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Seconda guerra cecena

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Seppellimento di caduti in una fossa comune

Citazioni sulla seconda guerra cecena.

Citazioni

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  • A differenza della prima guerra cecena di pochi anni precedente, poco popolare e spesso duramente criticata dai russi, il secondo conflitto godette di un grande consenso. La lotta contro il terrorismo fu, lo si può dire con certezza, il primo progetto a livello nazionale a dare a Putin un'incredibile popolarità, trasformandolo in un idolo di fronte alla schiacciante maggioranza degli elettori. (Nicolai Lilin)
  • Bombardare un convoglio con bandiere bianche è un crimine di guerra. Lo è anche usare bombe a vuoto contro i civili. Lo è anche la tortura su scala industriale. Ho visto prove schiaccianti di tutti e tre questi crimini contro l'umanità nella guerra di Putin in Cecenia e sono tornato cercando disperatamente di capire come l'Occidente potesse permettere che i crimini dei russi rimanessero impuniti. Nel 2000, c'erano prove evidenti che Vladimir Putin fosse un criminale di guerra. L'unica cosa che posso dire è: ve lo avevo detto, maledizione. (John Sweeney)
  • È difficile, praticamente impossibile, descrivere la crudeltà della Seconda Guerra Cecena, quanto fosse spietata la macchina della morte del Cremlino. La cosa più difficile per me, come giornalista e come essere umano, è stato assistere all'errore colossale commesso dai leader occidentali che rimasero vicini a Vladimir Putin, quando c'erano prove schiaccianti dei suoi crimini di guerra in Cecenia e dei crimini contro l'umanità commessi quando l'FSB aveva fatto esplodere i condomini a Mosca. (John Sweeney)
  • Ho tredici anni, nella nostra via c'è un funerale. Hanno ammazzato un ragazzo fresco di diploma: lo hanno chiamato sotto le armi, mandato in Cecenia e ammazzato. Chi è stato?, chiedo a Lenja, il mio vicino. I ceceni. Perché? In Cecenia c'è la guerra. Contro chi? I terroristi. Caspita, penso io. Uccidere i terroristi è più figo che uccidere i nazisti. Anzi no. Sempre meglio i nazisti. O forse i terroristi? Povero ragazzo, ci mancherebbe. È un eroe, certo. Lenja esagera a chiamarla guerra, però. Alla televisione parlano di operazione antiterrorismo. Se ci fosse la guerra lo sapremmo. (Elena Kostjučenko)
  • Il secondo conflitto è stato un fulmine senza pietà scaricato sul terrorismo islamico internazionale. Siamo entrati ufficialmente in guerra alla fine di agosto nel territorio occupato dalle formazioni terroristiche e l’abbiamo preso sotto controllo totale a dicembre, liberando una difficile regione che si estende tra le montagne del Caucaso. A quel punto gli scontri diretti sono finiti e il nostro lavoro era limitato ad operazioni preventive e di routine di mantenimento dell’ordine e legalità della Federazione Russa sul territorio. (Nicolai Lilin)
  • In Cecenia l’esercito russo scatena bombardamenti massicci e devastanti sulla capitale Grozny; le offensive contro i separatisti sono spietate e sanguinarie. Furono i reportage sconvolgenti di Anna Politkovskaja a svelare le atrocità, i crimini contro la popolazione civile e le sistematiche violazioni dei diritti umani da parte dell’esercito russo e del governo. Violazioni, soprusi e corruzione che avevano infettato la Russia. (Leonardo Coen)
  • In verità quel conflitto fece soffrire tanta gente innocente, e solo in seguito si ebbe la conferma che la Russia aveva fatto un uso eccessivo della forza e compiuto crimini di guerra in Cecenia. La stampa russa, nelle mani degli oligarchi vicini a Eltsin che avevano garantito il loro appoggio anche a Putin, o meglio, che avevano creato Putin, dava una versione molto edulcorata dei fatti. Così l'opinione pubblica russa credette anche alla storia ufficiale secondo cui c'erano i ceceni dietro gli atti terroristici di Mosca e di Volgodonsk a settembre, per quanto mancassero le prove a conferma [...]. Tuttavia, pur alla luce di ciò che sappiamo oggi di quelle vicende, devo precisare che non è per lavaggio del cervello che i russi furono favorevoli all'invio dei soldati in Cecenia. Molti ribelli ceceni erano di fatto dei banditi che operavano anche in territorio russo e i cui metodi erano assolutamente medievali. Peraltro le loro attività non si limitavano al Caucaso e a qualche occasionale attacco terroristico al di fuori della regione. Le bande criminali cecene agivano in tutto il paese, per quanto non sarebbero mai diventate tanto potenti e pericolose senza l'appoggio dei loro affidabili "soci in affari" a Mosca. I russi vedevano dunque l'operazione militare in Cecenia come un mezzo per porre fine alla piaga della corruzione e della criminalità nelle loro città. (Garri Kasparov)
  • La maggior parte della gente che protesta contro la guerra in Cecenia [...] è stata accusata di aver rivelato segreti militari. Ma in realtà non sono segreti, sono cose risapute, l’autorità semplicemente non vuole che la gente ne parli. (Vladimir Konstantinovič Bukovskij)
  • La Russia è estremamente preoccupata della sua integrità territoriale. Come reagirebbero altri paesi ad una aggressione paragonabile all’attacco dei ceceni contro i russi nel Daghestan? La guerra in Cecenia è una faccenda di terrorismo e il terrorismo non ha confini. (Leonid Kučma)
  • Ma cosa poteva fare d'altro Putin, visto il suo profilo politico e la natura del suo successo? Trattare con i ceceni sarebbe stata un'umiliazione troppo forte. Non avrebbe mai potuto soddisfare, in tutti i casi, le loro rivendicazioni. Un ritiro delle truppe russe dalla Cecenia? Neanche parlarne. Né il presidente della Federazione Russa, eletto sull' onda della promessa di mettere fine alla rivolta cecena, poteva offrire lo spettacolo di un negoziato, sia pure fittizio, avviato con la sola intenzione di prendere tempo. (Bernardo Valli)
