Roberto Bracco

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Roberto Bracco (1911)

Roberto Bracco (1861 – 1943), poeta, scrittore, drammaturgo italiano.

Citazioni di Roberto Bracco[modifica]

  • TARANTELLA ANTICA
    Tiene ll'uocchie che fanno pertose
    tiene 'nfacce azzeccate doi rose,
    tiene 'e llabbra cucente e addurose
    tiene a 'e recchie doi perle custose.
    Tiene rossa na vesta sfarzosa,
    tiene mmocca na voce azzeccosa,
    tiene 'nfronte na stella pumposa,
    tiene 'ncore... nun saccio che cosa.
    Tiene 'o pede che pare nu fuso,
    nu scarpino tu tiene cianciuso,
    tiene pure 'o marito geluso
    e cu mmé fai 'ammore annascuso.
    Chi a stu dito n'aniello t'ha miso,
    'o patrone de stu paraviso,
    me vo accidere, ma more acciso,
    e facimme n'acciso e nu mpiso! (da Ribalta marzo 1973, Napoli)

Lettere a Laura[modifica]

Incipit[modifica]

Cara Laura,
non mi avete fatto sapere più niente della vostra salute. Io sono in pena e ho bisogno di voi per alcuni abiti, urgentemente. Vi spero guarita. E non mi spiego il perché del vostro silenzio. Fatemi sapere la verità se non volete o non potete più lavorare. Certo, non vi siete regolata bene con un cliente come me. Vi saluto.
Vostra R. Brocchi

Citazioni[modifica]

  • 9 novembre 1923
    Laura cara, sono uscito per affari urgenti, perciò forse non sarò in casa quando mi telefonerai.
    Cerca di venire oggi in Piazza Plebiscito alle ore 7. Se vieni col cappello, potremo stare al coperto. Non c'è bisogno che tu faccia toletta. Basta il cappello.
    Un bacione
  • Figlia mia cara cara cara,
    hai mandato Giovanni apposta a Napoli... L'ho capito. – Del resto, ti ringrazio, – Fortunatamente, Giovanni mi ha trovato in casa. Non sono uscito.
    Sii calma, garbata, abile, diplomatica. E se combini, che Dio sia benedetto. Ma non lo spero. Abbraccio.
  • Laura mia adoratissima,
    ti ringrazio della raccomandazione. Ma se piove io tornerò oggi stesso. Ho fatto quel poco che potevo fare. E solo mi sento oppresso. Non impensierirti. So quel che faccio. E mi preservo. Non fa freddo. – Se non vengo, vuol dire che ho creduto opportuno di non espormi. Tanti bacioni a te. Saluti ad Arnaldo. – Tuo Roberto.

    P S. Mando ad Arnaldo delle belle pantofole che ho comperate al Calzaturificio Varese.

Lettera critica a Salvatore Baratta[modifica]

Incipit[modifica]

La benevolenza di Pasquale Cinquegrana mi ha mentovato come uno dei poeti che contribuirono a far fiorire la canzone di Napoli nel periodo in cui s'iniziò la continuità produttiva, diciamo così, ufficiale di questa piccola e pur tanto preziosa forma d'arte nostrana.
fra la schiera di questi poeti io non fui che un avventizio. Fu, invece, proprio lui, Pasquale Cinquegrana – mite, schivo, solitario – un militante di quella schiera, un canzoniere di cartello.
Epperò, mio caro Baratta, l'elogio che Pasquale Cinquegrana alla raccoltina dei vostri versi e che voi potete considerare come un giudizio definitivo, libera da ogni titubanza l'ammirazione mia, che volentieri esprimo in queste poche parole da voi destinate, insieme col suo elogio, al posto della prefazione.

