Sofocle

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Sofocle

Sofocle (in greco Σοφοκλῆς, 497 a.C. – 406 a.C.), tragediografo e poeta greco.

Citazioni di Sofocle[modifica]

  • [...] Giovinezza in lieti campi si pasce,
    né l' ardor del sole, né la pioggia,
    né il vento la conturba.
    Sempre gioconda fra i piacer
    sua vita la vergine conduce. (da Trachinie)
  • Il tempo è un dio benigno. (da Elettra)
  • Non v'è nemico peggiore del cattivo consiglio. (da Elettra)
  • Lui, è un folle! Ma esse hanno agito anche più follemente, punendolo per mezzo della violenza. Poiché qualsiasi mortale che sia infuriato per i propri torti e usi un farmaco peggiore del male è un medico che non comprende la malattia. (da Tereo)

Aiace[modifica]

Incipit[modifica]

Felice Bellotti[modifica]

Pallade. Sempre te, o figlio di Läerte, io vidi
Ire in caccia appostando il dove e il come
Preda far d'inimici; ed or ti veggo
Ronzar da lungo invêr l'estremo corno
Dell'Argivo navile,[1] ove le tende
Son d'Ajace, e adocchiar le più recenti
Orme sue, per saper se dentro ei sia,
O se n'uscì. Ben qui ti porta il tuo,
Qual di cagna spartana, olfatto acuto.[2]
L'uom poc'anzi v'entrò, tutto grondante
Sudor la fronte, e sanguinante il braccio.
Più non t'è d'uopo sospinger lo sguardo
Quivi entro; di' perché tal cura prendi,
E da chi ben sa il vero, il ver saprai.

[Sofocle, Tragedie, traduzione di Felice Bellotti, Milano, Sonzogno, 1930]

Ettore Romagnoli[modifica]

Atena: Sempre io t'ho visto, figlio di Laerte,
che cerchi qualche occasione cogliere
contro i nemici. Ed alle tende innanzi
or ti veggo d'Aiace, ove, all'estremo
del campo, e presso al mare ei l'ha piantate,
che vai braccando già da un pezzo, e cerchi
l'orme che impresse egli ha testé, se dentro
sia, se non sia, Bene ti guida un fiuto,
qual di cagna spartana: or ora Aiace
entrato è dentro, e di sudor la fronte
gronda, e le man' di sangue intrise. Or, d'uopo
non è che tu da questa porta spii,
ma che dica perché giungi con tanta
fretta: io so tutto, e ammaestrar ti posso.

[Sofocle, Aiace, traduzione di Ettore Romagnoli]

Citazioni[modifica]

  • Il silenzio dà alle donne la grazia che loro si addice.
  • La vita più dolce sta nel non avere alcun pensiero.
  • Tutto può accadere se un dio usa le sue arti. (citato in Arturo Pérez-Reverte, Il giocatore occulto)
  • Noi esseri umani che siamo? Spettri, impalpabile ombra.

Antigone[modifica]

Incipit[modifica]

Felice Bellotti[modifica]

Antig. O Ismene, or di' germana mia: de' mali,
Onde cagion fu Edípo, alcun ne sai
Che, viventi ancor noi, non compia Giove?
Nulla evvi pur d'obbrobrïoso e turpe,
Che a' tuoi danni ed a' miei giunto io non vegga.
Ed or qual bando è questo che il regnante
(Siccome è grido) a' cittadini tutti
Posto ha testè? N'hai tu contezza? udisti
Favellarne? o non sai che a' nostri amici
De' nimici or commun fatta è la sorte?

[Sofocle, Tragedie, traduzione di Felice Bellotti, Milano, Sonzogno, 1930]

Ettore Romagnoli[modifica]

Antigone: O mia compagna, o mia sorella, Ismene,
sai tu quale dei mali che provengono
da Edipo, Giove sopra noi non compia,
mentre siamo ancor vive? Oh!, nulla v'è
di doloroso, di funesto e turpe,
di vergognoso, che fra i mali tuoi,
fra i mali miei visto non abbia. E adesso,
qual bando è questo, che il signore, dicono,
fece or ora gridar nella città?
Lo sai? Lo udisti? O ignori tu che offese,
come a nemici, sugli amici incombono?