  • Mentre il cuore dei russi era angosciato per i giovani inviati in guerra, praticamente nessuno sembrava provare compassione per i civili ceceni, in teoria loro connazionali, ancora una volta sotto il tiro dei bombardamenti. Un'altra particolarità rendeva questa nuova guerra in Cecenia diversa dalla precedente: adesso, nella percezione comune, l'offensiva russa era capeggiata da un leader. Mentre El'cin, all'inizio della guerra del 1994, dava l'impressione di qualcuno che si agita in maniera scomposta e disperata, il suo nuovo primo ministro, che cinque anni dopo ricominciò la guerra, era percepito come un impavido difensore del cittadino comune. (Maša Gessen)
  • Putin era felice. Gesticolava emozionato e diceva: «Glielo abbiamo fatto vedere, li abbiamo presi». Poiché non avevo niente da perdere dissi a loro tutto quello che pensavo della guerra in Cecenia. Gli dissi che le truppe russe ai suoi ordini commettevano un delitto. Lui continuava a dire che c'erano banditi e che li avrebbe fatti fuori e che lui era lì per fare in modo che la Federazione russa rimanesse intatta. Quello che mi disse in privato era esattamente quello che aveva sempre detto sull'argomento in pubblico: era la sua sincera opinione. Invece la mia opinione sincera era che si trattasse di un crimine. (Andrej Illarionov)
  • Ricordo benissimo quegli anni. Ero in Cecenia, tra i volontari che si prodigavano per recare aiuto alle innumerevoli vittime dell’«operazione anti terrorismo» voluta da Putin, tra le macerie di Groznyi, Katyr-Yurt, Itum-Kale e altre città. Di tanto in tanto tornavo a Mosca per riprender fiato, e ritrovavo gli amici alle feste. Si beveva, si ballava, e talvolta provavo a raccontarvi qualcosa degli orrori che avevo visto laggiù, i civili torturati, i bambini massacrati, i soldati che restituivano alle famiglie i corpi dei caduti in cambio di soldi, e voi mi dicevate: «Jonathan, siamo stanchi di sentir parlare della tua Cecenia». Ricordo ancora distintamente quelle parole. E allora andavo su tutte le furie: «Ragazzi, non è la mia Cecenia, è la vostra Cecenia. È il vostro maledetto Paese, non il mio. Io sono solo uno stupido forestiero qui tra voi. È il vostro governo che bombarda le vostre città e stermina i vostri concittadini». Ma niente, era troppo complicato, troppo doloroso, non volevate sentirne parlare. (Jonathan Littell)
  • Credo di essere l'unico giornalista tra quelli che hanno seguito la prima e la seconda guerra cecena ad aver visto un centro di filtraggio dall'interno. Devo dire che tutti questi orrori che abbiamo sentito dai ceceni che erano stati lì sono stati confermati. Tutto ciò che leggiamo sui campi di concentramento del periodo stalinista, tutto ciò che sappiamo sui campi tedeschi, tutto questo è presente lì.
  • I ceceni in montagna non usano la telefonia mobile, o la usano solo in situazioni estreme, anche se tutti portano con sé un cellulare. Appena entrano nel bosco tirano fuori le batterie perché credono che anche un telefono spento possa essere ascoltato e localizzato. E quella posizione determina entro un raggio di 20 metri il punto in cui è stata effettuata una chiamata e, letteralmente, nel giro di pochi minuti potrebbe esserci un attacco di artiglieria.
  • I ceceni trascorrono tutte le ore del giorno aspettando il tramonto, quando potranno salire sulla montagna e, in un luogo prestabilito, incontrare i simpatizzanti che, secondo una lista precedentemente inviata, hanno raccolto provviste, medicine e attrezzature. Ho visto zuppe secche, prodotti in scatola, vestiti e ninnoli come un ago da calzolaio e un filo sintetico. Vengono portate enormi quantità di medicinali, poiché la vita in montagna provoca numerose malattie. Prendono pillole continuamente per ogni motivo. Gli uomini armati non prestano attenzione alla nuvola di moscerini che incombe tutto il giorno sul prato, come se ne fossero completamente abituati. Nelle ultime due settimane ha piovuto quasi ogni giorno. Le gocce tintinnano sui teli di plastica con un rumore così assordante che si direbbe che l'eco possa essere udito per centinaia di metri. Ma questa è solo un'illusione.
  • La guerra cecena, a mio avviso, ha avuto un enorme impatto sull'atmosfera generale del paese, poiché i numerosi crimini commessi nel paese sono stati insabbiati dalle autorità. Non ci sono state indagini aperte, nessun processo contro i colpevoli, contro coloro che hanno commesso crimini estremamente gravi, come le uccisioni di massa di civili. Tutto è stato nascosto al grande pubblico.
  • Sono rimasto davvero sorpreso dalla libertà con cui i combattenti ceceni si muovevano attraverso la foresta senza guardarsi intorno, apparentemente senza prendere alcuna precauzione. Due anni fa, quando ero qui, l'atmosfera era completamente diversa. Ogni secondo i ceceni si aspettavano un attacco, preparato per giorni e giorni. C'erano trincee e vedette a guardia dei campi 24 ore su 24 in qualsiasi tempo. Ora non c'è niente del genere. Sembra più un accampamento di cacciatori in pausa. Solo il lontano rombo degli aerei da ricognizione ricorda che è in corso una guerra.
  • Sono stato testimone di certe cose che non posso chiamare altro che crimini. Non li elencherò, ma ho visto con i miei occhi le uccisioni di massa di civili pacifici, e ciò a cui ho assistito mi ha scioccato e scosso. Pensavo che le autorità fossero capaci di cambiare, pensavo che forse semplicemente non conoscevano la verità, e che se sapevano cosa stavano facendo, se sapevano come venivano messi in pratica i messaggi che mandavano, allora forse, lentamente, le cose sarebbero cambiate. Ma ora vedo che le autorità cercano semplicemente di nascondere il loro fastidio per il fatto che la "verità" da loro formulata è così chiaramente in contrasto con la realtà, con la verità delle vittime di questa guerra.
  • I ceceni resistono da oltre 120 anni. Non sono né russi né ortodossi. E inoltre, in questo conflitto, sono le vittime. Le sofferenze che oggi vengono loro inflitte ricordano la decisione presa da Stalin nel '44 di cancellare questo popolo, deportandolo in Asia centrale.