Citazioni[modifica]

  • Voi siete riuscito a evitare i motivi più sfruttati e divenuti oramai convenzionali del pittoresco di Napoli; siete riuscito a evitare i motivi della solita malavita, che hanno avuto, senza dubbio, poeti mirabili, ma che ora è tempo di bandire per lo meno dal regno della canzone. (p. 33)
  • L'anima napoletana è davvero ritratta tale qualè dalle vostre canzoni. (p. 33)
  • I vostri versi son versi d'amore. Benissimo. L'amore parla tutte le lingue e ha tutte le nazionalità. Ma la sua patria è Napoli. (p. 33)

Explicit[modifica]

  • Continuate, dunque, mio caro Baratta, continuate a essere fedele alla buona Musa ch'è venuta a cercarvi e a sorridervi nel vostro nascosto cantuccio di vita senza trarvene per indurvi a percorrere vie ardue e perigliose; e date ancora a Napoli canzoni, canzoni, canzoni. E che la Musica sia con voi!... Non quella, beninteso, del jazz-band, ma la Musica partenopea, se Dio vuole: Chitarre e mandolini.

[Roberto Bracco, Lettera critica a Salvatore Baratta; citato in Salvatore Baratta, Core Signore, Editrice Ciccarelli, Napoli 1950]

Incipit di alcune opere[modifica]

Ad armi corte[modifica]

Il Domestico (un giovine piuttosto tarchiato, dal volto stupidamente austero, dall'incesso solenne — introduce Laurina Corbari.): Giacchè insiste tanto, favorisca in questo salotto e aspetti. Ma le ripeto che il dottore non c'è.
Laurina (snella, piccoletta, graziosa, elegante, — di un'eleganza birichina e capricciosa — entra con un'aria un po' insolente, la testolina eretta, agitando l'ombrellino, avanzandosi senza titubare.)
Il Domestico (urtato da quella noncuranza): E poi, è ammalata, lei?
Laurina: Molto! (Alla chetichella, con una mano guantata, stendendo il mignolo e l'indice, fa le corna contro la jettatura.)

Don Pietro Caruso[modifica]

Fabrizio (è seduto, con le braccia incrociate, con la faccia buia.)
Margherita (è alla finestra, e parla a voce alta con una vicina.): Grazie, signora Punzo! (Poi, rivolgendosi pianissimo a Fabrizio) Scusa. È la signora Punzo qui accanto che mi ha avvertita di tirar su le lenzuola, ch'erano a prendere aria. (Da una funicella esteriore, ritira due lenzuola e le piega, seguitando a parlare con la vicina.) Se non mi aveste chiamata voi, io non me ne sarei nemmeno accorta del cattivo tempo.

Dopo il veglione o viceversa[modifica]

Lui e Lei entrano.

Lei è vestita da uomo. Lui, «viceversa», è vestito da donna. E tutti e due portano il domino e la maschera.
Lui si burla di Lei, e Lei si burla di Lui.
Dal cappuccio di Lei scappano i riccioli della parrucca maschile; da quello di Lui scappano i riccioli della parrucca femminile.
Sicchè, Lui è convinto che Lei sia un uomo: Lei è convinta che Lui sia una donna.
Lei si avanza conducendo Lui, graziosamente, per mano.
Lei (imitando una voce maschile):

Siam giunti, mascherina....
Vi prego, favorite:
la casa è un po' piccina:
è casa da garçon.
Non è degna di voi,
lo so, ma compatite....
chè, in fin dei conti, poi,
in due ci si sta ben.

Fiori d'arancio[modifica]

Don Paolo (si è appisolato sulla vecchia poltrona, con le spalle volte al signor Vannucci. Ha davanti il tavolinetto su cui sono una tazzolina vuotata e un mazzo di carte.)
Vannucci (è seduto presso la scrivania, curvo sopra un registro aperto, e scrive. Un lungo silenzio. A un tratto, si lascia scivolare con mal garbo la penna dalle dita): Ih, che inchiostro! Che inchiostro! (Prende l'orciuolo e versa inchiostro nel calamaio. Quindi, stringendo fra le labbra i peli più lunghi dei baffi, borbotta:) Si va male. Male assai! (Guardando il registro) Punti scadenti in grammatica, punti scadenti in geografia, punti scadenti in condotta...: punti scadenti sempre! Fatiche buttate via con queste fanciulle benedette! L'istruzione obbligatoria?... A che pro? A che pro?... Fisime, caro don Paolo, utopie, sogni! La scuola nel villaggio! Uhm! Che sbaglio! Ignoranti vogliono restare, ignoranti! Ed è meglio!... Oh, la santa, beata e comoda ignoranza! Altro che progresso! Diceva bene il celebre Giuseppe Verdi: «Torniamo all'antico!» Già, voi siete un progressista sfegatato!... Menate vanto di seminare in campagna le idee della città e quindi non potete essere della mia opinione. Non è così? Eppure, voi, che dite di conoscere a fondo l'umanità, dovreste capirmi. (Un silenzio.) Don Paolo, parlo con voi. (Un silenzio.) (Alzando la voce e chiamando:) Don Paolo, don Paolo!

