Ruslan Imranovič Chasbulatov

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Ruslan Imranovič Chasbulatov nel 2011

Ruslan Imranovič Chasbulatov (1942 – 2023), economista e politico russo.

Citazioni di Ruslan Chasbulatov[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • Illustri deputati, è successo il peggio. Il presidente ha scelto la strada dello scontro che lo porta dritto fuori dalla Costituzione. Con uno svolazzo di penna è stata cancellata la volontà dei deputati, del Soviet supremo che lo ha eletto presidente e che, per ben quattro volte, gli è andato incontro. Qui si vuole contrabbandare la disperazione della gente per la rivincita del comunismo. È vero invece, che siamo di fronte al fallimento di una politica. Ma è anche vero che l'idea comunista ha diritto di asilo tra le forze politiche.[1]
  • La democrazia si difende con la Costituzione, non con il concentramento dei poteri. La gente non vuole la dittatura.[2]
  • [Sulla prima guerra cecena] Bisognava negoziare con Dudaev quando lo chiedevo io, l'estate scorsa. [...] È un conflitto personale tra Dudaev, clan mafiosi locali che si arricchiscono con il petrolio ceceno e il traffico d'armi e narcotici, e il popolo ceceno e russo. È un conflitto artificiale che, sotto la bandiera dell'indipendenza, mira a depredare la Cecenia delle sue risorse.[3]
  • [Sulla seconda guerra cecena] Bisogna fermare la violenza e riaprire i negoziati. [...] Condanniamo senza riserva l'atto terroristico di Mosca e escludiamo nel modo più assoluto una responsabilità del governo ceceno: allo stesso modo condanniamo senza riserve ciò che viene inflitto ogni giorno alla popolazione civile cecena.[4]

Khasbulatov: maledico il giorno che cominciai a fare politica

Intervista di Dimitri Polikarpov e Francisco Herranz sulla crisi costituzionale russa del 1993, La Stampa, 2 dicembre 1993, p. 12.

  • Tra i difensori della Casa Bianca c'era gente molto diversa. Alcuni avevano l'animo troppo bellicoso. Al di là dell'"anello di difesa" esterno, la situazione era incontrollabile. Perciò decisero di utilizzare quella situazione provocando la gente che era fuori dell'"anello". Improvvisamente il 3 ottobre li "lasciarono passare" verso la Casa Bianca e poi li istigarono, praticamente li portarono ad assaltare il Comune e la torre della televisione Ostankino. In quei fatti ci fu un elemento spontaneo mescolato con una provocazione ben organizzata.
  • I leader della Casa Bianca erano disposti a mantenere qualsiasi negoziato serio. Tuttavia risultò evidente che la gente di Eltsin voleva solo guadagnare tempo. Il Cremlino aveva un solo obiettivo: sciogliere il Parlamento a qualsiasi prezzo.
  • Per me la cosa più importante fu di mantenere il "buon nome" del Parlamento, il suo onore e la sua dignità. Rendendoci conto che ci avrebbe giudicato la Storia, decidemmo volontariamente di rimanere nell'edificio del Parlamento.
  • Il Cremlino aveva bisogno degli avvenimenti del 4 ottobre e del bombardamento della Casa Bianca con i carri armati per cercare di macchiare di sangue l'esercito. Fino a quel giorno le forze armate si erano mantenute al margine, "senza macchiarsi". Il 4 ottobre Eltsin consolidò la sua dittatura sparando grossi proiettili contro i parlamentari nel pieno centro della metropoli.
  • I fatti del 4 ottobre non hanno precedenti nella nostra storia. Non successe nulla di simile neppure nell'epoca di Stalin.
  • Molti furono portati alla Casa Bianca dalla sensazione di pericolo. L'ingiustizia e la crudeltà delle autorità del Cremlino erano tanto evidenti che gente con punti di vista politici inconciliabili si rese conto che si stava avvicinando il fascismo.
  • In più di un'occasione misi in guardia sul possibile sviluppo sanguinario del processo politico in Russia. Ora il Cremlino vuole scaricare la colpa sui deputati, dopo averli chiamati "nemici del genere umano".

"Qui c'è una dittatura. Non torno alla politica"

Intervista di Enrico Franceschini sulla crisi costituzionale russa del 1993, la Repubblica, 28 febbraio 1994