  • Il piano che il Cremlino sta per mettere in atto in modo quanto mai deliberato comporterebbe le seguenti tappe: 1) Bombardamento massiccio delle città cecene, per costringere i civili ad abbandonare il Paese. Questa strategia è già stata largamente applicata. 2) Progressivo accerchiamento militare dei ribelli, spinti verso le concentrazioni urbane o semi-urbane dove i ceceni non possono usare ancora le stesse tattiche che hanno permesso di infliggere pesanti perdite ai russi. 3) A differenza del precedente conflitto, i russi non hanno alcuna intenzione di impegnarsi in costosi combattimenti di strada contro uomini assediati e determinati.
    L'idea, invece, è di utilizzare nuove armi contro i ceceni, prendendoli alla sprovvista con esplosivi e sostanze chimiche (tra cui i gas asfissianti), per annientare letteralmente – a debita distanza – le decine di migliaia di ribelli che, spinti dai russi, si raccolgono intorno alle rovine delle città. [...] L'obiettivo finale di questa strategia sarà il genocidio, al quale il mondo intero assiste passivamente.
  • L'amministrazione Clinton ha «compreso» e anche giustificato due guerre russe contro il popolo ceceno. Clinton ha paragonato la campagna russa agli sforzi fatti da Lincoln per salvare l'unità americana e ha proclamato, sommerso dalle critiche, che l'obiettivo della guerra era quello di «liberare Grozny».
  • Sebbene la Cecenia sia peggio del Kosovo, la Russia non è la Serbia, e un'azione in stile Nato non è in discussione. Il conflitto ceceno assomiglia a quello di Timor Est, in cui una forte pressione internazionale, senza minacce militari, ha convinto l'Indonesia che un accordo pacifico sarebbe stato più vantaggioso per i suoi interessi nazionali.
  • Un chiaro successo militare [russo], innanzitutto, stimolerà ulteriormente le aspirazioni neo-imperialistiche di Mosca, accrescendo il prestigio dei peggiori elementi della dirigenza russa. La politica di questo Paese farebbe un passo indietro.
  • E se si scoprisse che questa guerra è stata inscenata dal Cremlino con l'aiuto di Shamil Bassaev, doppio o triplo agente, per vincere le elezioni? «Puo darsi - risponde cupo uno degli ufficiali con cui abbiamo occasione di parlare, ma che vuole restare anonimo - ho sentito anche io questa versione. Noi aspettiamo solo il 26 marzo, per vedere se Putin ci libererà dagli oligarchi». Noi si capisce. Vuol dire noi militari. E se si scoprisse che Putin è uno di loro, cosa fareste? «Non so. Davvero non so. Ma so che la Russia non ha molto tempo da spendere. Poi sarà finita, con o senza Cecenia».
  • I russi, questa volta, sembrano convinti di farcela, di vincere. Hanno fatto meno errori della guerra precedente, hanno imparato molte lezioni. Per questo hanno avuto meno perdite, anche se duemila, forse tremila soldati morti sono tanti. Questa volta, per esempio, li hanno pagati.
  • In un solo senso la Cecenia era un problema interno russo: nel senso che Putin non può permettersi – né ora, né mai – di lasciar andare quel fazzoletto di territorio. Questa è la sua linea Maginot. Qualunque altro presidente russo, al suo posto, farebbe lo stesso. Altre repubbliche musulmane stanno a guardare, il Tatarstan, il Bashkortostan. E nel Caucaso del Nord altre repubbliche minori, come la Kabardino-Balkaria e altre, aspettano il loro turno.
  • Putin non può concedere l'indipendenza, ma non può ignorare la storia. In mezzo al fiume di sangue innocente c'è la possibilità di un cessate il fuoco, concordato con coloro che vogliono cessarlo. Non sarebbe un segno di debolezza, ma di saggezza.
  • Qualcuno di questi giovani [russi] è qui a combattere per odio. [...] uno dei [...] subalterni era pieno di aggressività verso il giornalista occidentale che «sta dalla parte dei ceceni, dei terroristi. Perché voi non capite che questi sono tutti terroristi, gente che prende ostaggi, che li usa come schiavi, li vende come schiavi, che rapisce le nostre donne e le mette nel suo harem. È gente che ti spara alla schiena, che tortura i prigionieri e poi li uccide...».
    Ma se sono così repellenti come li descrivete - replico con prudenza - perché non li lasciate andare al loro destino? In fondo voi non li amate e loro non vi amano... Il ragazzo esita un attimo, ma è solo un attimo. «Questa è un'infezione in casa nostra. Se la Cecenia diventa indipendente noi non avremo pace. Contageranno il Bashkortostan, il Tatarstan. In ogni caso a loro interessano i nostri soldi, i nostri averi, perché non sono capaci di produrre niente. Sono dei lupi, ecco perché hanno messo il lupo sulla loro bandiera». Quando chiedo che cosa pensano di Vladimir Putin tutti, invariabilmente, tacciono.
  • Se non si arrivò fino al 2001 per fare i conti fu esattamente perché a Mosca ci si doveva liberare di Boris Eltsin, ormai impresentabile. E gli oligarchi, tutti insieme, scelsero «Nessuno» per sostituire l'ubriaco. Ma far vincere «Nessuno» significava dargli una fisionomia. E pensarono che questa poteva essergli conferita con una guerra vittoriosa. Così ruppero la tregua con Maskhadov, che era stato riconosciuto ufficialmente da Mosca come legittimo presidente e cominciarono la guerra. Facendo in modo che la colpa cadesse sui ceceni.
  • Basta girare tra le tende dell'Inguscezia o nei campi profughi della valle del Pankisi, dove sono tornato nel 2003, per ascoltare testimonianze da brivido sulle atrocità dei russi a danno dei civili ceceni. Denunce, è il caso di gridarlo forte, che non hanno mai trovato eco e sostegno nemmeno all'interno delle Nazioni Unite e delle grandi agenzie umanitarie internazionali.
  • C'è da chiedersi il perché di una sorta di censura internazionale sull'informazione dalla Cecenia. Non è vero che non si possa lavorare come giornalisti. Certo è difficile e pericoloso, ma in realtà nei miei viaggi ho incontrato tanti giovani reporter coraggiosi e con la voglia di raccontare ciò che ognuno può vedere sul posto. Il problema semmai è che ben pochi giornali e ancora meno network televisivi sono disposti a pubblicare le loro foto e i loro reportage. Evidentemente, parlare di ciò che succede in Cecenia è troppo scomodo, urta contro gli interessi della globalizzazione e contro l'ipocrita simpatia per Putin.