Fotografia senza....[modifica]

(Tina di Lorenzo-Falconi, accompagnata da suo marito Armando Falconi, è intervenuta a una festa da ballo del Circolo Artistico di Napoli, la cui Direzione intende donare a tutti i socii presenti un ritratto di Lei.)
(In una parentesi della festa, mentre le coppie danzatrici riposano, Armando Falconi è vivissimamente pregato di dire un monologo. Le cortesi insistenze non ammettono rifiuto, ed egli si rassegna alla volontà degli astanti. Sicchè, eccolo dinanzi al pubblico, come alla ribalta.)
Armando (dopo un lungo silenzio, di titubanza, comincia a parlare).... Se qualche signora o qualche signorina volesse favorire qui, vicino a me, io potrei offrire a questo amabile uditorio qualche cosa di meno noioso che un monologo. (Pausa.) (A uno spettatore:) Come?... Scusi: non ho udito bene. (Tende l'orecchio.) Mi domanda se sono un ipnotizzatore?... No, no: non sono un ipnotizzatore. O, meglio, lo sono a metà. Ho, è vero, la facoltà di addormentare il pubblico ma non quella di svegliarlo. Ah!, con me, il pubblico, una volta addormentato, non si sveglia neppure a colpi di cannone. Del resto non intendo mica di procedere a esperimenti d'ipnotismo. Io supplico qualche signora o signorina di.... (Ha un gesto gentilmente invitante.) (Pausa.) Nessuna?... Proprio nessuna? (Con galanteria) Neanche quella bella donna lì, (indicando Tina) che finge di non guardarmi, ma che mi guarda più delle altre?... Sì, parlo di quella signora con la bocca... (disegna nell'aria col pollice della mano destra i lineamenti della fisonomia di lei)..., con gli occhi..., col naso....

I fantasmi[modifica]

IL VECCHIO SERVO GIUSEPPE, MANLIO e LUCIANO.

Giuseppe (entrando, lento, dalla comune): Abbiano la compiacenza di aspettare qui.
(Lo seguono Manlio e Luciano. — Manlio porta in petto un piccolo fiore con qualche fogliolina.)
Giuseppe (preoccupato): Si accomodino; ma... vedranno che, come ho già loro avvertito, non potrò annunziarli al professore.
Manlio: Se il professore è impedito davvero, annunziateci a sua moglie.

Il diritto di vivere[modifica]

Michele (È solo sul pianerottolo, dritto presso il parapetto, con la faccia volta verso la sala del lavoro guardando in giù.) (Un vocìo di persone affaccendate si leva dall'officina senza altri rumori. Si distinguono poche parole:)
— Il freno a destra.
— No! no!
— A posto!
— Lascia passare....
— La valvola numero 10.
— Il freno a sinistra.

Il frutto acerbo[modifica]

(Quando si alza il sipario, la scena è vuota. Si ode cantare, a grande lontananza, l'ultima strofa dell'antica canzone «Santa Lucia» con accompagnamento di chitarra e mandolino. È una delle canzoni che i forestieri sogliono chiedere ai cantori ambulanti napoletani:)

O dolce Napoli,
O suol beato
Ove sorridere
Volle il creato,
Tu sei l'impero
Dell'armonia.
Santa Lucia!
Santa Lucia!

