Voltaire

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Voltaire

Voltaire, pseudonimo di François-Marie Arouet (1694 – 1778), scrittore e filosofo francese.

Citazioni di Voltaire[modifica]

  • Ai vivi si devono dei riguardi, ai morti si deve soltanto la verità.[1]
  • Alla corte, figliolo, l'arte più necessaria | Non è di parlar bene, ma di saper tacere.[2]
  • Ama la verità, ma perdona l'errore.[3]
Aime la vérité, mais pardonne à l'erreur.
  • C'è chi in seconda fila brilla e in prima s'eclissa.[4]
  • Dichiariamolo apertamente noi che non siamo preti e che non li temiamo: la culla della Chiesa nascente è circondata solo da imposture. È una sequela ininterrotta di libri assurdi sotto nomi supposti.[5]
  • E che? non possedete ancora il segreto di obbligare tutti i ricchi a far lavorare tutti i poveri? Voi non avete ancora i primi rudimenti dell'organizzazione politica.[6]
  • È dal Nord che oggi ci viene la luce.[7]
C'est du Nord aujourd'hui que nous vient la lumière.
  • È uno scrittore [Marivaux] che conosce tutti i viottoli del cuore umano, ma non sa la strada maestra.[8]
  • Ed ecco per l'appunto come si scrive la storia.[9]
Et voila justement comme on écrit l'histoire!
  • Egli compilava, compilava, compilava.[10]
Il compilait, compilait, compilait.
  • [Su Flavio Giuseppe] Era credulone e facile all'esagerazione.[11]
  • I Negri e le Negre, trasportati nei paesi più freddi, continuano a produrvi animali della loro specie, e [...] i mulatti sono semplicemente una razza bastarda.[12]
  • I negri sono, per natura, gli schiavi degli altri uomini. Essi vengono dunque acquistati come bestie sulle coste dell'Africa.[13]
  • Il brasiliano è un animale che non ha ancora raggiunto la maturazione della propria specie.[14]
  • Il dubbio non è piacevole, ma la certezza è ridicola. Soltanto gl'imbecilli sono sicuri di ciò che dicono.[15]
  • Il segreto per annoiare sta nel dire tutto.[16]
Le secret d'ennuyer est celui de tout dire.
  • Il superfluo, cosa quanto mai necessaria.[17]
    Il superfluo, cosa necessarissima.[18]
  • Impiccati, mio bravo Crillon.[19]
Pends-toi, brave Crillon!
  • La moda di amare Racine passerà come [quella del] caffè.[20]
  • La religione esiste da quando il primo ipocrita ha incontrato il primo imbecille.[21]
  • [La storia è] una burla che i vivi giuocano ai morti.[22]
  • La storia non è che il quadro dei delitti e delle disgrazie.[23]
L'histoire n'est que le tableau des crimes et des malheurs.
  • [La teologia è] una collezione di risposte incomprensibili a domande senza senso.[24]
  • Mentite, amici, mentite.[25]
Mentez, mes amis, mentez.
  • Non affermo niente; ma mi contento di credere che ci sono più cose possibili di quanto si pensi.[26]
  • Non che il suicidio sia sempre follia. Ma in genere non è in un accesso di ragione che ci si ammazza.[27]
  • Non possiamo sempre compiacere gli altri, ma possiamo sempre parlare in modo compiacente.[28]
  • Non vi è forse nulla di più grande, sulla terra, del sacrificio della giovinezza e della bellezza compiuto dal gentil sesso – giovani spesso di nobili natali – al fine di poter lavorare negli ospedali per l'alleviamento della sofferenza umana. La vista del qual sacrificio è cosa rivoltante, per il nostro animo delicato. Gli individui che si sono staccati dalla religione romana hanno imitato in modo assia imperfetto un così alto spirito di carità.[29]
  • Quando la gente comincia a ragionare, tutto è perduto.[30]
Quand la populace se mêle de raisonner, tout est perdu.
  • Quando occorre, sono serissimo; ma vorrei non essere noioso.[31]
  • ... BOSWELL. «Quando venni a trovarvi, pensavo di vedere un grandissimo ma cattivissimo uomo». VOLTAIRE. «Siete molto sincero». BOSWELL. «Sì, ma la stessa [sincerità] mi fa confessare che ho trovato il contrario. Solo il vostro Dictionnaire philosophique [mi turba]. Per esempio. Âme, l'Anima...». VOLTAIRE. «Quello è un buon articolo». BOSWELL. «No. Scusate. Non è [l'immortalità] un'idea piacevole? Non è più nobile?». VOLTAIRE. «Sì. Voi avete il noblie desiderio di essere il Re d'Europa. [Dite] "Lo desidero, e chiedo la vostra protezione [per continuare a desiderarlo]". Ma non è probabile». BOSWELL. «No. Ma se non può essere in un modo, non è detto che non possa essere nell'altro. [Come Catone, diciamo] "Dev'essere così", finché [arriviamo a possedere] l'immortalità». VOLTAIRE. «Ma prima di dire che quest'anima esisterà, dobbiamo sapere che cosa sia. Io non conosco la causa. Non posso giudicare. Non posso essere un giudice. Cicerone dice, potius optandum quam probandum. Noi siamo esseri ignoranti. Siamo gli zimbelli della Provvidenza. Io sono il povero Punch». BOSWELL. «Non vorreste che vi fossero pubbliche funzioni?». VOLTAIRE. «Sì, con tutto il cuore. Riuniamoci quattro volte all'anno in un gran tempio con musica, e ringraziamo Dio di tutti i suoi doni. V'è un solo sole. V'è un solo Dio. Vi sia una sola religione. Allora tutti gli uomini saranno fratelli». BOSWELL. «Potrò scrivervi in inglese, e voi mi risponderete?». VOLTAIRE. «Sì. Addio».[32]
  • Se Dio non esistesse bisognerebbe inventarlo.[33]
Si Dieu n'existait pas, il faudrait l'inventer.
  • Tutti i generi sono buoni, tranne il genere noioso.[34]
Tous les genres sont bons, hors le genre ennuyeux.

Attribuite[modifica]

  • Calunniate, calunniate, qualcosa resterà.
Tale citazione, con cui si voleva incitare alla demonizzazione della religione cattolica, apparteneva già a Francesco Bacone, che la sentenziò nel De dignitate et augmento scientiarum, l. VIII, c. 2,34.[35]
  • Ci salutiamo ma non ci parliamo affatto.[36][37]
Nous nous saluons bien, mais nous ne nous parlons guère.
  • Non sono d'accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo.
I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it.
[Citazione errata] Tale citazione, anche in altre formulazioni, viene solitamente attribuita a Voltaire, ma trova in realtà riscontro soltanto in un testo della scrittrice americana Evelyn Beatrice Hall, conosciuta sotto lo pseudonimo di Stephen G. Tallentyre, in The Friends of Voltaire,[38] biografia del filosofo del 1906. La citazione non ha altresì riscontro in qualsivoglia opera di Voltaire.[39]
  • La parola all'uomo è stata data per nascondere il pensiero.
La parole a été donnée à l'homme pour déguiser sa pensée.
La citazione viene erroneamente attribuita a Charles Maurice de Talleyrand-Périgord e Joseph Fouché. Più probabilmente la citazione appartiene a Voltaire che scrisse nei Dialogues: «Ils [les hommes] ne se servent de la pensée que pour autoriser leurs injustices, et n'emploient les parles que pour déguiser leurs pensées» («Gli uomini usano il pensiero per giustificare le proprie ingiustizie, e il discorso solo per nascondere i loro pensieri»).[40]
  • Quegli stolti preferivano essere in disaccordo col Sole piuttosto che trovarsi d'accordo col Papa![41]
Secondo altre fonti questa sarebbe una citazione di Giovanni Keplero.

