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Epopea di Gilgameš

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Tabella dell'Epopea di Gilgameš

L'Epopea di Gilgameš, poema epico assiro-babilonese, risalente a circa tra il 2600 a.C. e il 2500 a.C..

Incipit

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  • Colui che ha visto tutto per farlo sapere al paese | Che tutto ha saputo per riferirlo a tutti, | [...] insieme [...] | [...] la saggezza di tutto sapere Gilgameš. | Egli ha visto il segreto coperto [...], | Ha portato notizia di ciò che era davanti al diluvio. | Per una via lontana è andato, si è stancato e [in difficoltà]. | Ha scolpito su di una stele tutto il (suo) travaglio. | Ha fatto fare un muro di Uruk dai recinti, | Del santo Eanna, del santuario puro: | Guarda il suo muto, che è fatto come di bronzo, | Osserva i suoi rilievi, cui nessun (lavoro) eguaglia, | Tocca la sua soglia, che è là da tempi antichissimi, | Avvicinati ad Eanna, la sede d'Ištar, | Che nessun re posteriore, nessun uomo ne farà una eguale, | Sali sopra il muro che gira attorno ad Uruk, | Esamina la (sua) base, i (suoi) mattoni osserva! | Il fondamento dei suoi mattoni non è di mattoni cotti? | Le sue fondamenta non sono gettate in sette strati? | [...] Due terzi di lui sono dio, un terzo di lui è uomo; | La forma del suo corpo è perfetta | [...] | [...] come un toro selvatico la cui testa è eretta, | Non ha nessun eguale l'impeto delle sue armi, | I suoi compagni sono legati nella sua rete, | I prodi di Uruk sono furenti nelle loro celle. (Furlani, colonna I-II:1-11)
  • Proclamerò al mondo le imprese di Gilgameš, l'uomo a cui erano note tutte le cose, il re che conobbe i paesi del mondo. Era saggio; vide misteri e conobbe i paesi del mondo. Era saggio; vide misteri e conobbe cose segrete; un racconto egli ci recò dei giorni prima del Diluvio. Fece un lungo viaggio, fu esausto, consunto dalla fatica; quando ritornò si riposò, su una pietra l'intera storia incise.
    Quando gli dèi crearono Gilgameš gli diedero un corpo perfetto. Il sole glorioso Šamaš lo dotò di bellezza, Adad, dio della tempesta, lo dotò di coraggio, i grandi dèi resero perfetta la sua bellezza, al di sopra di ogni altro, terribile come gran toro selvaggio. Per due terzi lo fecero dio e per un terzo uomo. (Sandars, prologo, p. 85)
  • Voglio celebrare al paese colui che ha visto tutto, che tutto ha conosciuto, e tutto sa. Ha esplorato ogni [paese, ha ottenuto] la totale saggezza. Ha conosciuto i misteri, ha scoperto i segreti, ha riportato notizie di prima del diluvio.
    Di ritorno dal viaggio, stanco e stremato, ha inciso su una stele tutte le sue fatiche. Ha fatto costruire le mura di Uruk - l'ovile, e del santo tempio Eanna, pura sede di tesori.
    Guarda le sue mura dai fregi (dritti) come una corda! Osserva i suoi merli inimitabili! Tocca gli stipiti, che vengono da lontano! Avvicinati all'Eanna, dimora della dea Ištar, che nessun re futuro potrà mai eguagliare! Sali a camminare sulle mura di Uruk, esaminane la base, osserva i mattoni! Non sono forse mattoni cotti? E non sono stati i sette sapienti a gettarne le fondamenta? [...] Per due terzi è dio, per un terzo uomo. La potente dea(-madre) ha tracciato la figura del suo corpo, ha disegnato la sua forma, [l'acconciatura] dei suoi capelli, la sua barba, [...] il suo aspetto glorioso [...] perfetto [...] tra ... [...] fratello [...].
    Nell'"ovile" di Uruk va avanti e indietro, mostra quant'è forte, come un toro selvaggio alza la sua testa, non ha eguali e le sue armi sono levate. (Saporetti, tavola prima, pp. 43-44)

