Peter Bogdanovich

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Peter Bogdanovich

Peter Bogdanovich (1939 – vivente), attore, regista, sceneggiatore e critico cinematografico statunitense.

Chi c'è in quel film? Ritratti e conversazioni con le stelle di Hollywood[modifica]

  • Daisy Miller [di Henry James] è una personalità terribilmente intrigante, un simbolo della vitalità e della fraschezza tipiche del Nuovo Mondo, che anela all'indipendenza nel rifiuto di adeguarsi alle aspettative sociali del Vecchio Mondo europeo. (citato in Henry James, Daisy Miller, Baldini Castoldi, 2012)
  • Dopo aver visto Carter vincere le elezioni con un personaggio alla Capra, i repubblicani si devono esser detti: "Be' proviamo con Hollywood anche noi". Se Carter ha provato a fare Jimmy Stewart e gli è andata bene, perché non far provare anche Ronald Regan, che come attore ha tanta esperienza in più? (p. 49)
  • Quando Fairbanks e Chaplin facevano le loro tournée europee, negli anni Venti, erano accolti da un'universale adulazione, da un'apoteosi di massa di un'intensità che la storia non aveva mai registrato sino ad allora. (p. 50)
  • Dalla morte di Marilyn Monroe, non ci sono più state dee dell'amore. (p. 54)
  • Attori di considerevole talento e fascino come De Niro, Al Pacino e Tom Hanks hanno preferito la versatilità all'antica legge delle star, che esigeva coerenza nella scelta dei personaggi da interpretare. Seguendo la via aperta da Brando, hanno evitato di presentare un'identità mitica al loro pubblico. (p. 55)
  • Verso la fine del 2002, a un altro attore sui vent'anni dissi di recitare la scena con più leggerezza, "più alla Cary Grant". Reazione: zero. E questi erano attori! Gente che fa parte a pieno titolo del mondo dello spettacolo, e che in teoria dovrebbe conoscere a perfezione i grandi esempi della professione che hanno intrapreso. (p. 59)
  • I grandi nomi del passato [...] non significano niente, per i giovani che vanno al cinema. Si perdono infiniti piaceri, gioie senza numero; un tesoro di esperienze liete, o profonde, o formative, che aspetta solo loro per rivivere e donarsi di nuovo: ma di questo, a quanto pare, i giovani di oggi non hanno il minimo sospetto. (p. 59)
  • Sullo schermo, molti di quei memorabili attori ancora respirano e amano, e ancora sanno strapparci tante risate, tante lacrime. Perché lasciare che si spenga la luce che hanno acceso, quando hanno ancora tanto da darci? (p. 60)
  • La libertà di pensiero di Bogart, in materia politica, era considerata pericolosa a Hollywood. (p. 82)
  • Bogart era un uomo che non avrebbe mai accettato un compromesso sui suoi ideali, tanto al cinema che nella vita. (p. 95)
  • Clift era stato una specie di leader senza galloni. Le sue interpretazioni annunciavano un nuovo stile di recitazione. Finì per essere etichettato – impropriamente – come "il Metodo". Dopo Clift venne Marlon Brando, e dopo Brando venne James Dean. Clift era il più autentico e il meno manierato di questi attori; forse il più sensibile, e certo il più poetico. Era anche bellissimo. (pp. 139-140)
  • [Su Montgomery Clift] La chirurgia plastica fece quel che poté, ma ormai quegli occhi così toccanti guardavano da dietro una maschera che simulava per vaga approssimazione quel che era stato il suo vero viso. [...] L'intensità mozzafiato, l'autenticità del sentimento erano sempre le stesse, ma l'equilibrio misterioso dell'espressività era stato compromesso. (pp. 141-142)
  • [Su Montgomery Clift] Un poeta sperduto, che era nato a Omaha, nel Nebraska, ed era stato il più romantico e commovente attore della sua generazione. (p. 143)
  • [Su Cary Grant] Era rapido di riflessi e aveva un'eccezionale presenza di spirito. (p. 147)
  • [Su Cary Grant] Ed era un fascino che non si può descrivere con le parole: come descrivere la scintilla di gioia malandrina e pericolosa che traluceva da tutto il suo atteggiamento? Le sue movenze da gatto? I suoi occhi umidi d'allegria? (p. 147)