  • L'intervento armato esalta il patriottismo e funziona perfettamente per compattare il consenso su Putin, facendo dimenticare le tante lacune della democrazia russa. Il conflitto conosce una fase di brutalità mai vista prima. Putin aveva promesso la «soluzione finale» della questione cecena, quando si accingeva a soppiantare El'cin e a diventare l'interlocutore privilegiato dell'Occidente nella nuova Russia del libero mercato e della guerra globalizzata. E in Cecenia proprio di guerra totale e spietata si tratta. A danno dei civili, soprattutto.
  • La non-interferenza dell'Occidente nell'offensiva russa – denunciano con forza i ceceni – è stato il premio al via libera concesso pochi mesi prima da El'cin ai raid aerei della Nato contro la Serbia. E non poco hanno contato la fame di gas e petrolio russo dell'Unione europea e l'interesse americano nell'equilibrio della paura nucleare. Dopo l'11 settembre, Putin è riuscito a trovare un nuovo alibi alla sua politico di fare terra bruciata in Cecenia. Ha convinto l'Occidente che i raid in Cecenia sono la versione russa della guerra al terrorismo islamico cavalcata da Bush e Blair. E che la sua è una nuova crociata contro l'integralismo. Perfino molti pacifisti occidentali si sono lasciati imbrogliare da questo gioco di illusionismo.
  • «Le tecniche del terrore sono le più diverse» mi confessa un ufficiale, anche lui con preghiera di anonimato. «Questa non è una guerra di generali, ma di colonnelli, visto che la sorte delle persone dipende dall'ufficiale che comanda la divisione. È lui che di fatto ha poteri di vita e di morte.» Il militare continua raccontando che i soldati russi tendono a considerare tutti i ceceni come dei nemici. Per questo è facile commettere crimini ai danni della popolazione civile. «Ti porto un esempio. Fermano un'autobotte per il trasporto di benzina, uccidono il conducente, ceceno, lo fanno saltare per aria, poi si dividono i soldi che gli hanno trovato addosso. È successo varie volte, non fa nemmeno più discutere nessuno.»
  • Riparto da Mosca con la sensazione che i crimini che sono stati commessi ai danni dei civili ceceni, territorio ufficialmente sotto il controllo dell'armata federale russa, non siano nemmeno paragonabili a ciò che ha fatto Milošević in Kosovo, che motivò l'intervento armato della Nato contro la Serbia. Confrontando il numero delle vittime civili, si potrebbe anzi concludere che il potere di Putin ne ha provocate probabilmente di più, adottando una politica che è più che giustificato definire «terroristica» ai danni della popolazione civile.
  • Sono tornato più volte sul fronte di questa guerra sporca a dimenticata. Sono uno dei pochi giornalisti che ha potuto testimoniare il prezzo pagato dalla città e dall'intero popolo ceceno al pugno duro di Putin e al silenzio del mondo. Dopo l'11 settembre 2001, l'equivalenza tra guerriglia indipendentista e terrorismo di matrice islamica sostenuta dalla nomenklatura russa ha trovato nuove ragioni. E l'offensiva contro i separatisti ceceni è stata ancora più ignorata, giustificata politicamente e coperta, nei media internazionali, dall'offensiva militare degli Stati Uniti contro l'Afghanistan e l'Iraq.
  • Ufficialmente, in Cecenia non è in corso una guerra, ma quella che i comandi russi definiscono un'«operazione antiterrorismo», in risposta agli attentati del settembre 1999 nel centro di Mosca e alle stragi del teatro Dubrovka e di Beslan, che hanno inaugurato il nuovo millennio. Ma la verità è che i russi hanno messo in campo i professionisti delle migliori unità speciali. E i crimini commessi ai danni dei civili hanno scatenato l'odio dei ceceni. La loro vera colpa è forse quella di non avere mai accettato la dominazione russa. Era così al tempo degli zar. Tra le due guerre mondiali, la Cecenia fu vittima delle purghe di Stalin e di un biblico esodo di popolazione. E la storia continua oggi, con quello che appare sempre più come un genocidio etnico-culturale ai danni di una popolazione che ha il torto di essere terra di frontiera tra due mondi apparentemente inconciliabili come l'Europa e l'Asia. Il prezzo pagato dalla piccola repubblica del Caucaso è stato altissimo e forse è ancora impossibile tradurlo nelle aride cifre della statistica.
  • Era impossibile che una delle due parti vincesse quel conflitto. Le forze russe controllavano la maggior parte del Paese, ma solo durante le ore di luce. Di notte la campagna era nelle mani della resistenza, che aveva cellule clandestine in ogni cittadina e in ogni villaggio. I guerriglieri erano soliti minare le strade e attaccare rapidamente per sparire poi altrettanto in fretta allo scopo di tormentare le truppe russe. In tutto il Caucaso settentrionale, la forza dei seguaci di Šamil Basaev aumentava con il passare delle settimane e questo si traduceva in una minacciosa tendenza a trasformare la regione in un terreno di coltura per l'estremismo islamico. Nel frattempo, dal suo nascondiglio di montagna, il presidente Aslan Maschadov chiese di negoziare e lasciò trapelare in privato che non avrebbe più insistito sulla piena indipendenza. All'interno dell'esercito russo e attraverso l'intero spettro politico di Mosca, serpeggiava il malcontento per la guerra in Cecenia.
  • La Cecenia fu la tomba della democrazia russa e la causa definitiva dell'allontanamento della Russia dall'Occidente. La lotta di Boris contro il Partito della guerra e i suoi conflitti con l'FSB, che avevano trascinato Saša nel vortice delle lotte di potere del Cremlino, erano cominciati con la Cecenia. Per Putin, la Cecenia divenne l'interminabile incontro di judo e il collante che cementava la reciproca dipendenza da George Bush in una distruttiva relazione.
