Wole Soyinka

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Soyinka nel 2018

Wole Soyinka, pseudonimo di Akinwande Oluwole Soyinka (1934 - vivente), drammaturgo, poeta, scrittore e saggista nigeriano.

Citazioni[modifica]

  • L'uomo muore in tutti coloro che conservano il silenzio di fronte alla tirannia. (da L'uomo è morto, traduzione di Carla Muschio, Jaca Book, 1986, p. 29)
  • Nel mio paese, la Nigeria, si parlano più di trecento lingue. E dico lingue, non dialetti. Quindi quale lingua ci rappresenta? Per quanto mi riguarda lo yoruba è la lingua che sento per le strade, nelle case, che parlo in famiglia; ed è vero, l'inglese ci è stato imposto e ci ricorda il nostro passato coloniale. È un tema di cui si discute molto in Africa, ma in realtà la lingua in sé è solo una convenzione che non ha alcun significato; l'inglese dopotutto è utile, perché è una lingua franca accessibile a tutti e che ci permette di comunicare tra noi. Anche se definirla semplicemente inglese è un po' riduttivo, perché in realtà in Africa tutti usiamo una lingua pidgin a cui aggiungiamo qualcosa delle nostre lingue tribali. Io ho scritto la maggior parte delle mie opere in inglese e ho scritto teatro in yoruba, perché era più naturale. Ma non è così importante; a volte mi ritrovo a leggere Shakespeare e a chiedermi: “Un momento, questo è inglese o yoruba?”. La lingua è un mezzo flessibile, con cui gli artisti possono mess around [pasticciare].[1]

Dall'intervista di Ilsole24ore

  • L'Africa è un paese dal carattere molto drammatico, che sempre mostra i suoi vissuti in modo eclatante.
  • In Nigeria si avverte una forte tensione. Se non si farà chiarezza temo si arriverà ad uno scontro. Non importa che colore abbia chi indossa lo stivale del colonialismo, conta l'oppressione non il colore dell'oppressore.
  • Molti africani guardano ormai con sospetto e scetticismo le rivoluzioni. L'Africa è stanca di messia, perché molti messia di queste rivoluzioni si sono rivelati più inetti e sfruttatori persino dei vecchi padroni coloniali.

Dall'intervista di Doppiozero

La sua Africa. Conversazione con Wole Soyinka, Doppiozero.com, 11 Dicembre 2015

  • La mia prospettiva sul mondo è indubitabilmente, profondamente yoruba. Sono cresciuto in un ambiente pervaso di teatro. Sulle strade della mia città, Abeokuta, da bambino vedevo sfilare i cortei degli egungun, le maschere ancestrali yoruba. Processioni religiose e secolari riempivano le piazze pubbliche, i mercati. Poi c’erano i riti, le festività stagionali delle divinità tradizionali. Quando cominciai ad andare a scuola e m’imbattei in un altro tipo di teatro, tutto divenne un continuum nella mia mente e cominciai a sperimentare.
  • La storia dell’Africa non può essere separata da quella della sua diaspora, che ha avuto luogo in tutte le parti del mondo, né da quella di tutte le altre dispersioni cui è stata sottoposta l'umanità nel corso dei secoli. Tuttavia, è una storia che presenta un fascino particolare per tutti gli africani, perché è la loro storia, ed è una storia che anno dopo anno si ripresenta al loro cospetto con segni indiscutibili di soppressione e di distorsione massiccia.
  • Non sono innamorato della Nigeria. Accetto semplicemente il fatto che sia un’entità alla quale appartengo. Ecco tutto. Non si tratta nemmeno di un rapporto odio-amore. Non ho alcun rapporto sentimentale con le nazioni. Anzi, credo piuttosto che le nazioni costituiscano il peggiore crimine contro l’umanità di cui, paradossalmente, è colpevole tutta l’umanità, che pure, commettendolo, va contro sé stessa. Non mi chieda cosa ci dovrebbe essere al posto delle nazioni, perché non lo so. Sono solo convinto che, considerato il livello avanzato raggiunto dalla mente umana, considerato cioè che è stata l’intelligenza collettiva a portarci nello spazio con un biglietto di andata e ritorno, l’umanità avrebbe potuto fare di meglio in fatto di formule sociali.
  • Sì, Ogun è palesemente il mio demiurgo. È il dio della poesia lirica e della metallurgia, la contraddizione dinamica tra la solitudine e l’imperativo di combattere. Non venero, comunque, né il suo tempio né quelli di altre divinità.
  • Come mai le prostitute nigeriane – o meglio, chi sta dietro al racket – sono di gran lunga più presenti in Italia che nelle altre nazioni europee? I nostri due paesi sono anime gemelle!