Citazioni

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  • [Su Gilgamesh] Una dea lo ha fatto, forte come toro selvaggio; nessuno può resistere alle sue armi. Nessun figlio è lasciato a suo padre, poiché Gilgameš tutti li prende; e questi sarebbe il re, il pastore del suo popolo? La sua lussuria non lascia nessuna vergine all'amante, né la figlia del guerriero, né la moglie del nobile. (Sandars, cap. 1, p. 86)
  • [Su Enkidu] C'era in lui la virtù del dio della guerra, di Ninurta stesso. Aspro era il suo corpo, lunghi i suoi capelli come quelli di una donna, ondeggiavano come i capelli di Nisaba, dea del grano. Il suo corpo era coperto di pelo arruffato come quello di Sumuqan, dio del bestiame. Era ignaro dell'umanità, nulla sapeva della terra coltivata. (Sandars, cap. 1, p. 87)
  • Sono io il più forte, sono venuto a mutare l'ordine antico, sono colui che nacque sulle colline, sono colui che è più forte di tutti. (Enkidu, Sandars, cap. 1, p. 90)
  • [Su Ḫumbaba] Quando ruggisce è come lo scroscio della tempesta, il suo alito è come il fuoco, le sue fauci sono la morte stessa. Fa la guardia ai cedri così bene che quando una giovenca selvatica si muove nella foresta lui la ode anche a sessanta leghe di distanza. Chi è l'uomo che di sua volontà camminerebbe per quel paese e ne esplorerebbe i recessi? (Enkidu, Sandars, cap. 2, p. 96)
  • Chi è l'uomo che può scalare il cielo? Soltanto gli dèi vivono per sempre con Šamaš glorioso; invece noi uomini abbiamo i giorni contati, le nostre faccende sono un soffio di vento. (Gilgameš, Sandars, cap. 2, p. 96)
  • Quando due vanno insieme, ciascuno protegge se stesso e difende il compagno, e se essi cadono lasciano ai posteri un nome duraturo. (Gilgameš, Sandars, cap. 2, p. 102)
  • [Su Ḫumbaba] I suoi denti sono zanne di drago, il suo volto è quello di un leone, la sua carica è come l'impeto di una piena, con lo sguardo abbatte gli alberi della foresta assieme alle canne della palude. (Enkidu, Sandars, cap. 2, p. 106)
  • Se il tuo cuore ha paura, getta via la paura, se in esso vi è terrore, getta via il terrore. Prendi in mano le scure e attacca. Chi lascia incompiuta la lotta non ha pace. (Gilgameš, Sandars, cap. 2, p. 107)
  • Il più forte fra gli uomini cadrà in preda al fato se non ha giudizio. Namtar, il fato maligno che non conosce distinzioni fra gli uomini, lo divorerà. Se l'uccello intrappolato ritornerà al nido, se l'uomo prigioniero farà ritorno tra le braccia di sua madre, allora tu, amico mio, non farai mai ritorno alla città dove attende la madre che ti ha fatto nascere. Egli ti sbarrerà la via della montagna e renderà i sentieri inaccessibili. (Enkidu, Sandars, cap. 2, p. 109)
  • [Su Ištar] I tuoi amanti ti hanno trovata come un braciere che va spegnendosi al freddo, una porta che non respinge né folata di vento, né tempesta, un castello che travolge la guarnigione, la pece che annerisce chi la porta, una fiasca che irrita la pelle di chi l'ha indosso, una pietra che cade da un parapetto, un ariete da assedio che ritorce i suoi colpi, un sandalo che fa incespicare chi lo calza. Quale dei tuoi amanti hai mai amato per sempre? Quale dei tuoi pastori ti ha soddisfatta in eterno? (Gilgameš, Sandars, cap. 3, pp. 111-112)
  • Amico mio, la grande dea mi ha maledetto e dovrò morire nella vergogna. Non morirò come un uomo caduto in battaglia; io temevo di cadere in battaglia: invece, felice è l'uomo che cade in battaglia, mentre io dovrò morire nella vergogna. (Enkidu, Sandars, cap. 3, p. 120)
  • O Enkidu, fratello mio, | tu fosti la scura al mio fianco, | la forza della mia mano, la spada nella mia cintura, | lo scudo davanti a me, | una veste gloriosa, il mio più leggiadro ornamento; | un Fato malvagio mi ha derubato. | L'onagro e la gazzella | che padre e madre ti furono, | tutte le creature della lunga coda che ti nutrirono | ti piangono, | tutti gli esseri selvatici della piana e dei pascoli; | i sentieri che amavi nella foresta dei cedri | notte e giorno mormorano. (Gilgameš, Sandars, cap. 3, p. 120)
  • Come posso riposare, come posso aver pace? La disperazione è nel mio cuore. Ciò che è mio fratello ora, lo sarò io quando sarò morto. Poiché ho paura della morte farò del mio meglio per trovare Utnapištim, colui che chiamano il Lontano; egli infatti è entrato nel consesso degli dèi. (Gilgameš, cap. 4, p. 123)