  • La posizione di Putin si faceva sempre più dura e intransigente. Fin dal primissimo giorno era stata la sua guerra e non poteva permettersi il costo politico di perderla (per non parlare delle rivelazioni sui crimini di guerra dei suoi generali che inevitabilmente ne sarebbero derivate). Un accordo con Maschadov avrebbe rappresentato un umiliante fallimento per lui e perciò insisteva sulla resa incondizionata. Putin aveva affrontato la guerra con molta emotività e la dirigeva di persona. I giornalisti che lo intervistavano sapevano che la Cecenia era l'unica cosa che riusciva a farlo arrabbiare sul serio.
  • Il problema principale in questa fase della guerra sono le spedizioni punitive, che rappresentano un'inopportuna e ingiustificabile applicazione del potere contro la popolazione civile: atti vandalici, torture, vendita di uomini e di cadaveri. Quando qualcuno sparisce, nessuno sa dove sia finito, e poi i parenti ritrovano il corpo, la cosa genera almeno altri dieci nuovi miliziani. È per questo he il loro numero non scende. Erano quindicimila allora e sono quindicimila adesso.
  • Spero in una presa di posizione netta da parte di Putin. Gli ho detto: perché non rendiamo responsabile di quel che succede durante le spedizioni un solo generale? Il presidente ha chiesto che le si sospendesse. Certamente non è il primo ordine del presidente sulla Cecenia a non venire eseguito.
  • Se io fossi il dittatore della Cecenia, non effettuerei spedizioni punitive. Per trovare un miliziano, raccoglierei tranquillamente informazioni e mi presenterei alla sua porta verso le due o le tre di notte, gli stringerei la mano e gli direi "salve". Dopo questa visita il bandito scomparirebbe. Con tre o quattro operazioni simili, la situazione si chiarirebbe. È esattamente quel che è successo quando agiva l'Nkvd. Un colpo alla porta, e non si saprà mai più nulla di quella persona. La gente lo sapeva e aveva paura. Ecco come andavano le cose allora, altrimenti non sarebbero mai riusciti a mantenere l'ordine.
  • La comunità internazionale deve fare una fortissima pressione su Mosca, sempre maggiore. Deve chiedere la fine dei bombardamenti, di ogni azione militare. Dall'altro canto deve premere con altrettanta forza sui ceceni. Deve chiedere loro il rispetto dei diritti civili, deve pretendere la punizione dei terroristi e dei sequestratori. Questa doppia pressione potrebbe togliere a Mosca gli argomenti che ora la spingono a protestare contro l'ingerenza nei suoi affari interni. E, nello stesso tempo potrebbe ridare autorevolezza al presidente Maskhadov che potrebbe riconquistare l'appoggio della maggioranza dei ceceni. L'Occidente avrebbe dovuto usare questa politica della doppia pressione anche per il Kosovo. Molti errori sarebbero stati evitati.
  • Mosca non avrà mai la vittoria a meno che non arrivi al genocidio.
  • Purtroppo uomini politici ambiziosi stanno dimostrando di non aver fatto tesoro di nessuna lezione precedente. Non hanno imparato nulla dall'Afghanistan. Non hanno imparato nulla dalla prima guerra contro Grozny. In Cecenia avranno un nuovo mini-Afghanistan.
  • Del milione di abitanti che contava la Cecenia di allora, più di 200.000 sono morti, 300.000 si sono rifugiati fuori del paese, decine di migliaia si sono sono spostati all'interno del paese, decine di migliaia soffrono delle conseguenze delle ferite ricevute, o delle torture subite. Migliaia di altri sono detenuti nelle prigioni e nei campi di "filtraggio" delle forze armate russe o dei loro collaboratori ceceni, nell'attesa del versamento di un riscatto o, più spesso, della morte dopo torture e privazioni innominabili.
  • I miei rappresentanti sono continuamente in contatto con le autorità e gli alti gradi russi. "Basta combattere," proponiamo noi "sediamoci a un tavolo". E per tutta risposta si alzano grida piccate: "Ma che tavolo! Che trattative! Per noi trattare equivale a morire! Che cosa diremo alla nostra gente, ai russi?...". E via di questo passo...
  • Lungi dal volere esagerare l'importanza del mio popolo negli affari del mondo e dell'Europa, resta il fatto che è oggi vittima di un lento sterminio e che la questione cecena costituisce, per il potere di Mosca, un elemento chiave nella sua opera di decostruzione della democrazia e dello Stato di Diritto o, se si preferisce, di costruzione di un Stato autoritario, para o pseudo-democratico.
  • Sul terrorismo, quotidiano e massiccio, dello stato russo e dei suoi accoliti ceceni, non ritornerò. In quanto agli atti terroristici perpetrati dalle frange della resistenza cecena, li ho, come sapete, ogni volta condannati. E continuerò a farlo. Resta il fatto che questo terrorismo non ha niente a che vedere col terrorismo fondamentalista internazionale. È l'opera di disperati che hanno, nella maggior parte dei casi, perso dei parenti in circostanze atroci, e che ritengono di potere rispondere all'aggressore ed all'occupante utilizzandone gli stessi metodi.
  • Al momento in Russia ci sono due tipi di criminali di guerra. [...] Il primo tipo di criminali comprende coloro che in guerra ci sono effettivamente stati e hanno combattuto. Essi sono, da un lato, i militari russi che hanno partecipato alle cosiddette «operazioni antiterrorismo» in Cecenia, e dall'altro i guerriglieri ceceni sul fronte opposto. I primi hanno visto cancellati i propri misfatti. I secondi si vedono affibbiare ogni sorta di crimini. I primi vengono assolti dal sistema giudiziario anche in presenza di prove certe (e pure questo è un fatto raro, in quanto la procura si preoccupa raramente di raccogliere le prove della loro colpevolezza). I secondi ricevono condanne severissime.
  • È una guerra terribile; medievale, letteralmente, anche se la si combatte mentre il Ventesimo secolo scivola nel Ventunesimo, per giunta in Europa.
  • In Cecenia sono stati traditi i mandati europei. Così ha ordinato il Cremlino, e l’Europa ha ubbidito docilmente, distruggendo tutti i valori che il nostro continente difendeva dalla fine della seconda guerra mondiale e che si sono sbriciolati scontrandosi con la tragedia chiamata seconda guerra cecena.
