San Fratello

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Citazioni su San Fratello (già San Filadelfo).

  • Sopra questa, quasi a un mezzo miglio di distanza, c'è il castello di San Filadelfio, che è nome nuovo, datogli dai Longobardi, come si deduce dalla lingua della popolazione. I quali non so se vennero in Sicilia con Ruggero conte normanno dell'isola, o in qualsiasi altro tempo, su questo non ho certezza. (Tommaso Fazello)
  • Vi è il castello de San Filadelfo, habitato da Longobardi, ch'ancora cosi favellano. (Giuseppe Carnevale)

Vincenzo Consolo[modifica]

  • Fra tutte le colonie lombarde, quella che ha più mantenuto costumi e lingua è stata San Fratello, San Filadelfio in origine, costruita sul cocuzzolo di una montagna di 700 metri, vicina all' antica città siculo-greca Apollonia e quindi bizantina Demena (da cui prese il nome il Valdemone).
  • Costruito, San Fratello, nell'Alto Medio Evo, dalle truppe mercenarie raccolte nella Valle Padana (ma questo non bisogna farlo sapere a Bossi) da Ruggero il Normanno per la riconquista. Queste truppe di mercenari si erano stabilite in Sicilia formando le cosiddette colonie lombarde (Nicosia, Aidone, Piazza Armerina, Francavilla, Novara di Sicilia e San Fratello, appunto). Colonie chiuse che hanno conservato le loro tradizioni lombarde, i loro costumi e, soprattutto, la loro lingua, il gallo italico o mediolatino. San Fratello è stata la più tipica e la più chiusa di queste colonie. Paese di pastori, di carbonai e di contadini, che aveva la sua ragione di vita nel ricco bosco adiacente al paese, il bosco della Miraglia, che fa parte del Parco dei Nebrodi, ricco di faggi, cerri, querce. La fine del mondo contadino degli anni Cinquanta, Sessanta, ha fatto crollare l'economia di San Fratello e costretto molti dei suoi abitanti ad emigrare. Emigrare dove? In Lombardia naturalmente, come in una sorta di richiamo ancestrale. C'è stata una trafila migratoria in Val Ceresio, nei paesi soprattutto di Saltrio e Viggiù.
  • [Parlando delle proprie scelte lessicali] Non sono però parole inventate, ma reperite, ritrovate. Le trovo nella mia memoria, nel mio partrimonio linguistico, ma sono frutto anche di mie ricerche, di miei scavi storico-lessicali. Sin dal primo libro sono partito da una estremità linguistica, mi sono collocato, come narrante, in un'isola linguistica, in una colonia lombarda di Sicilia, San Fratello, dove si parla un antico dialetto, il gallo-italico. È quella stessa particolarità storico-linguistica avvertita da Sciascia.

Leonardo Sciascia[modifica]

  • E sarà magari una suggestione che viene in parte dal dialetto (irto di consonanti e con due, tre o addirittura quattro vocali di seguito, e ciascuna con un suono distinto): ma i poeti di San Fratello o di Nicosia più fanno pensare al Porta che al Meli.
  • Un canto come quello che un poeta di San Fratello scrisse in morte di un mafioso, è impossibile trovarlo nella poesia siciliana. Bisogna arrivare a Ignazio Buttitta, cioè a un poeta dei giorni nostri, per trovare tanto coraggio civile. Il poeta di San Fratello ne aveva già nel secolo scorso: e non si creda che attaccare un mafioso morto comportasse meno rischio che attaccarlo da vivo.
  • Le interpretazioni che si danno di questa tradizione, da parte di studiosi del folklore, sono, per così dire, interne: riconoscono cioè un ruolo non del tutto eterodosso ai "giudei" di San Fratello rispetto alla liturgia cattolica. I Giudei sono gli uccisori di Cristo: perciò, nella rappresentazione della passione di Cristo, nelle ore in cui Cristo viene condannato e crocifisso, essi demoniacamente si scatenano, fanno carnevale. E ritengono, gli studiosi, che in definitiva si tratti appunto di un confluire del carnevale nella Pasqua cristiana. Ma si dovrebbe anche tener conto del fatto che a travestirsi da "giudei" sono i contadini, e i pastori, e che per l'occasione, sotto quel travestimento, in passato più che attualmente, venivano a godere di certi privilegi, di certe libertà. La parte più conculcata, più oppressa, più misera della popolazione di San Fratello, mettendosi per quel giorno nel ruolo di un popolo non meno oppresso e perseguitato, si levava a beffeggiare, a insultare, a colpire; e ad irridere al sacrificio della croce.

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