  • [Su Cary Grant] C'era un che di fresco, di scoperto, di spudorato, nel piacere e nella gioia che si rivelavano in quella risata. (p. 148)
  • Una volta disse che anche lui avrebbe tanto desiderato essere Cary Grant. Voleva dire che nessun essere umano al mondo avrebbe potuto incarnare tutte le qualità delle quali il suo personaggio era un esempio o una promessa. (pp. 148-149)
  • [Su Cary Grant] Diventando così un protagonista comico, drammatico e romantico, ideale e virtualmente impeccabile, capace di una stupefacente versatilità. (p. 150)
  • Cary è diventato un così raffinato maestro della commedia (sofisticata o francamente comica) che in generale non si fa caso ai suoi talenti drammatici. (p. 160)
  • [Sull'interpretazione di Dean Martin in "Un dollaro d'onore"] La sua interpretazione servì a provare agli scettici e ai dubbiosi che se voleva Martin era in grado, nei limiti della sua gamma d'attore, di fare qualsiasi cosa. (p. 324)
  • [Su Dean Martin] In un night club di Las Vegas, era piacevolissimo e perfettamente a suo agio, padrone della scena quanto Sinatra, anche se in uno stile completamente diverso. In scena quando cantava si prendeva sempre in giro: mai che cantasse sul serio una canzone fino in fondo senza inframmezzare qualche battuta. (p. 325)
  • Nel 1969 Orson Welles mi raccontò che una volta era nel suo camerino, in attesa di registrare una puntata del Dean Martin Show. Dean bussa alla porta, ed entra con un drink in mano. "Ehi Orson" gli dice, porgendogli il bicchiere, "ne vuoi uno prima di andare in scena?" Orson scosse il capo. "No Dean, grazie. Sono a posto così." Dean restò a bocca aperta. "Vuoi dire che vai la fuori da solo?" Raccontando l'aneddoto, Welles esplose in un'enorme risata. "Da solo!" escalmò. "Sarà grandioso? È la miglior definizione della dipendenza che abbia mai sentito." (p. 326)
  • [Su Sal Mineo] E tornava a casa nel Bronx, da solo e con la metropolitana, quando i miei genitori non mi lasciavano uscire di casa dopo il tramonto. Ma Sal veniva da una numerosa famiglia siciliana, e la sua busta paga serviva a sbarcare il lunario. (p. 337)
  • [Su Sal Mineo] Nessun personaggio avrebbe potuto essere più diverso da Sal dell'introverso, insicuro, nevrotico adolescente che interpretava in Gioventù bruciata. (p. 338)
  • Non ti sentivi mai in imbarazzo, con Sal: faceva di tutto per farti sentire a tuo agio. (p. 344)
  • Capiva e amava l'umorismo nero, Sal, e sapeva bene che cos'è l'assurdo. Per forza: era un simbolo dell'adolescenza che andava per i quaranta e non aveva mai avuto un'infanzia. (p. 345)
  • [Su James Stewart] Nessun'altra star di sesso maschile ha mai saputo mostrare altrettanto bene il dolore e la paura provocati dalla violenza. O anche l'angoscia devastante provocata dalla perdita dell'amore. Emozioni cristallizate nei brevi attimi della frenetica lotta finale di "La finestra sul cortile", quando il cattivo scaraventa Jimmy attraverso la finestra di casa sua: dolore straziante e terrore concentrati in pochi secondi. (p. 351)
  • [Su James Stewart] Una certa stoica fragilità faceva parte integrante del suo personaggio, e degli ambigui eroi che aveva spesso interpretato. (p. 351)
  • Semplicemente non esiste in tutta la storia del cinema un'interpretazione dell'angoscia per la perdita dell'amore più memorabile di quella che diede Jimmy in "La donna che visse due volte" di Alfred Hitchcock. (p. 351)
  • [Su James Stewart] In nessun modo questa spontanea umanità ha mai diminuito la sua statura di protagonista; anzi, mostrava una vulnerabilità con la quale l'uomo medio, in circostanze simili, avrebbe potuto identificarsi. La sua capacità di vincere la paura e il dolore lo resero ancor più un eroe del quotidiano: l'eroico uomo qualunque che divenne a partire da "La vita è meravigliosa" di Frank Capra. (p. 351)
