Alfonso Capecelatro di Castelpagano

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Alfonso Capecelatro

Alfonso Capecelatro di Castelpagano (1824 – 1912), cardinale e arcivescovo cattolico italiano.

La vita di S. Filippo Neri[modifica]

  • Guardiamo un tratto Filippo [Neri] in questa nuova luce. Certe cose che egli fa, chi le miri alla superficie, le deve giudicare demenze, scioccherie e delirj: si vede ch'ei si sforza di parer folle, volgare, spregevole e dappoco; e ciò soprattutto quand'altri il vorrebbe venerare e ammirare qual Santo. Al cospetto dei Cardinali che lo riveriscono e lo amano tanto, ei saltella e scherza e ride come uomo semplice e dappoco: ei sa che per Roma lo gridano Santo; ed egli balla nelle pubbliche piazze, e particolarmente là dove vede raccolto molto popolo per ragione di qualche festa. (Libro II, cap. XI, p. 449)
  • Affinché non lo tengano in conto di Santo, [Filippo Neri] va talvolta in chiesa con una casacca a rovescio sopra la sottana, e la berretta se la pone in capo alla brava; e per le strade porta sull'abito una pelliccia di martora, che gli fu donata, e quasi se ne pavoneggia. Poiché a suo tempo i preti recavano la barba lunga; egli, per rendersi spregevole, se ne fa radere la metà, e va così per la città, tutto lieto che altri rida di lui, e il dica scemo e matto. (Libro II, cap. XI, p. 450)
  • La semplicità cristiana non è ignoranza né povertà di mente né eccessiva bonarietà, come credono gli uomini volgari; ma è invece uno specchiamento, o più tosto una trasparenza del candore e della schiettezza dell'animo. (Libro II, cap. XI, p. 466)

Citazioni su Alfonso Capecelatro di Castelpagano[modifica]

  • Mio zio aveva una mirabile serenità d'animo, anche in mezzo alle lotte che non gli furono risparmiate. Realizzava l'ideale di vivere per sé, senza egoismo. Non l'ho mai visto adirarsi e spesso calmava qualche escandescenza di mio padre. Amava la conversazione nella quale portava una temperanza di parole che si scambiava facilmente per indifferenza ma che non lo era. I suoi giudizi erano sempre benevoli, la sua indulgenza si stendeva a tutto: la parola più grave che diceva contro qualcuno era: imperfetto. Aveva in ogni cosa uno squisito e aristocratico senso della misura.
    Nell'80 fu nominato arcivescovo di Capua e dové lasciar Roma per chiudersi in quella città morta, nell'antico, immenso palazzo arcivescovile, le cui terrazze, dall'ammattonato verde di muschio, davano sul Volturno. Nelle linee grandiose di quel paesaggio, velato dalle nebbie umide del fiume, ritrovò la solitudine della sua cella di filippino e la sua vita parve diventare ancora più spirituale. Semplicissimo nelle abitudini, frugalissimo, alla mano, non aveva ambizioni e chiedeva soltanto d'essere lasciato in pace. Ma la sua pace non era una morta gora. La sua vita interiore era doviziosa e tale si mantenne fino all'ultimo respiro. Già vecchissimo, amava ancora di apprendere cose nuove e s'interessava a qualunque soggetto di letteratura o d'arte. Se qualche tempesta si agitò nel fondo del suo spirito, nulla però venne a turbare mai la calma superficie della sua esistenza. Nemico acerrimo degli scrupoli, si sforzava di struggerne il germe nell'animo dei suoi penitenti e di tutti coloro che lo avvicinavano. Se avesse dovuto prendere una divisa credo che avrebbe preso: Ne quid nimis. (Enrichetta Carafa Capecelatro)

Bibliografia[modifica]

Alfonso Capecelatro, La vita di S. Filippo Neri, Tipografia liturgica di S. Giovanni, Libri tre, vol. I, Roma-Tournay, 18893.

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