Vittorio Strada

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Strada nel 2009

Vittorio Strada (1929 – 2018), filologo e critico letterario italiano.

Citazioni di Vittorio Strada[modifica]

  • [Su Sergej Aleksandrovič Esenin] L'estremo e supremo cantore di una Russia agreste travolta dalla rivoluzione e dall'industrializzazione.[1]
  • [Su Esenin] Poeta autentico e raro, ma non superiore ai massimi rappresentanti della grande poesia russa novecentesca che lo superarono in profondità e vastità di visione e innovazione, poeta «popolare», forse l'unico ad essere veramente tale tra gli altri poeti russi del nostro secolo, che furono aristocraticamente eterei come i simbolisti o raffinatamente plebei come i futuristi o spiritualmente sovrani come gli acmeisti, [...] Esenin è un angelo caduto da un paradiso immaginario in un inferno reale.[1]
  • [Su Esenin] Poeta «contadino» tanto quando poeta «urbano», poeta di un passato senza ritorno tanto quanto di un presente senza avvenire, poeta di un'angelica purezza tanto quanto di una diabolica viziosità, poeta della nostalgia e della disperazione.[1]
  • Putin viene visto come l'uomo che ha fatto uscire la Russia da una situazione di inferiorità che prima aveva avuto. E poi, ognuno vede in Putin ciò che vuole: l'uomo d’ordine, quasi l’uomo "qualunque", "uno dei nostri", vicino al cittadino. In questa ottica, la sua mancanza di carisma risulta essere agli occhi dell’elettore medio, non particolarmente politicizzato, un elemento vincente. A ciò si aggiunge la vecchia tendenza. fortemente radicata nella Russia pre rivoluzionaria e ulteriormente rafforzatasi nella Russia sovietica, dell’uomo forte, dell’uomo che può difendere il Paese da tutti i pericoli e garantire un minimo di sicurezza e di prestigio.[2]
  • [Sulla seconda guerra in Ossezia del Sud] La posta in gioco è il controllo su alcune aree di importanza geostrategica ed economica, che vanno al di là della Georgia, e che in questo caso riguardano l’area caucasica e quelle contigue del Mar Nero e dell’area caucasica. Si tratta di aree di interesse mondiale, in particolare per la Russia. Tanto più che accanto alla questione georgiana per Mosca ne esiste una ancora più importante: la questione ucraina.[3]
  • [Sulla seconda guerra in Ossezia del Sud] La Russia può dolersi di questo fatto ma non ha il diritto di limitare la sovranità e le libere scelte di questi Paesi. Se poi si vuol discutere sul fatto che questa sia la via giusta per la stabilizzazione di quell’area, direi che questa è una via realisticamente inevitabile, perché questi Paesi ritengono in tal modo - entrando a far parte della Nato - di tutelarsi rispetto a una egemonia, quella russa, che essi ritengono ancora come imperiale. D’altro canto, Mosca ha considerato "rivoluzioni" - quali quella "arancione" in Ucraina e quella delle "rose" in Georgia - come il frutto di un’azione di guerra sotterranea da parte degli Stati Uniti in funzione antirussa.[3]

Da «Rischio nazionalismo»

Intervista di Umberto De Giovannangeli, L'Unità, 2 dicembre 1999.

  • Un merito storico va riconosciuto a Boris Eltsin: quello di essere stato il “grande distruttore” del regime del comunismo reale. È stato lui, infatti, ad aver dato il colpo di grazia ad un sistema totalitario comunque già condannato dalle sue insanabili contraddizioni interne, acuite ulteriormente da quanti si illusero di poter riformare ciò che riformabile non era: il sistema sovietico.
  • Il lascito di Eltsin è quello di una Russia infinitamente più libera, più emancipata di quanto non fosse dieci anni fa, ma con una rete di poteri inficiata se non addirittura corrotta.
  • Naturalmente Eltsin, come tutti idirigenti russi, è un uomo del vecchio sistema e come tale esprime una mentalità autoritaria.Ma anchequi:è stupefacenteche un uomo che fu carne e sangue di quel sistema sovietico abbia saputo “divincolarsi” dal suo passato e trovare in sé un impulso tendenzialmente democratico.
  • I russi - e non penso solo ai dirigenti - hanno inteso la prova di forza contro i serbi in Kosovo come un alibi, un via libera ad un’analoga azione in Cecenia. Se c’è una cosa cambiata in peggio nella Russia di oggi rispetto a quella di un decennio fa è proprio il risorgente e sempre più radicato antioccidentalismo.