Il perfetto amore[modifica]

Elena (seduta al pianoforte, suona un brano del «Crepuscolo degli Dei.»)
Ugo (fa capolino dalla prima porta a destra, vede Elena, e si avanza. — Resta lungamente ad ascoltare. Poi, mormora fra sè:) Perbacco! Wagner a memoria! (Ascolta ancora. Riflette.)... Wagnerofila!
Elena (accorgendosi di non essere sola, si alza subito.)
Ugo (si dirige verso il pianoforte per incontrarla di fronte.)
Elena (deviando bruscamente, lo evita. — Siede presso la tavola, sceglie fra i giornali un fascicoletto pieno di piccole caricature, e, con disinvoltura, lo sfoglia.)
Ugo (la contempla alle spalle. — Si morde il labbro inferiore, e ha un moto di ostinazione intraprendente. — Assume un'aria d'indifferenza, siede anche lui presso la tavola, e cerca tra i giornali. — Con in mano una rivista, ne legge il frontespizio, levando un po' la voce per farsi udire:) «La Rinascenza Latina, rivista di scienze, lettere ed arti». (Riponendola sulla tavola) Non mi riguarda. (Ne piglia un'altra) Vediamo questa. (Ne legge il frontespizio:) «La donna Italiana». «Esce ogni due mesi». (Comentando) Esce molto di rado la donna italiana! (Sottecchi, guarda Elena con la speranza di sorprendere un sorriso o un qualunque segno di approvazione o di protesta alla scipita barzelletta.)
Elena (ha gli sguardi fissi sul piccolo fascicolo da lei sfogliato.)

Il piccolo santo[modifica]

(Si picchia alla porta.)
Barbarello (finge di non udire.)
(Si picchia più forte.)
(Si sentono, quindi, di fuori, le voci del Dottor Finizio e di Sebastiano.)
Il Dottor Finizio: Don Fiorenzo!... Don Fiorenzo!...
Barbarello (si ferma, ascolta, sorride mostrando di divertirsi, e non si muove.)
Il Dottor Finizio: Don Fiorenzo!... Vi prego!... Sono io, il dottore!...

Il trionfo[modifica]

Lucio (è adagiato sul basso letto tutto bianco, ma dalla cintola in su è quasi ritto, con le spalle e il capo sorretti da una catasta di guanciali. Ha gli occhi infossati, lo sguardo debole e vagante, il volto pallidissimo e smunto, la barbettina incolta. Ha un braccio serrato al petto, tenendo sotto l'ascella un piccolo termometro.)
Felsani (è seduto sulla poltrona.)
Giovanni (in piedi, presso la candela, ha in mano una lettera.)
Lucio (parlerà con voce fioca; ma quando, a poco a poco, o ad un tratto, egli si animerà, il suo accento avrà vibrazioni affannosamente vivaci.)
Giovanni (guardando la lettera): Qui c'è una cancellatura. Si vede che gli era sfuggita qualche parola eccessivamente efficace....
Lucio: Dottore, sono passati i dieci minuti?
Giovanni (consultando il suo orologio): Non ancora.

Infedele[modifica]

Clara (innanzi ad uno specchio, dopo di essersi lungamente mirata): Che ne dici? Ti va?
Silvio (seduto sopra una seggiola a sdraio, fumando una sigaretta): Il Lohengrin?
Clara: No. La mia acconciatura.

I pazzi[modifica]

(Francesco è seduto allo scrittoio. Agnese è seduta sul divano. Tacciono entrambi, cogitabondi, in una greve tristezza.)
(Il tintinnio del telefono risuona indiscreto.)
Francesco (contrariato — avvicina il microfono.): Pronto. (Pausa.) Io sono il dottor Floriani. E lei?... Chi è lei?... (Ascolta. Pausa.) Non sento. Un po' piú forte, prego. (Ascolta. Pausa.) Cosa dice?... (Ascolta. Pausa.) Ah, ho capito finalmente! Dice d'essere una mentecatta. Se desidera di consultarmi, venga pure. Ricevo di solito dalle 15 alle 17. (Ascolta. Pausa.) Non desidera di consultarmi? E che vuole da me? Si sbrighi! Che vuole?... (Ascolta. Pausa.) Non vuole niente! E allora perché mi ha chiamato?... (Ascolta. Pausa.) Esattissimo! Ammiro la sua perspicacia. È insensato domandarle il movente dei suoi atti o delle idee che le passano pel capo. Neanche ai savii bisognerebbe rivolgere di simili domande. La ossequio. (Ripone il microfono sul cavalletto.)