Dall'intervista de L'Espresso

Soyinka: "Non si ferma l'umanità in cammino", Espresso.repubblica.it, 24 febbraio 2017

  • Pensiamo all’umanità come a una comunità di esseri viventi costantemente in movimento. Essere umani significa essere in moto, in una situazione dinamica. Organizzazioni come Boko Haram o Daesh cercano invece la stasi, la stagnazione. Rifiutano lo sviluppo, hanno una concezione primitiva della società. Questa si chiama inimicizia verso l’umanità. E tutte le arti dovrebbero scendere in prima linea e puntare l’attenzione su quello che sta succedendo. Un modo per combatterle, per esempio, è ridicolizzarle. Sono organizzazioni così autoriferite, egotistiche, tronfie e presuntuose. La loro pomposità è oscena e dovrebbe essere oggetto della più aspra ridicolizzazione.
  • L’opportunismo dell’Europa ha forti responsabilità sulla destabilizzazione dell’Africa di oggi, che ha portato all’esplosione di migranti.
  • Sono sicuro che, fra una quindicina d’anni, in Africa sarà raggiunto un livello di sviluppo che molti ritengono impossibile oggi.

Da La causa dei popoli

Il Biafra non è stato sconfitto, La causa dei popoli, anno 2, numero 4, maggio-agosto 2017

  • [Sulla Guerra civile in Nigeria] Io ero ancora un giovane scrittore. Mi sembrava di essere circondato da una massa di lemming che si suicidavano in massa. La mia "colpa" fu quella di dire che il Biafra non avrebbe potuto mai essere sconfitto. La maggior parte della gente - inclusi ovviamente i militari al potere - pensarono che le mie parole si riferissero all'aspetto bellico della questione. Così furono interpretate come un'offesa nei confronti del governo, un tentativo di scoraggiare i soldati federali e di galvanizzare quelli biafrani. In me non videro soltanto un nemico, ma anche uno spaccone secondo il quale nessun esercito africano avrebbe potuto sconfiggere l'esercito di Ojukwu.
  • Il Presidente Gowon diceva di stare dalla parte giusta e che il Biafra sarebbe stato sconfitto. Evidentemente il Biafra ha perso la guerra, ma non è stato sconfitto. La maggior parte dei nigeriani l'ha capito.
  • La guerra è finita, l'unica cosa che è cambiata è la tattica. Forse si sta cercando di realizzare una secessione interna, tanto per vedere quello che la legge consente e quello che vieta. Per quanto riguarda i vincitori, gli analisti continuano a dire che l'instabilità del paese è una conseguenza della guerra, così come la corruzione, la cattiva gestione delle risorse petrolifere, la cecità politica, etc. Comunque il separatismo sta guadagnando un seguito crescente. Purtroppo ha già scatenato una reazione pericolosa: l'intolleranza.
  • L'Africa moderna è un aggregato di territori definiti da interessi stranieri, e proprio per questo suscettibili di fallimento.
  • Il Biafra deve restare parte della Nigeria o staccarsene? Il punto è questo. Anche dopo tanti anni di convivenza difficile, è difficile immaginare una Nigeria senza il Biafra. Io preferisco che questa separazione non avvenga, ma non soltanto perché credo che convenga a entrambi restare uniti per motivi economici, culturali e politici. Il contesto globale odierno rende più attraenti i paesi composti, non soltanto agli occhi degli investitori stranieri e per i turisti, ma anche per gli abitanti di qualunque paese.
  • La Nigeria è stata spesso definita una bomba a orologeria. Paradossalmente, è proprio per questo che deve restare unita. Un'esplosione in uno spazio ridotto è più dannosa di quella che può verificarsi in un territorio più grande, capace di assorbirne l'impatto e aumentare le possibilità di sopravvivenza.