[Sofocle, Antigone, traduzione di Ettore Romagnoli]

Citazioni[modifica]

  • Che cosa terribile quando il giudice equo dà una sentenza iniqua.
  • Gli uomini orgogliosi imparano in vecchiaia a essere saggi.
  • Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell'uomo.
  • Nessuno ama l'uomo che porta cattive notizie.
  • Di molto, il primo elemento della felicità è l'essere saggio.

Edipo re[modifica]

Incipit[modifica]

Felice Bellotti[modifica]

Edipo. O figli, prole del vetusto Cadmo,
Perché qui ne venite ad assedervi,
Recando in man supplici rami?[3] E tutta
È la città di vaporanti incensi
E d'inni insieme, e di lamenti piena.
Ciò d'altri udir non convenevol cosa
Stimando, o figlii, a voi qui venni io stesso,
Quel fra voi tutti rinomato Edipo.
Dillo, o vecchio, tu dunque, a cui s'addice
Pria di questi parlar: qui che vi trasse?
Tema o brama di che? Tutto a giovarvi
Oprar vogl'io. Ben duro cuore avrei,
Non sentendo pietà di tal consesso.

[Sofocle, Tragedie, traduzione di Felice Bellotti, Milano, Sonzogno, 1930]

Domenico Ricci[modifica]

Figli, di Cadmo antico nova prole,
perché sedete su codesti seggi
con ramoscelli supplici? Dovunque
profumi e canti inondan la città,
e gemiti ad un tempo: così ch'io,
quegli che tutti chiamano il famoso
Edipo, son venuto di persona
tra voi, figli, spiacendomi udir nuove
dagli altri.

[Sofocle, Edipo re, traduzione di Domenico Ricci, Rizzoli, 1951]

Ettore Romagnoli[modifica]

Edipo: O nuova stirpe del vetusto Cadmo,
figli, perché, venuti alle mie soglie,
tendete i rami supplici? D'incensi,
di peani, di pianti, è piena tutta
la città. Figli, non mi parve bene
chieder notizie a messaggeri: io stesso
son qui venuto: Edipo: il nome mio
è chiaro a tutti. – O vecchio, ora tu dimmi,
ché degno sei di favellar tu primo,
perché veniste? Per pregare? O quale
terror vi spinse? Ad ogni modo io voglio
darvi soccorso: se di tante preci
non sentissi pietà, non avrei cuore!

[Sofocle, Edipo Re, traduzione di Ettore Romagnoli]

Citazioni[modifica]

  • Edipo: Ah, Citerone, perché mi accogliesti? O perché, dopo avermi accolto, non mi uccidesti subito? Così non avrei mai mostrato a tutti gli uomini da chi sono nato. O Polibo! O Corinto! E tu, casa antica che io credetti paterna! Voi nutriste in me una bella forma putrida di morbi occulti! Eccomi finalmente disvelato: un miserabile, figlio di miserabili. O trivio! O cupa valle! O querceto! O strettoia ove convergono le tre vie! Voi che avete bevuto il sangue di mio padre versato dalle mie mani, non ricordate i delitti che commisi davanti a voi e poi quegli altri ancora, quando giunsi qua? O nozze! O nozze! Mi avete generato e poi, dopo avermi generato, rigermogliate lo stesso seme e recaste alla luce un grumo incestuoso di padri, fratelli, figli e spose e madri e quanto di più turpe esiste al mondo. Basta. Non è bello dire quel che non è bello fare. Avanti, in nome degli dei, nascondetemi da qualche parte, lontano da qui, e uccidetemi o gettandomi in mare, dove non possiate vedermi più. Avvicinatemi: non vi ripugni toccare questo sventurato. Coraggio, non abbiate paura. Nessun altro, se non io, può portare questi miei mali. (trad. di Franco Ferrari)
  • Al giorno estremo | Però guati il mortale; e mai felice | Non tenga l'uom, pria che d'affanni scevro | Tocco non abbia della vita il fine. (trad. di Felice Bellotti)
  • I più grandi dolori sono quelli di cui noi stessi siamo la causa.
  • Il potere si conquista soltanto col soccorso delle masse e del denaro.
  • L'opera umana più bella è di essere utile al prossimo.
  • Sbarazzarsi di un amico fidato è lo stesso, per me, che sbarazzarsi della propria vita.
  • Solo il tempo rivela l'uomo giusto; il malvagio, invece, lo riconosci in un giorno solo.

