Salvatore Minocchi

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Salvatore Minocchi (1869 – 1943), presbitero, storico, biblista, teologo, ebraista italiano.

Storia dei Salmi[modifica]

  • La santità di Jahvé consiste più che altro nella visibile sua potenza e maestà, per la quale, attorniato di tempesta e di fulmini, ei signoreggia gli esseri e distrugge tutto ciò che in natura gli è contrario o nemico. Di tal guisa Jahvé, terribile e invincibile guerriero, dalle Alpi del Sinai, dove scoppiano i suoi tremendi uragani, e dov'egli già fu solito di abitare antichissimamente, ha condotto pei deserti di Seir e di Pharan il suo popolo d'Israele alla conquista del felice paese che il Giordano impetuoso divide e feconda. Potenze celesti invisibili e incomprensibili son l'esercito di Dio, ma l'armata visibile di Jahvé si forma delle stesse tribù israelitiche, le quali, inspirate da un tanto Duce, si slanciano per le valli palestinesi a porvi tutto quanto a ferro e fuoco, distruggerne l'odiata gente Cananea, e ridurre gli scampati all'eccidio suoi schiavi perpetui. Così aspirano i Figli di Israele a stabilirsi per sempre in quella terra della Palestina sua, dove splendidi fiori germogliano, soavissimi frutti maturano, e i fiumi corrono di latte e di miele. (p. 33)

La Genesi con discussioni critiche[modifica]