La chiacchierina[modifica]

(La bimba farà tutto questo discorsone in gran fretta, senza interruzioni, senza pause, senza prender lena.)
Il mio nome è Nora, anzi Noruccia. È un bel nome, lo so. Non l'ho scelto io, ma mi piace di chiamarmi Noruccia. Quando mi si dice «Noruccia, vieni qua», «Noruccia mia», «Noruccia cara», «Noruccia buona», io sono tanto contenta, sono tanto felice e mi pare che tutte le bambine che non si chiamano Noruccia mi debbano invidiare. Ma, disgraziatamente, non sempre mi si chiama così.

La fine dell'amore[modifica]

(Tutti sono seduti, con aria di persone di casa. Giuliano D'Alma ha un libro in mano, e legge estasiato. Renato Albenga ha in mano un taccuino ed un lapis con cui scrive. Il più appartato è Gustavo Rivoli.)
Salvetti (ad Albenga): Non perde tempo il nostro drammaturgo!...
Albenga: Eh!
Salvetti: Scrivete sempre?
Albenga: Butto giù degli appunti. Noialtri artisti psicologici siamo gli apparecchi sismografici dell'umanità.

La piccola fonte[modifica]

Valentino (la cui testa brutta sporge fra le spalle prominenti ed arcuate, è a una delle finestrette — la più visibile — intento a ravvivare una gran quantità di rose che sono in un orciuolo, sul davanzale. Giù, Romolo regge per il bavero una giacca, e Teresa con grande cura la spazzola.)
Teresa: Meglio qui. È inutile impolverare la casa.
Valentino: Signora Teresa! Che diamine fate?
Teresa: Non lo vedete? Spazzolo i panni di Stefano. Tenete su, Romolo, tenete su.

Le disilluse[modifica]

Il Direttore di scena (a sipario calato, esce dalle quinte e, con una certa emozione, si rivolge al pubblico.):

Per voi, piccol gran pubblico, per voi, «mondo dorato»,
Roberto Bracco e Mario Costa hanno improvvisato
una celia che abbonda di note e di parole,
uno spettacolino riboccante di fole.

Lui lei lui[modifica]

Giulio (solo, intento ad aggiustare i mazzolini di fiori freschi nei vasi di maiolica): Come sono grazioso, io, in questa delicata operazione di fanciulla quindicenne! Ecco: la primavera mi dà delle gentilezze sopraffine, dei gusti squisiti e poetici, di cui sono io stesso meravigliato. Carino, questo insieme di rose tee e di mughetti! (Al servo, che entra) Che c'è, Domenico?
Il Servo: La signora ha ordinato tutto il pranzo. Soltanto, desidera sapere se lei, come entre-mets, preferisce i fagiolini al pomodoro o i pisellini al burro.

Maschere[modifica]

(Quando s'alza la tela, Teresa, tutta curva, compunta e come annichilita, con le braccia incrociate, siede sopra una seggiola messa apposta accanto all'uscio della camera da letto.)
Teresa (biascica orazioni; e non alza la voce che per pronunziare in un sospiro le prime e le ultime parole della preghiera:) Requiem aeternam dona ei, Domine; et lux perpetua luceat ei. Requiescat in pace. Amen. — ... Requiem aeternam dona ei, Domine. Et lux perpetua luceat ei.... Requiescat in pace. Amen — ... Requiem aeternam dona ei, Domine. Et lux perpetua, luceat ei....
Francesca (di dentro): Venite appresso a me....
Teresa (tra sè): Finalmente!... Requiescat in pace. Amen.

Maternità[modifica]

Olghina (entra dalla porta laterale con in capo il cappello, infilando le maniche dell'abito. Apre la finestra. Respira giocondamente.) Ah! Che bella giornata! (Tocca il bottone del campanello elettrico.)
La voce di Maurizio: Non fare complimenti, Olghina. Comanda quello che vuoi.
Olghina: Non faccio complimenti, grazie!

