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Bruno Roghi

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Bruno Righi

Bruno Roghi (1894 – 1962), giornalista italiano.

Citazioni di Bruno Roghi[modifica]

  • [Nel 1935, sulla Juventus del Quinquennio d'oro] Ancora una volta l'elogio della disciplina e della volontà. Ancora una volta il riconoscimento che la Juventus, parlando poco e sottovoce, come s'usa nelle buone famiglie, non perde perché non si disperde. Le vittorie, per essa sono numeri da mettere in fila e da sommare, non serbatoi di chiacchiere. È una squadra, quindi una società, che quando vince esulta, quando perde riflette. Altre delirano quando vincono, si flettono quando perdono. Il mestiere, per la Juventus, significa questo: il domani di una vittoria può chiamarsi sconfitta, ma il domani di una sconfitta deve chiamarsi rivincita... Ma la Juventus ha avuto e detto qualcosa di diverso. Ha detto che le partite si possono vincere o perdere in campo a seconda della legge variabile che presidia i giochi di palla, si tratti delle palline d'avorio o della palla di cuoio. Ma ha detto che i Campionati si vincono e si perdono, essenzialmente, nella sede sociale. Le vittorie sportive non sono soltanto fatti tecnici, o estetici. Sono fatti morali. Sotto questo punto di vista la Juventus fa bene a tenere cattedra. Bene a se stessa, bene ai suoi avversari, bene allo sport nazionale.[1]
  • [Su Silvio Piola] Il suo gioco ha le caratteristiche angolazioni che rivelano la presenza di una classe sicura.[2]
  • La Juve non perde perché non si disperde.[3]
  • Per Monzeglio l'emozione è come polvere sul marmo: un soffio e se ne va.[4]
  • La Rosa copre gli interi 90 minuti della partita senza pause e rallentamenti. La gioca tutta con tutto l'ardore del suo temperamento pugnace. Il suo dribbling è pratico e costruttivo. Non è fine a se stesso. [...] Appena può, va a bersaglio. Questa disinvoltura spregiudicata fa di La Rosa uno stoccatore nato.[5]
  • [Nel 1931] Se ci fosse una scuola di football, il maestro ricorrerebbe all'Alessandria per dare l'esempio di una squadra che, pur essendo sistematicamente spogliata dei suoi campioni, non altera lo stile del proprio gioco, l'armonica compattezza dei propri reparti, la dignità del proprio rango sportivo. Partono gli assi e rimane la squadra. Ciò significa che l'Alessandria è viva e vitale. Vuole dire che quello che fa la personalità dell'Alessandria è lo spirito di club, è la bontà della scuola, è l'intrinseca classe del gioco.[6]

Il Calcio Illustrato[modifica]

  • [Su Alfio Fontana] Agile, duttile, ingegnoso come mediano. Equilibrato, sbrigativo, pugnace come terzino. Una pedina che va a damone, nel senso che il suo impiego corrisponde sempre a un risultato concreto. Egli appartiene alla categoria ristretta di giocatori che, possedendo del gioco una nozione aperta ed estesa, offrono alla squadra un indice pressoché costante di rendimento elevato e sicuro.[7]
  • [Su Nils Liedholm] La dote peculiare del lungo e agile giocatore svedese non consiste soltanto nella raffinatezza del suo tocco di palla e nella precisione del suo passaggio. Sta soprattutto nella sua inclinazione naturale a veder chiaro e a fare luce nei grovigli delle azioni di gioco. Non chiedete a Liedholm di buttarsi sulla palla con l'impeto che distingue il suo amico Nordahl. Non è neppure un giocatore che obbedisce agli stimoli dell'impulso immediato. Dal primo all'ultimo minuto della partita c'è nel cervello di Liedholm un misterioso apparecchio calcolatore. Si ha quasi sempre la sensazione che l'atleta esegua una rapidissima e precisa operazione mentale prima di avventurarsi alla caccia e alla cattura della palla. Egli pensa cosa ne deve fare, della palla, prima ancora di attirarla nel suo raggio d'azione. Di qui il gioco a un tempo meditato e nitido, sobrio e geometrico del prezioso giocatore della schiera milanista.[8]
  • Nordahl incassa il testone tra le scapole, stringe i pugni, solleva ad angolo retto le ginocchia, parte col trotto del bufalo infuriato, non vede più niente davanti a sé, se non una nuvola rossa. Invano gli avversari gli muovono incontro. Invano tentano di ostacolarne la marcia, magari ricorrendo agli sgambetti a manico di ombrello. Lui si fa largo come può farsi largo una spada rovente in un pane di burro. Rovescia gli avversari, si avventa verso la rete, spacca il tiro con una veemenza che è pari soltanto alla forza della determinazione. Il suo gol, in circostanze come queste, deflagra.[9]

La leggenda di "Botescià"[modifica]