Candido[modifica]

Incipit[modifica]

Originale[modifica]

Il y avait en Westphalie, dans le château de M. le baron de Thunder-ten-tronckh, un jeune garçon à qui la nature avait donné les moeurs les plus douces. Sa physionomie annonçait son âme. Il avait le jugement assez droit, avec l'esprit le plus simple; c'est, je crois, pour cette raison qu'on le nommait Candide. Les anciens domestiques de la maison soupçonnaient qu'il était fils de la soeur de monsieur le baron et d'un bon et honnête gentilhomme du voisinage, que cette demoiselle ne voulut jamais épouser parce qu'il n'avait pu prouver que soixante et onze quartiers, et que le reste de son arbre généalogique avait été perdu par l'injure du temps.

I traduzione[modifica]

Era nella Vesfalia, nel castello del baron di Thunder-ten-tronckh, un giovinetto che aveva avuto dalla natura i più dolci costumi. Se gli leggeva il cuore nel volto. Univa egli a un giudizio molto assestato una gran semplicità di cuore, per la qual cosa, cred'io, chiamavanlo Candido. I vecchi servitori di casa avean de' sospetti ch'ei fosse figliuolo della sorella del signor barone, e d'un buon gentiluomo e da bene di quel contorno, che questa signora non volle mai indursi a sposare perché non aveva egli potuto provare più di settantun quarti di nobiltà, il resto del suo albero genealogico essendo perito per l'ingiuria de' tempi.
[Voltaire, Candido, Sonzogno, LiberLiber, 1882]

Paola Angioletti[modifica]

Viveva in Westfalia, nel castello del barone di Thunder tentronckh, un ragazzo a cui la natura aveva fatto dono di un dolcissimo carattere. Il suo aspetto denunciava la sua anima. Univa un notevole giudizio allo spirito più semplice, e per questo, credo, era chiamato Candido. I vecchi domestici della casa sospettavano che fosse il figlio della sorella del barone e di un buono e onesto gentiluomo dei dintorni, che la signorina non aveva mai voluto sposare perché egli aveva potuto provare solo settantun quarti, mentre il resto del suo albero genealogico era andato perduto col tempo.
[Voltaire, Candido, traduzione di Paola Angioletti, Newton & Compton.]

Riccardo Bacchelli[modifica]

In Vestfalia, nel castello del signor barone di Thunder-ten-tronckh, c'era un giovinetto che da natura aveva sortito costumi soavissimi. La fisionomia annunciava l'animo, e retto giudizio con rara semplicità di spirito gli avevano procacciato, cred'io, il suo nome: Candido. I vecchi servi di casa avevano sospetto che egli fosse figlio della sorella del signor barone e d'un buono e onorato gentiluomo delle vicinanze, che la damigella non aveva ma voluto sposare, dato che costui non era riuscito a dimostrare più di settantun quarti, menre il resto del suo albero genealogico era andato perso per ingiuria del tempo.
[Voltaire, Candido, traduzione di Riccardo Bacchelli, Oscar Classici Mondadori.]

Giovanni Fattorini[modifica]

C'era in Vestfalia, nel castello del signor barone di Thunder-ten-tronckh, un giovane a cui la natura aveva conferito i costumi più miti. Il suo aspetto ne rivelava l'anima. Possedeva un giudizio abbastanza retto, unito a una grande semplicità; per questo, credo, lo chiamavano Candido. I vecchi domestici del castello sospettavano fosse figlio della sorella del signor barone e di un onesto e buon gentiluomo delle vicinanze che madamigella non volle mai come marito perché non aveva potuto provare che settantun quarti: il resto del suo albero genealogico era stato distrutto dalle ingiurie del tempo.
[Voltaire, Candido, traduzione di Giovanni Fattorini, Tascabili Bompiani 1987.]

Piero Biancone[modifica]

C'era in Vestfalia, nel castello del signor barone di Thunder-ten-tronckh, un giovinetto che la natura aveva dotato di costumi assai mansueti. Gli si leggeva l'anima sul volto. Aveva il giudizio abbastanza retto, con uno spirito grandemente semplice; perciò credo lo chiamavano Candido. I vecchi servi del castello sospettavano che fosse figlio della sorella del signor barone e d'un buono e onesto gentiluomo dei dintorni, che codesta damigella non volle mai sposare siccome non aveva potuto provare che settantun quarti: le ingiurie del tempo avevan distrutto il resto del suo albero genealogico.
[Voltaire, Candido, traduzione di Piero Biancone, RCS Libri, 2007.]

Maria Moneti[modifica]

C'era in Vestfalia, nel castello del signor barone di Thunder-ten-Tronckh, un ragazzo cui la natura aveva fornito un temperamento assai mite. Gli si leggeva in fronte l'indole sua. Aveva l'intelletto abbastanza solido, e il più ingenuo cuore del mondo: credo fosse chiamato Candido appunto per questo. I servitori vecchi di casa sospettavano ch'egli fosse figlio della sorella del signor barone e di un buono e rispettabil cavaliere del vicinato, non mai voluto sposare dalla damigella perché non gli era riuscito di provare che settantadue quarti soli, essendosi perduto il rimanente del suo albero genealogico per oltraggio del tempo.
[Voltaire, Candido, traduzione di Maria Moneti, Garzanti, 2008. ISBN 9788811360384]

Citazioni[modifica]