Nellina[modifica]

Cesare (è un uomo sulla cinquantina, alquanto emaciato. Il suo sguardo è scialbo, spesso smarrito nel vuoto. I suoi occhi sono cerchiati di livido. Il volto è pallido, ma gli zigomi sono come macchiati di rosso. Egli ha un portamento da gran signore e veste con sobrietà e raffinatezza. — È sdraiato su una poltrona, accanto al tavolino, con le gambe a cavalcioni, dondolando un piede. Cava da una saccoccia un massiccio portasigari di argento, piglia un grosso avana e l'accende.)
(Dal fondo, entra il Servo, recando un piccolo vassoio con una tazza, con la zuccheriera e con una caffettierina. Tutto è squisitamente elegante.)
Cesare: I liquori. (Si versa egli stesso il caffè.)
Il Servo (lascia il vassoio sul tavolino, esce dal fondo, e, alla svelta, ritorna, recando, in un altro vassoio, il servizio dei liquori: bottiglie, bicchieri e bicchierini.)
Cesare (sorseggiando il caffè): Un Cognac.

Nemmeno un bacio[modifica]

(Compariscono, di là dalla gran porta in fondo, il signor De Planes e la signora De Planes, a braccetto. — Lui è un uomo sulla quarantina, bassotto, rotondetto, con le guance rosse, con gli occhi piccoli e cilestrini. Lei, molto più giovane, quasi quasi gli somiglia. Belloccia, fresca, grassottella, ha una testolina che par fatta di succhero candito. Vestono tutti e due con accuratezza goffa. E, di comune, hanno anche il modo di gestire, di muoversi, di guardare. E si guardano tra loro a ogni istante come per consultarsi a vicenda, e fanno spesso, simultaneamente, la medesima mossa, il medesimo gesto. Quando lui parla, lei approva, tacendo, oppure gli fa l'eco. — Senza staccarsi, si fermano. Non osano entrare.)
Il signor De Planes: Sempre così in questa casa! Nessun domestico! (Pausa. — Si guardano.) Vogliamo entrare? (Pausa.) Entriamo.
La signora De Planes: Entriamo.
(Si avanzano — Si fermano, di nuovo, nel centro della stanza. — Guardano intorno e si guardano tra loro.)
Il signor De Planes: Nessun domestico! (Pausa.) Vogliamo sedere? (Pausa.) Sediamo.
La signora De Planes: Sediamo.

Non fare ad altri....[modifica]

(Il Commissario è seduto presso la sua scrivania con aria grave e autorevole. Ritti, innanzi a lui, stanno il brigadiere Malomone, che è molto grasso, fornito di foltissimi mustacchi, di foltissime sopracciglie, di occhi truci, e la guardia Fasanisi, che è un omino magro, sottilissimo.)
Il Commissario (ai due): Continuate, dunque, continuate.
Il Brigadiere: Erano circa le undici, quando io attraversavo per caso quella via...
Il Commissario: Questo particolare me lo avete già favorito parecchie volte.
Il Brigadiere: E mi trovavo a una quarantina di passi dal luogo del disastro.

Notte di neve[modifica]

Graziella (avvolta in uno scialle, dorme supina sul letto. Nell'oscurità sembra una morta.) (Dopo un po' di silenzio, giunge, lento dalla strada, il canto «a dispetto» d'una comitiva di nottambuli sinistri.)
Una voce:

Tu stai dormendo
e non lo sai che noi stiamo svegliati,
e siamo dieci
a cantare per te che ci hai lasciati.

Sperduti nel buio[modifica]