Dall'intervista di Minima & moralia

"Senza impegno politico non sarei stato lo scrittore che sono": Intervista a Wole Soyinka, Minimaetmoralia.it, 26 settembre 2017

  • Mandela è stato come un fratello maggiore. Dopo la sua liberazione, nel nostro incontro era esattamente l’immagine che mi aveva accompagnato negli anni: un uomo dal coraggio quieto. La sua lotta per la libertà e per la dignità umana entrarono nelle mie poesie.
  • In Nigeria il boom petrolifero è stato il motore della crescita esponenziale dell’urbanizzazione e ciò ha colpito con crescente pressione le strutture preesistenti con il conseguente crack dei centri urbani, non pronti ad ammortizzare tale crescita. Senza investimenti pesanti sulle infrastrutture, sui servizi urbani la trasformazione non equivarrà al miglioramento delle condizioni di vita.
  • Mi indigna l’impoverimento del linguaggio, la retorica dell’esclusione. Il muro di Trump è già eretto nelle menti.
  • Sono cresciuto in un ambiente, la cultura yoruba, in cui tutto era in qualche modo teatro e resta un luogo straordinario di sperimentazione. Vorrei avere più tempo per scrivere, ma l’attivismo politico si intreccia sempre.
  • Boko Haram è il prodotto di decadi di tatticismo politico, sottovalutazione del problema e sostegno per interesse politico. Le relazioni interreligiose tra cristiani e musulmani in Nigeria si sono deteriorate mediante la speculazione politica sulla gente comune al di fine costruire il proprio potere, l’area di influenza. Occorre combattere la cultura dell’impunità nel terreno religioso, l’Africa è una parte essenziale nella sfida al fondamentalismo: non dimenticate anche le nostre vittime del terrorismo
  • Tutto è negoziabile anche l’unità del paese, non il diritto delle persone a determinare il proprio futuro.

Dall'intervista di Mangialibri

Intervista a Wole Soyinka, Mangialibri.com, 2018

  • Prendiamo in esame le religioni, confrontatele: da una parte c’è la vostra religione che è una religione accomodante, di spirito ecumenico, cioè che è disposta anche a accogliere e addirittura a assorbire i sistemi di fede degli altri. E all’altro estremo c’è una religione la quale impone che nulla dei capisaldi di quella fede venga mai toccato. In Africa invece non troverete mai alcuna religione che propugna i principi della crociata o della jihad per dirlo in arabo: per lo più con poche eccezioni, nel continente africano, i sistemi di credenze, di fede in generale non fanno alcun tentativo di fare proseliti, di convertire gli altri con la forza, pensano piuttosto che l’altro che non condivide la tua fede deve poter trovare il proprio modo di rapportarsi con il Principio Superiore o la Divinità o Dio. Detto questo chi si reca nei Caraibi, nelle Antille o nell’America latina si accorge rapidamente che tantissime convinzioni, credenze religiose africane si sono diffuse in quelle regioni del mondo e hanno, per così dire, contagiato addirittura la fede cristiana. Sono stati gli schiavi a fare questo, schiavi che venivano definiti dei subumani, che provenivano dall’Africa e che quantunque non avessero nessun potere di coercizione, a loro era perfino vietato toccare il padrone, figuriamoci quale potere potevano mai esercitare! Nonostante questa impotenza sostanziale sono stati proprio loro a passare le concezioni religiose africane, sono stati loro il veicolo della diffusione.
  • Tutti coloro che veramente, e ce ne sono tanti, anelano a tornare in Africa. Anche coloro che fanno parte della nuova ondata migratoria che si è sovrapposta alla prima, che ora vivono altrove, in Europa, in America. Di sicuro potrebbero vedere e toccare con mano ciò che di valido hanno apportato in questi paesi. Credo che questo progetto potrebbe essere di stimolo anche ai leader, ai governanti africani perché si ricordino che quello che devono fare è cercare di creare un ambiente positivo per gli africani a casa, in modo da tenerli a casa, in Africa.
  • Io ero negli Stati Uniti durante la campagna presidenziale e ho visto un candidato fare affermazioni xenofobe e razziste talmente gravi da deliberatamente suscitare commenti e reazioni, infiammare sentimenti primitivi dell’elettorato americano, e fra l’altro lo ha fatto insultando praticamente tutti: messicani, asiatici e anche nigeriani. Anche se nessuno lo prendeva sul serio, i consensi dell’elettorato nei suoi riguardi crescevano e lui si avvicinava sempre più alla Casa Bianca. In quel momento io ho detto ai miei amici, le persone con cui lavoro in America, ho detto che se gli americani votano questo signore rivelano che non sono ancora guariti, non si sono ancora liberati dal germe del razzismo e della xenofobia.