  • Il precettore Pangloss era l'oracolo di casa, e il piccolo Candido ascoltava i suoi insegnamenti con la fiducia propria dell'età e del suo temperamento. Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmologo-scempiologia. Egli dimostrava mirabilmente che non c'è effetto senza causa, e che in questo migliore dei mondi possibili... è provato, diceva, che le cose non potrebbero andare altrimenti: essendo tutto quanto creato in vista di un fine, tutto è necessariamente inteso al fine migliore. I nasi, notate, son fatti per reggere gli occhiali: e noi infatti abbiamo gli occhiali... Ne consegue che coloro i quali hanno affermato che tutto va bene, han detto una castroneria. Bisognava dire che meglio di così non potrebbe andare. (cap. I)
  • [Sulla sifilide] Era una cosa indispensabile, nel migliore dei mondi, un ingrediente necessario: perché se Colombo non avesse preso in un'isola dell'America questa malattia che avvelena la sorgente della generazione, che spesso anzi impedisce la generazione stessa, e che, evidentemente, si oppone al grande fine della natura, non avremmo né cioccolata né cocciniglia; bisogna poi osservare che nel nostro continente, fino a oggi, questa malattia è tipicamente nostra, come la controversia. Turchi, Indiani, Persiani, Cinesi, Siamesi, Giapponesi, non la conoscono ancora: ma c'è ragion sufficiente che debbano conoscerla a loro volta fra qualche secolo. Nel frattempo ha fatto meravigliosi progressi fra noi, e soprattutto in quei grandi eserciti composti di onesti mercenari beneducati che decidono del destino degli Stati; si può affermare che, quando trentamila uomini combattono in battaglia campale contro eserciti di egual numero, ci siano circa ventimila impestati per parte. (cap. IV)
  • «Che razza di paese è mai questo,» si chiedevano entrambi, «sconosciuto a ogni altro, e dove la natura si mostra tanto diversa da quello che è nei nostri? Sarà questo il paese dove tutto va bene; poiché un paese cosiffatto bisogna assolutamente che ci sia. E checché ne dicesse Mastro Pangloss, avevo notato sovente che in Vestfalia andava maluccio.» (cap. XVII)
  • Amico, io l'ho già detto e lo ripeto: il castello dove son nato non vale certo il paese in cui siamo; ma la madamigella Cunegonda insomma qui non c'è, e anche voi avete lasciato senza dubbio in Europa una qualche amica. Finché restiamo qui, siamo uguali a tutti costoro; se invece ce ne torniamo al mondo nostro, anche con una sola dozzina di pecore cariche dei ciottoli di El Dorado, saremo più ricchi di tutti i re sommati insieme, non avremo più nulla da temere da parte dell'Inquisizione, e potremo riprendere senza difficoltà la damigella Cunegonda. (cap. XVIII)
  • "Che cos'è l'ottimismo" diceva Cacambo – "Ahime!" disse Candido "è la smania di sostenere che si tutto va bene quando si sta male". (cap. XIX)
  • Gli sciocchi ammirano ogni parola d'un autore famoso; io leggo per me solo, e mi piace soltanto quello che fa per me. (cap. XXV)
    I pazzi ammiran tutto, in un autore stimato; io non leggo che per me, e non ho piacere se non a quel che mi aggrada. (nobile veneziano Pococurante; cap. XXIV)
  • Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno. (cap. XXX)
  • Oh, migliore dei mondi possibili, dove sei adesso?
  • Tutto è bene, tutto va bene, tutto va per il meglio possibile.
Tout est bien, tout va bien, tout va le mieux qu'il soit possible.
  • Volli uccidermi 100 volte, ma amavo ancora la vita. Questa ridicola debolezza è forse una delle più funeste delle inclinazioni umane: infatti può darsi una cosa più sciocca che ostinarsi a portare il fardello che si vorrebbe continuamente buttare a terra?
  • Viveva in quei pressi un derviscio famosissimo, che aveva fama d'essere il maggior filosofo di Turchia. Andarono a consultarlo. Pangloss prese la parola, e disse: "Maestro, siam venuti a pregarvi che ci spieghiate perché sia stato creato un animale così bizzarro com'è l'uomo."
    "Ma di che ti vai a impicciare?" disse il derviscio; "che te ne importa?"
    "Ma, padre mio reverendo," osservò Candido, "v'è pur nel mondo una quantità spaventosa di mali."
    "E che diavolo importano," rispose il derviscio, "i mali ed i beni? Quando Sua Altezza spedisce una nave in Egitto, si da ella forse pensiero se i topi che sono nella stiva stanno comodi o no?"
    "E allora che dobbiamo fare?" domandò Pangloss.
    "Tacere", rispose il derviscio.
"Io m'ero illuso" riprese Pangloss, "di poter ragionare un pochino con voi delle cause e degli effetti, del migliore dei mondi possibili, dell'origine del male, della natura dell'anima e dell'armonia prestabilita."
A questo il derviscio sbatté loro l'uscio in faccia.
  • "So anche," disse Candido, "che bisogna lavorare il nostro orto."
    "Avete ragione," rispose Pangloss; "infatti, quando l'uomo fu messo nel Paradiso Terrestre, ci fu messo ut operaretur eum, perché lo lavorasse, la qual cosa prova che l'uomo non è nato per stare in ozio."
    "Lavoriamo senza discutere," fece Martino, "non c'è altro modo per sopportare la vita." ...
    "Voi dite bene," rispondeva Candido; "ma noi bisogna che lavoriamo il nostro orto".
  • Non c'è effetto senza causa, – rispose Candido con modestia –, tutto è necessariamente concatenato e ha come fine il meglio. Era necessario che fossi cacciato lontano da Cunegonda, che passassi sotto le verghe, ed è necessario che elemosini il pane finché non riuscirò a guadagnarlo; tutto questo non poteva andare altrimenti.
  • Insomma, madamigella, sono esperta, conosco il mondo; concedetevi un divertimento, invitate tutti i passeggeri a raccontarvi la loro storia, e se ne trovate uno solo che non abbia maledetto spesso la propria vita, che non si sia detto sovente di essere il più infelice degli uomini, gettatemi pure in mare a testa in giù.
  • L'uomo di gusto spiegò molto bene come un'opera teatrale possa aver un qualche interesse senza valere quasi nulla; dimostrò in poche parole che non basta introdurre una o due situazioni che si trovano in tutti i romanzi, e che sempre seducono gli spettatori, ma che bisogna essere innovativi senz'essere bizzarri, spesso sublimi e sempre naturali, conoscere il cuore umano e farlo parlare, essere grande poeta senza che mai nessun personaggio dell'opera sembri un poeta; conoscere perfettamente la propria lingua, parlarla con proprietà, con armonia continua, senza che mai la rima vada a discapito del senso.
  • Io sono quello che definisco uno spirito errante per le passioni d'altri; ovvero un imbecille.

Explicit[modifica]

Tutta la piccola compagnia mise in opera questo lodevole proposito, ciascuno mettendo a profitto le proprie attitudini. Il poderetto fruttò assai. Cunegonda a dire il vero era brutta dimolto; ma diventò una pasticcera valente. Pasquina ricamava, e la vecchia accudì alla biancheria. Lo stesso Fra Garofolone si rese utile lavorando egregiamente da falegname, e giunse perfino a diventar galantuomo. Pangloss talvolta diceva a Candido:
«In questo migliore di mondi possibili, tutti i fatti son connessi tra loro. Tanto è vero che se voi non foste stato scacciato a gran calci nel sedere da un bel castello, per amore di madamigella Cunegonda, se non foste capitato sotto l'Inquisizione, se non aveste corso l'America a piedi, se non aveste infilzato il Barone, se non aveste perso tutte le pecore del bel paese di El Dorado, voi ora non sareste qui a mangiar cedri canditi e pistacchi.»
«Voi dite bene,» rispondeva Candido: «ma noi bisogna che lavoriamo il nostro orto.»