Da «L'arma del presidente russo? La stabilità»

Intervista di Umberto De Giovannangeli, L'Unità, 5 giugno 2000.

  • Ancor più del suo predecessore, Vladimir Putin punta su di una integrazione della Russia, sul piano economico e politico, nel contesto internazionale, europeo e occidentale. Ma questa integrazione deve avvenire per il capo del Cremlino su una base di assoluta parità della Russia con gli Stati occidentali.
  • Se da un lato Putin ha limitato indubbiamente le autonomie locali, dall’altro, però, ha limitato anche gli abusi di potere che i governatori, forti della loro libertà d’azione, potevano commettere e in diversi casi hanno commesso. Con questa mossa Putin ha rafforzato quella che lui definisce "la verticale del potere". La domanda che attende ancora una risposta è: a cosa deve servire il rafforzamento del potere centrale? [...] Se questo rafforzamento del potere centrale è in funzione di una politica delle riforme, ecco allora che la sua scelta acquista un valore progressivo, di forte innovazione democratica. Ma può anche essere il contrario...
  • Putin [...] ha più volte dichiarato di rifiutare decisamente uno Stato ideologico e in questo senso si differenzia dal suo predecessore, Boris Eltsin, che nel '96 commissionò una nuova ideologia per la Russia e allo stesso tempo Putin si differenzia dal suo predecessore per un rifiuto dell’anticomunismo programmatico e di stampo democratico di Eltsin. Ciò che sembra delinearsi oggi è l’idea di una continuità storica del periodo zarista e postzarista, cioè sovietico, tanto è vero che tutti constatiamo come da parte del Partito comunista di Ziuganov non si manifesta più quella opposizione veemente che c’era invece con Eltsin in quanto considerato non solo un elemento anticomunista ma anche antinazionalista.

Da «È la partita finale dello zar assoluto»

Intervista di Umberto De Giovannangeli, L'Unità, 15 settembre 2004.

  • Con l'accentramento assoluto del potere, Vladimir Putin gioca la sua partita finale contro il terrorismo islamico-caucasico. In gioco non c'è solo la sua presidenza ma la tenuta stessa della Federazione russa. Putin aveva fondato il suo "patto" con i russi promettendo ordine e stabilità. L’escalation terroristica e la fallimentare politica del pugno di ferro in Cecenia hanno minato questo patto, incrinando prestigio e autorevolezza del presidente russo. L'emergenza-terrorismo ha già provocato un primo sconquasso istituzionale: il definitivo accantonamento di ogni opzione federalista.
  • Credo che Putin si sia sentito costretto a questa azione, prendendo a modello altri due "generali" di questa guerra globale al terrorismo. [...] Penso a Bush, che ha in mano la situazione nel settore centrale dell’antiterrorismo, così come a Sharon, il secondo "generale" che ha accentrato i poteri nella lotta al terrorismo. Direi che Putin si è autoproclamato terzo "generale", in ordine di tempo ma non di importanza, di questa guerra totale al terrorismo islamico globalizzato.
  • Ordine e stabilità erano stati i pilastri del suo "patto" con i russi, il fondamento della sua legittimazione popolare, sin da quando Eltsin lo spinse avanti. Ordine e stabilità sono i valori più sentiti oggi dai russi: tutti i più recenti sondaggi indicano chiaramente che in testa a tutti i valori che erano stati indicati - libertà, democrazia....- la stragrande maggioranza dei russi poneva ordine e stabilità, oltre al miglioramento della situazione economica e delle condizioni di vita.
  • I candidati che si contendono il potere [in Ucraina] sono due: uno, Jushenko, viene considerato filo-occidentale; l’altro, Janukovic, è ritenuto filo-russo, e Mosca si è schierata apertamente in favore di quest’ultimo, anche se forse avrebbe fatto meglio ad assumere una posizione più neutrale. Se anche in Ucraina - come è già avvenuto in Georgia, quando a Shevarnadze è succeduto il filo-americano Saakashvili - dovesse vincere il candidato filo-Usa, questo rappresenterebbe un altro punto dolente per la politica estera di Putin nell’area ex-sovietica.