  • In Russia è in corso una guerra: sono ormai cinque anni che va avanti, e per lunghezza batte già la seconda guerra mondiale. Eppure, la campagna elettorale per la duma (il parlamento russo) alla fine del 2003 non ha mai affrontato questa domanda: perché la guerra non è ancora finita?
  • L’Europa è strisciata via vigliaccamente da un luogo dove bisognava lottare e insistere sulle proprie posizioni. Così ha firmato la condanna dei ceceni a non essere più considerati europei, uguali agli altri e degni di tutti i diritti universalmente riconosciuti, rifiutandogli anche il diritto a un controllo formale dell’Europa sull’andamento della guerra. Giudicate voi stessi.
  • La guerra è stata chiamata ufficialmente “operazione antiterrorista nel Caucaso del nord” – in altre parole, lotta contro il terrorismo – mentre tutti i ceceni, per volontà del Cremlino, sono stati dichiarati indistintamente banditi e terroristi e obbligati ad addossarsi collettivamente la responsabilità delle azioni criminali di alcuni loro concittadini.
  • La guerra in atto è assai utile e redditizia per l'esercito, fonte di promozioni lampo e di un gran numero di medaglie, fucina di carriere fulminee per i giovani generali "combattenti" che gettano le basi per future scalate politiche e finiscono catapultati nell'élite di Stato. Putin, intanto, martella il Paese con i suoi slogan: la rinascita dell'esercito è un dato di fatto e lui solo, Putin, ne è l'artefice perché ha rimesso in piedi un esercito umiliato (da El'cin) e offeso (nella prima guerra cecena).
  • Lo Stato continua a mandare gente in guerra, gente che vive per anni in quelle condizioni e che quando torna a casa non è in grado di capire la vita normale, di comprendere le leggi e le norme che la regolano. Molti allora si attaccano alla bottiglia o vanno a fare i sicari per la malavita. I nuovi datori di lavoro li pagano più che bene e riescono persino a convincerli che stanno facendo fuori gente che nuoce agli interessi dello Stato...
    E lo Stato che cosa fa, intanto? Se ne frega. Putin e i suoi hanno praticamente smesso di occuparsi degli ufficiali che hanno combattutto in guerre ormai lontane. E paiono quasi interessati a che la malavita possa disporre di killer competenti.
  • Oggi, con alle spalle i cinque anni dell'efferata seconda guerra cecena, il milione e più di soldati e ufficiali che l'hanno combattuta e la stanno ancora combattendo, è avvelenato da quell'esperienza; e continua a esserlo anche dopo, a casa propria. Quei soldati e ufficiali sono diventati un serio problema per la vita di una società civile, un problema che non si può più eludere, a cominciare dalla domanda: ma per che cosa hanno combattuto?
  • Oggigiorno gli ufficiali si dividono in due categorie tutt'altro che paritarie. La prima è quella di coloro che hanno combattuto, che hanno rischiato la vita arrampicandosi sulle montagne e sprofondando nella neve e nel fango per giorni e giorni, che hanno il corpo segnato dalle ferite. Per loro si può provare solo una grande pena. Stentano a riciclarsi nella vita di tutti i giorni, una vita che per noi è normale e per loro assurda. Dove bisogna sapersi muovere e dove non basta prendere il mitra in mano. Parlano una lingua diversa da quella degli ufficiali dell'altro gruppo, che sono stati anche loro in Cecenia, ma dietro una scrivania. E allora si ribellano, si attaccano alla bottiglia, soffrono, e gli «stanziali» ne fanno quel che vogliono: se ne lamentano con i superiori, li denunciano, brigano... Basta poco, e i più caparbi finiscono espulsi dall'esercito. Per che cosa? Per essere stati se stessi. Ricordando con ciò agli ufficiali da scrivania l'effettivo stato delle cose. Giorno dopo giorno.
  • «Perché ti preoccupi per certa gente?» mi chiedono sempre i militari quando cerco di capire chi risponderà con protesi e cure ai misfatti compiuti contro la popolazione civile. «Non sono esseri umani, sono bestie. E le bestie figliano altre bestie...»
  • Abbiamo permesso alla Cecenia di fare ciò che voleva. Non è diventata una repubblica sovrana, ma un'enclave di banditi.
  • Ci sono solo due soluzioni. O attacchiamo al grido "Comunisti, avanti!" e senza contare le vittime, oppure li sterminiamo pazientemente e metodicamente dall'aria. Senza fretta.
  • I funzionari americani ci dicono che i cittadini comuni soffrono e che le nostre tattiche militari possono aumentare quelle sofferenze. È vero l'esatto contrario. Le nostre truppe hanno chiare istruzioni di evitare morti tra la popolazione comune.
  • Le nostre forze di terra e di aria fanno ogni sforzo per colpire soltanto le forze armate nemiche. Le ragioni per cui abbiamo scelto con cura attacchi mirati a specifiche e identificate basi terroristiche erano appunto di evitare attacchi diretti alle comunità cecene. Esattamente la stessa tattica adottata durante l'Operazione Tempesta nel Deserto, nei bombardamenti della ex Jugoslavia e nei vari tentativi americani di rispondere agli attacchi di bin Laden. Ma quando si è in guerra, anche le operazioni militari più accuratamente pianificate possono causare occasionalmente morti tra i civili, e noi lo deploriamo profondamente.
  • Noi non abbiamo bisogno di nessun mediatore. Sarebbe il primo passo verso l'internazionalizzazione del conflitto: prima arrivano i mediatori, poi qualcun altro, poi degli osservatori, e poi osservatori militari, e in seguito un contingente limitato di truppe. E avanti a questo passo...
  • Noi sappiamo che gran parte della violenza che arriva dalla Cecenia è finanziata dall'estero. Gli stessi terroristi che sono stati collegati alle bombe alle ambasciate americane hanno un punto d'appoggio nel Caucaso.
  • Non dobbiamo abbandonare la Cecenia come abbiamo fatto in precedenza. Allora abbiamo fatto un'azione criminale abbandonando il popolo ceceno e amputando la Russia. Ora dobbiamo lavorare duramente e in seguito mettere in opera procedure politiche chiare che consentano a noi e a loro di decidere come possiamo coesistere. È un fatto inevitabile: dobbiamo vivere insieme.