  • [Su James Stewart] La sua interpretazione nervosa e aggressiva in "Winchester '73" resta una delle sue più coinvolgenti. (p. 356)
  • [Su James Stewart] Una sera uscivamo da un ristorante, e gli si avvicinarono un uomo e sua moglie. "Senta, per lei non significherà niente" gli disse l'uomo "ma volevo solo dirle che ho visto i suoi film molte volte, e che lei mi è sempre piaciuto moltissimo". E Stewart, trattenendo nella sua la mano dell'uomo, gli disse con affetto e convinzione: "Anzi, per me significa tutto". (p. 369)
  • Ci credeva il mondo intero a James Stewart. Non l'hanno mai beccato a recitare. (p. 370)
  • Nessuna delle apparizioni televisive di Stewart rende giustizia all'umorismo straordinario di cui dava prova nelle conversazioni private. Il suo senso dell'umorismo era prodigioso. (pp. 372-373)
  • [Su James Stewart] Stava tutto nei toni e nelle sfumature: e Stewart era un autentico maestro degli uni e delle altre. (p. 376)
  • [Su James Stewart] La sua presenza scenica, in teatro, non era meno forte che sullo schermo cinematografico; anche sulla scena riusciva a essere più grande del vero, e insieme credibile e realistico. [...] Serbava la sua solita, emozionante intimità, la sua allegra, spontanea freschezza. (p. 378)
  • [Su Katharine Hepburn e James Stewart] Sul set di "Scandalo a Filadelfia" la Hepburn lo ferma, e con la sua tipica dizione scandita gli dice: "Tu voli". "Beh sì...". Con la stessa cadenza militare la Hepburn gli comunica che lo aspetta la mattina seguente alle sette precise all'aeroporto. Mentre raccontava Jimmy quasi si mise sull'attenti; e aggiunse che la Hepburn lo terrorizzava. Certo, esagerava per potenziare l'effetto, ma era divertentissimo. (p. 384)
  • [Su James Stewart] Anche solo la straziante sequenza finale di "La donna che visse due volte" basterebbe a renderlo immortale. (p. 386)
  • [Su John Cassavetes] È l'unicità del suo genio per la creazioni di quelli che potremmo chiamare studi di vita vissuta: personalissimi, commoventi, coerenti, originali, poetici, tra i migliori risultati del cinema americano di sempre. (p. 479)
  • Cassavetes ammise che era rimasto completamente intimidito da Welles. (p. 481)
  • Be', non c'è dubbio che John Cassavetes fosse un regista come nessun altro. (p. 486)
  • L'umorismo di John, divertentissimo anche se nero: sembra un po' un misto fra la coppia di Dean Martin – Jerry Lewis e Molière. John in effetti amava la comicità senza pretese intellettuali. (p. 494)
  • [Su Charlie Chaplin] La sagoma del suo vagabondo è una delle icone del ventesimo secolo. (p. 505)
  • [Su Charlie Chaplin] È paradossale che questa star, che appartiene essenzialmente al cinema muto, abbia girato due dei suoi migliori film quando il sonoro aveva ormai preso saldamente piede. (p. 509)
  • [Su Charlie Chaplin] La ragione dell'enorme successo che riscosse è ancora chiarissima: la potente mistura di farsa irriverente della 'slapstick comedy' con un profondo senso si squallore e di tragedia. (p. 511)
  • [Su James Cagney] Costruiva i suoi personaggi sempre così: stando in bilico tra la caricatura artefatta e l'originalità eccentrica, con la sicurezza di un ballerino: e non scivolò mai dalla parte sbagliata. (p. 527)
  • [Su James Cagney] Non c'è dubbio che il suo stile di recitazione e il suo garbo interpretativo debbano moltissimo ai suoi primi tempi di danzatore. (p. 536)
  • [Sull'interpretazione teatrale di Anthony Perkins in "Tè e simpatia"] Perkins era di un'intensità stupefacente e toccante. Mi ricordò un James Stewart più giovane e leggermente più nevrotico, e possedeva una capacità di concentrazione, una tecnica e un fascino eccezionali. L'interpretazione di John Kerr era stata altamente elogiata. Se il sostituto di Kerr era questo, come sarà stato Kerr in persona, mi chiesi? Lo scoprii quando vidi la versiona cinematografica [...] John Kerr non arrivava neanche nei paraggi di Anthony Perkins. (p. 563)