Da «È in atto uno scontro tra due Ucraine»

Intervista di Umberto De Giovannangeli, L'Unità, 26 novembre 2004.

  • L'incubo di Mosca è quello di vedere un giorno basi Nato in Crimea. Di fronte alla crisi ucraina, l'Europa deve svolgere un ruolo di mediazione, con l'obiettivo dichiarato di raggiungere una soluzione politica che eviti sanguinose lacerazioni, avendo ben chiaro che l'Ucraina non è il Kosovo e che una spaccatura del Paese e la sua frantumazione statuale potrebbero determinare, sul piano geostrategico, effetti di destabilizzazione ancor più devastanti di quelli che possono scaturire dal conflitto nel Caucaso.
  • Le elezioni presidenziali hanno fatto emergere, in tutta la sua drammaticità, tensioni etniche, culturali, religiose, oltre che politiche, che hanno segnato l'Ucraina fin dai giorni della sua indipendenza, nel 1991. Differenze che non possono essere schematizzate appiccicando l'etichetta di “filo-russo” a Viktor Yanukovich e di “filo-occidentale” a Viktor Yushenko. Non siamo di fronte a due “marionette” manovrate da Mosca o da qualche cancelleria occidentale. La realtà è ben più complessa: a confrontarsi, e scontrarsi, sono due parti del Paese, due metà, storicamente diverse: quella orientale, legata alla Russia sul piano culturale, linguistico e soprattutto - attraverso il patriarcato ortodosso - religioso; sul fronte opposto, c'è la parte occidentale del Paese, con i suoi profondi legami con la Polonia e con l'Europa centro-occidentale. Una spaccatura che ha anche connotati economici: per l'Ucraina orientale, fondamentalmente agricola, la parte più povera del Paese, la Russia, nonostante la crisi economica che l'attraversa, rappresenta comunque un punto di riferimento, un modello a cui tendere.
  • I critici della Russia sostengono che il progetto di Putin è neoimperiale, e in esso l’Ucraina avrebbe un ruolo essenziale. Da in punto di vista neutro, non si può negare che, sul piano geopolitico, la Russia ha i suoi buoni motivi per non lasciare l’Ucraina all’Europa.

Da «Il capo del Cremlino arriva come un trionfatore»

Intervista di Umberto De Giovannangeli, L'Unità, 25 novembre 2013.

  • Può piacere o meno, ma sta di fatto che oggi la Russia da lui guidata ha una capacità di azione internazionale, politica ed economica notevolissima.
  • Il primo, grande successo è che Putin ha portato la Russia tra le potenze mondiali di primo rango, subito dopo gli Stati Uniti, e al livello della Cina.
  • Sotto Putin, il regime "ibrido" - autoritarismo di sostanza e democrazia di facciata - ha raggiunto una indubbia stabilità, tanto è vero che alcuni autorevoli analisti non parlano più di post-sovietismo ma di neo-sovietismo.
  • [«In definitiva, visto da Vittorio Strada, come definire Vladimir Putin?»] Un uomo di stabilità e di transizione, in una fase di sviluppo della Russia post-comunista. Un politico indubbiamente capace che ha risolto alcuni problemi e ne ha aperti altri.

Da «Oltre la rivoluzione arancione, la protesta è trasversale»

Intervista di Umberto De Giovannangeli sull'Euromaidan, L'Unità, 10 dicembre 2013.

  • Ciò che sta avvenendo oggi in Ucraina non è solo il proseguimento di quella rivoluzione arancione del 1994 che non si è chiusa evidentemente con la vittoria politica di Yanukovych. È qualcosa di più: è un movimento trasversale, che va al di là degli stessi partiti di opposizione.
  • I giocatori sono la Russia di Putin, il governo ucraino di Yanukovych e l’Unione Europea, i cui piani sono stati sconvolti dall'intervento così massiccio e continuato dell'"inatteso": il movimento di massa che ha messo in crisi i giochi di vertice, tanto che se anche dovesse vincere Putin, e cioè se l’Ucraina restasse nella sfera russa, quella del capo del Cremlino sarebbe sì una vittoria, ma una vittoria di Pirro...
  • Ci si può domandare se il presidente ucraino si sia comportato come un giocatore di poker che ha bleffato prima, quando dichiarava la sua volontà d’integrazione europea, oppure se anche lui abbia creduto di potersi svincolare dall’abbraccio russo

Da «Il Cremlino sfida l'Occidente perché lo sente debole»

Intervista di Umberto De Giovannangeli, sull'annessione della Crimea alla Russia, L'Unità, 21 marzo 2014.

