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Daniele Varè

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Daniele Varè (1880 – 1956), diplomatico e scrittore italiano.

Storia d'Inghilterra

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Nella pallida luce di un'alba inglese, una carrozza si ferma ai cancelli del palazzo di Kensington. Due personaggi impazienti cercano – per qualche tempo, invano – di farsi aprire. Alle loro scampanellate risponde finalmente un portiere, che li accompagna ad una stanza al pian terreno. Chiedono della principessa Vittoria e aspettano che qualcuno l'avverta della loro presenza. Ma dopo una lunga attesa e altre scampanellate viene una cameriera a spiegare che la principessa Vittoria dorme d'un sonno così dolce che nessuno ha osato svegliarla. Uno dei personaggi (è l'Arcivescovo di Canterbury) risponde : «Chiediamo udienza alla Regina, per ragioni di Stato, alle quali anche il suo sonno dovrà cedere».
Dopo pochi istanti la Regina appare, in una veste da camera bianca, i capelli biondi spioventi sulle spalle e i piedi scalzi infilati in un paio di pantofole. Ha diciott'anni e pare una bambina. L'uno dopo l'altro, i due alti dignitari mettono ginocchio a terra e le baciano la mano, così il regno incomincia.

Citazioni

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Volume I

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  • Prima di salire al trono, la principessa Vittoria dormì sempre in camera con la madre; non venne mai lasciata sola e non poteva conversare con alcuno, se non in presenza della madre o della governante. Persino quando scendeva le scale, era l'uso che qualcuno le tenesse la mano. Ragazzi della sua età non ne vedeva quasi mai. Non le furon dati libri che contenessero novelle divertenti o racconti delle fate; la letteratura scelta per la sua istruzione era in gran parte di carattere religioso, a base di sermoni. A questa pedanterìa d'educazione e all'ambiente esclusivamente femminile si deve forse la mancanza in lei di ogni senso ironico e di quella capacità a comprendere il punto di vista altrui, che proviene da un amabile cinismo. (vol. I, cap. I, pp. 2-3)
  • La regina Vittoria era bassa di statura e niente affatto elegante. Avea capelli castani e occhi azzurri, alquanto sporgenti. Il viso era ovale e il mento, come il naso, piccolo. La bocca un po' aperta mostrava qualche dente della mascella superiore. Coll'andar degli anni, l'espressione abituale della faccia divenne dura e scontenta. Ma da ragazza la Regina avea l'aspetto piacevole e la freschezza giovanile aggiungeva una grazia di più a quelle che i sudditi vedevan volentieri in lei. (vol. I, cap. I, p 3)
  • Sir Robert Peel era alto e di bella presenza; il suo viso avea tratti regolari; gli occhi eran grigi, la fronte larga, il mento sbarbato. Di natura timido, la sua timidità si manifestava in uno straordinario riserbo. Il suo aspetto era grave, quasi severo, i suoi modi addirittura glaciali. Soltanto in parlamento, nella foga d'un discorso, si rivelava oratore facondo e persuasivo. Non avea sufficiente immaginazione per essere eloquente, ma sapeva trovar citazioni felici, ed i suoi discorsi eran spesso improntati a una fine ironia. Possedeva, poi, quella che nei dibattiti parlamentari vale quanto la vera eloquenza: una perfetta conoscenza dell'ambiente. (vol. I, cap. I, p 8)
  • Come membro della camera dei pari, militante nel campo liberale, Lord Durham era rinomato per il suo carattere impulsivo, e temuto per la furiosa invettiva, con cui soleva attaccare, nei discorsi, coloro che sostenevano una politica contraria alla sua. Era stato per breve tempo ministro guardasigilli nel gabinetto di Lord Grey[1], di cui avea sposato la figlia, ed avea reso importanti servigi come ambasciatore a Pietroburgo, sebbene il motivo, che ispirò la sua nomina a tal posto, non fosse altro – a quanto pare – che il desiderio del suocero di levarselo di torno. (vol. I, cap. II, p 13)