Dall'intervista di Avvenire

Wole Soyinka: «Liberiamo la libertà». Ma attenti a Internet, Avvenire.it, 23 maggio 2018

  • Prendiamo per esempio quanto accadde con le cosiddette “Primavere arabe”. È chiaro che gran parte di esse sono state favorite proprio da Internet e dalla connettività. In molti casi si è riusciti a cacciare i dittatori, a scoprire e a denunciare i loro crimini e le loro ruberie in un modo che in passato non sarebbe stato possibile. Molti di essi si erano limitati a sostituire i vecchi imperi coloniali con imperi personali. Non dobbiamo però illuderci che il potere ci consenta sempre di usare il massimo della tecnologia, poiché ci saranno sempre delle limitazioni. Inoltre Internet ha favorito anche il proliferare di notizie false o distorte, e purtroppo a volte la democratizzazione della tecnologia ha fatto finire il potere nelle mani delle persone sbagliate, aumentando quindi i rischi in termini di oppressione politica.
  • Non esiste alcuna forma di fanatismo nella tradizione religiosa degli Orisha, le divinità dell’Africa occidentale, che è tipica degli Yoruba, il mio popolo. È una religione ecumenica, del tutto priva di fanatismo, al cui interno non c’è nessuno spazio per l’estremismo. Quelli di Boko Haram sono barbari che vogliono islamizzare la nazione, il cui fondamentalismo religioso si unisce a una sete smisurata di risorse petrolifere. Poi ci sono anche molti politici corrotti che cercano di manipolarlo, quell’estremismo religioso.
  • Penso che in primo luogo Mandela sia stato – e sia ancora – un modello di possibilità, una giudiziosa combinazione di combattività e di compassione umana che ha reso possibile il progresso dell’umanità verso una società nonviolenta, da raggiungere attraverso la libertà e la dignità umana. Era assolutamente privo della sete di potere che è invece una delle piaghe di molti leader africani.

Dall'intervista di Pangea

“Trump è un razzista, Obama non meritava il Nobel per la pace (né Bob Dylan quello per la letteratura), l'Islam è responsabile di un fondamentalismo distruttivo”, Pangea.news, 23 marzo 2019

  • Trump si è presentato con un programma basato sul disprezzo politico, razziale e ideologico nei confronti di Obama. Non è stato nemmeno discreto riguardo alla sua missione di smantellare l’eredità di quest’uomo di colore.
  • In Nigeria e in altri paesi, quando si sente che un presidente o un governatore è arrivato e ha iniziato a sparlare delle politiche, dei traguardi o delle attività del proprio predecessore, di solito è per un solo scopo. Cancella questo, quello, quell’altro, così può ricominciare da capo a guadagnarsi i soldi. In altre parole, spesso alla radice c’è la corruzione. Questa è la prima volta che ho visto un approccio iconoclastico, la negatività pura come scopo, come ideologia di un nuovo presidente. È come dire agli americani “Vi hanno venduto uno scemo. Io sono l’autentico americano e quindi posso fare quello che voglio”.
  • Per come mi ha influenzato personalmente quando detenevo la green card ed ero un residente permanente di questo paese, posso dire grazie al cielo per la Obamacare nei tempi duri per la mia famiglia. Quindi capisco il suo valore, il suo significato per la gente normale. E mi rivolgo a chiunque cominci a smantellarla: per me equivale ad un crimine contro l’umanità. Per quanto riguarda la politica estera, ovviamente Obama è stato risoluto se necessario.
  • Alcuni pensano che fosse cauto fino alla timidezza. Non sono affatto d’accordo. L’incremento delle armi di distruzione di massa rende possibile lo scoppio di una terza guerra mondiale. Viviamo in un mondo estremamente precario che richiede equilibrio e attenzione. Lo ha dimostrato nell’incredibile impresa di catturare Osama bin Laden. È necessario un leader cauto, di buoni principi, ed efficace per autorizzare un’operazione del genere come segnale al mondo che non si commette questo tipo di atrocità senza aspettarsi ripercussioni. È servito coraggio. Le persone obiettarono che fu omicidio extragiudiziale. Lo trovo davvero ridicolo. È stato un crimine globale e Obama ha preso provvedimenti. Allo stesso tempo, tuttavia, l’ecumenismo, possiamo dire, di Obama, il suo senso di dedizione per l’uguaglianza delle culture, a volte lo ha condotto sulla strada sbagliata. Ad esempio, credo che la sua affermazione al Cairo sia stata un disastro in termini di liberazione dell’umanità – quando ha parlato del suo, non proprio assenso, ma sostegno al diritto di qualsiasi cultura di costringere le donne ad indossare il velo. Questo genere di discorso ha reso quello di umanità un concetto relativo. Per me, c’è un’unica umanità o non c’è affatto. Nessuna cultura ha il diritto di umiliare la femminilità.
  • Persino Putin è più credibile come leader rispetto a Donald Trump

Altri progetti[modifica]

  • Citato in Wole Soyinka: la lingua non basta, Linguaenauti.com, 6 novembre 2017