022, Ilsecoloxix.it, 6 marzo 2022

  • L’Ucraina è nuda come un calvario. A guardarla, confessiamolo, viene l’illusione che la storia e il destino l’abbiano scelta per chiarire irrevocabilmente che la guerra non è una fatalità, ma semplicemente un delitto.
  • Mi pare di intravedere nei toni americani questa tentazione pericolosissima. Mettere in piedi e alimentare un Afghanistan ma al centro d’Europa dove sfiancare, allungando con l’ossigeno di munizioni e armamenti, la resistenza ucraina come un tempo, anni Ottanta, fu tenuta in piedi la guerriglia dei mujaheddin sulle montagne di Kabul contro l’Armata rossa. Insomma metterne a nudo le magagne, sfinirla anche moralmente con una guerra crudele, via via più penosa, disonorevole con il passare delle settimane e dei mesi perché senza vittoria. Feroce per i soldati russi che la combattono quanto per la resistenza, perché costretti a ispessire il massacro via via che districarsene e tornare a casa si rivela sogno irraggiungibile. Il popolo russo, bolscevico o putiniano che sia, non ha spirito combattivo come si pensa, ma soltanto una gran capacità di soffrire dalla quale, in Afghanistan come in Ucraina, dirigenti incapaci non sanno che cavar altro che sconfitte.
  • Confessiamolo. Chi ha memoria ha sussultato quando nell’elenco degli armamenti «difensivi» forniti agli ucraini ha letto un nome: «stinger», i missili antiaerei portatili. Fu la fornitura risolutiva sulle montagne afghane: i piloti di bombardieri ed elicotteri russi scoprirono che non potevano più fulminare senza rischi gli afghani mettendo nel nulla i focolai di resistenza, le imboscate, le astuzie dei guerriglieri in ciabatte. Con l’aviazione che si fa cauta, anche la superiorità russa in Ucraina subirebbe una vistosa menomazione.

Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022, Lastampa.it, 30 aprile 2022

  • Questa guerra ci tocca, ci emoziona e indigna molto più delle altre vissute in questo inizio millennio. Sembrava un conflitto impossibile. Vivevamo nell’idea che le guerre attorno a noi fossero possibili, ma che l’Europa fosse il continente della pace dal dopoguerra con l’eccezione dei Balcani, da sempre considerati come appendice secondaria dell’Europa.
  • C’è un prima e un dopo rispetto a quel 24 febbraio. Se l’Onu prima era moribondo, ora è morto. Il viaggio tardivo del segretario generale Antonio Guterres a Kiev e Mosca ne ha segnato la fine. Le Nazioni Unite continueranno a esistere solo per una funzione secondaria. Anche la globalizzazione è morta. Ora c’è il mondo dei blocchi contrapposti. Un blocco americano occidentale e uno euro-asiatico con una Russia che guarda verso la Cina e i suoi derivati come India, Africa e i Paesi che possiedono il petrolio.
  • [Su Vladimir Putin] Lui chiede di essere riconosciuto come grande potenza globale, come era l’Unione Sovietica prima della sua dissoluzione. Non si tratta però di grandezza economica, bensì militare. Putin vuole una nuova divisione del mondo in base a equilibri di potenza, proprio come successe a Jalta nel 1945. Il suo interlocutore è Biden, non l’Europa che lui nemmeno considera. Gli americani però non riconosceranno mai la potenza russa, perché a quel punto sarebbe un’ammissione del loro indebolimento.
  • Se Assad è ancora al potere è perché i russi hanno sperimentato in Siria i metodi di combattimento che stanno applicando in Ucraina.

Su Vladimir Putin, Ilsecoloxix.it, 5 luglio 2022

  • Noi lo abbiamo creato, accettato, lusingato perché eravamo consapevoli, fino a cinque mesi fa, che non ci era estraneo. Anzi. Pensavamo che al momento giusto, quando ha iniziato ad alzare la voce, avremmo saputo parlargli, addomesticarlo. Aleggiava solo una vaga angoscia, parlavamo la stessa lingua e ci avrebbe ascoltato perché non poteva in fondo negare di assomigliarci. Altro che democrazie contro autocrazia. Ci disprezza ma solo perché è certo di averci superato in cinismo e brutalità.
  • Ricordo bene gli Anni 90, la loro morbosa tranquillità, sembravano una quieta insenatura dove ogni tempesta ormai si era risolta, la democrazia trionfava, i Muri cadevano, il libero mercato si estendeva a macchia d’olio e quindi rendeva sempre più inutili e anacronistiche le guerre. Erano invece quegli anni l’ultimo rifugio di una epoca morente.
  • Aveva assorbito tutto quello che noi avevamo insegnato, intendeva sfruttare fino in fondo quello che avevamo permesso e la nostra avidità. Ci aveva osservato con attenzione: sapeva che per ingannarci bastava indossare le vesti di scena per lo spettacolo che ci convinceva. Cercavamo complici servili, non democratici orgogliosi.
  • Noi lo abbiamo creato. Per sbarazzarcene dovremo innanzitutto cambiare noi stessi.

