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Carlo Tito Dalbono

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Carlo Tito Dalbono (1817 – 1880), storico, scrittore e critico d'arte italiano italiano.

Citazioni di Carlo Tito Dalbono

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  • Beatrice [Cenci] era tipo di grazie. Non mai giovinetta fu vista nello stato ed in Roma di più incantevoli forme. Ella aveva gli occhi aperti ad espressione di gioia e di amorevolezza, e raggianti per foco di voluttà, ma quel foco, per bello che fosse, oscurava la mestizia di un pensiero che vi facea calar su immobili palpebre. A mirarla continovamente l'avresti scorta più fiera che modesta. Sulle sue carni il bianco e il vermiglio disputavansi il campo. Le gote ritondette nella espressione del sorriso s'avvallavano in due pozzette, e più caro quel sorriso facevano. Ma più di tutte cose era bello, nell'insieme della sua fisionomia, quell'ovale del volto che declinava al mento con tanto garbo da innammorare. (da Storia di Beatrice Cenci e de' suoi tempi, Stabilimento tipografico del cav. Gaetano Nobile, Napoli, 1864, p. 61)

Nuova Guida di Napoli e dintorni

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  • [Castel sant'Elmo] Prima della torre, detta Bel forte, che vi fece ergere Carlo II, Roberto re nell’anno 1342 commetteva al già nomato de Haya l'erezione di un palazzo sopra S. Elmo super summitate mutanae Sancti Erasmi, ma noi pensiamo che già vi fosse qualche tempio, seguendo un po' il Falco ed il Villani. Ad ogni modo la grande importanza del castello, come incubo della città, quasi a paro del vulcano, l’ebbe per opera di un Pietro di Toledo e per comandamento di Carlo V. Allora fu studiato di darvi quella forma internamente talvolta spirale, i grandi fossati precipitevoli da porta ornata con la grande aquila Imperiale, ma più il ponte levatojo, che si può dire non isparito, e le irte mura che ancor si veggono, occupando nell'insieme intorno a 96 metri.[1]
  • [Castel sant'Elmo] Certo è che in prima edificato per soggiorno di piacere e per asilo di meditazione, fu poi reverso e compito in forma di castello per battere la città in più punti, ed anche nelle sue fortezze,essendo facile il caso d'impadronirsi di Castelnuovo e castel dell'Uovo per mare. I successori della Dinastia Spagnuola se ne valsero, come una minaccia, e più volte come prigione assai penosa per colpe di fellonia. Ad ogni modo questo imponente castello merita di esser percorso, presentando in taluni punti anche un insieme che raccoglie col mistero e il terrore la tradizione delle vendette segrete.[2]
  • Di una cosa or ci rimane a dar più minuto conto, per chiudere la nostra Guida. È tal cosa che esercita intero impulso sulla materia generale che abbiamo svolta, il Vesuvio?
    Del Vesuvio parlammo ovunque ci occorre incontrarlo o vederlo, e questo vulcano, come ognun sa è visibile da tanti punti del nostro Napoli, che la sua presenza si rende spettacolo permanente. Ma chi l'osserva non lo guardi come motore, o come divoratore e consumatore, ma lo guardi come creatore attivo di quanto abbiamo con noi, poiché l'ingegno, l'operosità, la gesticolazione, il discorrer molto, l'urtarsi, il minacciar con le mani innanzi, non son che impulso Vesuviano. Quella facoltà eruttiva che han molte terre napoletane, l'argillo della napolitana creatura possiede, e la fibra mossa e rimossa degli operosi fluidi elettrici e magnetici fa del napolitano spesso un pazzo piacente o un sincero curioso.[3]
  • Nel cominciamento delle eruzioni vedi sull'alto sovente, un rosso rubino, un punto infuocato: in breve quel rubino, quel carbonchio, screpola, e manda giù le scorie che rivelano il fuoco precipitevole. Anche la lava è sovente bella a vedere. Sembra quasi procedere con saviezza lenta e pensosa, tenendo il suo alveo, e le si va da costa, piacevolmente, ma al sopraggiungere improvviso di nuove scaturigini si dilata, e rompe gli orli.
    Molte volte adunque il fuoco del Vesuvio non atterrisce – è teatrale.[4]
  • Il sorgere del sole in sul Vesuvio è magico spettacolo, però le ascensioni soglionsi regolare secondo i tempi e le stagioni, per trovarsi presente a quel sorgere. Suol dirsi che Napoli abbia un gran nemico, il Vesuvio. Chi non ne ha? Altrove è un fiume, forse, altrove un lago, altrove l'aria pestilente. Nessuno di questi distruttori e consumatori dell'essere umano Napoli presenta. Contentiamoci dunque come un poeta diceva:
    ...dell'alto monte | Che di fumo e di foco ha serto in fronte.
    anziché di qualche
    Fiumicello orgoglioso | Ignobil figlio di non chiara fonte.[5][6]
  • Il Vesuvio minaccia sempre nuove prede, e dopo il pasto ha più fame che pria.[7]