  • Era un ardente riformatore, ma avrebbe voluto riformare il mondo, come Giuseppe II d'Austria, «a colpi di scure». Aveva in orrore le mezze misure. Gli emendamenti, proposti dai conservatori, per diminuire l'effetto di una legge riformatrice, erano sicuri di attirare sul capo del proponente i fulmini oratori di Lord Durham. (vol. I, cap. II, p 13)
  • [Lord Durham] I suoi avversari lo dicevano uno squilibrato. Ma c'era del talento in quella mente impulsiva, ed avea lampi di geniale intuizione. Secondo il parere di coloro che lo conoscevan bene, a lui non mancava che un campo ove esplicare la forza creatrice della sua intelligenza. Questo campo gli veniva ora offerto al di là dei mari, nel Canadà, vasto, incompreso, ribelle. (vol. I, cap. II, p 14)
  • Daniele O' Connell, che i suoi conterranei chiamano il «Liberatore», era il prototipo del demagogo, nel senso migliore della parola. Egli avea il dono di dominare le folle; d'eccitare, commuovere e calmare l'animo del popolo, facendo appello a tutto ciò che esso ha caro: religione, amore del paese natìo, tradizioni di gloria e di dolore comuni. (vol. I, cap. VIII, p. 75)
  • Alto di statura, fortissimo, instancabile, [Daniele O' Connell] avea una facilità di parola ed una vivacità d'espressione, che contribuirono, insieme alle sue cognizioni giuridiche, a procurargli una rendita di settemila sterline. Non era un grande giureconsulto, ma avea il dono – che un popolo litigioso, come l'irlandese, trova ammirevole – di giovarsi delle forme e delle sottigliezze procedurali. Era sincero nelle convinzioni e nella propaganda, come prova il fatto ch'egli abbandonò la lucrosa professione per gl'incerti della vita pubblica. (vol. I, cap. VIII, p. 75)
  • [Daniele O' Connell] Coloro che, avendolo sentito parlare, lasciaron qualche scritto sull'impressione che ne risentirono, son tutti d'accordo (anche gli oppositori della sua politica) nel descrivere il fascino straordinario della sua voce. (vol. I, cap. VIII, p. 75)
  • Fra i personaggi, che hanno figurato in prima linea nella Storia del secolo passato, Disraeli è uno dei più interessanti. Homo novus in tutta l'estensione del termine; figlio d'un ebreo convertito, di origine italiana; privo di relazioni influenti e senza grande fortuna; mal visto da una buona parte del parlamento e disprezzato dall'altra; di carattere scettico e mancante di convinzioni forti e sincere; posatore eccentrico e vanitoso, egli possedeva molti degli attributi, che creano gli spostati. Ma era perseverante ed audace, indifferente ai colpi d'una avversa fortuna ed ampiamente dotato di quella lunga pazienza, che un motto francese dà come definizione del genio. Si aggiungano a tali caratteristiche un'intelligenza viva e versatile, una illimitata fiducia in sé stesso, una smodata ambizione e un meraviglioso senso d'opportunità. (vol. I, cap. X, pp. 94-95)
  • Il comando dell'esercito francese [nella guerra di Crimea] venne affidato al maresciallo de Saint Arnaud, il quale, come la maggior parte dei grandi personaggi delle due epoche napoleoniche, era un illustre parvenu. Come tale avea modificato il suo nome e da Jacques Arnaud Leroy era divenuto Achille de Saint Arnaud. In Algeria s'era mostrato intelligente, audace e spietato. Il bastone di maresciallo e poi il comando dell'esercito francese in Oriente furono i premi che Napoleone III concesse a St. Arnaud per la parte da lui assunta nell'organizzare il colpo di Stato del 2 dicembre [1851][2]. Disgraziatamente le sue condizioni di salute non eran buone. (vol. I, cap. XVII, p. 185)
  • Ad eccezione del ministro della guerra, Lord Panmure, il quale lo difendeva a spada tratta, il governo inglese era malcontento del generale Simpson. Lord Clarendon[3] lo chiamava «quella vecchia gentildonna» e fece il possibile perché fosse richiamato al più presto. [...].
    In novembre[4], difatti, il generale Simpson venne richiamato e sostituito dal generale Codrington[5]. Ma la guerra [di Crimea] era virtualmente finita. (vol. I, cap. XXIII, p. 261)