Sugli attentati in Daghestan del 2024, Lastampa.it, 25 giugno 2024

  • Il Caucaso, sì, contiene troppe cose, troppe anche per la matematica risoluta e liquidatoria di Putin: il fuoco di prometeo e l’acqua del Diluvio, le amazzoni che amarono Alessandro, un luogo dove l’umanità si trasforma, si rigenera e si reincarna dopo la prova feroce della sofferenza. Per i russi terra di poesia, di miti, di feroci battaglie, loro abituati all’obbedienza e al rispetto cieco dell’Autorità hanno sempre incontrato la ambigua fascinazione dei montanari fieramente liberi disposti a morire per questo, valli e giogaie dove il saluto del «buon giorno» si traduce «Sii libero!».
  • Hanno umiliato i servizi di Putin con il massacro del Crocus City Hall a Mosca e ieri con ogni probabilità hanno colpito di nuovo: perché quella è la loro firma, raid scenografici e spettacolari, commando che sparano nelle strade, attaccano uffici di polizia, chiese e sinagoghe, sgozzano un prete noto per i buoni rapporti con i musulmani.
  • Il Caucaso è una spina di Putin, dopo esser stato il trampolino per la sua ascesa con la pacificazione della Cecenia con il ferro e il fuoco. Tassello di quell’ex spazio sovietico che è uno dei pilastri della idea neo imperiale: dove furono la Russia zarista e l’Urss lì è terra da liberare, omologare, controllare. Curiosamente è lo stesso precetto, in chiave teologica, che muove gli uomini del jihad: le terre dove è risuonato il nome di Allah devono ritornare nelle frontiere dei credenti.
  • Nel riflesso automatico, quasi ossessivo, con cui Mosca reagisce agli attentati jhadisti, perfino prima che ci sia una rivendicazione esplicita, accusando misteriose forze straniere e servizi occidentali, c’è propaganda interna legata alla guerra in Ucraina ma soprattutto il tentativo di negare che il problema islamista non è stato risolto. Putin resiste ed esiste solo se vince: sarebbe grave dover ammettere che il suo primo successo nel Caucaso sulla via della ricostruzione della potenza russa era un falso.

Adua

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Incipit

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Il genio di Menelik, il Leone della tribù di Giuda, il prediletto di Dio, il re dei re d'Etiopia, consisteva nel suo atteggiamento di fronte all'impossibilità: nulla sgomentava. Non possedeva niente. Ma coesistevano in lui una profonda mediocrità e una forza di volontà sovrumana.

