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Sándor Petőfi

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Litografia che ritrae Sándor Petőfi nel 1848

Sándor Petőfi (1823 – 1849), poeta, militare e patriota ungherese.

Citazioni di Sándor Petőfi

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  • Avanti, avanti, dunque, il popolo e il poeta: | avanti attraverso l'acqua, avanti | attraverso il fuoco. | Maledetto colui che lascia abbattere | la bandiera del popolo: | maledetto colui che resta indietro | per ozio o per viltà: | maledetto chi all'ombra si riposa | mentre il popolo tribola e s'affanna... (da I poeti del secolo XIX)
  • [Su János Arany] Il tuo canto è come un limpido rintocco di campana | che si leva dal silenzio della puszta lontana.[1]
  • Leggo la Toldi per la sesta volta. È proprio un lavoruccio di una trama così sottile che io lo leggo la sesta volta, per poterne meglio capire la sua leggerezza. (da una lettera ad Arany del 9 settembre 1847. (Citato nell'Introduzione alla Toldi, p. 18)
  • Non riesco a concepire, come mai possano esservi alcuni, anche tra gente non comune, che non sanno o non credono come la semplicità sia la prima regola e superiore a tutte le altre, giacché se in qualcuno manca la semplicità, gli manca tutto. (da Lettere di viaggio[2])
  • [Sul capolavoro di János Arany: Toldi] Ove trovar si può cosa sì bella e buona | come dal libro tuo scintilla e splende? | Donde e chi sei? Diamante che abbaglia | dal fondo del mar compari ad un tratto. | Altri spoglia l'allor di poche foglie | tu sol coglier ne sai corona intera. (Citato nell'Introduzione alla Toldi, p. 19)

Poemetti e poesie scelte

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  • Io mi avanzai, ella mi guardò; | rimasi affascinato. | La mia pipa accesa si spense, | il mio cuore spento si accese. (p. 7 dell'Introduzione)
  • «Il dubbio è voce infernale | che grida al cielo: | – Non c'è un Dio lassù | che pensi al genere umano? – || E certamente | chi dice questo | merita che da lui | ritragga le mani il buon Dio. || Perché c'è un Padre del genere umano, | un fedele, provvido Padre, | e chiunque da Lui non si scosti | può bene vederlo. || Ma non siamo impazienti! | Egli ha tanti figliuoli. | Non pretendiamo che ponga | noi, dinanzi a tutti! || Questa è la legge: «Attendi il tuo turno» | e non aspetterai invano. | Come il sole attorno alla terra, così | gira la sua bontà. || Nessuno ne resta privo. | Se Egli non viene oggi, giunge domani | e finché l'uomo non è felice | non può morire. || E la felicità non giunge mai troppo tardi, | e questa è magica cosa; | se solo una goccia ve ne cadesse dentro | addolcirebbe un mare». || A lungo ancora parlò il giovane | e il vecchio ognor più attento, ascoltava. | Così la sua anima assorbì quei discorsi | come il piccolo succhia il latte materno. || E quando quello cessò di parlare | il vecchio chiese meravigliato: | «Dove imparasti tu queste cose? | Chi sei, giovanotto, qual è il tuo nome?». || Già il giovane si era annoiato | d'aver sfoggiata tanta gravità, | e allegramente, e biricchino | diede codesta risposta: || «Dove ho imparato tali cose? | Me le disse una nottola | quando, in una notte di tempesta, | dormii con essa nel cavo di un albero. || Chi sono? Un vagabondo | senza paese e senza casa; | un qualche uccello di passo | mi fu forse antenato. || Me ne vado in giro pel mondo; | oggi qua, domani là, | e mi levo il cappello | dinanzi a chi lo desidera. || Quanto più soffro il freddo e la fame | tanto più io godo | poiché migliore sarà il futuro | se più brutto è il presente. || E come mi chiamo? Confesso | che il mio nome l'ho quasi scordato, | ma so dirti che ora nel mondo | mi chiamano Stefano il folle». (da Stefano il folle, pp. 145-146)
  • Che sei tu mai per me, o selvaggio e romantico paese | degli incolti Carpazi, colle tue pinete? | Posso ammirarti, ma non già amarti | e la mia fantasia non erra pei tuoi colli e le tue valli. || Laggiù, sulla terra dell'Alföld, piana come il mare, | là sono a casa mia, là è il mio mondo. | La mia anima è un'aquila liberata dalla prigione | allorché contemplo lo sterminato piano. || Mi sollevo nell'aria in quel pensiero | sopra la terra, presso le nuvole, | e sorridendo mi guarda la pianura | che si distende tra Danubio e Tibisco. || [...] || Sei bello, Alföld; per me, almeno, sei bello! | Qui fui tenuto in culla, qui io nacqui. | Qui si stenda su me il funebre lenzuolo, | qui su di me sia ammucchiata la terra del sepolcro. (da L'Alföld, pp. 168-170)
  • Non sono cattolico[3] | eppure ho fatto i miei digiuni, e grandi. | È bene che l'uomo abbia denti di ossa, | fu questo savio decreto degli dei, | poiché se i miei fossero stati di ferro | la ruggine li avrebbe corrosi. (da Un mio inverno a Debreczen, pp. 172-173)
  • [...] Perché l'uomo non fu, come l'uccello, | creato colle ali? | che giova colle gambe andar lontano | e non in alto? | Che mi importa la lontananza | se bramo le altitudini ? || Anelavo all'altezza! Ah, come invidiavo | il destino del sole | che mette una cappa intessuta di luce | sulla sfera terrestre. | Ma qual pena poi vederlo alla sera trafitto, | e scorrere dal suo petto il sangue. | Pensavo: dunque così accade? dunque chi dà la luce | tale mercede riceve? (da La cicogna, p. 175)
  • Nessuno dica che non è bella la puszta; | essa ha pure le sue bellezze; | ma quelle, come il volto di pudica fanciulla, | ricopre un denso velo. | Dinanzi ai buoni conoscenti ed amici | essa lo abbassa | e l'occhio incantato in lei si fissa | poiché gli appare una fata. (da La cicogna, p. 177)
  • Io amo come l'uomo | forse non ha mai amato. | Io amo di un santo amore, | ma la mia cara non è fanciulla terrena. || Io amo una dea, | una proscritta dea: | la libertà. (da Io amo, p. 184)

Note

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  1. Citato in Folco Tempesti, La letteratura ungherese, Sansoni/Accademia, Firenze/Milano, 1969, p. 101.
  2. Citato in in Paolo Ruzicska, Storia della letteratura ungherese, Nuova Accademia Editrice, Milano, 1963, cap L, p. 610.
  3. Petőfi era protestante.

Bibliografia

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  • Sándor Petőfi, Poemetti e liriche scelte, traduzione di S. Màrkus e S. Rho
  • Alessandro Petőfi, Poemetti, Poesie scelte, a cura di Silvia Rho, UTET, Torino, 1931.
  • Giovanni Arany, Toldi, novella poetica, traduzione dall'ungherese di Saladino Saladini, Libreria Editrice C. A. Baroni e C., Verona, 1909.

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