È notte. Sono accesi tre o quattro becchi a gas, Emilia è al comptoir. È vestita con pretensiosa civetteria volgare. Molto ben pettinata, porta un nastro rosso nei capelli. Le pende dalla vita una borsetta di cuoio come alle chellerine, di cui non ha il grembiule e da cui si distinguerebbe anche per la sua aria da padrona. Nunzio è al pianoforte, seduto sopra un sediolino tondo che può girare su sè stesso. Intorno ai tavolini, figure di vario genere, di ceto piuttosto basso: qualche fisonomia losca, qualche sbarbatello, qualche ometto attempato. Si notano due Marinai, alcune donnine equivoche — tra cui Ida ed Elvira — imbellettate, vestite un po' bizzarramente, con una cura che dissimula la povertà. Portano dei cappelli abbastanza fantastici e molto piumati. Presso il comptoir, in piedi, Luigi Cardone, un giovanotto inelegante ed effeminato, con baffetti arricciati, parlotta con Emilia e sorseggia una bibita. Franz Cardillo, un uomo sulla cinquantina, dai capelli fulvi, dal volto lentigginoso, non brutto, ma antipatico, col suo fez in testa, il quale rosseggia nell'ambiente grigio, va e viene con ostentato zelo: entra nel retrobottega, ne esce con le mani ingombre, gira di qua e di là e fa conversazione con gli avventori nel suo linguaggio goffamente spropositato e tronfio.
Nunzio suona una polchetta. Il tocco incerto denunzia l'inesperienza o la svogliatezza. Nel poco spazio disponibile tra i tavolini, ballano, alla men peggio, due coppie. Una è formata da Elvira — che è la più graziosa delle donnine — e da un MARINAIO. L'altra è formata da due uomini: Don Lorenzino e Don Achille. Il primo è smunto, magro, miserello, di età ambigua: un aspetto da scaccino; il secondo ha un'impronta di buona salute, una bella barba, un aspetto d'uomo serio che contrasta con la sua smania di ballerino. Don Lorenzino ha una vocetta fievole come se gli mancasse il respiro: e Don Achille ha una voce quasi femminea che non pare esca da quel corpo abbastanza imponente.
Il ballo continua per un po', sciatto e disordinato, al ritmo zoppicante della polchetta, nell'angustia dello spazio, mentre Franz stura delle bottiglie di gazosa o di birra e gli altri cianciano o guardano, sorbendo le loro bibite.
Elvira (dopo aver fatti alcuni giri di polca, si ferma, staccandosi dal suo cavaliere): È impossibile! Il suonatore non va a tempo!
Ida (con significato): Senti a me, Elvira: tempo perduto!

Tragedie dell'anima[modifica]

Ludovico e Francesco sono seduti quasi nel mezzo della camera, Ludovico sopra una poltroncina, Francesco su una sedia. I loro ginocchi si toccano. Ludovico, con le braccia penzoloni, cerca di stare immobile. Francesco, con le braccia piegate, lo fissa negli occhi acutamente e il suo viso, cachettico, emaciato, ha, nell'atteggiamento dell'ipnotizzatore improvvisato, qualche cosa di comico e di sinistro. Con una sigaretta fra le labbra, fuma avidamente. Durante tutta la scena, egli fumerà di continuo: appena consumata una sigaretta ne accenderà un'altra.
(Passa qualche minuto nel silenzio.)
Ludovico (muove un po' il capo.)
Francesco: E no!... Tu ti distrai.... Lo fai apposta.

Una donna[modifica]

Angiolina: Ohè! Portinaio!... Portinaio, qui non mi si apre.... Non c'è nessuno in casa? (Pausa.) E mi avete fatto salire!... (Pausa.) Allora venite ad aprirmi.... Sono io, Angiolina la rivenditrice.... Venite ad aprirmi.... Aspetterò che venga la signorina.... (Pausa. — Tra sè:) Ah! benedetto Dio!....
(Si apre l'uscio. Entrano il portinaio con un chiavino in mano e Angiolina che porta sul braccio una veste avvolta in un panno bianco.)
Portinaio (entrando): Eh! bella mia, io ho l'ordine di non dare la chiave che al signor Mario. Ho aperto perchè siete voi. Se volete aspettare qui, accomodatevi pure; ma, senza offesa, io vi tengo compagnia.

Un'avventura di viaggio[modifica]

Fifì (innanzi alla specchiera, dietro il paravento, aggiustandosi il cappello sul capo e badando all'effetto complessivo della sua figurina): Dunque, a stasera, eh?
Carlo (accendendo una sigaretta e guardando lei con familiare compiacenza): A stasera. (Lunga pausa.) Ma sì, ma sì che va bene!
Fifì: No, vieni qua, Fuffino mio. Ti piace più così... (variando la posizione del cappello) o così?
Carlo (le va vicino): Aspetta. Fammi vedere.

Uno degli onesti[modifica]

MANINA e FEDERICO.

(Manina è seduta, col volto fra le mani, gli occhi rossi di pianto, i capelli un po' scompigliati. Federico passeggia furiosamente.)
Federico (prende una sedia e la scaraventa a terra. Continua a passeggiare.): Sicchè, ci separeremo!
Manina: Nè più, nè meno. Tu non devi fare altro che recarti da un avvocato, non so, da un notaio e, se lo credi opportuno, mettere in ordine i nostri affari. Del resto, io non ci tengo.
Federico: Io sì.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]