Dizionario filosofico[modifica]

Incipit[modifica]

ABRAMO
Abramo è uno di quei nomi celebri nell'Asia Minore e in Arabia, come Thoth presso gli Egiziani, l'antico Zarathustra in Persia, Ercole in Grecia, Orfeo nella Tracia, Odino presso i popoli nordici e tanti altri noti più o meno per la loro fama che per una storia incontestata. Intendo qui la storia profana, in quanto nei confronti di quella del popolo ebraico, nostro maestro e nemico, per il quale sentiamo fiducia e odio, essendo stata visibilmente scritta dallo Spirito Santo in persona, nutriamo i sentimenti che dobbiamo nutrire. Ci riferiamo soltanto agli Arabi, che si vantano di discendere da Abramo per via di Ismaele e credono che quel patriarca abbia fondato la Mecca e sia morto in questa città. Il fatto è che la stirpe di Ismaele è stata favorita da Dio in misura infinitamente maggiore della stirpe di Giacobbe. L'una e l'altra, a dire il vero, hanno generato dei ladroni; ma i ladroni arabi sono stati prodigiosamente superiori a quelli ebrei: I discendenti di Giacobbe conquistarono una regione di assai modeste proporzioni, che poi perdettero; i discendenti di Ismaele conquistarono parte dell'Asia, dell'Europa e dell'Africa, fondarono un impero più vasto di quello dei Romani e scacciarono gli Ebrei dale loro caverne, che chiamavano la terra promessa. A giudicare le cose solo in base agli esempi delle nostre storie moderne, sarebbe piuttosto improbabile che Abramo fosse stato il progenitore di popoli così diversi; ci dicono che era nato in Caldea e che era figlio di un povero vasaio, che si guadagnava la vita costruendo piccoli idoli di terra. Non è verosimile che il figlio di quel vasaio sia andato a fondare la Mecca a trecento leghe di distanza, sotto il tropico, attraversando deserti impraticabili. Se fu un conquistatore, puntò senza dubbio sul bel paese dell'Assiria; se invece fu soltanto un povero diavolo, come ci viene raffigurato, non ha fondato regni fuori dalla sua patria.
[Voltaire, Dizionario Filosofico, traduzione di Rino Lo Re, B.U.R., 1966]

ATEO, ATEISMO
Bayle si domanda se sia piú pericoloso l'ateismo o l'idolatria: se è maggior crimine non credere affatto alla divinità o avere intorno ad essa opinioni indegne... A me pare invece che avrebbe dovuto porre il problema in altri termini, e cioè se sia piú pericoloso l'ateismo o il fanatismo. Il fanatismo infatti è certamente mille volte piú funesto; perché l'ateismo non ispira affatto passioni sanguinarie, il fanatismo sí; l'ateismo non s'oppone certo ai delitti, ma il fanatismo induce a commetterli...
Gli atei sono per lo piú uomini di scienza coraggiosi, ma sviati nei loro ragionamenti, i quali non potendo comprendere la creazione, l'origine del male e altre difficoltà, ricorrono alla ipotesi dell'eternità delle cose e della necessità.
Gli ambiziosi, gli uomini dediti ai piaceri non hanno gran che tempo per ragionare e quindi non rischiano di abbracciare sistemi errati; essi hanno altro da fare che mettere a confronto le opinioni di Lucrezio con quelle di Socrate. Cosí vanno le cose da noi... Certo non vorrei aver a che fare con un principe ateo perché, nel caso si mettesse in mente d'avere interesse a farmi pestare in un mortaio, son ben certo che lo farebbe senza esitazione. Nemmeno vorrei, se fossi un sovrano, avere a che fare con cortigiani atei, che potrebbero aver interesse ad avvelenarmi... Quale conclusione trarremo da tutto ciò? Che se l'ateismo è estremamente pericoloso in quelli che governano, lo è pure negli uomini di studio, per quanto la loro vita possa essere pura, perché le loro idee possono uscire dal chiuso delle biblioteche e raggiungere le piazze; che l'ateismo infine anche se non è cosí funesto quanto il fanatismo, è quasi sempre fatale alla virtú. Va notato soprattutto che il numero degli atei è minore oggi che in qualsiasi altro tempo, da quando cioè i filosofi hanno riconosciuto che non esiste alcun essere vegetante senza germe, alcun germe senza struttura, ecc... Geometri non filosofi hanno potuto rigettare le cause finali, ma i veri filosofi le ammettono; e, come ha detto un noto autore, il catechismo annuncia Dio ai fanciulli e Newton lo dimostra ai sapienti. Se esistono atei, a chi farne colpa se non ai grandi mercenari delle anime, che, provocando in noi la rivolta contro i loro meschini espedienti, costringono qualche spirito debole a negare quel Dio che tali mostri disonorano? Quante volte le sanguisughe del popolo, esasperando i cittadini angariati, non li hanno costretti a ribellarsi contro il loro re?
[Voltaire, Dizionario Filosofico, Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, vol. XIV, pagg. 533-534]

Citazioni[modifica]