  • Il caos primordiale [nella Genesi] è rappresentato col termine di Tehôm, che ha il senso linguistico di tempestoso abisso oceanico, e che è semplicemente la forma maschile della corrispondente espressione Tiamat (pronunzia babilonese del semitico Tihamat), nel [...] Poema della Creazione. (parte prima, p. 4)
  • Mentre infatti per i Babilonesi, ad esempio, il Caos primordiale (Tiamat) era esistente ab aeterno, e principio generatore degli Dei potenti a farne un cosmo, invece per gli Ebrei questo Caos (Tehôm) non solo era alcunché di separato e diviso da Dio – esistente per sé, al di fuori e al dispora del mondo – ma era un non ente, un che di vuoto e vano, appetto a Dio, prima che questi creasse il cosmo visibile. L'agiografo [della Genesi] sarebbesi adontato di chi gli avesse detto che la terra e le acque di questo verso dovevano considerarsi come un'entità non creata da Dio; egli avrebbe negato ch'ei siano un'entità. (parte prima, p. 6)
  • La questione degli Angeli presentavasi particolarmente difficile e spinosa per un antico Ebreo; la sua lingua materna li chiamava infatti Dii e Figli di Dio, dedicando loro il medesimo nome del sommo unico Iddio (Elohîm). Antichissime tracce di politeismo e polidemonismo semitico sopravvivevano ancora involontarie nella compagine del linguaggio, malgrado che l'idea religiosa fosse pura e perfezionata d'ogni macchia precedente; e poteva anche darsi che tracce più o meno visibili di errori teologici fossero così sopravvissute nelle tradizioni cosmogoniche. (parte prima, p. 7)
  • Nel concetto cosmologico degli antichi popoli orientali (Indiani, Babilonesi, Persiani, Egiziani) [...] il cielo (ebr. samaím, altezze, forma anomala di plurale con apparenza di duale) consideravasi costituito da un'immensa volta di materia trasparente e durissima, come cristallo e zaffiro (Isaia, 40, 22), fondata su colonne solidissime (Job, 26, 11) quali le più alte montagne della terra, e paragonabile da un Semita alla distesa superiore della sua tenda di pelli, entro e sotto la quale egli abita (Sal. 104, 2). Questa volta fra gli Ebrei era detta raqîa, firmamento [...] che a lettera si renderebbe esteso, con allusione all'opera del fabbro ferraio che a colpi di maglio distende e lamina ad usi vari i pezzi di metallo grezzo e massiccio. Il raqîa è come situato fra mezzo alle acque dell'Oceano universale, che avvolge la terra e cielo, e sul quale misteriosamente cielo e terra in modo fisso e stabile possano, come un'immensa nave. Perciò una parte di esse acque resta al di sopra del cielo, e una porzione di sotto costituisce i fiumi e il mare che cinge tutto'intorno la terra. (parte prima, pp. 8-9)
  • L'idea [nella Genesi] che i pianeti e le stelle, mobili o immobili, rimanessero fissati al firmamento del cielo, come gli uomini o i palazzi alla superficie della terra, era comune ed ovvia nella scienza astronomica degli antichi popoli orientali. Ma inoltre i Babilonesi credevano, che gli astri tutti quanti fossero sede e figura di altrettanti Dii maggiori o minori, viventi analogamente agli uomini, re o sudditi, una vita divina loro propria, e fornita di una propria storia. Questa storia i Babilonesi pretendevano, per divina rivelazione, di poter narrare, e lo facevano con la serie numerosa e complicata dei loro poemi sacri mitologici, in parte giunti fino a noi e solo nell'età nostra interpretati. La vita e la storia degli dii astrali credevano i Babilonesi e in genere gli antichi popoli orientali [...] che, per il naturale dominio degli Dei sugli uomini, avesse a servire di norma e principio – il Fatum dei Greci e Latini – della vita umana, e così gli astri erano altrettanti segni astrologici della storia terrena. Non occorre meravigliarci che il sacro scrittori siasi espresso con gli imperfetti concetti scientifici del tempo suo, ma piuttosto bisogna ammirare la sapienza e prudenza con cui egli coordina tutta l'astrologia del suo secolo all'idea centrale di Dio creatore, e così la mantiene nei veri e puri limiti dell'astronomia. (parte prima, pp. 10-11)
  • Per intendere poi rettamente l'espressione: a immagine e somiglianza, bisogna innanzi tutto non identificarla con le sottili speculazioni filosofiche greco-latine, ma prenderla come rappresentazione di un concetto semplice ed ovvio, come ovvio è tutto il contesto, e in relazione alle idee e alla cultura degli antichi popoli orientali. Certo, la tradizione cosmogonica politeistica, per esempio fra i Babilonesi, ammetteva che l'uomo fosse stato formato a immagine e somiglianza degli Dei, inquantoché assumeva come dato di fatto che gli Dei, preesistenti all'uomo, avessero digià corpo ed anima e figura umana perfetta. Le tendenze antropomorfiche avevano così letteralmente capovolte le relazioni fra la Divinità e l'umanità. Ma questo concetto era del tutto ripudiato dalla religione dei Profeti, come trovasi pure sancita nella Genesi, la quale già concepisce Iddio come un essere spirituale, invisibile, irreproducibile in forme visibili, infinitamente superiore e diverso dal mondo. La somiglianza (che il testo non confonde con la uguaglianza) consiste dunque nel principio spirituale dell'essere umano, e manifestasi esternamente, secondo lo scrittore sacro, nel dominio che per lo spirito l'uomo ottiene da Dio creatore su tutta la terra. (parte prima, p. 13)
  • Una tradizione antichissima e comune fra i popoli delle civiltà primitive, Persiani, Greci e Latini, rappresentava il primitivo regime alimentare del genere umano come strettamente vegetariano. A questa tradizione, per quanto riguardo l'uomo, se non anche gli animali tutti, compresi i carnivori naturalmente feroci, innanzi il peccato originale o innanzi il diluvio, sembra ricongiungersi anche l'espressione dell'agiografo [della Genesi]. Sembra inoltre, però, ch'egli accolga anche tracce di un'altra tradizione, secondo cui all'uomo primitivo sarebbe stata un privilegio concessa da Dio la facoltà di cibarsi di carne animale: questo privilegio [...] risulterebbe se mai implicito nella facoltà divinamente concessa di assoluto dominio sugli animali tutti. (parte prima, p. 14)