Ritorni sull'arte antica napolitana

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  • Giuseppe Ribèra è spagnuolo di origine[8]. Ha nell'animo tutte le borie e vanità del paese di suo padre. – In un momento di sua vita fu quasi gramo e mendicante, ma i suoi polmoni hanno respirato le portentose aure di Posillipo. Egli si è rifatto sull'Arenella e sul mare. Dal paese di suo padre ha tolto i vizi, il sussiego: dal nostro paese le virtù, le morbidezze. Lasciamogli dunque le sue vanità: esse non ci appartengono. – Ribéra è grande per noi. (p. 33)
  • Ora questo nostro artista, il Vaccaro, da' più si tiene imitatore del Caravaggio, e qui mi permetto di osservare con quella franchezza e indipendenza alla quale agogno, che alcuni scrittori amano fare in arte e in lettere dei reggimenti, e dar la matricola a tutti o il brevetto.
    Proviamoci ad esser più chiari: si può vedere un autore o restare anche impressionato dell'opera di lui, ma quando un artista toglie dal vero i suoi rappresentati, e da un vero diverso da quello dell'artista che gli ha fatto impressione nell'animo, da lui si stacca per forme , come per concetti, non è più seguace. Egli è creatore. (p. 50)
  • Andrea Vaccaro non sceglie i suoi tipi di donna tra le lavandaie e le fantesche. Egli le sceglie tra le distinte e nobili figure napolitane. Le sue donne non peccano di soverchia pinguedine come le donne di Guido Reni e di Rubens. Esse non sono mai tozze, sono alte, anziché no, spigliate e grandiose: sono napolitane nelle carni, vivaci un po' brune e cariche di colore, e le mani che Massimo[9] e la sua scuola dipinge con le dita diritte e tornite, ei dipinge polpute, non piccole, e vitalizzate dallo scorrer del sangue, tanto che lo si vede, sotto l'epidermide. (p. 51)
  • Vaccaro è più accademico di Massimo[9], che può star tra i veristi, ma Andrea è più fosco e più bruno nel colore. [...]. Egli non piace sulle prime e non alletta gli occhi come il suo rivale, ma fa tutto il possibile perché le Maddalene di Guido [Reni] accanto alle sue diventino bolse o sembrino enfiate. Tra il sangue e le lacrime impasta il suo colore, e mostra che la peccatrice di Maddalo, e la Egiziaca anche pentendosi, avevan nel sangue il germe de' falli seduttori. Ecco quanto io non vanamente stimo doversi osservare per definire un autore e riconoscerlo agevolmente. (p. 51)
  • [...] Aniello Falcone pianta proprio con la spada una scuola che fa la guerra all'accademia e spezza tutte le linee di convenzione sul modo di comporre, cioè con la piramide della composizione obbligata e il subietto irto e indeclinabile della figura principale. (p. 53)
  • E [Aniello Falcone] cominciò a copiare armi, armature, giustacuori, cotte, cavalli, carri, cannoni, e invece di studiar gli uomini e gli animali fermi ed immobili in posizioni accademiche e dirò premeditate, li svolse, li balzò, li stramazzò e li confuse di una strana maniera nell'innesto della composizione [...]. (pp. 53-54)
  • [Luca Giordano] È un genio che si slancia nel mezzo del campo dissodato.