Incipit[modifica]

Ebbi il mio primo incontro con Bottecchia alla stazione ferroviaria di Sanremo, per caso. Fin dalla sera prima m'ero messo sulle peste del corridore ignoto che nella gara vinta da Girardengo aveva scalato davanti a tutti la vetta del monte Turchino e, preso in discesa per fame (ma questo lo seppi dopo), era arrivato ottavo al traguardo della «Corsa dei fiori»: ottavo come il numero d'ordine ricevuto da papà Francesco, scrupoloso registratore dell'ordine d'arrivo dei suoi molti figlioli, dunque Ottavio di nome. Quanto a me alle prime esperienze di cronista, il compito che il direttore della Gazzetta dello Sport, Emilio Colombo, m'aveva affidato era quello di andare a caccia di aneddoti, di schizzare il profilo di qualche macchietta scelta preferibilmente tra gli isolati, i poveri diavoli, i romei delle corse.

Citazioni[modifica]

  • Il giornalista italo-parigino Borella era venuto a Bologna d'incarico del patron del Tour, Enrico Desgrange, per assoldare qualche corridore nostrano. Girardengo no, troppo caro; Brunero nemmeno, troppo perplesso. Meglio ripiegare su un «mai sentito nominare», di modico prezzo e di buona tempra, da issare su una bicicletta francese ai servigi d'una squadra francese. La scelta cadde su Bottecchia, il taciturno e melanconico muratore veneto che Desgrange non aveva mai sentito nominare. La prima parola di francese che avrebbe imparato sarebbe stato il suo nome storpiato dagli sportivi transalpini in un buffo Botescià.
  • A Desgrange, bastò l'assicurazione dei due informatori che quel carneade sarebbe stato un vigoroso e obbediente gregario-tirapiedi dei due Ajaci della squadra francese Automoto, Enrico e Francesco Pélissier, gli intoccabili divi dell'epoca.
    Di getto, in sole due tappe da Parigi a Cherbourg, Bottecchia conquista la maglia gialla.
  • Per due anni consecutivi Bottecchia vincerà il Giro di Francia ('24, '25), e questa mia rievocazione ha almeno lo scopo di illustrare le imprese trionfali dell'atleta che il proposito di delineare gli aspetti della sua dolorosa figura umana.
  • La critica che pesa le uova di formica con bilance di ragnatela, per dirla con un vecchio proverbio nordico, stentò sempre a disarmare di fronrte a un Bottecchia che mai riuscì a vincere una corsa classica italiana, un Giro, un Lombardia, una Sanremo. L'idea fissa del Tour e l'orecchio sordo ale seduzioni del divismo concorrono a piegare la sua noncuranza per corse e trofei autarchici.
  • Gli andava soltanto di vincere il Tour, e la guerra gli aveva insegnato che è tattica e non fifa lo strisciare ventre a terra per accostarsi ai reticolati nemici. Meno lo vedono e più la sfanga.
  • [Su Henri Desgrange] L'ineffabile vecchietto che, per il gusto luciferino di proporre ai suoi corridori le montagne più aspre e le fatiche più disumane, godeva gli epiteti, a scelta, di «nonnino sanguinario», «aguzzino di forzati», «massacratore di atleti», e così via.

Note[modifica]

  1. Citato in Aldo Agosti, Juve anni 30. Il successo del pragmatismo; Marco Sappino (a cura di), Dizionario di un secolo del calcio italiano, vol. 2, 2000, p. 915.
  2. Citato in Mario Pennacchia, Piola: il Gol. 5: Roghi scopre il giovane Piola, Corriere dello Sport, 19 marzo 1968, p. 2.
  3. Citato in Maurizio Crosetti, Il tempo della Juve. Un secolo di ricordi, la Repubblica, 25 ottobre 1997.
  4. Citato in Terzino gentiluomo, storiedicalcio.altervista.org.
  5. Citato in Carlo Felice Chiesa, Il secolo azzurro. 1910-2010, statistiche di Lamberto Bertozzi, Bologna, Minerva, 2010. ISBN 978-88-7381-310-1.
  6. Citato in Ugo Boccassi, Enrico Dericci e Marcello Marcellini, Alessandria U.S.: 60 anni, Milano, G.E.P., 1973, p. XV.
  7. Da Fontana due volte milanista, Il Calcio Illustrato.
  8. Da Liedholm artista della palla fredda, Il Calcio Illustrato, 5 maggio 1955, p. 5.
  9. Da Nordahl a quota 200: il suo ultimo gol è sempre il penultimo, Il Calcio Illustrato, 9 febbraio 1956, p. 5.

Bibliografia[modifica]

  • Bruno Roghi, La leggenda di "Botescià", Storia Illustrata nº 1 (II), gennaio 1958, Arnoldo Mondadori Editore.

Altri progetti[modifica]