  • Questo libro può essere letto soltanto da persone illuminate; il volgo non è fatto per simili conoscenze: la filosofia non sarà mai il suo retaggio. Coloro che affermano che esistono verità che devono essere nascoste al popolo non devono allarmarsi, il popolo non legge: lavora sei giorni la settimana e il settimo va all'osteria. Insomma, le opere di filosofia sono fatte solo per i filosofi, e ogni uomo dabbene deve cercare di essere filosofo, senza piccarsi di esserlo. (Prefazione di Voltaire al Dizionario filosofico; 1950, p. 4)
  • Conosci te stesso è un magnifico precetto, ma soltanto Dio può metterlo in pratica: chi altri può conoscere la propria essenza? (Anima; 1968, p. 44)
  • [L'amicizia] È un tacito contratto fra due persone sensibili e virtuose. Dico sensibili, perché un monaco, un solitario può non essere malvagio e vivere senza conoscere l'amicizia. Dico virtuose, perché i malvagi hanno soltanto dei complici; i gaudenti, compagni di baldoria; le persone interessate, dei soci; i politici raccolgono attorno a sé dei partigiani; il volgo degli sfaccendati ha delle relazioni; i principi, dei cortigiani; solo gli uomini virtuosi hanno amici. (Amicizia; 1950, p. 20)
  • Che vergogna, che miseria, aver detto che le bestie sono macchine prive di conoscenza e sentimento, che fanno sempre tutto ciò che fanno nella stessa maniera, che non imparano niente, non si perfezionano, ecc. ecc.! (Bestie; 1968, pp. 108-109)
  • I barbari uomini prendono questo cane che suol vincerli così facilmente nell'amicizia: lo inchiodano su una tavola, e lo sezionano vivo per mostrarti le vene mesaraiche. Tu scopri in lui gli stessi organi di sentimento che sono in te. Rispondimi, o meccanicista, la natura ha dunque combinato in lui tutte le molle del sentimento affinché egli non senta? Il cane ha dei nervi per essere impassibile? Non fare più di queste balorde supposizioni. (Bestie; 1968, pp. 109-110)
  • L'animale ha ricevuto le facoltà del sentimento, della memoria, e di un certo numero di idee. Chi gliele ha date? Colui che ha fatto crescere l'erba dei campi e gravitare la terra intorno al sole. (Bestie; 1968, p. 109)
  • Ma chi fa funzionare il soffietto degli animali: chi li fa respirare? Ve l'ho già detto: colui che fa muovere anche gli astri. Il filosofo che dichiarò: Deus est anima brutorum, aveva ragione; ma doveva andare più in là.[42] (Bestie; 1968, p. 110)
  • A me non piace ricorrere alle citazioni; di solito è una faccenda spinosa: si trascura ciò che precede e ciò che segue il passo che si cita e ci si espone a mille contestazioni. (Bene, Tutto è bene; 1950, p. 63)
  • Tutti gli uomini sarebbero dunque necessariamente uguali, se fossero senza bisogni. La miseria connessa alla nostra specie subordina un uomo a un altro uomo; non l'ineguaglianza è la vera disgrazia, ma la dipendenza. (Eguaglianza; 1950, p. 182)
  • L'entusiasmo è soprattutto il comune retaggio della devozione male intesa. (Entusiasmo; 1950, p. 188)
  • L'entusiasmo è esattamente come il vino: può eccitare tanto tumulto nei vasi sanguigni, e cosí violente vibrazioni nei nervi, che la ragione ne viene affatto distrutta. Può anche causare soltanto leggere scosse, che si limitano a dare al cervello solo un poco piú di attività; è quel che accade nei grandi moti d'eloquenza, e soprattutto nella poesia sublime. L'entusiasmo ragionevole è la dote dei grandi poeti. (Entusiasmo; 1950, p. 189)
  • È vero: chi gode ne sa piú di chi riflette, o almeno sa meglio, è piú felice. Ma che volete? Non dipendeva da me né ricevere né respingere tutte le idee che sono venute nel mio cervello per combattersi fra loro e hanno preso le mie cellule midollari per loro campo di battaglia. Quando si sono ben battute, io non ho raccolto dalle loro spoglie altro che l'incertezza.
    È triste avere tante idee, e non sapere con precisione la natura delle idee.
    Lo ammetto; ma è assai piú triste, e molto piú sciocco credere di sapere quello che non si sa. (Idea; 1950, p. 245)
  • Non si può quasi leggere la storia senza concepire orrore per il genere umano. (Idolo, idolatra, idolatria; 1950, p. 257)
  • La nostra miserabile specie è cosí fatta, che quelli che camminano sulle vie battute gettano sempre sassi a quelli che insegnano le nuove vie. (Lettere, uomini di lettere o letterati; 1950, p. 282)
  • È vero che i rappresentanti delle città, negli Stati Generali di Francia tenuti il 1302, dissero, in un loro indirizzo al re, che "Bonifacio VIII era un c... se credeva che Dio legasse e imprigionasse in cielo ciò che Bonifacio legava sulla terra". (Pietro; 1968, p. 536)
  • Alla fine di quasi tutti i capitoli di metafisica dobbiamo mettere le due iniziali dei giudici romani quando non erano capaci di sbrogliare una causa. N.L., non liquet, non è chiaro.
  • Chi ci ha dato il sentimento del giusto e dell'ingiusto? Dio, che ci ha dato un cervello e un cuore.
  • Di tutte le religioni, quella cristiana è senza dubbio quella che dovrebbe ispirare più tolleranza, sebbene fino ad ora i cristiani siano stati i più intolleranti tra gli uomini. (1966)
  • Gli atei sono per lo più studiosi arditi e fuorviati che ragionano male e che, non riuscendo a comprendere la creazione, l'origine del male, e altre difficoltà, ricorrono all'ipotesi dell'eternità delle cose e della necessità. [...] Possiamo concludere che l'ateismo è un male mostruoso per coloro che governano; e anche per gli studiosi, anche se la loro vita è retta, perché con le loro opere possono influenzare chi è al governo; e che, anche se non è dannoso come il fanatismo, esso è quasi sempre fatale per la virtù. Ma soprattutto, lasciatemi aggiungere che ci sono meno atei oggi di quanti ce ne siano mai stati, perché i filosofi hanno compreso che non c'è vita senza germe, non c'è germe senza disegno, ecc.. (Ateismo; 1966)
  • Gli Ebrei non volevano che la statua di Giove fosse a Gerusalemme; ma i cristiani non volevano che fosse in Campidoglio. (Tolleranza)
  • Gli uomini odiano coloro che chiamano avari solo perché non ne possono cavare nulla.
  • Ho letto negli aneddoti della Storia d'Inghilterra ai tempi di Cromwell che una candelaia di Dublino vendeva ottime candele fatte col grasso degli Inglesi. Qualche tempo dopo uno dei suoi avventori si lamentò con lei del fatto che le sue candele non erano più così buone: Ahimè disse la donna è che gli Inglesi ci sono mancati in questo mese. Io mi domando chi fosse più colpevole, se quelli che sgozzavano gli Inglesi o questa donna che faceva candele col loro grasso.
  • Il fanatismo sta alla superstizione come il delirio alla febbre.
  • Il mondo è certamente una macchina meravigliosa; esiste quindi nel mondo un'intelligenza meravigliosa, in qualunque parte essa sia.
Le monde est assurément une machine admirable; donc il y a dans le monde une admirable intelligence, quelque part où elle soit. (Ateismo II; citato in Legarde, Michard, XVIIIe siècle, Bordas p. 114)
  • L'orgoglio dei piccoli consiste nel parlare sempre di sé, quello dei grandi nel non parlarne mai.
  • La carestia, la peste e la guerra sono i tre ingredienti più famosi di questo mondo.
  • La superstizione mette il mondo intero in fiamme; la filosofia le spegne.
La superstition met le monde entier en flammes; la philosophie les éteint.
  • Le verità della religione non sono mai capite così bene come da quelli che hanno perso la capacità di ragionare.
  • Molti fisici sostengono che in tal senso non ci sono miracoli, ed ecco le loro argomentazioni... Un miracolo è la violazione delle leggi matematiche, divine, immutabili, eterne. In base a questa sola definizione, un miracolo è una contraddizione in termini... Perché mai Dio farebbe un miracolo? Per venire a capo d'un certo disegno riguardo ad alcuni esseri viventi. Egli direbbe dunque: "Con la creazione dell'universo, con i miei decreti divini, con le mie leggi eterne, non sono riuscito ad attuare un certo disegno, cambierò le mie idee eterne, le mie leggi immutabili, per cercare di eseguire quanto non ho potuto fare per mezzo di esse". Sarebbe una confessione di debolezza, e non di potenza. Sarebbe in lui, a quanto pare, la più inconcepibile contraddizione. Pertanto, osare attribuire a Dio dei miracoli significa in effetti insultarlo (ammesso che degli uomini possano insultare Dio): è come dirgli "voi siete un essere debole e incoerente". (Miracoli)
  • Non esistono né estreme delizie né estremi tormenti che possano durare tutta la vita: il sommo bene e il sommo male sono chimere.
  • Non troverete in loro che un popolo ignorante e barbaro, che coniuga da lungo tempo l'avarizia più sordida alla superstizione più odiosa e all'odio più irrefrenabile per i popoli che li tollerano e li arricchiscono. (Ebrei)
  • Quando la verità è evidente, è impossibile che sorgano partiti e fazioni. Mai s'è disputato se a mezzogiorno sia giorno o notte.
  • Raramente gli uomini sono degni di governarsi da sé. Questa fortuna deve toccare soltanto a piccoli popoli, che si nascondano in qualche isola o in mezzo a delle montagne, come conigli che vogliono sfuggire agli animali carnivori; ma, a lungo andare, vengono scoperti e divorati. (1966, p. 169)
  • Siamo tutti fatti di debolezza e di errori; perdoniamoci reciprocamente le nostre sciocchezze: è la prima legge di natura.
Nous sommes tous pétris de faiblesse et d'erreurs; pardonnons-nous réciproquement nos sottises; c'est la première loi de nature.
  • Tutti i giorni, nei paesi cattolici, si vedono preti e monaci che, uscendo da un letto incestuoso, senza neppur essersi lavate le mani sozze di impurità, vanno a produrre iddii a centinaia; a mangiare e bere il loro dio, a cacarlo e a pisciarlo. Ma quando poi riflettono che questa superstizione, cento volte più assurda e sacrilega di tutte quelle degli egiziani, ha reso a un prete italiano da quindici a venti milioni di rendita e il dominio di un paese di cento miglia di estensione in lungo e in largo, vorrebbero andare tutti, armi in pugno, a cacciare quel prete che si è impadronito del palazzo dei Cesari.
  • Una patria è un composto di più famiglie; e come di solito si sostiene la propria famiglia per amor proprio, quando non si abbia un interesse contrario, così per lo stesso amor proprio si sostiene la propria città o il proprio villaggio che si chiama patria. Più questa patria ingrandisce e meno la si ama, poiché l'amore suddiviso si indebolisce. È impossibile amare teneramente una famiglia troppo numerosa che si conosce appena. (1966, p. 260)