  • Oggi siamo vittime dell'aggressione del terrorismo internazionale. Non è più una guerra civile. Oggi in Cecenia operano persone finanziate e addestrate all'estero. Quando hanno visto che la Russia era in grado di difendersi, hanno colpito le nostre città. Oggi siamo costretti a proteggere le vite dei nostri cittadini. Non ci hanno lasciato altra scelta.
  • Pur riluttanti, siamo intervenuti. Il nostro obiettivo immediato è quello di sbarazzare la Cecenia di quanti minacciano la sicurezza di ceceni e russi. Cerchiamo anche di restituire una società civile al popolo ceceno, che da anni vive nella stretta di bande criminali armate.
  • Stiamo impiegando la forza contro i banditi, non contro il popolo. Sono i banditi che stanno tentando di imporre ai ceceni un tipo di vita e anche un modo specifico di pregare Allah. Noi ristabiliremo l'ordine. Ci sarà pace e tranquillità nella repubblica.
  • Amnesty International ha appena prodotto un rapporto sulla negazione della giustizia nella Federazione Russa. In Russia l'uso della tortura è diffuso e in aumento. [...] In tutta la Russia i sospettati in custodia cautelare vengono sottoposti allo "Slonik": una maschera antigas, o talvolta un sacchetto di plastica, viene posta sopra la testa del sospettato, la fornitura d'aria viene interrotta e talvolta viene pompato gas lacrimogeno nella maschera o borsa. La vittima perde conoscenza o vomita. Molte altre forme di tortura vengono utilizzate per estorcere confessioni, che secondo la legge russa possono essere firmate senza la presenza di un avvocato e sono accettate dai tribunali.
  • Per fare in modo che i comuni cittadini russi odiassero gli "esseri inferiori" ceceni, la televisione statale ha trasmesso delle riprese in cui alcuni "banditi ceceni" tagliano la gola a un soldato russo. Ho visto il filmato, è talmente scioccante che probabilmente non può essere trasmesso dalle emittenti inglesi. Che venga mostrato a ripetizione dalla televisione statale russa prova concretamente che la macchina dell'odio sta lavorando a tutto volume.
  • Thomas Mann scrisse una potente condanna dopo la conferenza di Monaco. Disse in modo molto diretto che Chamberlain aveva distrutto l'opposizione tedesca che avrebbe potuto fermare Hitler. Temo che sia la stessa cosa per la Russia. Con la distruzione del popolo ceceno in un genocidio, Putin ha lanciato un messaggio: "Guardate quello che abbiamo fatto alla Cecenia. E se siete russi, guardate quello che abbiamo fatto a Babitsky".
  • Confermo che ci sono stati dei massacri di civili. Donne e bambini sono stati uccisi. Ricordo, benissimo, l'immagine toccante di un bambino di circa un anno con un piede amputato da una mina. Non sono ancora riuscito a reperire materiale sui campi, che sono controllati dall'esercito russo, dove è praticamente impossibile per un giornalista accedervi ma le testimonianze ci sono.
  • È un problema complesso, etnico sicuramente ma soprattutto geopolitico. La Cecenia, come del resto l'Azerbaijan, il Daghestan, la Georgia e l'Armenia, rappresenta un corridoio preferenziale tra il sud-est asiatico, la Russia e l'Occidente. Oggi prevalgono forti ragioni economiche relative alla presenza, all'estrazione e al trasporto del petrolio: la via ingusceto-cecena è la migliore, la più corta. Quindi il motivo commerciale è il principale, poi bisogna considerare l'odio storico tra ceceni e russi, che si combattono da 170 anni.
  • I ceceni sono dei guerrieri. O Putin decide di farli fuori tutti, di spazzarli completamente (470.000 sono rimasti nel loro territorio, 1 milione sono all'estero) o la guerra continuerà.
  • Io non parlerei di Olocausto. [...] Quello che si sta perpetrando è un vero e proprio etnocidio. Si sta portando avanti l'uccisione indiscriminata di un intero popolo, di quelli che vengono considerati terroristi. Un popolo che rischia di estinguersi, di sparire. Ho incontrato pochissimi ceceni di 50 anni, l'età media è estremamente bassa e l'incremento demografico è nullo. Si mandano i ragazzi in guerra, impedendo loro la possibilità di mettere su famiglia. E una scelta precisa, il frutto di uno studio a tavolino e una tattica antica: in quell'area sono sparite 5-10 etnie e i ceceni rischiano di fare la stessa fine.
  • Noi stiamo pagando la guerra a Putin dopo che Usa e UE hanno deciso la cancellazione di parte del debito russo.
  • Se vogliamo fare un parallelo tra il Kosovo e la Cecenia, dobbiamo evidenziare che sono due guerre condotte con metodi e mezzi molto diversi. Nel primo caso l'Uck combatteva con armi ridicole, mentre i ceceni sono organizzati, sono armati fino ai denti. Ho visto, personalmente, un ceceno posizionato su un tetto che con uno Sting abbatte tranquillamente un aereo russo. Bisogna considerare poi che se la guerra si prolungherà, sono pronti ad intervenire 5.000 ceceni dalla Turchia, 2.000 dalla Germania e 1.000 dall'Inghilterra. I ceceni non sono stanchi della guerra, la loro capacità di resistenza è stata una sorpresa per i russi.
  • Il presidente della Russia mentì apertamente dichiarando ai giornalisti stranieri, subito dopo la tragedia di Beslan, che essa «non era in nessun modo collegabile alla guerra in Cecenia». Nessuno meglio di Putin sa che, in Cecenia, la Russia conduce da 5 anni una guerra sanguinosa che si è ormai trasformata in un genocidio del popolo ceceno. E nessuno meglio di lui sa che questa seconda campagna cecena è partita nel 1999 all'unico scopo di portare al potere lo sconosciuto funzionario, scelto dall'entourage di Eltsin come suo successore, creandogli un'attraente immagine di "grande condottiero", grazie a una "piccola guerra vittoriosa". Che tuttavia si rivelò in realtà né "piccola" né "vittoriosa", ma, al contrario, lunga e sanguinosa.