  • La nozione del Sabato, se si ha riguardo alla parola, dev'essere stata indigena fra i Babilonesi; vigeva tra loro, infatti, l'ordine calendarico di un giorno frequente durante l'anno, dedicato all'espiazione dei peccati, cioè all'acquietamento del cuore degli Dei sdegnati, e questo giorno era detto Sabattu: di più i giorni 7, 14, 21, 28 del mese lunare erano stimati sacri, e proibite in quelli varie specie di lavoro. Non sappiamo se tali giorni settimi fossero detti Sabattu, ma pare probabile. Gli Ebrei, che hanno tanti punti materiali di contatto civile e rituale con i Babilonesi, davano al Sabato naturalmente un significato più nobile ed elevato spiritualmente, a norma del loro proprio concetto religioso. (parte prima, p. 15)
  • Non si potrebbe ammettere senza ledere la verità, che siavi un menomo che di comune fra le espressioni politeistiche del racconto babilonese [L'Enûma Eliš] e le rigorosamente monoteistiche della Sacra Scrittura. Ma, quanto al modo poeticamente rappresentativo di tessere il racconto cosmogonico, certi parallelismi tra il poema babilonese e il primo capitolo della Genesi sono così innegabili ed evidenti, da essere inutile che noi prosegiuamo a soffermarci sopra. L'esistenza primitiva di un Caos oceanico, detto precisamente tehôm-tiamat, la cui proprietà è la confusione e la tenebra [...] la sua divisione in due parti, l'una per formare il cielo, l'altra la terra, è un parallelismo così stretto da non potersi dire in alcun modo effetto del caso. (parte prima, p. 33)
  • Per gli Ebrei ripudiare il calendario babilonese, e particolarmente la settimana di sette giorni – che i Babilonesi hanno tramandato fino a noi, senza che siamo riusciti a sostituirla in modo migliore – era impossibile; la settimana era fondata, infatti, sì come tutto il calendario dell'anno lunare e solare, su profondi studi astronomici durati forse migliaia d'anni e pervenuti sin d'allora a risultati di una straordinaria perfezione. Ma appunto queste esigenze astronomiche erano il fondamento della concezione astrologico-politeistica dei Babilonesi, fonte di errore e di superstizione. Che fare? L'autore della cosmogonia biblica – se pure egli non fu il redattore di una tradizione religiosa digià formata – tagliò sovranamente il nodo gordiano, riportando a Dio la creazione del tutto, ed esprimendo così una eterna verità religiosa secondo gli stessi principi filosofici e scientifici dei Babilonesi e della civiltà contemporanea; egli mostò che Iddio medesimo era l'autore della settimana e di tutto il calendario che registra la storia del cielo e della terra. Egli fu il primo a non intendere, che si trattasse di una creazione materialmente fatta in un dato lasso di tempo; perché certo non potrà mai ragionevolmente dirsi, che egli credesse necessario un giorno a Dio onnipotente per la creazione della luce, la quale fu in un attimo dopo la parola divina, Egli volle invece chiaramente esprimere una profonda verità religiosa, a fronte degli errori del suo tempo. Se nel corso dei secoli non è stato poi più compreso, non è sua la colpa, ma dei tempi e della ignoranza degli uomini. (parte prima, pp. 42-43)
  • Quel che per il momento ci interessa è specialmente il concetto rappresentativo del paradiso terrestre e della vita quivi de' suoi primi abitatori. Che questa raffigurazione del giardino regale della Divinità, dove anche gli umani vivono beati, provenga più o meno direttamente dalla terra e dal pensiero babilonese, lo accenna abbastanza la Bibbia, designandolo come situato ad oriente dei popoli arabo-mediterranei, nella pianura o steppa del confine babilonese (Edinu-Eden), e solcato da fiumi, due dei quali per lo meno sono gli stessi Tigri ed Eufrate, che danno vita a tutto l'agro assiro babilonico. Se il paradiso terrestre della Bibbia in tutto non combina con la rappresentazione che ne davano i Babilonesi – nei documenti a noi finora noti – ciò dipende perché i vari popoli naturalmente avevano di queste primitive figurazioni ognun d'essi un concetto suo proprio, quindi un poco diverso l'uno dall'altro. Ai Babilonesi, infatti, non è ignota questa immagine di un loco di felicità, divina e umana ad un tempo, di un'isola de' beati dove immortali si vive e in perenne sentimento di bellezza e di forza; ma essa è diversamente situata. (parte prima, p. 86)
  • Il serpente del terzo capitolo della Genesi non è affatto una creazione propria, esclusiva del racconto biblico. Il concetto del principio del male e del dolore, rappresentato in figura di un mostruoso rettile, che sta in agguato contro la Divinità e contro il benessere di tutte le opere create del cosmo visibile, ma più ancora contro il genere umano, è ovvio e fondamentale nella religione babilonese. Rammentiamo nel già citato poema della creazione [l'Enûma Eliš] la lotta di Marduk contro Tiamat e gli altri poteri delle tenebre, in forma di draghi e simili mostruosi rettili guizzanti; indugiarci nelle multiformi espressioni plastiche e letterarie che il drago, il rettile mostruoso, il principio del male, insomma, assume nel mondo ideale babilonese, ci pare del resto superfluo. (parte prima, p. 92)
  • Abbiamo dimostrato a esuberanza, che il concetto della creazione del mondo era puro nell'ambito del pensiero biblico; ma abbiamo dovuto riconoscere che, per esprimerlo secondo le esigenze del loro tempo, gli antichi Ebrei e la Bibbia medesima non disdegnarono, guidati da divina inspirazione, di farlo con rappresentazioni concettuali e linguistiche simili a quelle dei popoli fra cui vivenano, e che avevano delle origini del mondo un'idea di gran lunga più perfetta od errata. Le relazioni disaminate già fra la Bibbia e il poema babilonese della creazione sono là per istabilirlo. (parte prima, p. 103)