  • Gilgameš, dove ti affretti? Non troverai mai la vita che cerchi. Quando gli dèi crearono l'uomo, gli diedero in fato la morte, ma tennero la vita per sé. (Siduri, Sandars, cap. 4, p. 128)
  • A cagione di mio fratello ho paura della morte, a cagione di mio fratello vado ramingo per le lande. Come posso tacere, come posso riposare? Egli è polvere e anch'io morrò e sarò disteso nella terra per sempre. (Gilgameš, Sandars, cap. 4, p. 132)
  • Nulla permane. Costruiamo forse una casa che duri per sempre, stipuliamo forse contratti che valgano per ogni tempo a venire? Forse che i fratelli si dividono un'eredità per tenerla per sempre, forse che è duratura la stagione delle piene? Solo la ninfa della libellula si spoglia della propria larva e vede il sole nella sua gloria. Fin dai tempi antichi, nulla permane. Dormienti e morti, quanto sono simili: sono come morte dipinta. Che cosa divide padrone e servo quando entrambi hanno compiuto il proprio destino? Quando gli Anunnakkū, i giudici, si radunano e anche Mammetun madre dei destini, assieme decretano i fati degli uomini. Vita e morte assegnano, ma non rivelano il giorno della morte. (Utnapištim, Sandars, cap. 4, p. 133)
  • [Avvertendo Utnapištim del diluvio universale] Uomo di Šuruppak, figlio di Ubara-Tutu, abbatti la tua casa e costruisci una nave, abbandona i tuoi averi e cerca la vita, disprezza i beni mondani e mantieni viva l'anima tua. Abbatti la tua casa, ti dico, e costruisci una nave. Ecco le misure del battello, così come lo costruirai: che la sua larghezza sia pari alla sua lunghezza, che il suo ponte abbia un tetto come la volta che copre l'abisso; conduci quindi nella nave il seme di tutte le creature viventi. (Ea, Sandars, cap. 5, p. 135)
  • [Sul diluvio universale] Alle prime luci dell'alba venne dall'orizzonte una nube nera; tuonava da dentro, là dove viaggiava Adad, signore della tempesta. Davanti, sopra collina e pianura, venivano Šullat e Ḫališ, nunzi della tempesta. Poi sorsero gli dèi dell'abisso: Nergal divelse le dighe delle acque sotterranee, Ninurta dio della guerra abbatté gli argini e i sette giudici degli Inferi, gli Anunnakkū, innalzarono le loro torce, illuminando la terra di livida fiamma. Sgomento e disperazione si levarono fino al cielo quando il dio della tempesta trasformò la luce del giorno in tenebra, quando infranse la terra come un coccio. Per un giorno intero imperversò la bufera, infuriando sempre di più si riversava sulla gente come l'impeto di una battaglia; nessuno poteva vedere il proprio fratello, né dal cielo si potevano vedere il proprio fratello, né dal cielo si potevano vedere gli uomini. Anche gli dèi erano terrorizzati dal diluvio, fuggirono nel più alto cielo, il firmamento di Anu; si rannicchiarono contro le mura, acquattandosi come cani bastardi. Poi Ištar, Regina del Cielo dalla dolce voce, gridò come donna in travaglio: "Ahimè, gli antichi giorni sono ormai polvere, poiché io ho ordinato il male. Oh, perché ho ordinato questo male al concilio di tutti gli dèi? Guerre ho ordinato per distruggere gli uomini, ma non sono forse essi la mia gente, dal momento che io li ho generati? Ora nell'oceano galleggiano come uova di pesci". (Utnapištim, Sandars, cap. 5, p. 138)
  • All'albeggiare del settimo giorno liberai una colomba e la lasciai andare. Volò via, ma non trovando dove riposarsi fece ritorno. Poi liberai una rondine ed essa volò via, ma non trovando dove riposarsi fece ritorno. Poi liberai un corvo e questo vide che le acque si erano ritirate, mangiò, volò all'intorno, gracchiò e non fece ritorno. (Utnapištim, Sandars, cap. 5, pp. 138-139)
  • Imponi sul peccatore il suo peccato, | imponi sul trasgressore la sua trasgressione, | puniscilo un poco quando evade, | non incalzarlo troppo, altrimenti perisce. | Magari un leone avesse dilaniato l'umanità | invece del diluvio, | magari un lupo avesse dilaniato l'umanità | invece del diluvio, | magari la carestia avesse devastato il mondo | invece del diluvio, | magari la pestilenza avesse devastato l'umanità | invece del diluvio. (Ea, Sandars, cap. 5, pp. 139-140)
  • Che cosa farò, Utnapištim, dove andrò? Già il ladro nella notte ha ghermito le mie membra, la morte abita nella mia camera; ovunque si posi il mio piede, lì trovo la morte. (Gilgameš, Sandars, cap. 6, p. 142)