  • Reprimendo spietatamente i sostenitori della concessione dell'indipendenza alla Cecenia e mettendo a tacere anche chiunque osasse parlare di trattative e di cessazione della guerra, Putin ha condannato la Russia a un bagno di sangue infinito. Perché, nonostante in Cecenia siano stati illegalmente e impunemente usati i metodi più bestiali, il corrotto esercito russo evidentemente NON PUÒ vincere questa guerra. O comunque NON VUOLE farlo. Perché la guerra cecena si è già trasformata in un business, in un commercio di armi, di uomini e di petrolio e nel riciclaggio di fondi milionari che i diversi stati possono destinare ora alla "guerra" ora alla "ricostruzione post-bellica".
  • Una cosa è attenersi al principio «nessun accordo con i terroristi», un'altra è condurre per anni e anni una guerra crudele contro la popolazione di una repubblica separatista, alimentando così ulteriormente il terrorismo, e rifiutare una dopo l'altra con accanimento maniacale tutte le proposte di trattativa, preferendo eliminare fisicamente i capi più influenti della resistenza che, grazie alla loro autorità, avrebbero potuto farsi garanti per lo meno del tentativo di un processo di pace.
  • È una guerra asimmetrica, che vede lo scontro tra un esercito regolare e i guerriglieri. Ma piccoli gruppi mobili, specie se si muovono sul territorio amico, possono tenere in scacco forze a loro molto superiori. Di solito chi promuove uno scontro di questo tipo, in questo caso i russi, si fa illusioni sulla facilità del compito. Può insediare governi fantoccio, ma non avrà mai il consenso, al massimo qualche occasionale compagno di strada.
  • La rivolta cecena dura da molti anni ed è cresciuta, si è rafforzata e a cambiato di tono: da una rivolta nazionale è diventata qualcosa di diverso ma soprattutto ha acquistato questa forma di estremismo islamico e dunque anche è stata copiata in questo contesto la strategia degli estremisti islamici. Pertanto oggi possiamo dire che il modo di combattere dei ceceni, la loro guerriglia oggi è divenuta praticamente uguale a quella che usano Bin Laden e i suoi alleati.
  • Per Vladimir Putin il Caucaso è ciò che per George W. Bush è oggi l'Iraq: un pantano insanguinato da cui è molto difficile uscire indenni. Così come il presidente Usa, anche il leader del Cremlino non ha una strategia di uscita né militare né tanto meno politica.
  • Qualcuno al Cremlino dice che Vladimir Vladimirovič Putin, i cui indici di gradimento sono molto bassi appena assunta la presidenza del Consiglio, potrebbe divenire l'idolo della gente se fosse il promotore, e il vincitore, di una piccola guerra. In questo contesto, più di un giornale raccoglie a Mosca la tesi che siano stati i servizi segreti russi, o parte di essi, a montare il conflitto o almeno a partecipare ad alcune sue fasi per offrire all'opinione pubblica la figura del nemico della patria.
  • Quando i ceceni si opponevano ai russi nelle battaglie frontali perdevano, avevano molti morti; adesso hanno scoperto la strategia nuova, propria del network terrorista di Al Qaeda e dei gruppi radicali mediorientali, e dunque sono molto più pericolosi e difficili da affrontare.
  • [«Perché i mass media internazionali forniscono così poche notizie sulla questione cecena?»] C'è solo una spiegazione: il mondo, l'occidente e l'oriente, si sono messi dalla parte della Russia e si sforzano in ogni modo di compiacere il suo regime. Solo una cosa è in grado di compiacere Putin, l'uccisione dei ceceni che da secoli sfidano l'autorità russa con il proprio amore per la libertà. Tanto sul piano culturale quanto su quello religioso, così come su quello geografico, la Cecenia si è trovata a cavallo tra le civiltà. I governi musulmani sono più vicini per animo al dittatore Putin rispetto ai ceceni, anche se condividono la stessa religione. Per i governi occidentali corrotti invece è più importante il business del petrolio e del gas con il Kgb che l'autonomia dei ceceni. Per gli USA e per l'Unione Europea, fin dall'inizio della guerra anticecena, c'è stata anche un'altra ragione per sostenere Putin. Hanno nutrito la speranza che, inghiottita la Cecenia, la Russia avrebbe abbandonato la Abchazija, l'Oscezia del Sud e la Pridnestrov'e, così che queste repubbliche, assieme alla Georgia ed alla Moldavia, si sarebbero venute a trovare sotto il loro completo controllo.
  • Fino a ora, i generali russi hanno fatto avanzare le loro carriere militari e politiche sul sangue dei ceceni, prendendo medaglie, promozioni e denaro, e nessuno è mai stato considerato responsabile. Se le cose non cambiano, siamo condannati a un circolo vizioso, perché i generali russi, ormai abituati a nutrirsi del sangue ceceno, non smetteranno di loro spontanea volontà.
  • L'esercito non vuole rinunciare alla sua posizione di dominio nel Paese, e il solo modo per mantenerla è creare nuovi conflitti locali. Una nazione come la Russia, che non ha ancora rinunciato alle sue ambizioni imperialistiche o imparato a rispettare seriamente le sue leggi, ha bisogno di un nemico. Non è abbastanza forte per affrontare un nemico esterno, ma può sempre scegliersene uno all'interno della federazione. Prima erano i ceceni, e i prossimi saranno gli ingusci, che in teoria sono solidali con i primi.
  • Nell'attuale situazione cecena, con il ruolo punitivo che si sono scelti i militari, non potranno che ritirarsi. Possono tirare avanti per un altro anno o due, ma non possono sconfiggere un intero popolo. I ceceni sono sopravvissuti al momento peggiore, quando la guerra di Putin aveva il consenso dell'opinione pubblica. Ora è diventata molto impopolare, invece, e noi continueremo a sopravvivere.
  • Non c'è nessun dialogo, la guerra continua, e a mio parere oggi nel Governo russo non c'è nessuno che potrebbe assumersi la responsabilità di fermarla. Non può farlo Putin, e neppure il primo ministro. Nessuno può farlo. [...] Perché la situazione in Cecenia è fuori dal loro controllo.
  • Non ci sono né eroi né vincitori in questa guerra, la nazione è stata umiliata e insultata nella sua totalità, e gli eroi non permettono che questo accada al loro popolo.
  • Oggi in Cecenia è cresciuta una generazione che non conosce niente oltre la guerra, e che non sa niente della Russia oltre alla violenza e al terrore. È improbabile che tra i giovani comandanti sul campo se ne trovi qualcuno che voglia aprire trattative con Mosca.

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