Incipit di alcune opere[modifica]

Edipo a Colono[modifica]

Felice Bellotti[modifica]

Edipo. Di cieco vecchio, o Antigone, figliuola,
A qual contrada, o a qual città venimmo?
Chi d'alcun picciol dono oggi il ramingo
Edipo sovverrà, che poco cerca,
E men del poco anco riceve? E questo
Pur basta a me; chè d'acquetarmi a tutto
Le sventure m'insegnano, e la lunga
Età compagna, e il forte animo mio. —
Ma tu, figlia, se vedi un qualche seggio
In alcun loco, o sia profano, o bosco
Sacro agli dei, pommi a posar sovr'esso,
Chè indagar possiam quindi ove mai siamo.
Stranieri noi, da chi vi sta saperlo
Vuolsi, e conforme a quanto udrem, far poi.

[Sofocle, Tragedie, traduzione di Felice Bellotti, Milano, Sonzogno, 1930]

Ettore Romagnoli[modifica]

Edipo: Figlia del vecchio cieco, a quale terra,
Antigone, siam giunti, a qual città,
di quali genti? All'errabondo Edipo,
di poverelli doni in questo giorno
offerta chi farà? Poco ei dimanda,
e meno ancor del poco ottiene: eppure
tanto mi basta: ché gli affanni e gli anni
lunghi, e la generosa indole, terza,
maestri a me, ch'io m'appagassi, furono.
Ma via, figlia, se tu vedi alcun seggio,
in luogo qual pur sia, profano o sacro,
fa' ch'io mi fermi, ch'io mi segga. E poi,
chiediam che luogo è questo. Ospiti siamo:
ai terrazzani ci dobbiamo volgere,
e tutto ciò ch'essi diranno compiere.

[Sofocle, Edipo a Colono, traduzione di Ettore Romagnoli]

Elettra[modifica]

Felice Bellotti[modifica]

Ajo. O figliuol del supremo ad Ilio un tempo
Duce de' Greci Agamennóne, or puoi
Qui riveder ciò che bramato hai sempre.
Ecco, Oreste: l'antico Argo egli è questo,
Di che avevi desío[4]; dell'asillita
D'Inaco figlia è quello il luco; e quello
È il consecrato al lupicída nume
Foro Licéo[5]. Quel che a sinistra sorge,
L'inclito tempio è di Giunone;[6] e vedi
Qua la ricca Micene, ove siam giunti,
E questa de' Pelópidi infelice
Casa,[7] d'onde io dalla germana tua
Te un dì sottratto alla paterna strage
Mi tolsi, e salvo a questa età ti crebbi
Vendicator del trucidato padre.

[Sofocle, Tragedie, traduzione di Felice Bellotti, Milano, Sonzogno, 1930]

Ettore Romagnoli[modifica]

Aio: Del re che a Troia il campo un giorno mosse,
d'Agamennone figlio, or t'è concesso
veder con gli occhi tuoi ciò di cui brama
avevi ognora. Argo l'antica è questa,
che già bramavi, della figlia d'Inaco
punta dall'estro, il sacro suolo. Ed ecco
la licia piazza, Oreste, al Dio di lupi
sterminatore, sacra. A manca, è quello
d'Era il celebre tempio; e di Micene
d'oro opulenta, è questa la città,
ch'ora tu vedi; ed è quella, opulenta
di sterminii, la reggia dei Pelopidi,
ond'io, quel dí che il padre tuo fu spento,
dalle man' t'ebbi della tua sorella,
t'involai, ti salvai, ti nutricai
insino a questa età, ché tu del padre
vendicassi la strage.

[Sofocle, Elettra, traduzione di Ettore Romagnoli]

Filottete[modifica]

Felice Bellotti[modifica]

Ulisse. Sì; questa è l'erma inabitata costa
Della cinta dal Mar Lenno, dov'io,[8]
O del più forte in fra gli Elleni Achille
Nëottolemo figlio,[9] esposi un giorno,
Per commando de' re, quel Melïense
Di Peante figliuolo, a cui dal piede
Gemea l'umor di corrodente piaga.[10]
Ei né libar, né sagrificio in pace
Far ne lasciava, e tutta ognor l'armata
Funestava d'acerbe infauste grida,
Sospirando, sclamando. Ma che giova
Ciò narrar? Di parole or non è tempo,
Sì che intanto colui la mia venuta
Non risappia, e gittato io m'abbia il frutto
Dell'artificio, onde ghermirlo intendo.