    Egli non si produce man mano, ma scoppia. È detto seguace del Ribèra[8] e di Pietro da Cortona, ma è seguace di tutti e di nessuno. Egli si forma un disegno, ma di pennello, e si forma una tavolozza con la quale ruba agli altri pittori quello che gli può servire e li manda poi, come suol dirsi, al diavolo, senza curarsene più. È il caso di dire: Voler mais tuer! Imita tutti talvolta, e non per servilità d'imitazione, ma per mostrare che egli sa fare come altri e meglio. Pancottone nel suo vivere, ma turbolento mariuolo in arte. (p. 64)
  • Luca [Giordano] detto fa priesto è un uragano che piomba nel campo della pittura – scompiglia, scaccia e sradica – scompiglia i dotti e i Raffaellisti d'allora, schiaccia i discepoli del Calabrese e del Vaccaro, sradica tutti i principii accademici co' quali si voleva incatenato il genio e metodizzata la tavolozza. (p. 64)
  • Comunque io non vivessi tra le abitudini del gran mondo [...], pur non dimeno debbo confessare che l'adozione della bella porcellana negli usi domestici nobilita la mensa e la colezione, e chi ne usa.
    La bella e tersa porcellana rappresenta la decenza, il candore, la eleganza.
    Quale umiliazione è mai quella di offrire una tazza di caffè in un recipiente prosaico, brusco, mal colorato, destituito di belle forme. (p. 97)
  • Oh se gli uomini trasparissero come la porcellana!... quante minori delusioni nella vita umana. (p. 97)
  • E veramente quando si veggono così pure nel colorito, così ben piantate, così modellate le creazioni di porcellana, si dee dire che anch'esse sono figliuole predilette dell'arte. Esse divengono un'opera di gusto sì gentile e sì bello, che si vorrebbero ingoiare per dolcezza. È un peccato che gli orli di una tazza non abbiano sapore. Non sarò tacciato di leggerezza parlando così. Sono stato sì grave, e forse così noioso nel parlare delle antiche dipinture, che potrò consentire a me stesso un po' di lepore nel parlare della porcellana. (p. 99)
  • [...] un giorno Voltaire inviava uno squisito dolciume in un bel piatto di Sèvres ad una distinta marchesa. Il dolce era assai ben lavorato, il piatto era più squisitamente eseguito.
    L'illustre uomo ebbe in riscontro ed in rendimento di grazie un biglietto così concepito: Il dolce del quale avete deliziato la mia mensa fu degno de' Numi. Per serbarne viva la memoria riterrò meco ancora il piatto.
    Ei rispose con una parola: Cara memoria!
    E gli costò chiaro quel dono certamente. (p. 100)
  • Se il mio lettore lo consente, dirò che noi dobbiamo la sapienza agli arabi, ai sacerdoti ed ai frati. Questa non è una buona ragione per divenir turchi, preti o frati, né è una buona ragione da permettere che il mondo moderno fosse invaso da preti, da frati, e dagli arabi, ma è ben ragione per rispettarli. (p. 111)

Note

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  1. Morano, 1981, pp. 336-337.
  2. Morano, 1981, p. 337.
  3. Morano, 1891, p. 656.
  4. Morano, 1981, p. 659.
  5. Gli ultimi due versi citano Fulvio Testi, Ruscelletto orgoglioso.
  6. Morano, 1891, p. 660.
  7. Morano, 1891, p. 660.
  8. a b Jusepe de Ribera, per la statura e l'origine detto lo Spagnoletto.
  9. a b Massimo Stanzione (1585 – 1656), pittore italiano, attivo principalmente a Napoli durante il periodo barocco.

Bibliografia

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Altri progetti

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