Il faut prendre parti, ou le principe d'action[modifica]

  • Le sofferenze degli animali ci sembrano dei mali perché, essendo anche noi animali, pensiamo che saremmo molto da compiangere se a noi si facesse altrettanto. Sentiremmo la stessa pietà per una pianta o per una pietra se sapessimo che, quando viene tagliata, essa soffre, ma la compiangeremmo molto meno di un animale, perché la pianta e la pietra ci somigliano meno. (1994, p. 660)
  • Del resto, noi cessiamo presto di commuoverci per la morte spaventosa degli animali riservati alla nostra tavola. I bambini, che piangono la morte del primo pollo che vedono sgozzare, la seconda volta ridono. Infine, è fin troppo certo che quella spaventosa carneficina messa senza posa in mostra nelle nostre beccherie e nelle nostre cucine non ci sembra un male: anzi, consideriamo quell'orrore, spesso pestilenziale, come una benedizione del Signore; e possediamo ancor oggi preghiere in cui lo si ringrazia di quegli assassinii. Eppure, c'è forse qualcosa di più abominevole del nutrirsi continuamente di cadaveri? (1994, p. 660)
  • Eppure io non vedo tra noi nessun moralista, nessuno dei nostri loquaci predicatori, nessuno nemmeno dei nostri Tartufi, che abbia mai fatto la minima riflessione su quest'orrenda abitudine divenuta in noi natura. (1994, p. 661)
  • Bisogna risalire fino al buon Porfirio, ai compassionevoli pitagorici, per trovare qualcuno che abbia cercato di farci vergognare della nostra cruenta ghiottoneria; oppure bisogna recarsi tra i brahamani. Infatti i nostri monaci, costretti dal capriccio dei fondatori dei loro ordini, a rinunziare alla carne, sono assassini di sogliole e di rombi, quando non lo sono di pernici e di quaglie. E né tra i monaci né nel concilio di Trento né nelle nostre assemblee del clero né nelle nostre accademie si è mai pensato di chiamare un male quella carneficina universale. Nei concili non vi si è pensato più che nelle taverne. (1994, p. 661)

Il filosofo ignorante[modifica]

  • Bisogna aver rinunciato al buon senso per non convenire che non conosciamo nulla se non attraverso l'esperienza.
  • Bisogna essere dei grandi ignoranti per rispondere a tutto quello che ci viene chiesto.
  • Chi sei? Da dove vieni? Che fai? Che diverrai? Sono domande che si devono porre a tutte le creature dell'universo, a cui però nessuna risponde.
  • Ho interrogato la mia ragione; le ho domandato che cosa essa sia: questa domanda l'ha sempre confusa.
  • Il più grande dei crimini, almeno il più distruttivo e di conseguenza il più contrario al fine della natura, è la guerra; ma non vi è alcun aggressore che non colori questo misfatto con il pretesto della giustizia.
  • Per ciò che concerne i princìpi primi, siamo tutti nella stessa ignoranza in cui eravamo nella culla.
  • Qual è l'età in cui conosciamo il giusto e l'ingiusto? L'età in cui sappiamo che due più due fa quattro.

Le sottisier[modifica]

  • È una delle superstizioni dello spirito umano aver immaginato che la verginità potesse essere una virtù.
  • Gli uomini sono come gli animali: i grossi mangiano i piccoli e i piccoli li pungono.
  • I soldati si mettono in ginocchio quando sparano, forse per chiedere perdono dell'assassinio.
  • Le parole sono per i pensieri quel che è l'oro per i diamanti: necessario per metterli in opera, ma ce ne vuol poco.
  • Solo gli operai sanno quanto vale il tempo; se lo fanno sempre pagare.
Il n'y a que les ouvriers qui sachent le prix du temps; ils se le font toujours payer.

Lettere filosofiche[modifica]

  • Entrate nella Borsa di Londra [...] Lì l'ebreo, il maomettano e il cristiano si trattano reciprocamente come se fossero della stessa religione, e chiamano infedeli solo quelli che fanno bancarotta.
Entrez dans la Bourse de Londres [...] Là, le juif, le mahométan et le chrétien traitent l'un avec l'autre comme s'ils étaient de la même religion, et ne donnent le nom d'infidèles qu'à ceux qui font banqueroute.
  • Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle.
  • Schiacciate l'infame![43]
Ecrasez l'infame!

Trattato di Metafisica[modifica]

  • Sbarco nel paese della Cafraria, e comincio a ricercare un uomo. Vedo macachi, elefanti e neri. Tutti sembrano avere un baleno di una ragione imperfetta. Tutti hanno un linguaggio che non capisco e tutte le loro azioni sembrano ugualmente essere relazionate con qualche causa. Se dovessi giudicare le cose per il primo effetto che mi causano, crederei, inizialmente, che tra tutti questi enti l'elefante è l'animale ragionevole. Però, per non scegliere futilmente, prendo i piccoli di queste vari bestie. Esamino un piccolo di nero di sei mesi, un piccolo di elefante, un macachetto, un leonetto, un canetto. Vedo, senza dubbio, che questi giovani animali hanno incomparabilmente più forza e destrezza, più idee, più passioni, più memoria del negretto ed esprimono molto più sensibilmente tutti i loro desideri che quell'altro. Però, dopo un tempo, il negretto ha tante idee quante tutti loro. Mi dò questa definizione: l'uomo nero è un animale che ha lana sulla testa, cammina su due zampe, è quasi tanto pratico quanto una scimmia, è meno forte che gli altri animali della sua taglia, possiede un poco più di idee ed è dotato di maggior facilità di espressione. (1978, p. 62)
  • Vado alle regioni marittime dell"India Orientale. Adesso sono uomini d'un bel tono giallastro, non hanno lana, ma hanno la testa coperta da grande criniere nere. [...] Incontro una specie ancora più singolare che tutte queste. È un uomo vestito bene con un lungo abito nero, che si dice fatto per istruire agli altri [un prete, N.d.A.] Tutti questi uomini che vedi, mi dice lui, sono nati da uno stesso padre. E, allora, mi racconta una lunga storia. Però, quello che questo animale dice mi pare molto sospetto. Mi informo se un nero e una nera, di lana nera e naso piatto, gerano qualche volte bambini bianchi, di capelli biondi, naso adunco ed occhi blu. Mi hanno risposto di no, che i neri trapiantati, per esempio, alla Germania sono rimasti a generare neri. (1978, p. 63)

