Bruno Roghi

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Bruno Roghi (1894 – 1962), giornalista italiano.

Citazioni di Bruno Roghi[modifica]

  • [Sulla Juventus del Quinquennio d'oro nel 1935] Ancora una volta l'elogio della disciplina e della volontà. Ancora una volta il riconoscimento che la Juventus, parlando poco e sottovoce, come s'usa nelle buone famiglie, non perde perché non si disperde. Le vittorie, per essa sono numeri da mettere in fila e da sommare, non serbatoi di chiacchiere. È una squadra, quindi una società, che quando vince esulta, quando perde riflette. Altre delirano quando vincono, si flettono quando perdono. Il mestiere, per la Juventus, significa questo: il domani di una vittoria può chiamarsi sconfitta, ma il domani di una sconfitta deve chiamarsi rivincita... Ma la Juventus ha avuto e detto qualcosa di diverso. Ha detto che le partite si possono vincere o perdere in campo a seconda della legge variabile che presidia i giochi di palla, si tratti delle palline d'avorio o della palla di cuoio. Ma ha detto che i Campionati si vincono e si perdono, essenzialmente, nella sede sociale. Le vittorie sportive non sono soltanto fatti tecnici, o estetici. Sono fatti morali. Sotto questo punto di vista la Juventus fa bene a tenere cattedra. Bene a se stessa, bene ai suoi avversari, bene allo sport nazionale.[1]
  • La Juve non perde perché non si disperde. (citato in Il tempo della Juve. Un secolo di ricordi, www.repubblica.it, 25 ottobre 1997)

La leggenda di "Botescià"[modifica]

Incipit[modifica]

Ebbi il mio primo incontro con Bottecchia alla stazione ferroviaria di Sanremo, per caso. Fin dalla sera prima m'ero messo sulle peste del corridore ignoto che nella gara vinta da Girardengo aveva scalato davanti a tutti la vetta del monte Turchino e, preso in discesa per fame (ma questo lo seppi dopo), era arrivato ottavo al traguardo della «Corsa dei fiori»: ottavo come il numero d'ordine ricevuto da papà Francesco, scrupoloso registratore dell'ordine d'arrivo dei suoi molti figlioli, dunque Ottavio di nome. Quanto a me alle prime esperienze di cronista, il compito che il direttore della Gazzetta dello Sport, Emilio Colombo, m'aveva affidato era quello di andare a caccia di aneddoti, di schizzare il profilo di qualche macchietta scelta preferibilmente tra gli isolati, i poveri diavoli, i romei delle corse.

Citazioni[modifica]

  • Il giornalista italo-parigino Borella era venuto a Bologna d'incarico del patron del Tour, Enrico Desgrange, per assoldare qualche corridore nostrano. Girardengo no, troppo caro; Brunero nemmeno, troppo perplesso. Meglio ripiegare su un «mai sentito nominare», di modico prezzo e di buona tempra, da issare su una bicicletta francese ai servigi d'una squadra francese. La scelta cadde su Bottecchia, il taciturno e melanconico muratore veneto cge Desgrange non aveva mai sentito nominare. La prima parola di francese che avrebbe imparato sarebbe stato il suo nome storpiato dagli sportivi transalpini in un buffo Botescià.
  • A Desgrange, bastò l'assicurazione dei due informatori che quel carneade sarebbe statoun vigoroso e obbediente gregario-tirapiedi dei due Ajaci della squadra francese Automoto, Enrico e Francesco Pélissier, gli intoccabili divi dell'epoca.
    Di getto, in sole due tappe da Parigi a Cherbourg, Bottecchia conquista la maglia gialla.
  • Per due anni consecutivi Bottecchia vincerà il Giro di Francia ('24, '25), e questa mia rievocazione ha almeno lo scopo di illustrare le imprese trionfali dell'atleta che il proposito di delineare gli aspetti della sua dolorosa figura umana.
  • La critica che pesa le uova di formica con bilance di ragnatela, per dirla con un vecchio proverbio nordico, stentò sempre a disarmare di fronrte a un Bottecchia che mai riuscì a vincere una corsa classica italiana, un Giro, un Lombardia, una Sanremo. L'idea fissa del Tour e l'orecchio sordo ale seduzioni del divismo concorrono a piegare la sua noncuranza per corse e trofei autarchici.
  • Gli andava soltanto di vincere il Tour, e la guerra gli aveva insegnato che è tattica e non fifa lo strisciare ventre a terra per accostarsi ai reticolati nemici. Meno lo vedono e più la sfanga.
  • [Henri Desgrange] L'ineffabile vecchietto che, per il gusto luciferino di proporre ai suoi corridori le montagne più aspre e le fatiche più disumane, godeva gli epiteti, a scelta, di «nonnino sanguinario», «aguzzino di forzati», «massacratore di atleti», e così via.

[Bruno Roghi, La leggenda di "Botescià", Storia Illustrata, Anno II N. 1, gennaio 1958, Arnoldo Mondadori Editore]

Note[modifica]

  1. Marco Sappino (a cura di), Dizionario di un secolo del calcio italiano, vol. 2, 2000. Aldo Agosti, «Juve anni 30. Il successo del pragmatismo», p. 915

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