Michelangelo Castelli

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Michelangelo Castelli

Michelangelo Castelli (1808 – 1875), politico italiano.

Il conte di Cavour. Ricordi di Michelangelo Castelli[modifica]

  • Quando Guerrazzi venne a Torino, mi richiese di presentarlo a Cavour; era cosa naturale, e Cavour desiderava egualmente di conoscerlo. Lo accompagnai, e li lasciai soli. Ritornato dopo il loro abboccamento da Cavour, questi mi disse subito: «Che occhi ha quel suo Guerrazzi!» Nello stesso giorno rividi Guerrazzi che appena vedutomi, esclamò: «Che occhi ho trovato in Cavour!» – Si erano misurati e giudicati sotto le stesse impressioni. (p. 34)
  • Il conte Cavour uscì fuori un giorno a dirmi: «Convenga con me, che il Connubio fu il più bell'atto della mia vita politica
    Io lo guardai negli occhi, e poi gli risposi: «A me lo dice? a me che ho durato quasi un anno a persuadere or lei, or Rattazzi[1] onde portarli a quel punto che Ella ben ricorda?» e Cavour scoppiando in una gran risata sclamò: «È vero, è vero (già cà l'è vera), mio caro Castelli,» e poi a furia una fregatina di mani. (p. 39)
  • Non voglio esagerare le conseguenze del Connubio, ma sta in fatti che dopo che fu compiuto, la politica nostra[2] prese un indirizzo più franco e sicuro; che Cavour coll'appoggio di Rattazzi, prima nella Camera, e dopo nel Ministero, poté inaugurare il sistema del libero scambio, molti provvedimenti e riforme finanziarie, poté sostenere le leggi ecclesiastiche, ottenere il voto per la spedizione di Crimea, sventare in Senato la crisi suscitata per la legge sugli Ordini religiosi, e giungere sino al Congresso di Parigi, al Convegno di Plombières coll'Imperatore[3] e finalmente all'anno 1859[4]. (p. 46)
  • La spedizione di Crimea segna l'epoca del riconoscimento della questione Italiana come questione Europea, poiché essa fu che ci portò al Congresso di Parigi, ed alla naturale conseguenza di esso, al convegno di Plombières – alla guerra del 1859[4]. (p. 59)
  • Cavour aveva di Garibaldi quel concetto che finirà per essere confermato dalla storia quando quest'uomo straordinario sarà giudicato dal tempo; e siccome non vi fu mai uomo che sia stato più adulato dai suoi partigiani, ed abbia ottenuto una popolarità più incontestata, così Cavour lo apprezzava in ragione dell'influenza che poteva esercitare sull'andamento della causa d'Italia. (p. 87)
  • Cavour non concepiva grandi amori, ed ancor meno grandi odii; ma posso dirlo qui francamente, conscio di dire la verità, che sarebbe stato felice dell'amicizia di Garibaldi, e che questi avrebbe trovato in Cavour tutt'altr'uomo che non s'immaginava. Ma pur troppo Garibaldi (e non glie ne faccio carico perché subì l'influenza altrui) vide sempre in Cavour l'uomo che aveva venduto la di lui patria[5], si compenetrò di tutti i sospetti, di tutte le ire che nel 1847-1848 avevano tentato di far segno all'odio, al sospetto pubblico il nome di Cavour. Molti di quelli che stillarono nel cuore di Garibaldi quel veleno, o si ricredettero, o, forzati dalle circostanze, si volsero a lui amici sinceri o finti, ma nell'animo e nel cuore di Garibaldi le prime impressioni s'impiantarono incancellabili colla tenacità conseguente al carattere dell'uomo. (pp. 90-91)
  • Il conte Cavour aveva sortito dalla natura un'eccellente costituzione fisica; piuttosto piccolo di statura, di carnagione fiorita, di temperamento sanguigno, mostravasi inclinato a pinguedine. Vivacissimo in tutti i suoi movimenti, quando lo si credeva sopra pensiero scappava talora in un fregamento di mani quasi convulsivo che finiva sempre col rasserenarlo, apparendo sul suo viso un'espressione di vero sollievo. (p. 93)

Bibliografia[modifica]

Note[modifica]

  1. Urbano Rattazzi (1808–1873), politico italiano.
  2. La politica del Regno di Sardegna.
  3. Napoleone III di Francia.
  4. a b Seconda guerra d'indipendenza italiana.
  5. Si allude alla cessione alla Francia di Nizza, città natale di Garibaldi, nel 1860.

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