Volume II

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  • Lord Canning era di carattere lento e meticoloso, ragione per cui alcuni suoi provvedimenti perdettero efficacia per esser stati adottati troppo tardi. Così, per esempio, cominciò col rifiutare l'offerta fattagli dai residenti europei a Calcutta, di formare un corpo di volontari, ma in seguito dovette accettarla. Esitò tanto ad ordinare il disarmo dei cipai[6] che quando finalmente vi si decise, il provvedimento non era più attuabile. Ma la sua flemma, pur essendo causa di ritardi, era sintomo di forza. Così la sua decisione di appurare diligentemente la misura di colpa di ogni ribelle, cui s'imputavan fatti di sangue, se diminuì la rapidità della procedura repressiva, rinforzò negli indigeni leali la fiducia nella giustizia europea. (vol. II, cap. II, p. 18)
  • Sir John Lawrence avea una di quelle personalità dominanti, che salgono inevitabilmente al potere. Governava il Punjab da otto anni, e premio della simpatia, ch'egli avea saputo ispirare nei Sikh, fu il concorso di questi per reprimere, a fianco dei reggimenti inglesi, la rivolta dell'esercito indigeno regolare. (vol. II, cap. II, p. 21)
  • Persigny era un uomo onesto e lealmente devoto all'Imperatore [Napoleone III], ma era malvisto – e ciò gli torna ad onore – da certi politicanti, giuocatori in borsa, che si trovavano nel circolo di Corte. Non mancava di preveggenza (fece di tutto, nella primavera del '70 per distogliere Napoleone da una politica, che potesse condurre alla guerra), ma lo rendevan alquanto ridicolo sia la propria eccitabilità, sia le stramberie di sua moglie. (vol. II, cap. IV, p. 50)
  • [...] di repubblicani in Inghilterra, ve n'eran assai pochi. La camera dei comuni ne conteneva soltanto tre, di cui il più accanito era Sir Charles Dilke, e neppur lui credeva alla praticità di una campagna politica per diffondere le teorie repubblicane. Si limitava invece ad attaccare la lista civile, attirando l'attenzione del pubblico sul costo esagerato d'una Corte, che prendeva ben poca parte alla vita nazionale. (vol. II, cap. XIII, p. 164)
  • [...] Sir Charles Dilke continuava la sua campagna antimonarchica, provocando dimostrazioni ostili, ora alla Regina [Vittoria], ora a se stesso. La stampa lo copriva di contumelie, meno che in America, ove i giornali pubblicavano il suo ritratto, come quello di un futuro presidente di repubblica. (vol. II, cap. XIII, p. 165)
  • Lord Salisbury era un uomo singolare, diverso dai contemporanei per molte qualità e per molti difetti. Ma in lui, come in Lord Hartington[7], vi eran caratteristiche tipiche degli statisti inglesi della classe aristocratica.
    Nelle memorie biografiche, scritte da sua figlia, Lady Gwendolen Cecil, essa ce lo descrive, la sera in cui, sobbarcandosi al lavoro per cui era ben preparato, si chiuse in camera per redigere il dispaccio, che all'indomani dovea sottoporre al gabinetto. E si chiudeva a chiave, dietro porte doppie! Soltanto così potea lavorare serenamente. Odiava le interruzioni, anche dei propri segretari, che pur dovean entrare e uscire dal suo ufficio. Inventava volentieri delle scuse per allontanarsi da loro e per tenerli lontani, sebbene loro fosse grato della volenterosa cooperazione. Ma non sapeva delegare le responsabilità – difetto che lo obbligava ad un lavoro più intenso del necessario. Diceva di non aver tempo per non fare tutto da sé. Né comprendeva quale vantaggio vi potesse essere nel consultarsi con i subordinati. E ciò non per superbia, ma per intensità di riserbo. (vol. II, cap. XV, pp. 185-186)
  • [Lord Salisbury aveva] [...] una caratteristica incapacità fisica a riconoscere la gente. Una volta mancò persino di riconoscere un proprio collega di gabinetto, e si scusò col dire che, siccome nelle riunioni dei ministri, solevan sedere l'uno accanto all'altro, l'avea sempre visto di profilo e non conosceva la sua fisonomia vista di faccia. (vol. II, cap. XV, p. 186)