Incipit di alcune opere[modifica]

L'ingenuo[modifica]

Un giorno san Dunstano, irlandese di nascita e santo di professione, partì dall'Irlanda su una piccola montagna e, navigando con questo mezzo verso le coste francesi, arrivò nella baia di Saint-Malo.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

La Pulcella d'Orléans[modifica]

I. Io non son fatto per cantare i santi;
fioco ho il limbello, ed anche un po' profano;
ma pur Giovanna canterò che tanti
prodigi fe' colla virginea mano.
Contro l'anglica rabbia i vacillanti
gigli fermò sul gambo gallicano,
e il suo re tolto dall'ostil furore
unger fe' in Remme sull'altar maggiore.

II. Sotto modesto femminile aspetto,
in corto giubboncino ed in gonnella,
d'un vero Orlando l'animoso petto
ne' perigli mostrò l'aspra donzella.
Per mio spasso vorrei la sera in letto
una Rosetta dolce come agnella;
Giovanna d'Arco no; le die' natura
cuor di lione e mi farìa paura.

Micromegas[modifica]

In uno di quei pianeti che girano intorno alla stella Sirio, c'era un giovane d'intelligenza molto sveglia, che io ebbi l'onore di conoscere l'ultima volta che visitò il nostro piccolo formicaio, e che si chiamava Micromegas.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Sulla tolleranza[modifica]

L'assassinio di Calas, consumato a Tolosa con la spada della giustizia, il 9 marzo 1762, è uno dei più singolari avvenimenti degni dell'attenzione nostra e dei posteri. La turba dei caduti in innumerevoli battaglie è presto dimenticata, non soltanto perché così vuole l'inevitabile fatalità della guerra, ma perché coloro che sono morti in battaglia avrebbero potuto dar la morte ai loro nemici, non sono periti senza difendersi.

Citazioni su Voltaire[modifica]

  • Il procedimento di cui Luciano si vale nel capitolo sui «Sacrifici» e lo stesso che serve a Voltaire per canzonare la Bibbia: il ricorso al buon senso, contro l'assurdità della favole religiose. (Arrigo Cajumi)
  • Il Settecento è Voltaire. (Victor Hugo)
  • Il signor di Voltaire, a un parrucchiere che gli dava consigli sull'arte di poetare, rispose: "Mastro Andrea, fate parrucche..." Chiedo a me stesso se il grande scrittore francese non sarebbe stato più accorto consigliando a mastro Andrea di studiare la prosodia! (Federico De Roberto)
  • L'ammirazione sfrenata con cui troppe persone circondano Voltaire è il segno infallibile d'un animo corrotto. Che non ci s'illuda: se qualcuno, percorrendo la propria biblioteca, si sente attratto verso le Œuvres de Ferney, Dio non lo ama affatto. Spesso ci si è presi gioco dell'autorità ecclesiastica che condanna i libri in odium auctoris; in verità niente è più giusto di ciò: rifiutate gli onori a colui che abusa del suo genio. Se questa legge fosse severamente osservata, si vedrebbero rapidamente sparire i libri avvelenati; ma poiché non dipende da noi promulgarla, guardiamoci almeno dal piombare nell'eccesso ben più reprensibile dell'esaltare senza misura scrittori colpevoli, e, tra questi, soprattutto Voltaire. Egli ha pronunciato contro se stesso, senza accorgersene, una sentenza terribile, affermando che uno spirito corrotto non fu mai sublime. Non c'è nulla di più vero, giacché Voltaire, con i suoi cento volumi, non fu mai più che spiritoso; faccio eccezione delle tragedie, dove la natura dell'opera lo costrinse ad esprimere dei nobili sentimenti estranei al suo carattere; ma anche sul palco, su cui trionfa, egli non riesce ad ingannare gli spettatori più sagaci. Nei suoi pezzi migliori, egli rassomiglia ai suoi due grandi rivali, come il più abile ipocrita rassomiglia ad un santo. (Joseph de Maistre)
  • Maestro | Di coloro che mostran di sapere. (Giuseppe Parini)
  • Possiamo far meglio di Voltaire, superando gli abusi della religione e guardando il positivo del credere. (Julia Kristeva)
  • Ricordando una frase che è nella voce «letterati» del dizionario di Voltaire – «la più grande sventura dell'uomo di lettere forse non è quella di essere oggetto della gelosia dei colleghi, vittima dell'intrigo, disprezzato dai potenti; ma quella di essere giudicato dagli imbecilli» – possiamo aggiungere, ricordando questa frase, che Borgese ebbe, davvero in questo senso, «tutto»: tanti altri scrittori lo invidiarono, qualche intrigo fu ordito a suo danno, qualche potente lo disprezzò al punto di volerlo perdonare. Ma sopratutto ebbe quella che, secondo Voltaire, è la sventura maggiore: che molti imbecilli lo giudicarono e forse ancora, senza conoscerlo, continuano a giudicarlo. (Nota di Leonardo Sciascia a Le belle di G.A. Borgese, p. 176)
  • VOLTAIRE. Celebre per il suo spaventevole «rictus». Conoscenze scientifiche superficiali. (Gustave Flaubert)
  • Voltaire, il quale, più della verità, cercava il paradossale e il nuovo, nel suo Discorso sulla poesia epica lodò gli Araucana di don Alonso de Ercilla come l'epopea della Spagna; non altrimenti che epopea dell'Italia pose la Gerusalemme liberata. Incapace egli per indole e abitudine d'intendere il sublime, il semplice, il puro; angusto per pregiudizio di scuola e per culto della forma, badando alla distribuzione anziché al fondo, pretendeva restringere ogni poema nel preconizzato modello di Virgilio. Ma poema d'una nazione è quello dove trovansi ritratte la vita, la credenza, le cognizioni di essa in un dato tempo, e massime di que' tempi primitivi, dove la mistura eterogenea non alterò, né l'incivilimento spianò ancora le forme, che perpetuamente costituiranno il carattere di essa. (Cesare Cantù)

Indro Montanelli e Roberto Gervaso[modifica]

  • Erano cento i volumi comparsi sotto il nome di Voltaire, e non ce n'era uno che non contenesse qualche scintilla del suo genio. A distanza di due secoli, si può rileggerli tutti senza trovarvi un aggettivo superfluo, un grammo di adipe, ed emergere da questa scorpacciata con una fame intatta di Voltaire. Non conosciamo scrittore di cui si possa dire in piena coscienza altrettanto.
  • In nessuna epoca, in nessun Paese c'è mai stato un intellettuale più "moderno" di lui. Seguita ad esserlo, vecchio di due secoli. Non si può pensare in modo più libero di lui. Non si può scrivere in modo più penetrante di lui. Fu, e rimane, il "maestro" per antonomasia.
  • Non si può scrivere meglio di Voltaire, non si possono dire cose più serie con più aerea leggerezza ("La solennità è una malattia" diceva. E se i suoi colleghi italiani lo avessero ascoltato!...), con un più perfetto dosaggio di furore, d'umorismo e di fantasia picaresca.