  • Parlando dell’annessione della Crimea, in una intervista Vladimir Putin ha utilizzato una espressione che dà conto della portata di ciò che è avvenuto. Il leader del Cremlino ha parlato di "missione morale", qualcosa di più di una difesa da parte di Mosca dei propri interessi geopolitici e militari in Ucraina. Ed è proprio questo spirito "missionario" evocato dal presidente russo che dovrebbe allarmare l’Occidente
  • [«Cosa nutre l'azzardo di Putin?»] Qualcosa di più profondo di una presunta superiorità militare. Vede, il presidente russo ritiene di avere non solo la forza politica e militare ma anche una superiorità morale, etica, verso un Occidente debole in leadership e disorientato, tanto da poterlo sfidare.
  • [«C’è il rischio che la crisi ucraina possa degenerare in un conflitto armato?»] Questo rischio esiste e può essere scongiurato solo se l’Occidente, unito, sarà capace di praticare una politica avveduta, che implica anche una riflessione su ciò che è stata la trasformazione di piazza Maidan dove sempre più peso hanno finito per avere le forze revansciste che poco o nulla hanno a che fare con un sincero europeismo.

Da «L'Occidente è chiamato a fare i conti col panrussissmo»

Intervista di Umberto De Giovannangeli, L'Unità, 22 aprile 2014.

  • Dopo il pangermanesimo, il panslavismo, il panarabismo, Vladimir Putin ha inventato il panrussismo. E con questa strategia imperiale l’Occidente è chiamato a fare i conti. [...] L’interpretazione corrente e diffusa è che Vladimir Putin voglia ricostituire l’Unione Sovietica. Si tratta di una interpretazione semplicistica e approssimativa. Il fatto stesso che Putin faccia riferimento esclusivamente all’elemento nazionale russo dimostra che si tratta di una ideologia diversa da quella sovietica.
  • [Su Vladimir Putin] Per lui la Russia non è soltanto l’etnia di un’unica razza, bensì comprende tutte le etnie che compongono l’attuale Federazione. Più volte ed esplicitamente, il leader del Cremlino ha messo in guardia contro un nazionalismo russo esclusivo. Per lui, l’elemento russofono è il "fratello maggiore" di una comunità di popoli, di etnie, che compongono, per l’appunto, l’attuale Federazione. In questo senso, anche gli ucraini (ucrainofoni) potrebbero far parte di questa "famiglia allargata". Anche da questo nasce la violenta polemica scatenata dalla leadership putiniana contro i nazionalisti ucraini antirussi.
  • Se abbiamo il diritto e il dovere di avere un atteggiamento critico verso la politica russa, altrettanto si deve dire per quel che riguarda la politica ucraina. Questo vale in generale per tutta la politica che ha caratterizzato la ventennale esistenza dello Stato ucraino come Stato sovrano. E vale anche per la situazione attuale, nella quale dobbiamo distinguere tra un nucleo sano di opposizione popolare al vecchio regime di Yanukovich - che esprime un sentimento nazionale ucraino - da un preoccupante rafforzamento del nazionalismo sciovinista dell’ultradestra. Da parte russa questa distinzione non viene fatta, e si afferma che la rivolta di Maidan ha portato alla formazione di un governo fascista sostenuto dall’Occidente.

Note[modifica]

  1. a b c Citato in Vittorio Strada, Introduzione, in Giovanni Arpino, Serghej A. Esenin, l'estremo cantore dell'antica Russia di fronte alla rivoluzione, Marsilio, 1997.
  2. Citato in «A vincere è stato il partito del potere», intervista di Umberto De Giovannangeli, L'Unità, 8 dicembre 2003.
  3. a b Da «Non siamo di fronte a una riedizione della Guerra Fredda», intervista di Umberto De Giovannangeli, L'Unità, 19 agosto 2008.

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