[Sofocle, Tragedie, traduzione di Felice Bellotti, Milano, Sonzogno, 1930]

Ettore Romagnoli[modifica]

Ulisse: Della terra di Lemno è questo il lido,
tutta cinta dai flutti, ove non abita
né batte pie' mortale alcuno. Quivi,
figlio d'Achille, del più forte eroe
che fra gli uomini fosse, Neottòlemo,
il Melio figlio di Peante, un giorno,
come dai miei signori io n'ebbi l'ordine,
abbandonai: ché gli stillava il piede
per un vorace morbo; e libagione
più possibil non era, od olocausto
tranquilli offrir: ché tutto il campo empieva
di lagni, di selvagge infauste grida,
senza mai tregua. Ma che importa or dirlo?
Non di lunghi discorsi è questa l'ora:
ch'egli qui non mi sappia, e sperso vada
l'accorgimento ond'io coglierlo spero.

[Sofocle, Filottete, traduzione di Ettore Romagnoli]

Trachinie[modifica]

Felice Bellotti[modifica]

Dejan. Sentenza antica infra le genti è quella,
Che non sai d'alcun uomo, anzi ch'ei muoja,
Qual sia la vita, o venturosa o trista;
Ma io la mia, già pria d'andarne a Dite,
So ch'è misera e grave.

[Sofocle, Tragedie, traduzione di Felice Bellotti, Milano, Sonzogno, 1930]

Ettore Romagnoli[modifica]

Deianira: V'è fra gli uomini un detto antico molto,
che di nessuno tu potrai la vita
conoscer mai, se fu felice o trista,
prima che muoia. La mia vita, invece,
pria di scendere all'Ade, io so quant'è
misera e trista.

[Sofocle, Le Trachinie, traduzione di Ettore Romagnoli]

Note[modifica]