  • Quando finalmente conobbi Perkins, verso il 1972, lo trovai piacevolissimo, un uomo veramente fantastico, con tanto senso dell'umorismo che lavorare insieme a lui dev'essere stata una festa. (p. 565)
  • Tony era dinoccolato, leggermente goffo, immediatamente interessante. (p. 565)
  • [Su "La legge del Signore"] Gary Cooper e Dorothy McGuire avevano il ruolo dei genitori quaccheri di Perkins. Nel ruolo del loro sensibile figlio adolescente, disorientato dalle emozioni contrastanti che gli suscita la guerra, Tony diede un'interpretazione superba, quasi rubando il film a Cooper, e ricevendo l'unica candidatura all'Oscar di tutta la sua carriera. (p. 566)
  • [Sull'interpretazione teatrale di Perkins in "Angelo, guarda il passato"] L'interpretazione di Perkins era magnetica e ammirevole. (p. 567)
  • L'immagine fondamentale di Tony come giovane americano sensibile, turbato e nevrotico era già stata solidamente costruita e affermata nei suoi primi due ruoli cinematografici importanti. Alfred Hitchcock se ne avvantaggiò, e la usò per spedire il pubblico su una falsa pista. Non Tony Perkins! Impossibile che sia lui il colpevole! (p. 568)
  • [Su Anthony Perkins] La sua era una bravura completamente assimilata, divenuta ormai seconda natura, e affatto priva di pose da grande attore: pertanto, praticamente invisibile. È l'arte dell'attore al suo meglio, ma è anche così priva di sforzo apparente che di rado viene premiata. (pp. 568-569)
  • [Su Anthony Perkins] Era divertentissimo e affascinante, mentre mi svelava, in un buffo tono di cospirazione, tutti i retroscena della sua sceneggiatura. Anche Tony amava il cinema: e questa era la terza cosa in comune tra noi. La quarta è che lo conosceva, il cinema. Aveva una grande cultura cinematografica Tony. (p. 573)
  • Era bellissimo stare con Berry e con Tony: era tanto facile sbottonarsi con loro, essere sinceri senza timore d'essere giudicati, o fraintesi, o usati. (p. 573)
  • L'umorismo di Tony era sempre stato piuttosto nero, pieno di ironia e della capacità di vedere le cose da più punti di vista contemporaneamente. (p. 574)
  • [Su Frank Sinatra] Il seduttore per antonomasia che corteggiava e conquistava tutte le bellezze del mondo, aveva concluso la sua vita in una relazione insoddisfacente; una relazione che sopportava, a dire del suo road manager, perché sentiva di meritare una punizione. Il suo vecchio amico Jerry Lewis, che gli telefonava spesso nei suoi ultimi anni, è d'accordo: "Si, sì. Il vecchio Frank era bravissimo a fustigarsi". (pp. 577-578)
  • Ho sempre trovato sorprendente l'aria sperduta che aveva spesso Sinatra quando non cantava, o non interpretava un ruolo. Per esempio, quando si metteva a scherzare con Dean Martin non aveva mai la presenza di spirito e la disinvoltura di altri membri del Rat Pack; non era svelto a improvvisare, non era un battutista, eppure gli piaceva ridere a quei rapidi scambi di battute Una delle cose che ricordo meglio di lui è lo sguardo: il distacco, e la tristezza dietro il distacco. (p. 598)
  • [Su Frank Sinatra] Questa è un'altra delle cose che ricordo di lui: era di scorza dura, ma sempre gentile. (p. 598)
  • Lauren Bacall mi disse che aveva "adorato" i suoi periodi buoni con Frank, ma che poteva diventare "freddo come il ghiaccio"; e ammise che restare vittima di quella freddezza poteva essere "proprio terrificante". (p. 598)
  • Quel che Lauren Bacall chiamava "la maledetta personalità mercuriale" di Frank, con i suoi alti e i suoi bassi. (p. 599)

Bibliografia[modifica]

  • Peter Bogdanovich, Chi c'è in quel film? Ritratti e conversazioni con le stelle di Hollywood, traduzione di Roberto Buffagni, Fandango Libri, 2008.

Film[modifica]

Regista[modifica]

Attore[modifica]

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