Explicit

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  • Gilgameš figlio di Ninsun giace nella tomba. Nel luogo delle offerte ha pesato l'offerta del pane, nel luogo delle libagioni ha versato il vino. In quei giorni se ne dipartì Gilgameš signore, il figlio di Ninsun, il re, il senza pari, colui che non ebbe eguali fra gli uomini, che non trascurò Enlil suo padrone. O Gilgameš, signore di Kullab, grande è la tua lode. (Sandars, cap. 7, pp. 147-148)

Citazioni sull'Epopea di Gilgameš

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  • Gilgameš, un re a Uruk. Lui era molto malvagio con i suoi sudditi. Allora loro si infuriarono, e dissero agli dei: "Mandaci un compagno per il nostro re, risparmiaci dalla sua pazzia". Enkidu, un uomo selvaggio dalla foresta, entrò in città e si combatterono nel tempio, combatterono per le strade. Gilgameš sconfisse Enkidu. Diventarono grandi amici: Gilgameš e Enkidu a Uruk. [...] I due amici andarono insieme nel deserto dove il grande toro del paradiso uccideva gli uomini a centinaia. Enkidu prese il toro per la coda, Gilgameš lo colpì con la sua spada. [...] Insieme lo sconfissero, ma Enkidu cadde a terra colpito dagli dei, e Gilgameš pianse lacrime amare, e disse: "Lui è stato il mio compagno nelle avventure e nelle avversità, e ora se n'è andato per sempre." (Jean-Luc Picard, Star Trek: The Next Generation)
  • Il parallelismo tra il poema di Gilgames e la Bibbia consiste in un'intima concordanza fra la tradizione babilonese del Diluvio di Surippak – la città della Bassa Caldea che ebbe a subirlo – e quella biblica del ciclo Jahvista della Genesi. (Salvatore Minocchi)
  • Le dodici tavolette dell'Epopea di Ghilgamesh sono ora conservate al British Museum di Londra. Esse sono state trovate in maniera fortunosa e appartengono alla biblioteca del grande re mecenate assiro Assurbanipal. In realtà quella è una versione. L'originale non lo possediamo, e si perde veramente nella notte dei tempi, perché era stato prodotto dalla letteratura sumerica, la prima in assoluto che è apparsa all'orizzonte della Mezzaluna Fertile. La storia narrata è una parabola esistenziale come quella del libro della Genesi. (Gianfranco Ravasi)
  • Le relazioni intercedenti fra i due racconti, biblico e babilonese, sono molteplici e così intime, che a prima vista il lettore non ha tardato certo a riconoscerle. [...] Sin dal principio della narrazione, non si può far a meno di osservare la tendenza del testo babilonese a collimare col pensiero biblico, in quanto che gli Dei sono «incitati dal loro cuore» a mandare il Diluvio, così come Jahvé prova «dolore in cuor suo» dell'empietà degli uomini, e determina il grande gastigo. Ma il reciproco parallelismo è ancora manifesto nell'apparizione divina al patriarca, con la rivelazione del prossimo cataclisma, e la proposizione del navilio che gli bisogna fare, per salvarsi dalla morte che incombe. (Salvatore Minocchi)
  • Chi confronti lo stile dell'Enûma eliš con quello della nostra epopea constata senz'altro grande differenza. L'Epopea è scritta con uno stile meno solenne e togato della prima e sembra appunto per il suo stile meno antica. Da molte parti dei due scritti emerge che essi hanno avuto per autori due poeti alquanto diversi per mentalità e capacità artistica. In tutte e due le composizioni si riscontrano anche brani piuttosto terra a terra. Comunque, dal punto di vista estetico l'Epopea è superiore.
  • Nessuno potrà negare che in alcuni punti, in alcuni episodi il testo è altamente poetico, in grado di trascinare persino il lettore moderno, al quale in un primo momento non poche cose sembreranno di certo alquanto estranee al suo modo di vedere e di sentire, nonché bizzarre. Ognuno dovrà ammirare la semplicità dei mezzi coi quali il poeta ha saputo raggiungere effetti sorprendentemente profondi. Chi non si commuoverà quando leggerà la patetica lamentazione di Gilgameš sopra la sorte del suo amico? Chi non resterà stupefatto quando leggerà il dialogo tra Ištār e Gilgameš? Chi non sorriderà e nello stesso tempo non resterà ammirato quando leggerà i discorsi tra il re e gli anziani di Uruk? Non penserà egli che l'umanità non è cambiata affatto in certi sentimenti dal principio del III millennio a. C. fino al giorno d'oggi?