Citazioni

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  • Bismarck e Cavour hanno costruito, nell'età dei nazionalismi, nuovi stati, ma possedevano ferrovie, eserciti, industrie, flotte, banche, opifici, diplomatici, università, scienziati, insomma un arsenale umano che lavorava, combatteva, inventava. Menelik, re dei re d'Etiopia, disponeva soltanto di molti titoli e di una riserva inesauribile di astuzia e di serpentesca volontà di avvolgere e soffocare qualsiasi nemico. (p. 6)
  • Sahle Mariam, il futuro Menelik, era certamente un uomo prudente. Non si diventa re dei re, imperatore d'Etiopia, erede di Salomone e della regina di Saba, negus neghesti, se non si dispone di una intelligenza di ispida acutezza e non si affina con astuzia, metodo e tenacia questa insostituibile qualità del potere. L'Etiopia era un posto difficile non solo per fare il re, era un posto difficile per sopravvivere. (p. 7)
  • [Su Teodoro II] Era uno di quei soldati di ventura che nel Medioevo etiopico scalavano, con pazienza e ferocia, il potere. La lista dei nemici che aveva soggiogato o ucciso era lunghissima. (p. 8)
  • [Su Teodoro II] Con un esercito di fedelissimi assetati di bottino almeno quanto lui, questo Napoleone etiopico aveva inghiottito provincia su provincia, il Lasta, il Semien, il Goggiam, il Dembea, tutto l'altopiano ormai era assoggettato e obbediente. La sua carriera era punteggiata di mostruosi saccheggi ed epiche crudeltà. Chi gli resisteva era bestialmente annientato; ma era capace anche di gesti di generosità altrettanto memorabili verso i deboli e gli indifesi. (p. 9)
  • Il «negus rosso» Menghistu, l'inventore della pulizia etnica e della carestia pilotata, due delizie del Novecento, ha assunto il ruolo imperialista che un tempo era toccato a Menelik e Hailè Selassiè (una sua vittima). (p. 19)
  • Dopo aver conquistato il trono, Giovanni si atteggiava a mistico, a uomo di fede, si dava arie da sovrano che non scialacquava in spese inutili e pensava soprattutto all'anima sua e dei suoi sudditi. (p. 20)
  • Menelik, sagace, aveva subito capito che, rispetto ai francesi, gli inglesi e ai russi che gli facevano la corte, gli italiani erano disposti a dare di più: essendo gli ultimi arrivati, avevano fretta e, soprattutto, erano i più miseri. Da accorto giocatore aveva già concepito un piano audacissimo. Per diventare imperatore aveva bisogno degli europei, delle loro armi, delle loro cartucce, dei loro denari. Francesi, inglesi e russi lo coccolavano ma non si facevano mai tirare troppo nel suo gioco. L'Etiopia era una pedina insieme ad altre pedine; e forse neppure la più importante. Gli italiani, no: era evidente che avevano bisogno di qualcuno che li colmasse di promesse, che li facesse sentire importanti. Così avevano largheggiato in doni: 600 fucili e 600.000 cartucce per l'Africa del tempo rappresentava un arsenale da far invidia ai prussiani ed erano sufficienti per far scricchiolare qualsiasi equilibrio strategico, rovesciare province, regni, imperi. E avevano cominciato a diffondere il suo nome nelle cancellerie europee, con prudenza, ma presentandolo come un autorevole antagonista del nemico Giovanni. Menelik non era da meno: seduceva, prometteva, alimentava un carteggio cerimonioso con il «fratello re d'Italia», attento però a non scoprirsi troppo. (p. 24)
  • [Sulla Liberia] L'avevano inventata alcune società di antischiavisti americani che, in attesa di saldare i conti con i sudisti tenacemente aggrappati all'economia del servaggio, decisero di far ritornare in Africa come segno di speranza i neri riscattati a suon di dollari. E avevano regalato loro uno straterello affacciato sul golfo di Guinea, sottratto a qualche tirannello locale a corto di quattrini. Era una storia molto edificante ma che poi virò malissimo, perché gli ex compagni di sventura dello zio Tom, dopo aver baciato la terra degli avi, cominciarono a trovare insopportabili e troppo primitivi i fratelli africani. Con le tasche ben imbottite di dollari e leggere di umana solidarietà, si erano messi a fare i miliardari e i padroni, rendendo schiave le sfortunate tribù locali. (pp. 33-34)
  • Nonostante le decine di spedizioni scientifiche e commerciali, le relazioni, i libri, gli articoli, in Italia non si era capito con che stampo di avversario dovevamo misurarci. Non era il solito re nero dei romanzi del fantasioso giornalista di nome Salgari, che sembravano inventati appunto per essere messi in fuga. La vecchia Abissinia chiusa nel suo acrocoro inabbordabile era sì uno stato feudale, primitivo, feroce ma con una storia millenaria e soprattutto con ambizioni di crescita economica e militare che assomigliavano, guarda caso, molto alle nostre. Sbarcati in Africa senza idee chiare, alla ricerca di un'occasione, eravamo andati a sbattere contro l'unica vera potenza del continente, bene armata e decisa a inghiottire province e regni vicini. (p. 39)
  • Francesco Crispi non era un uomo adatto alla ordinaria amministrazione. E come avrebbe potuto esserlo, a pensarci bene, uno che aveva convinto Garibaldi tentennante, preoccupato, roso dai dubbi, a salpare per la Sicilia, che aveva insomma «inventato», con energia leonina e certezze da profeta, la spedizione dei Mille? (p. 47)