  • Gli antichi Ebrei credevano che l'anima umana risiedesse principalmente nel sangue, versato il quale certa era la morte; e credevano più ancora, che un attentato ingiusto alla vita altrui, quand'ache potesse sfuggire alla giusitizia vendicatrice degli uomini, non rimarrebbe occulto e inulto dinanzi alla sapienza e onnipotenza divina. Il sangue versato e suzzato dalla terra, l'anima cioè dell'ucciso, secondo l'antico concetto orientale, gridava pur giustizia a Dio, padre di tutte le creature sue, e giustizia otterrebbe di sicuro. (parte prima, p. 132)
  • L'unica spiegazione vera di Figli di Dio resta quella, così caratteristica di tutta la Bibbia, che vede in essi le intelligenze soprannaturali, viventi nella linea, così dire, della divinità – perciò chiamati Figli di Dio – e dimoranti insieme con Dio nella celeste reggia di lui e intorno al suo trono, pronti a servirlo ed eseguirne i voleri. Essi sono i Divini, mediatori fra Dio inaccessibile e il genere umano; nella loro qualità di messaggeri, trasmettitori dei decreti di Dio all'umanità, fra gli Ebrei erano anche appellati Mal'akîm e grecamente poi furono detti Angeli. (parte seconda, p. 199)
  • Il testo della Bibbia dice e ripete a sazietà, quasi prevedesse lo scempio che ne avrebbero fatto i concordisti, dice e ripete per lo meno questo: 1º, che tutta assolutamente la superficie abitata, anzi anche abitabile, della terra fu inondata dall'acqua del Diluvio, talmente che essa sorpassò di 15 cubiti la vetta della più alta montagna che sia fra tutte sulla terra; 2º, che non solo tutti gli uomini, ma tutti gli esseri viventi morirono sopra tutta la terra; 3º, che salvaronsi dal Diluvio i soli uomini e gli animali soli entrati con Noè nell'arca, e da essi è stata poi ripopolata la terra d'uomini e d'animale.
    Questo permesso, noi sfidiamo qualunque concordista a sostenere, se ne ha coraggio, in pieno secolo XX: 1º, che tutte le specie d'animali esistenti sopra la terra – con o senza l'ipotesi dell'evoluzione – riuscirono ad essere introdotte, sì da potervi abitare un anno, quanto durò la loro permanenza, in quell'arca le cui misure esigono sia paragonata in grandezza ad un odierno piroscafo transatlantico, non dei più grossi; 2º, quando mai poté la terra essere tutta intera inondata dalle acque, e sommersa fino a 15 cubiti, cioè circa 8 metri, al disopra della più alta montagna, che è l'Himalaya. E a questi due quesiti siamo anche sicuri che il concordista non risponderà: perché qui non siamo più fra le difficoltà ed i sotterfugi, ma nell'assurdo e nell'impossibile. (parte seconda, p. 215)
  • [Paragonando il diluvio universale rappresentato nell'epopea di Gilgamesh e la Genesi] Le relazioni intercedenti fra i due racconti, biblico e babilonese, sono molteplici e così intime, che a prima vista il lettore non ha tardato certo a riconoscerle. [...] Sin dal principio della narrazione, non si può far a meno di osservare la tendenza del testo babilonese a collimare col pensiero biblico, in quanto che gli Dei sono «incitati dal loro cuore» a mandare il Diluvio, così come Jahvé prova «dolore in cuor suo» dell'empietà degli uomini, e determina il grande gastigo. Ma il reciproco parallelismo è ancora manifesto nell'apparizione divina al patriarca, con la rivelazione del prossimo cataclisma, e la proposizione del navilio che gli bisogna fare, per salvarsi dalla morte che incombe. (parte seconda, p. 231)
  • Il parallelismo tra il poema di Gilgames e la Bibbia consiste in un'intima concordanza fra la tradizione babilonese del Diluvio di Surippak – la città della Bassa Caldea che ebbe a subirlo – e quella biblica del ciclo Jahvista della Genesi. (parte seconda, p. 232)
  • Fra tutti gli Dei, Utnapistim, falso e bugiardo invero come loro, è il solo che si commuova e pianga sulla misera sorte dell'umanità distrutta dal Diluvio. E Utnapistim, cessato il Diluvio, non ristà dall'offrire sacrificio agli altri Dei crudeli che, pure, lo volevano ucciso. Insomma, nel racconto babilonese l'uomo è migliore della Divinità, e gli Dei vi si mostrano violenti, ghiottoni e bugiardi non meno che nell'Iliade. (parte seconda, p. 234)
  • La fine del mondo, per i Babilonesi, avveniva in diverse maniere, a seconda che la concepivano dal punto di vista dei segni zodiacali rappresentativi dell'acqua – Aquario, Pesci – o di quelli del fuoco – segni estivi, come il Leone o lo Scorpione: nel primo caso, la fine del mondo consisteva nel Diluvio o ringhiottimento della terra e del cielo negli abissi dell'oceano caotico, nel secondo era l'effetto di una conflagrazione di fuoco, cui sarebbe seguita la palingenesi. Il concetto delle diverse età del mondo è ovvio, non solo fra i Babilonesi, ma fra tanti altri popoli dell'antica civiltà orientale; e non deve far meraviglia che i Babilonesi, come altri popoli loro debitori di cultura civile e religiosa, presentassero, a mo' di storia, miti che narravano come la presente età del mondo fosse dovuta ad una creazione conseguente la sua distruzione, dopo un Diluvio che segnò la fine di un mondo precedente. Soltanto, essi dicevano, non vi sarebbe stato più Diluvio di sorta, finché dura questo mondo; cioè, questo mondo non sarebbe stato distrutto con un Diluvio, ma con una conflagrazione di fuoco, dopo la quale avverrebbe la palingenesi, nuova creazione di un mondo superiore e più perfetto, come il nostro è in questo caso superiore a quello prima del Diluvio, pieno di iniquità e di peccato fin dall'inizio. (pp. 242-243)
  • Si sa che i concordisti, i quali dalla pretesa universalità delle tradizioni diluviane concludevano che tutta l'umanità storicamente derivava da Noè, sono poi stati ridotti a mal partito dal fatto che la stirpe Negra e in genere l'Africa, Egitto compreso, non possedeva che scarse o punte tradizioni diluviane. Dunque i Negri non derivano da Noè? (p. 247)