  1. Siegue il poeta l'ordine, col quale (secondo leggesi nell'Iliade) erano disposte le navi de' Greci alla spiaggia di Troja, cioè, ad una delle estremità quelle di Achille, all'altra quelle del Telamonio Ajace, protagonista di questo dramma. Così anche Euripide nell'Ifigenia in Aulide.
  2. I cani Laconici, o sia del paese di Sparta, godevano, e ancora godono stima di valore assai per la caccia in grazia dell'acuto olfatto di cui sono dotati, e che Aristotele attribuisce alla lunghezza del loro muso. Virgilio li celebra anche per la velocità (Georg. III, 495): veloces Spartæ catulos. In quanto al genere feminino qui usato, è da ricordare che in alcune specie di animali la femina era dagli antichi poeti considerata di maggior prestanza, ed Euripide nel principio delle Fenicie dà cavalla anche al Sole.
  3. Cadmo figliuolo di Agenore Fenicio, mandato dal padre in traccia della smarrita Europa, altra sua figliuola, venne dall'Asia in Grecia, e quivi nella Beozia fondò la città di Tebe; quindi i Tebani, dal fondatore di essa, sono qui detti prole di Cadmo, siccome discendenti da que' primi abitatori di Tebe, che riconoscevano per loro stipite Cadmo, e quindi Cadmijeni e Cadmei per Tebani, e Città di Cadmo, ed anche Casa di Cadmo, per Tebe, frequentemente in questo drama, e presso gli altri poeti. — In quanto a' supplici rami, è da ricordare l'uso degli antichi di portare in mano un ramo di olivo, involto in fasce di lana, quando supplicavano a qualche divinità od anche a qualche potente personaggio; e cotesti rami deponevano i supplicanti a' piedi o sopra le are poste inanzi alle imagini degl'iddii che stavano collocate nelle piazze, e presso a' tempii ed a' vestiboli delle case; e di là poi o li toglievano partendo, se la preghiera veniva esaudita, o ve li lasciavano, se questa non era bene accolta. Anche in alcune altre occasioni gli oranti tenevano in mano que' rami, come gli ambasciatori latini in Virgil. Eneid. XI, v. 100: «Jamque oratores aderant ex urbe Latina, Velati ramis oleæ, veniamque rogantes;» e su 'l principio dell'Iliade il sacerdote Crise ha per insegna di supplicante le bende di lana avvolte intorno al suo dorato bastone.
  4. Argomento di disputa fra gli espositori è il luogo della scena di questa tragedia, altri in Argo ponendolo, altri in Micene, città ambedue dell'Acaja, e l'una dall'altra non più distante di cinquanta stadii, o sia poco più di seimila passi; e l'intervallo dai sobborghi dell'una e dell'altra che s'incontravano, n'era forse per modo accorciato, che i poeti sovente delle due città una sola ne fecero, promiscuamente ora chiamandola Argo, ed ora Micene, e Argivi e Micenei confusero in un popolo solo, siccome fa Sofocle su 'l fine di questo dramma, ove Egisto chiama i Micenei e gli Argivi a vedere entro la regia il creduto morto corpo di Oreste. Però l'antico greco scrittore dell'argomento mette la scena in Argo: e lo Scoliaste nota a questo luogo che Omero distingue Argo da Micene, ma gli altri dopo di lui chiamano e Micene ed Argo la stessa città. Qui però dicendo l'Ajo di Oreste: questo è l'antico Argo, e poco appresso: e vedi qua la ricca Micene, ove siam giunti, mostra chiaramente distinguere l'una dall'altra città, e significa pur chiaramente il luogo della scena essere Micene. E poiché in questa ultima città dice Omero (Odiss., III, 307) avere Oreste ucciso Egisto (come avviene pure nel fine di questa tragedia), non pare esser dubbio che quivi si debba intendere rappresentarsi l'azione. Ma suppongono il Musgrave, l'Hermann e qualche altro, che col nome di Argo non la città qui venga significata, ma la provincia, l'Argolide, o l'agro Argivo. in cui comprendevansi e quella e Micene; e ciò a noi pare assai più probabile di quanto ne dice il Boissonade: Argo non è l'Argolide, ma la città stessa di quel nome, la quale quei che entrano in Micene veggono da luogo più elevato. Se ciò fosse, non direbbe l'Ajo questo, ma quello è l'antico Argo; poiché la lontananza di cinquanta stadii è soverchia per far uso di una voce propria ad indicare o cosa o luogo che ne sta sotto gli occhi, o almeno molto dappresso. D'altra parte è noto come in Omero più volte il nome di Argo è detto a significare Argolide, anzi tutto il Peloponneso, chiamato da lui Argo Arcaido e poppa della terra (Il., IX, 141); ov'è manifesto (dice l'Heyne) che non della sola città, ma parlasi di tutto 'l regno, in che Micene era posta. E più altri luoghi sono in quel poeta che ciò comprovano; veggasi anco Strab. lib. VIII.
  5. Figliuola d'Inaco fondatore di Argo fu la famosa Io, amata da Giove e da lui convertita in giovenca per sottrarla all'ira della gelosa Giunone, dalla quale però fu tormentata di continuo con la puntura di un asillo, o sia tafano, ond'è qui detta asillita, come già da Eschilo nel Prometeo. Ma che a lei fosse consacrato alcun luogo in Argo o quivi presso, non si legge altrove. — Celebre all'incontro era nella città di Argo il tempio inalzato da Danao ad Apollo Licio o Licéo, d'onde prendeva nome il foro che v'era dinanzi. Del qual sopranome di Apollo diverse sono le origini assegnate dagli antichi, giusta quanto ne riferisce Macrobio (Saturn., lib. I, cap. 17); né a noi è di molto interesse il saperne di certo la vera. Esso poi è qui detto nume lupicida, dall'avere (Pausania, lib. II, c. 9) insegnato a que' di Sicione il modo di distruggere i lupi, che in gran numero infestavano quella regione.