  • Dogali fu per Crispi la rivelazione. La rivelazione di quanto in basso eravamo finiti e di quanto l'Africa, se guidata con mano ferma (naturalmente la sua), poteva rendere in termini di gloria, prestigio, potere. Dogali fu in sedicesimo la prova generale di Adua: tutti i difetti di comando, di preparazione, tutta l'avventatezza, l'ignoranza che portarono a quell'altra ben più gigantesca sconfitta poco meno di dieci anni dopo, erano già scritti nella cronaca di quella scaramuccia coloniale combattuta sulla strada che conduceva dalle calure della costa al fresco e alle delizie dell'altopiano. (p. 55)
  • Alula, che all'inizio aveva accettato con riverenza i nostri doni, in realtà non ci detestava per ragioni pattriotiche ma per ben più tangibili motivazioni economiche. I territori su cui avevamo cominciato a sistemarci da padroni erano la sua riserva di caccia e di razzia, perciò non aveva nessuna intenzione di accettare la concorrenza di nuovi arrivati che promettevano di tosare quelle disgraziate tribù forse con non meno accuratezza di lui ma certo con più riguardi. Insomma gli rovinavamo la piazza. [...] Dedicherà il resto della sua vita impetuosa a nuocerci, conquistando a Adua il suo trofeo più bello. Non lo animava certo l'amor di patria, concetto a lui impervio, tanto che passò la vita a districarsi tra il negus, lontanissimo, e il ras del Tigrè, vicinissimo, con la consumata abilità di un argonauta. (pp. 55-56)
  • Il colonnello Tommaso De Cristoforis era certamente un uomo di fegato, ma in tattica e strategia, come molti ufficiali italiani, un'autentica bestia. Nella fretta di arrivare al salvataggio, infatti, trascurò anche le più elementari regole per una marcia in zona nemica. Ammassò i suoi in un'unica colonna con le salmerie, invece di dividerla a tronconi per costringere l'avversario a disperdersi. [...] Non sapeva nulla dell'Africa: storpiava perfino il nome del posto dove sarebbe stato ammazzato in «Dagolie». [...] Era arciconvinto che contro le masse abissine il fuoco di linea dei soldati europei fosse invincibile. Dal punto di vista astratto era vero. Ma il colonnello, trovandosi all'improvviso accerchiato da 11.000 nemici, con la prospettiva in caso di ritirata di tre ore di marcia pungolato dai «selvaggi» e disponendo di truppe di cui non conosceva la tenacia sotto il fuoco, pensò che l'unica cosa da fare era trincerarsi su una collinetta e resistere. (p. 58)
  • Con il passare degli anni e il peggiorare del carattere, Crispi manifestò sempre più la pericolosa tendenza a sentirsi personaggio della provvidenza e quindi a schivare le fastidiose incombenze da uomo normale che il parlamentarismo e lo Statuto imponevano a chi detiene il potere. (p. 63)
  • [Su Alfredo Oriani] Oggi questo raffinato e visionario intellettuale è totalmente dimenticato o tutt'al più brevemente citato nelle note a piè di pagina delle antologie della letteratura dell'Italia umbertina. Eppure nessuno meglio di lui diede voce all'ubriacatura di delusione e rancore che in quegli anni di crepuscolo risorgimentale si stava diffondendo nel paese. (p. 65)
  • Il tenente generale, anzi Sua Eccellenza il tenente generale Oreste Baratieri, era certamente e sotto tutti gli aspetti un uomo di valore, colto, preparato, ben disposto ad apprendere e a capire, curioso del mondo e degli uomini, coraggioso perché aveva partecipato a molte campagne militari, e che campagne!, l'impresa dei Mille e quella del '66 che avevano fatto la patria libera, indipendente e una. Si poteva tranquillamente affermare, e su questo anche i suoi (pochi) nemici concordavano, che era un uomo di qualità. Ma purtroppo nel suo forbito curriculum si nascondeva un piccolo velenoso tarlo. [...] Ebbene, per farla corta, l'eccellentissimo Oreste Baratieri governatore di Eritrea, trionfatore delle armate dei dervisci e del Tigrè, non era un soldato di professione ma di occasione. Era inanzitutto un garibaldino. (p. 134)
  • Ci sono luoghi nella storia in cui si sono combattute atroci battaglie, migliaia di uomini si sono massacrati, hanno guardato per l'ultima volta il sole e commesso per sopravvivere terribili atrocità, spesso inutilmente; luoghi in cui ci si accorge del carattere totalmente artificiale della guerra, dello spazio abissale che separa gli scopi da essa perseguiti, terre, onore, ricchezza, fama, e l'enormità dei sacrifici necessari per raggiungerli. È la sensazione che si prova davanti alle disteze un tempo desolate e ora serene di Verdun, sulle sabbie afose e inutili di El Alamein, tra le pietre assetate del Carso. Adua è uno di questi luoghi. Eppure tutti la chiamano città santa. Forse perché una legge antica vietava che vi si eseguissero sentenze capitali. (p. 186)
  • [Su Maconnèn Uoldemicaèl] In quell'uomo elegante e snello, dagli occhi vivaci, si nascondevano le stesse doti di astuzia, prudenza e fulminea capacità di decisione che avevano portato Menelik sul trono. In lui c'era qualcosa di misterioso che lo rendeva inaccessibile nonostante il volto gioviale e sorridente. Era un feudatario incline per natura alla machinazione. (p. 240)
  • Il negus stimava Maconnen. Apprezzava il suo modo di essere implacabile con il sorriso sulle labbra, la prudenza machiavellica con cui si gettava nelle imprese più ardue tenendosi sempre una via di fuga, accecando l'avversario con una falsa pista, la sua capacità di vibrare il colpo con occhio e con mano sicura. (p. 241)