Mosè e i libri mosaici[modifica]

Citazioni[modifica]

  • Il tratto di un bambino deposto da' genitori in una cestella sulle acque in riva al fiume, e quindi tratto e cresciuto alla provvidenziale missione cui è destinato, è un motivo mitologico ovvio nella vita degli antichi eroi e semidei, che, molti secoli innanzi la tradizione biblica intorno a Mosè, i Babilonesi avevano per esempio applicato al loro vecchio e gran re Sargon di Agade. E chi non rammenta la giovinezza di Edipo di Romolo e Remo? (pp. 49-50)
  • La tradizione biblica è concorde nel riconoscere il carattere del dio Jahvé, come di un dio meteorico, abitante fra le nubi della tempesta, tratte via da un vento possente. Il tuono è la sua voce, ed arma il fulmine. Jahvé nel panteon semitico è un tipo fra il Marte e il Giove della mitologia greco-latina; se, col fulmine in mano, egli è contro i nemici un vero dio di guerra e della morte, egli è un dio invece di bontà e di benessere per il suo popolo. La sua nube, portata da leggiero zeffiro, tempera allora sul nomade gli ardenti meriggi del deserto, e sui prati, le vigne, i giardini de' suoi fedeli sciogliesi in pioggia feconda. «Chày Jahvéh», Viva Jahvé; ecco il grido di guerra con cui Mosè dovette agitare i connazionali verso la ribellione e la libertà, come due mil'anni dopo, Maometto suscitava l'incendio degli Arabi nel nome di Allah. (p. 70)
  • La importanza di Mosè, iniziatore insieme religioso e politico, di gran lunga oltrepassa i confini del Giudaismo in cui, dopo l'esilio di Babilonia, fu incarnato il pensiero dei profeti. Questo semplice e appassionato figlio del deserto è uno degli uomini più perfetti che siano mai apparsi nella storia; a rimanerne persuasi basta il fatto che, dopo non molto più di tremil'anni, nel giro di circa ottanta generazioni, ottocento milioni di anime – Israeliti, Cristiani e Musulmani – metà dell'uman genere, in Mosè riconoscono il primo dei loro profeti. (p. 78)

Explicit[modifica]

[Su Mosè] Egli appartiene al novero dei pochi spiriti magni, il Budda, Socrate, Gesù, Zaratustra, rivelazioni e incarnazioni del Divino nell'uomo, che il genere umano non potrà mai dimenticare nella eterna faticosa ascensione verso la sua divinità.

Bibliografia[modifica]

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