Salvatore Accardo

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Salvatore Accardo (1995)

Salvatore Accardo (1941 – vivente), violinista italiano.

Citazioni di Salvatore Accardo[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • Da ragazzo giocavo in porta [...] ed ero davvero bravo, tanto che vennero a casa dei dirigenti del Napoli che volevano "acquistarmi". Dopo la scenata di mio padre non se ne fece nulla... Giocavo di nascosto per ovvie ragioni: per le mani stare in porta era pericoloso. E in effetti, quando vidi il portiere della squadra avversaria rompersi il braccio in un'uscita, mi spaventai e smisi di giocare. Tra il pallone e l'archetto aveva vinto quest'ultimo.[1]
  • [Su Niccolò Paganini] Si pensa sempre che il virtuosismo sia qualcosa di "negativo". "Virtuoso" deriva da "virtù": si ha, quindi, una virtù e questa virtù, la porti ai grandi cantabili espressivi. Occorre considerare che Paganini è vissuto nella grande epoca del melodramma italiano. Paganini, strumentista spettacolare, meraviglioso, ha messo al servizio della musica la sua tecnica, il suo, appunto, virtuosismo. [...] Se si ha una tecnica notevole, si riesce meglio ad "essere virtuosi" rispetto alla situazione in cui non la si abbia, la tecnica. Quindi, bisogna possederla e "dimenticarla" al momento opportuno. Paganini ha "trasportato" sul violino tutte le sue esperienze del melodramma, esperienze derivategli anche dalle sue grandi amicizie, da Rossini a Donizetti... Tant'è vero che Rossini diceva sempre che "meno male che Paganini è occupato con il violino perché se cominciasse a scrivere delle opere sarebbe un po' difficile per noi!".[2]

Salvatore Accardo: "Ho sentito il talento quando ho visto un violino, ma essere un predestinato non basta"

Intervista di Antonio Gnoli, Repubblica.it, 6 gennaio 2014.

  • [«Era il bambino prodigio»] Detesto l'espressione. Mi fa pensare a quei mostri infantili che dilagano nelle trasmissioni televisive. Un bambino prodigio, se non è ben guidato, rischia di avere dei seri problemi di testa. Non mi sono mai sentito un prodigio. Ho fatto una vita normale. Di giochi, di amicizie, e, naturalmente, di studio. Per diventare un bravo violinista occorrono ore di applicazione giornaliera. Devi apprendere la tecnica. Ma per diventare eccelso, a un certo punto, la devi dimenticare.
  • [Ricordando un'esecuzione a Mosca durante la guerra fredda] Ancora oggi provo per quel viaggio in Unione Sovietica una dolorosa nostalgia. [«Perché dolorosa?»] Era il 1970 e quel mondo, che sembrava immobile da millenni, mostrava faglie insospettabili. Mi stupivo nel riconoscere che sotto l'immenso ghiaccio della burocrazia ci fosse ancora vita, intelligenza, amore. Eppure era così.
  • [«Cosa le accade quando termina un concerto?»] Provo un sentimento contrastante: di liberazione e appagamento; ma anche di insoddisfazione. A poco a poco quello stato di eccezione torna alla normalità, a una felicità quieta. In quel momento penso alla fortuna di avere suonato insieme agli altri. [«Non è più importante l'aspetto individuale?»] Lo è solo se impari ad ascoltare gli altri. La tua libertà finisce dove comincia quella altrui. Un po' come nella vita. [«Intende dire che la musica non ammette la prevaricazione?»] Può travolgere per mille motivi. Ma non per un atto di forza. Non ci si impone sugli altri. Sono gli altri che devono riconoscerti per quello che vali.
  • [Su Arturo Benedetti Michelangeli, «com'era al di fuori dei concerti?»] Certe volte faceva pensare ai bambini che si divertono con poche cose. Era essenziale anche in questo. Ma la sua più grande passione, al di fuori della musica, erano le macchine da corsa. Guidava una Ferrari. Un giorno da Moncalieri, dove teneva dei corsi, mi accompagnò a Torino con la sua macchina. Sfrecciava per le stradine. Ero terrorizzato. E lui non una parola. Immobile. Serio. Pareva Buster Keaton. Ci fermammo davanti alla stazione. Girò la testa da uccello e aprì bocca: non mi dica che l'ho spaventata?
  • [Su Arturo Toscanini] Proiettò la figura del direttore oltre il palcoscenico. Ogni leggenda ha un sovrappiù, un eccesso di immagine. Però quando dirigeva era scarno, sapeva tirare fuori l'essenziale da una partitura senza aggiungere nessun artificio.

«L'Italia non è più il Paese della musica. È il Paese della storia della musica»

Dall'intervista di Vittorio Zincone a Sette; citato in Flcgil.it, 27 luglio 2017.

  • Bisogna mettersi al servizio della partitura e non piegare la musica al proprio protagonismo. Ai miei allievi dico sempre di non fare lo show, di essere composti, di evitare di sembrare saltimbanchi. Alle ragazze chiedo anche di non mettere in mostra il loro corpo. Non ha senso distrarre il pubblico esibendo le gambe o altro. [«Accardo talebano»] Ma no. Dico solo che la musica deve venire prima. E che i grandi interpreti e compositori non hanno mai avuto bisogno di mettere in mostra se stessi.
  • [«La leggenda vuole che lei a tre anni abbia suonato il suo primo pezzo»] Non è una leggenda. Mio padre era un incisore di cammei, suonava da autodidatta dilettante. Gli chiesi di regalarmi un piccolo violino e la prima volta che lo impugnai suonai Lili Marleen. [«Senza aver preso lezioni?»] Sapevo che cosa dovevo fare. Non so come, ma era come se lo avessi già fatto. [«Crede nella reincarnazione?»] Qualche domanda me la sono fatta.
  • [«Il violino è lo strumento del Diavolo»] È diabolicamente difficile da suonare. E poi ha effettivamente qualcosa di magico. Vive. [«I violini vivono?»] Sì. Intanto hanno bisogno di almeno settant'anni di vita per raggiungere il massimo delle loro capacità. E poi devono essere continuamente utilizzati per dare il meglio. Se qualcuno oggi suonasse il più celebre degli Stradivari, il Messiah, probabilmente resterebbe deluso, perché è un violino fermo da 250 anni.

Note[modifica]

  1. Dall'evento Gli incontri del J-Museum, 23 novembre 2013; citato in Accardo: «Questa Juve come un'orchestra di Muti»
, Juventus.com, 23 novembre 2013.
  2. Da Intervista a Salvatore Accardo, Gog.it, 2018-19 circa.

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