  • Questa epopea, che potremmo chiamare l'Odissea mesopotamica, ci fa risalire molto addietro nel tempo. Essa ci dipinge con tratti incisivi e talora molto eloquenti le condizioni sociali e spirituali della Mesopotamia meridionale attorno al 2800 a. C. e in parte certamente di un'epoca ancora più antica, poiché i testi epici e mitici sumeri sui quali si fondano le redazioni in lingua babilonese che costituiscono il nostro poema dovrebbero essere sorti durante l'epoca della terza dinastia di Uru, durante dunque l'epoca che va dal 2028 al 1920 circa a. C., ma di certo sono almeno in parte più antichi.
  • Questo poema è un vero inno all'amicizia intimissima e profondissima, all'ibru-talīmūtu, tra Gilgameš, re di Uruk, e il suo compagno Enkidu, tutti e due eroi senza pari, dei quali il primo è però l'eroe nel verso senso della parola, l'eroe al cento per cento, senza smarrimenti, inflessibile e intransigente, il cui eroismo può esser espresso concisamente colle sue stesse parole: non m'importa affatto della vita e sono pronto a morire, purché io compia opere grandi, apportatrici di fama universale ed immarcescibile. Questo era dunque l'ideale eroico degli antichi Mesopotamici, sumeri e babilonesi e assiri, niente affatto dissimile da quello posteriore dei Greci.
  • Il suo eroe è un uomo reale, che ama e odia, piange e gioisce, lotta e piomba nell'abbattimento, spera e conosce la disperazione. Certo vi compaiono anche degli dei; e in verità Gilgamesh stesso, a giudicare dal linguaggio e dai temi mitologici adoperati, è un dio di terz'ordine e, insieme, un uomo; ma è l'uomo Gilgamesh che domina l'azione del poema. Gli dei e la loro attività costituiscono soltanto lo sfondo, la cornice in cui si inscrive il dramma dell'eroe. Ed è proprio quel che c'è di umano in queste scene a conferir loro un significato duraturo e una dimensione universale. Le tendenze e i problemi che vi si vedono affiorare sono comuni agli uomini di tutti i paesi e di tutti i tempi: il bisogno di amicizia, il senso della fedeltà, la volontà di fama e di gloria, l'amore dell'avventura e delle nobili imprese, la paura della morte, soprattutto, che domina tutti gli altri temi insieme all'irresistibile desiderio dell'immortalità.
  • L'opera trae la sua forza poetica dal tema principale: l'angoscia dell'uomo di fronte alla morte e la possibilità per l'uomo di sublimarla procurandosi una gloria immortale.
  • Quando fu composta quest'opera? [...] Un confronto fra il testo di questa versione in babilonese antico e quello della versione assira che noi possediamo conferma che il poema, nella forma a noi conosciuta, era già assai diffuso sin dalla prima metà del 11 millennio a.C. Risolta tale questione, vediamo ora come affrontare il problema, ben più delicato, ben più importante anche per il sumerologo, delle fonti dell'Epopea di Gilgamesh. A dir vero, basta esaminare superficialmente il testo per accorgersi che quest'opera babilonese - vale a dire redatta da Semiti e in una lingua semitica - rivela in molti punti origine sumerica e non semiticia, e ciò nonostante la sua antichità.
  • Il racconto è incompleto e forse destinato a rimanere tale; ciò nonostante costituisce a tutt'oggi il più bel poema epico che il passato ci abbia ma tramandato fino alla comparsa dell'Iliade omerica – ed è immensamente più antico.
  • La trama del racconto ha molti fili, ma la tragedia è sostanzialmente questa: il conflitto fra i desideri del dio e il destino dell'uomo.
  • Questi poemi hanno un posto di diritto nella letteratura mondiale: non solo perché precedono l'epica omerica di almeno un millennio e mezzo, ma anche e soprattutto per la qualità e la natura della vicenda che narrano, miscuglio di avventura allo stato puro, di morale e di tragedia.
  • Vi sono state molte controversie sulla questione del rapporto fra il Diluvio del Genesi e quello degli autori assiri, babilonesi e sumeri. L'opinione, ampiamente sostenuta in passato, secondo cui il resoconto del Genesi sarebbe un tardo perfezionamento di una storia un tempo nota in tutte le città della Babilonia non è oggi così diffusa; al contrario, trova molti sostenitori l'idea che derivi direttamente da una tradizione molto antica e indipendente.

Bibliografia

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Altri progetti

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