Sándor Weöres

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Sándor Weöres (1913 – 1989), poeta ungherese.

Citazioni di Sándor Weöres[modifica]

  • Arco interno e arco esterno di ogni cosa | – ma quale il rovescio e quale il diritto | e v'è forse un terzo arco: luce senz'ombra? – || Dalla zolla al cuore, canta ogni cosa, | risponde col suo essere e non con la mente: | Come la donna, e la poesia. (da Elysium[1])
  • Se tu potessi guardare i tuoi morti, | quelli non nati e quelli inesistenti, | sopra una lunga ombra distesa come un divano | li vedresti seduti, intenti a piangere. | E se potessi guardare i senza corpo, | li vedresti fuggire con le ali che mandano fumo. || Poiché la nausea è affluita sino al cuore dell'esistenza, | poiché l'orrore è penetrato sino al cuore dell'inesistenza, | non c'è più pace nemmeno nella morte. (dal Libro della disperazione[2])
  • Mutano ad ogni anno e fronde e rami, | cambia cicogna l'intrecciato nido, | ma mentre mi si oblia pur cento e cento | generazioni corron col mio nome. || Trascorre il mio ricordo come lacrima: | però il fitto tessuto degli eventi | conserva il segno della mia esistenza | come la roccia la conchiglia antica. (da Salmo funebre[3])
  • Se chiudiamo le nostre due finestre | talvolta laggiù abitiamo, | nel paese che calpestiamo | con le palme dei nostri piedi ciechi e fangosi, | dondolando la testa tra le mani | come una maschera tolta dal volto | e mentre gli indigeni strisciano sulla pancia, | noi lottiamo per il puro e l'impuro, | nell'attimo di laggiù quando l'angelo | è quasi diavolo e il diavolo quasi angelo; | e tante volte, poi che di là ritorniamo, | sbarriamo la nostra strada | con una grande muraglia d'oro solare | – nel momento di laggiù quando l'angelo | è quasi diavolo e il diavolo quasi angelo – | tante volte, poi che torniamo di là, | sbarriamo la nostra strada con una gran muraglia d'oro solare. (dal Il paese sotto le palme dei piedi[4])
  • Sopra una riva c'è una barca vuota: | sotto si bagnano cespi di viole. | Il mondo è grande quant'è grande un sogno: | eppure può star tutto sopra un fiore. (Cammeo[5])

Citato in Poeti ungheresi del '900[modifica]

  • Quello che non affidi alla friabile | pietra, plasmalo d'aria. | Ci sono, a tratti, attimi | che s'affacciano fuori dal tempo, || serbano ciò che non serba la pietra, | serrano un pugno pieno di tesori, | non hanno né avvenire né passato, | sono l'eternità. (da Eterno attimo, p. 177.)
  • Oh, se potessi immaginarmi | un solo colore che non ho visto mai. (Oh, se potessi, p. 195.)
  • Non vivere è più facile. Il morso del serpente | lo teme chi ha le vene calde. | Non c'è istante per noi vergine di trapasso, | la morte è il lacciocollo dei viventi. || [...] Morire non è facile. Più facile è non vivere. (da Non vivere è più facile, p. 201)
  • [...] Ma ora | che l'invecchiare mi scrolla le membra | e brinda con le mie ossa dentro la pelle, | vorrei alzarmi di scatto e correre via | a sorseggiare i piaceri perduti, | a gioire, a pentirmi della gioia e sentirne pena, | a morire invalido per il piacere tardivo, | nella puzza, nel sudiciume, nella vergogna, abbandonato | come un cane idrofobo sul letamaio. | Ma anche questo, come tutto, è un sogno. | Se non mi sono destato sinora, lo so, | russerò ormai sino alla morte. Forse | l'agonia mi soppeserà da sveglio, | col metro di ogni mancanza. Forse, | mi sveglierò nel silenzio, oltre il sogno. (da Alla fine della vita, pp. 221-222)

Citato in Storia della letteratura ungherese[modifica]

  • Non rinunciare a nulla: perché chi a qualcosa rinuncia, in essa si dissecca. Ma non diventare neanche schiavo dei tuoi desideri. Trascinarsi con passioni represse è altrettanto amaro che stritolarsi tra passioni sfrenate. Se favorisci i tuoi desideri: si accoppiano e figliano. Se li uccidi: ritornano come fantasmi. Se li domi: li puoi costringere nel giogo, e potrai utilizzare i draghi per arare e seminare, come la stessa potenza perfetta. (da Teljiesség felé, Verso la compiutezza, Ruzicska, capitolo LX, p. 742)
  • In fondo non ci sono qualità buone e cattive. Le tue qualità curate sono buone, le qualità viziate o trascurate sono cattive. (da Teljiesség felé, Verso la compiutezza, Ruzicska, capitolo LX, p. 742)
  • «Ciò che dai a me, lo dai a tutti. ,» proclama la potenza terrena. «Ciò che dai a tutti, lo dai a me», proclama la potenza celeste. (da Teljiesség felé, Verso la compitezza, Ruzicska, capitolo LX, p. 742)

Note[modifica]

  1. In Lirica ungherese del '900, introduzione e traduzione di Paolo Santarcangeli, Guanda, Parma, 1962, p. 123.
  2. In Mario De Micheli e Eva Rossi, Poesia ungherese del Novecento, Schwarz editore, Milano, 1960, p. 250.
  3. In Lirici ungheresi, scelti e tradotti da Folco Tempesti, con introduzione e note, Vallecchi Editore, Firenze, 1950, p. 366.
  4. In Mario De Micheli e Eva Rossi, Poesia ungherese del Novecento, Schwarz editore, Milano, 1960, p. 251.
  5. In Lirici ungheresi, scelti e tradotti da Folco Tempesti, con introduzione e note, Vallecchi Editore, Firenze, 1950, p. 360.

Bibliografia[modifica]

  • Poeti ungheresi del '900, a cura di Umberto Albini, ERI, Torino, 1976
  • Paolo Ruzicska, Storia della letteratura ungherese, Nuova Accademia Editrice, Milano, 1963.

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