  • [Lord Salisbury] Invitato una volta a un gran ricevimento ufficiale, la sua carrozza si fermò per errore dinanzi a una casa modesta, dove si dava un bal blanc. Entrò e non vide che giovanotti e giovanette, che ballavano. Ma passaron venti minuti prima che Lord Salisbury si accorgesse di non trovarsi nella casa, ove era aspettato. A questa distrazione faceva uno strano contrasto la sua perspicacia nel valutare la maggiore o minore finezza di educazione e di carattere delle persone e specialmente delle signore. (vol. II, cap. XV, p. 186)
  • Nulla era più alieno dall'anima di Lord Salisbury che il desiderio di attirare su sé stesso l'attenzione, anche benevola, del pubblico. Non approvava il fatto che il favore degli elettori potesse dipendere – per il governo in carica – dalla sua politica estera. Ciò implicava una tendenza al sensazionale, che gli era odiosa, ed impediva invece la tranquilla continuità d'azione, ch'egli stimava indispensabile. Non per nulla Lord Salisbury era un aristocratico. (vol. II, cap. XV, p. 186)
  • Gordon è uno degli eroi della Storia coloniale inglese. In altri tempi lo si sarebbe detto un santo, ma un santo guerriero, come quello ch'è patrono d'Inghilterra. Era un puritano di natura mistica, animato da una fede profonda e da una grande carità cristiana, che non escludevan però una facile irritabilità. Alle virtù spirituali e morali univa le virtù di soldato e di comandante. (vol. II, cap. XX, p. 233)
  • Il successo di Mohammed Ahmed non era dovuto tanto alla credulità dei fedeli, quanto alla miseria generata dal regime egiziano. Il movimento mahdista era una forma di nazionalismo, analogo a quello di Arabì Pascià, ma diretto, questa volta, contro gli egiziani. Ad aumentare il prestigio del Mahdi e ad accrescere il numero dei suoi seguaci, servirono alcuni piccoli successi militari, riportati nei primi scontri colle truppe kediviali. (vol. II, cap. XXI, p. 248)
  • Era caratteristica di Gordon, quella partenza senza apparato e senza preparativi, la sera del giorno in cui il governo gli aveva affidato la grave missione [di evacuare il Sudan]. Poche persone si trovarono alla stazione per salutarlo, ma fra quelle vi era Lord Granville, che gli prese il biglietto, Lord Wolseley, che gli portò la valigetta, e il duca di Cambridge, cugino della regina e comandante in capo dell'esercito, il quale gli aperse lo sportello della carrozza. (vol. II, cap. XXII, p. 255)
  • Il fatto di trovarsi di nuovo nel paese [il Sudan], che in altri tempi avea governato, ebbe sull'animo di Gordon l'effetto inevitabile. Tornò ad essere il Gordon Pascià d'una volta, depositario del supremo potere e venerato come tale dalla popolazione indigena, che vedeva in lui il redentore dal regime che esigeva le tasse colla tortura. (vol. II, cap. XXII, p. 256)

Note

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  1. Charles Grey, II conte Grey (1764-1845), nobile e politico britannico.
  2. Scioglimento dell'Assemblea Nazionale e salita al trono di Luigi Napoleone come Napoleone III.
  3. George William Villiers, IV conte di Clarendon (1800-1870), politico britannico, ministro degli Esteri dal 1853 al 1858.
  4. 10 novembre 1855.
  5. Sir William John Codrington (1804-1884).
  6. cipai o sepoi, truppe bengalesi della Compagnia delle Indie.
  7. Spencer Cavendish, VIII duca di Devonshire (1833-1908), nobile e politico britannico, conosciuto anche come Lord Hartington.

Bibliografia

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  • Daniele Varè, Storia d'Inghilterra, vol. I (1837-1856), R. Bemporad e Figlio editori, Firenze, 1923.
  • Daniele Varè, Storia d'Inghilterra, vol. II (1856-1885), R. Bemporad e Figlio editori, Firenze, 1923.

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