  • I giornali russi hanno scritto un sacco di balle, come se io e Rutskoj avessimo chiesto aiuto solo per fuggire chissà dove. [...] La stampa russa ha ingannato la nostra gente. Comunque siamo usciti vivi dal Parlamento, il 4 ottobre, non per l'aiuto dei governi europei, ma perché i commandos del gruppo Alfa e Vympel, spediti da Eltsin ad ucciderci tutti quanti, rifiutarono di obbedire agli ordini. E per punizione, come sapete, nei giorni scorsi Alfa e Vympel sono stati dissolti, distrutti.
  • Due giovani comandanti arrivarono fino a noi. Ci eravamo spostati nella stanza attigua a quella in cui poco prima vi avevamo ricevuti per l'intervista, perché in quella continuavano ad arrivare i colpi. Dissero così: "Il nostro gruppo si è riunito, e ha deciso di non eseguire l'ordine di catturarvi e di fucilare lei, Ruslan Imranovic, Aleksandr Vladimirovic, che rispettiamo molto, e tutti gli altri che sono qui. Ma noi siamo ufficiali, abbiamo cuore, ragioniamo con la nostra testa, amiamo la patria e sappiamo che difendete una giusta causa, la Costituzione. Per questo non spareremo. Se vi fidate, seguiteci, uscite di qui insieme a noi, e vi proteggeremo da quelli là. Garantiremo la vostra sicurezza, anche se vi attaccassero". Ci siamo fidati e andò tutto bene.
  • Negli ultimi tre anni è diventato difficile trovare interlocutori politici veramente degni sul piano dell'onore. Quelli con cui ho avuto a che fare si comportavano da ladruncoli, sempre pronti a tradire la parola data. Piccoli intriganti che si atteggiano a grandi uomini politici. Mi disgustano. Non so quando apparirà una nuova classe dirigente.
  • Purtroppo in Russia la democrazia ha fatto un gran passo indietro. Fino al 21 settembre c'era un regime democratico, una Costituzione democratica, c'erano migliori possibilità di uscire dalla crisi economica. Ora c'è un sistema autoritario. Chiedete ai leader occidentali se sono contenti del risultato. Vorrei che passaste la mia domanda al signor Kohl, al signor Major, al signor Mitterrand, al signor Clinton: sono contenti di quello che hanno fatto della Russia? Hanno aiutato Eltsin a diventare un dittatore senza limiti né controlli, hanno spinto il Paese sull'orlo della distruzione. Per la nostra gente non c'è più né democrazia né libertà: sono contenti in Occidente?
  • Ora dicono quel che la gente vuol sentire: ma ho i miei dubbi che siano capaci di agire. E se fanno qualcosa, lo fanno in modo maldestro, poco professionale. Irritando il popolo russo e la comunità mondiale.
  • Se siamo liberi, dobbiamo tutto al popolo. Già da settimane si parlava della mia liberazione. E poi non c'erano prove, tutti i loro tentativi di fabbricarle sono stati vani. Questa storia non stava più in piedi. Erano obbligati a liberare me e Rutskoj.
  • Si afferma che Eltsin ha creato un nuovo sistema. Non è vero, usa gli stessi metodi comunisti di una volta.
  • [«Ma se ora potesse dire qualcosa a Eltsin...»] Non gli direi nulla. Per me, lui non c'è più. Non lo considero né come leader politico né come presidente, quest'uomo non esiste più, non è né vivo né morto. Per me è finito.

«Basta con la politica non mi fido di nessuno»

Intervista di Vjaceslav Terekhov sulla crisi costituzionale russa del 1993, La Stampa, 28 febbraio 1994, p. 4.

  • Provo un sentimento di ripugnanza per i politici in attività. Oggi come oggi non vedo una sola persona di cui ci si possa fidare, non ce n'è uno di cui essere sicuri che mantiene le promesse che fa.
  • Rispetto ai politici in circolazione, Machiavelli qui a Mosca farebbe la figura di un bambino.
  • Io non ho mai ordinato l'assalto al municipio, né al centro televisivo di Ostankino. Quando sono intervenuto nell'aula del Soviet Supremo non sapevo che c'erano stati scontri armati e che era stato versato del sangue.

Gli errori del mio nemico Boris

Intervista di Giulietto Chiesa sulla prima guerra cecena, La Stampa, 12 gennaio 1995, p. 9.

  • Io sapevo fin da agosto che il Cremlino pianificava l'intervento militare. Sapevo che c'era una lotta furibonda attorno a Eltsin. Andai in Cecenia proprio per scongiurare la scelta militare. E invitai i deputati della Duma a venire a vedere con i loro occhi. Ne arrivò uno solo, del partito di Zhirinovskij. Adesso alcuni giocano abbastanza cinicamente le loro carte sul fallimento di questa operazione.
  • Hanno giocato diversi fattori [che condussero alla guerra]. Ma uno è stato determinante: il Cremlino voleva dimostrare la sua forza, proprio mentre diventava sempre più debole nel Paese. Certo che hanno sbagliato i calcoli. Pensavano di vincere in pochi giorni e con poche perdite. Il loro comportamento dimostra che non conoscono il Paese che pretendono di governare.
  • Il regime autoritario finirà per uscirne rafforzato, anche perché tutti quelli che gli si oppongono, pur maggioritari, non sono organizzati, né uniti, né hanno un programma chiaro. Ma sarà una svolta autoritaria a tempo definito. Poiché si accompagnerà a una forte destabilizzazione sociale, economica, nazional-territoriale. La disintegrazione della Russia si accentuerà. Conservare a lungo il potere in queste condizioni sarà impossibile.
  • La disintegrazione della Russia è il diretto risultato della politica di Boris Eltsin. Se si dimettesse non farebbe certo più danno di quanto ne fa restando.

Note[modifica]

  1. Citato in «Giudici, scomunicate Eltsin», L'Unità, 22 marzo 1993, p. 5.
  2. Citato in Khasbulatov: impeachment? Mai detto, La Stampa, 26 marzo 1993, p. 7.
  3. Citato in Eltsin rinvia l'assalto finale, la Repubblica, 16 dicembre 1994.
  4. Citato in «La Cecenia che vorremmo», La Stampa, 30 ottobre 2002, p. 12

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