  • [Su Alula Engida] Si sarebbe battuto fino alla morte, perché era mosso da una forza che è in grado di far crollare le montagne: l'odio. E tutta quell'energia, quella prepotenza divenuta dottrina e idea e quel seguito di lutti e tragedie erano legati a un pugno di casupole tutte uguali, con le pietre squadrate alla peggio, intonacate con il fango e un tetto di paglia che per miracolo non lasciava filtrare l'acqua. Quelle stamberghe disseminate in una piana ingiallita dal sole erano il suo nido d'acquila, il segno visibile del suo potere di ras di Asmara. Gli italiani gliele avevano rubate e da allora con metodo, tenacia, volontà incrollabile inseguiva la vendetta. Non pensava ad altro, aveva cancellato dalla sua vita qualsiasi scopo che potesse distrarlo e ingarbugliarli la vista: era in guerra ormai da anni, non toglieva mai la sella dal cavallo e il suo fucile era sempre caldo. (p. 241)
  • [Su Mangascià Giovanni] Era figlio di negus e non avrebbe mai dimenticato che il trono doveva toccare a lui. Sapeva che nella sua corte c'era un partito di irriducibili che lo istigava a battersi fino alla morte per riottenere il trono, che mormorava contro la vergognosa servitù nei confronti degli scioani, popolo debole, imbelle, che si era sempre prosternato quando passavano i tigrini. (p. 241)
  • Era bello Mangascià, di una eleganza un po' femminile che non lo abbandonava neppure quando indossava lo sciamma di guerra, la criniera di leone e in battaglia impugnava la Remington finemente damascato. Anche se si comportava con l'aspra maestà di re, si intuiva subito che quell'energia era finta, mancava di una vera forza interiore. Il ras recitava il ruolo di principe battagliero e irriducibile, ma dentro era fiacco e floscio. (p. 241-242)
  • [Su Mikael di Wollo] Era un gran signore che per vezzo aveva conservato la vecchia abitudine abissina dei capelli pettinati a treccia, abbandonata ormai da tutti. E pensare che era nato musulmano e si chiamava Mohamed Alì prima che il negus Giovanni, scomparso da poco dalla scena del mondo, lo conducesse, con le buone o le cattive, alla vera fede. Era uno che prometteva a tutti, manteneva a pochi e non si fidava di nessuno. Gli bastava battersi con la metà del coraggio che sua madre la regina dei Wollo, Gala Virgit, aveva esibito contro il terribile Teodoro, perché la vittoria fosse sicura. (pp. 242-243)
  • [Su Taitù Batùl] Consapevole di essere destinata al manto purpureo, era passata tra le tempeste di congiure, matrimoni falliti, perfide passioni, carestie e tumulti. Incrollabile come una roccia, rimase sempre a fianco del marito, rammentandogli, anche quando lui esitava e la storia sembrava sul punto di piegarlo e spazzarlo via, che entrambi erano vincolati all'obbligo di difendere e ingrandire quel trono millenario. Non aveva sposato un uomo, aveva sposato un destino. Fu una specie di Isaia. Per questo, a poco a poco, cominciò a coltivare verso di noi un odio ben stratificato, profondo e perenne: capiva che quegli occidentali con i fucili che non facevano fumo e un filo di ferro che permetteva di trasmettere ordini da un capo all'altro del loro regno erano ben più pericolosi dei musulmani o del negus Giovanni. (p. 253)
  • A Adua per la prima volta il Terzo Mondo, che non si chiamava ancora così, dimostrò che l'imperialismo europeo non era invincibile. Non solo. La storia del colonialismo trasuda sconfitte più o meno rovinose degli invasori. La grande novità di Adua consiste nel fatto che, per la prima volta, una nazione europea era stata costretta a rinunciare ai suoi piani e ad accettare la pace. Fu per milioni di uomini una rivelazione. (p. 365)
  • Davvero uomini barbari senza cannoni vinsero uomini civili senza virtù, come pretende una memoria partigiana che è ormai diventata consolidata verità? Non fu così. L'esercito del negus non era solo immensamente più grande, ma disponeva di un numero di cannoni pari al nostro e di fucili che in buona parte erano di modello più recente e sofisticato. Non fu dunque una guerra impari tra ricchi e poveri. Ma certo fu da parte dei nostri generali (cinque, davvero troppi!) un capolavoro di imprevidenza, ottusità e arroganza. (p. 367)
  • A Adua morirono più italiani che in tutte le guerre del Risorgimento, epopea mirabile ma bonsai. Tuttavia quel numero equivaleva ai caduti di pochi minuti di un'offensiva sulle pendici voraci del Carso durante la Grande guerra. E in tale circostanza, di fronte a cifre così mostruose, il paese rimase saldo. Erano tempi in cui per conquistare una posizione si prodigava la vita propria e degli altri. Eppure le conseguenze di Adua furono apocalittiche. Il paese sfiorò la rivoluzione, uno dei pochi grandi statisti della storia italiana, Crispi, fu spazzato via senza possibilità di ritorno, cadde un ministero, vacillò la monarchia perché il re pensò seriamente di abdicare. Si pose la parola fine a qualsiasi sogno coloniale per almeno vent'anni. L'equilibrio, i sentimenti, verrebbe da dire l'anima del paese, furono scosse dalle fondamenta. Non fu una sconfitta, fu una crisi psicologica collettiva, un crollo morale; una nazione intera si stracciò le vesti ed esibì senza pudore la propria umiliazione. (p. 368)
  • Menelik, straordinario talento di uomo di potere, non aveva la stoffa dell'innovatore, di chi con il forcipe trasferisce i popoli nel futuro. Assomigliava semmai a quei padri della patria che hanno guidato verso l'indipendenza molti paesi dell'Africa per poi accontentarsi del tran tran del sottosviluppo e di dispotismi ottusi e crudeli. Visse insomma di rendita. La vittoria contro gli italiani imbalsamò l'Etiopia nel suo Medioevo per un altro mezzo secolo. (p. 372)