  6. Poiché Giunone era la dea tutelare degli Argivi, sicché Argiva dea era chiamata ella stessa, inclito era il tempio che dal suo greco nome di Era dicevasi Eréo, posto alla sinistra di Micene per quei che venivano dalla Focide per la via di Corinto, d'onde appunto veniva Oreste, e quindici stadii (secondo Pausania), dieci (secondo Strabone) distante da quella città.
  7. La casa de' discendenti di Pelope acquistò gran rinomanza per delitti e per disavventure; argomento di tante antiche e moderne tragedie. Tantalo, padre di Pelope, uccise questo suo figliuolo, e lo diede a mangiare agli dei da lui convitati; Atreo e Tieste, figliuoli di Pelope, uccisero un loro fratello Crisippo; Atreo diede morte a' figli di Tieste; Egisto, figliuolo di Tieste, ad Atreo e ad Agamennone. Ben la disse Orazio la crudele casa di Pelope.
  8. Non è da credere che tutta l'isola di Lenno sia qui detta inabitata e senza vestigio d'uomo, quando eranvi in essa due principali città, l'una detta Efestia, che vale Vulcania, l'altra Città di Toante che n'era il re; e Omero la qualifica di egregia e ben fabricata e la dice abitata da' Sintii, allorché Vulcano vi fu precipitato da Giove; e quivi pone anche la casa del Sonno; né poco celebri sono le donne abitatrici di Lenno per l'uccisione de' loro mariti avvenuta prima ancora della guerra di Troja. Celebre pur anche vi era la coltura delle viti e il vino che se ne traeva; e agli Achei all'assedio di Troja ne venivano carichi molti navigli (Omero, Iliade, VII, 467-75). Ciò pertanto che e qui e più innanzi dice Filottete della solitudine e del non esservi porto, né ospitalità, né commercio, è da riferirsi a quella sola parte dell'isola, ov'egli fu esposto, divisa dall'abitato per erte montagne, cui quell'infermo è da supporre non aver mai superate, né potutosi mai dilungare dalla spiaggia deserta, su la quale da prima fu abbandonato.
  9. Pirro e Neottolemo sono i due nomi, co' quali promiscuamente dal più degli antichi veniva appellato il figliuolo d'Achille, da questo eroe procreato negli amori suoi con Deidamia, figliuola di Licomede re di Sciro, mentre in quell'isola egli si stava nascosto per opera della madre Tetide, che così lo teneva lontano dalla guerra di Troja, nella quale ella presapeva che sarebbe morto. Ma se bene il nome di Pirro gli fosse, secondo taluno, stato imposto prima dell'altro, Omero non lo nomina che col secondo di Neottolemo; e così Sofocle.
  10. Figliuolo di Peante era Filottete, e principe di parte della Tessalia, detto perciò Meliense, da Melia città, di quella contrada; onde popolo Meliense chiama i Tessali il nostro poeta nelle Trachinie. — Era possessore dell'arco e delle frecce d'Ercole, il quale a lui le lasciò in dono per lo favore di avergli acceso il rogo, su cui si pose a morire nel monte Eta. Navigò con sue genti e insieme con gli altri Greci alla guerra di Troja; ma lungo il viaggio essendo stato nell'isola Crisa morso ad un piede da un serpe, e molestando egli co' lamenti tutta l'armata, fu deposto in parte deserta dell'isola Lenno, e quivi lasciato solo. Del resto necessario a sapersi discorre in seguito la tragedia. Qui riferiremo soltanto quel che di lui dice Omero nel II dell'Iliade, v. 716:
    «Di Metone, Taumacia e Melibea
    «E dell'aspra Olizone era venuto
    «Con sette prore un fier drappello, e carca
    «Di cinquanta gagliardi era ciascuna,
    «Sperti di remo e d'arco e di battaglia.
    «Famoso arciero li reggea da prima
    «Filottete; ma questi egro d'acuti
    «Spasmi ora giace nella sacra Lenno,
    «Ove, da tetra di pestifer' angue
    «Piaga offeso, gli Achei l'abbandonaro.
    «Ma dell'afflitto eroe gl'ingrati Argivi
    «Ricorderansi, e in breve, ecc.»
    Versione di V. MONTI.

Bibliografia[modifica]

  • Sofocle, Aiace, traduzione di Ettore Romagnoli.
  • Sofocle, Antigone, traduzione di Ettore Romagnoli.
  • Sofocle, Edipo a Colono, traduzione di Ettore Romagnoli.
  • Sofocle, Edipo Re, traduzione di Ettore Romagnoli.
  • Sofocle, Edipo re, traduzione di Domenico Ricci, Rizzoli, 1951.
  • Sofocle, Elettra, traduzione di Ettore Romagnoli.
  • Sofocle, Filottete, traduzione di Ettore Romagnoli.
  • Sofocle, Trachinie, traduzione di Ettore Romagnoli.
  • Sofocle, Tragedie, traduzione di Felice Bellotti, Milano, Sonzogno, 1930.
  • Arturo Pérez-Reverte, Il giocatore occulto, traduzione di Roberta Bovaia, Marco Tropea Editore, 2010. ISBN 987-88-558-0154-4

Voci correlate[modifica]

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