Note[modifica]

  1. Da Prima lettera a M.me de Genonville sull'Edipo, 1719.
  2. Da L'Indiscret.
  3. Da Discours en vers sur l'homme.
  4. Da La Henriade.
  5. Da L'affermazione del cristianesimo, ed. Procaccini, Napoli, 1988, p. 88.
  6. Citato in Michel Foucault Storia della follia nell'età classica, ed. BUR, 2012, p. 137 (il quale riporta la citazione dall'edizione francese delle Œuvres complètes, ed. Garnier, XXIII, p. 337).
  7. Da Épitre à l'imperatrice de Russie, Cathérine II, 1771, v. 8.
  8. Citato in Fernando Palazzi, Dizionario degli aneddoti, Baldini Castoldi Dalai, 2000.
  9. Da Charlot ou la Comtesse de Givry, I, 7.
  10. Da Le pauvre diable; citato in Fumagalli 1921, p. 240.
  11. Da Trattato sulla Intolleranza, cap. VIII.
  12. Citato in Marco Marsilio, Razzismo: un'origine illuminista, Vallecchi, 2006, p. 49.
  13. Dal Saggio sui costumi.
  14. Da Dialogues et anedoctes philosophiques, 1768.
  15. Citato in Montanelli 1971, cap. 9, p. 127.
  16. Da Discorso in versi sull'uomo, 6.
  17. Da Le Mondain, v. 22.
  18. Qualcuno attribuisce erroneamente la frase a Alphonse Karr. In realtà la citazione è di Voltaire e Karr, in Nouvelles guêpes (1853), ha solamente ripetuto e sviluppato il concetto: «Il superfluo è diventato cosi necessario che molte persone, per procurarselo, considerano il necessario come superfluo». Cfr. Fumagalli, Chi l'ha detto 1921, p. 751.
  19. Citato in Fumagalli 1921, p. 751.
  20. Da Oeuvres, vol. IV.
  21. Citato in Antonio Lopez Campillo, Juan Ignacio Ferreras, Corso accelerato di ateismo, traduzione di Silvia Rupati, Castelvecchi Editore, 2007, p. 28.
  22. Citato in Montanelli 1971, cap. 9, p. 125.
  23. Da L'Ingènu, histoire véritable, cap. X.
  24. Citato in Indro Montanelli, Là dove comincia il grande mistero di Dio, Corriere della Sera, 23 maggio 1996.
  25. Citato in Fumagalli 1921, p. 532.
  26. Citato in Patrizia de Mennato, La ricerca «partigiana», Libreria CUEM, Milano, 1994.
  27. Da Lettera a Mariott.
  28. Citato in Selezione dal Reader's Digest, dicembre 1962.
  29. Citato in Thomas E. Woods, Come la Chiesa cattolica ha costruito la civiltà occidentale, Cantagalli 2007, pp. 177-178.
  30. Da Correspondance, 1/4/1766.
  31. Da La pulzella d'Orléans.
  32. Citato in James Boswell, Visita a Rousseau e a Voltaire, traduzione di Bruno Fonzi, Adelphi, 1973, pp. 108-109.
  33. Da Épître 104 – Épître à l'Auteur du Livre des Trois Imposteurs, v. 22.
  34. Citato in Fumagalli 1921, p. 541.
  35. S. L. Murialdo, Scritti, Libreria editrice Murialdo, Roma 2001, p. 127
  36. Attribuita anche a Moncrif e a Bautru.
  37. Citato in Fumagalli 1921, p. 492.
  38. Cfr. Evelyn Beatrice Hall, The Friends of Voltaire, Smith Elder & co., 1906, p. 199
  39. Cfr. Le dieci regine delle citazioni bufala, Corriere.it, 19 marzo 2009.
  40. Cfr. in Fumagalli 1921, pp. 526-527 e The Oxford Dictionary of Quotations, a cura di Elizabeth M. Knowles, Oxford University Press, 1999, p. 797.
  41. Citato in Piero Tempesti, Il calendario e l'orologio, Gremese Editore, 2006, p. 66
  42. Cfr. Attilio Pisanò, Diritti deumanizzati, Giuffrè Editore, 2012, p. 29: «La paternità dell'espressione Deus est anima brutorum [Dio è l'anima degli animali] è dubbia. La si può ritrovare, comunque, nel poema The Logicians Refuted di Jonathan Swift».
  43. Frase con la quale Voltaire, riferendosi alla religione, chiudeva spesso le sue lettere agli amici e motto della sua campagna contro l'intolleranza religiosa.

Bibliografia[modifica]

  • James Boswell, Visita a Rousseau e a Voltaire, traduzione di Bruno Fonzi, Adelphi, 1973.
  • Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921.
  • Legarde, Michard, XVIIIe siècle, Bordas. Paris 1965.
  • Indro Montanelli, Roberto Gervaso, L'Italia del Settecento, Rizzoli, Milano, 1971.
  • Voltaire, Candido, traduzione di Giovanni Fattorini, Tascabili Bompiani, 1987.
  • Voltaire, Candido, Zadig, Micromega, L'ingenuo, traduzione di Maria Moneti, Garzanti, 2008. ISBN 9788811360384
  • Voltaire, Dictionnaire Philosophique, Flammarion. Paris 1964.
  • Voltaire, Dizionario filosofico (Dictionnaire philosophique, 1764), edizione condotta sul testo critico, a cura di Mario Bonfantini, con uno scritto di Gustave Lanson, Einaudi, Torino, 1950. ISBN 8806183443
  • Voltaire, Dizionario filosofico, traduzione di Rino Lo Re, BUR, 1966.
  • Voltaire, Dizionario filosofico, a cura di Mario Bonfantini, Oscar Mondadori, 1968.
  • Voltaire, Il faut prendre parti, ou le principe d'action (1772), in Oeuvres, Parigi, 1959; citato in Gino Ditadi, I filosofi e gli animali, vol. 2, Isonomia editrice, Este, 1994. ISBN 88-85944-12-4
  • Voltaire, Il filosofo ignorante, a cura di Michela Cosili, Rusconi.
  • Voltaire, La Pulcella d'Orléans, traduzione di Vincenzo Monti, A. F. Formiggini, 1914.
  • Voltaire, Sulla tolleranza, traduzione di Piero Bianconi, RCS Quotidiani, 2010.

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]