Explicit

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Il 12 dicembre 1913 giunse in Europa, distratta da altre preoccupazioni, la notizia che Menelik, ormai ridotto all'ombra di se stesso, era morto, stroncato da un colpo apoplettico. Il nipote giovinetto che saliva su quel trono vetusto di glorie avrebbe ben presto dimostrato di essere uno psicopatico crudele, rovinato dalla sifilide e dall'alcol. L'impero che Menelik aveva salvato sembrò avviato alla disintegrazione e premonitrici si rivelarono le parole del suo testamento: «Voi tutti che ho cresciuto ed elevato a dignità, voi tutti principi e soldati grandi e piccoli, sappiate che maledico colui che disobbedirà alla mia parola». Salvò l'Etiopia Hailè Selassiè. Era figlio di Maconnen, l'astuto, ambiguo «amico degli italiani».

Note

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  1. a b Da Orgoglio a piedi scalzi, La Stampa, 22 marzo 2010.
  2. Da Come i migranti vedono gli italiani, La Stampa, 9 luglio 2017.
  3. a b Da Basta soldi ai presidenti-dittatori. Se vogliamo aiutare l’Africa dobbiamo finanziare le rivoluzioni, La Stampa, 21 giugno 2018.
  4. Da La ferocia di Kadyrov ultima arma di Putin, La Stampa, 15 marzo 2022, p. 4.

Bibliografia

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  • Domenico Quirico, Adua La battaglia che cambiò la storia d'Italia, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, 2004, ISBN 88-04-52681-5

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