Enrico Emanuelli

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Enrico Emanuelli (1909 – 1967), scrittore e giornalista italiano.

Da Che cosa vuole il Pandit Nehru

La Stampa, 13 gennaio 1955

  • Al nome di Gandhi, che tutto il mondo conosceva, seguì un altro nome, quello di Jawaharlal Nehru, onorato con l'appellativo di pandit, che vuol dire saggio, colto, intelligente; ed oggi egli è l'uomo che tutti conoscono. Si fa presto a scrivere come appaia agli occhi dell'osservatore straniero: un involontario (è bene ripetere involontario) dittatore morale del suo Paese. Basta scorrere i giornali, od ascoltare il parere privato degli indiani, per capire come la sua presenza, i suoi giudizi, persino i suoi aneddoti invadano tutti gli aspetti della vita nazionale. Anche i quotidiani di tinta comunista, adesso che almeno nei suoi riguardi sono in fase di quasi collaborazione, lo trattano con deferenza e con rispetto.
  • Si è soliti anche per retorica immaginare l'animo di Nehru diviso e combattuto tra due mondi opposti, quello che gli ha dato la cultura ed ha fatto di lui un uomo moderno e quello dal quale proviene, pervaso da una grande civiltà antica, ma oggi inoperante. Mi è capitato di vedere Nehru a qualche cerimonia pubblica, ed osservandolo era possibile scorgere sul suo volto, asciutto, lungo, un poco cavallino, la presenza d'un velo di tristezza; ma alla fine questa impressione si dimostrò sbagliata. In realtà nell'animo suo non c'è nessuna lotta, romantica o retorica, tra i due mondi che egli per un destino eccezionale può rappresentare; ma c'è invece, e si riflette sul suo volto con una pattina di costante preoccupazione, la conoscenza esatta di quello che si dovrebbe fare e di quello che invece si può fare.
  • Il Primo Ministro Nehru è uomo di spirito veramente democratico, e gli ripugna qualsiasi prova di forza o di costrizione con la violenza. La sua ambiguità non è certo in quel che pensa, ma spesso nasce dal contrasto tra quel che pensa e dice e quello che può fare nel rispetto della Costituzione, del sistema democratico e della realtà economica.

Il pianeta Russia[modifica]

  • [Veduta aerea del delta del Volga] Cento chilometri il Volga ha ancora di vita e già si dilata, si ramifica, gira su se stesso, dilaga a destra ed a sinistra. Si direbbe che non voglia abbandonare la terra dove vive per annullarsi nel mare. Forse per la varietà della vegetazione, o per la diversa natura del terreno, o per il variare della profondità, quei corsi d'acqua, quei rigagnoli, quei rami che spesso s'allargano formando piccoli laghi e paludi hanno i più matti colori. Li ho visti gialli, rosa, violacei, verdi, ora lucidi come l'argento, ora torbidi come rifiuti di fogna. Intorno c'è un paesaggio caotico, di rapidi contrasti, qua è landa deserta, là boscaglia fitta; qua terra bruciata, là sabbia brillante, più lontano prati d'un tenero verde. [...] È una mostruosa e variopinta macchia che s'espande con moto indecifrabile, col capriccio d'una goccia quando scivola sopra il vetro d'una finestra; è il disegno d'un gigantesco ganglio nervoso, ogni piccolo filamento contrassegnato da un colore diverso. Una barca, vista là sopra, pare la mosca nella ragnatela, se si vede un uomo è persin troppo facile pensare che ormai è perduto nel labirinto. Per cento chilometri dura la visione di questo spettacolo che, nello stesso tempo, sa di agonia e di trionfo.[1]
  • I pozzi petroliferi di Baku apparvero all'orizzonte come il disegno d'un maniaco che per mille e mille volte, su uno sfondo di carta azzurra, avesse ripetuto sempre la stessa figura geometrica: una piccola piramide. Era una strana foresta di alberi tutti uguali, neri, spogli, disseminati su una terra gialla. Erano le armature dei pozzi. Pareva, anche, che si stesse per giungere in un mondo in cui persino la natura risulti irriconoscibile. Si superò una sbavatura di terra, non più gialla ma d'un viscido nero; si sorvolò uno stagno in fiamme; per un buon tratto si volò sopra la foresta dei pozzi. Lontano sorgevano contrafforti disuguali, scavati dal vento, forse levigati da antichi incendi e nell'aria calda, pregna di esalazioni, in un tramonto tempestoso, pareva dondolassero come malferme quinte d'uno strano palcoscenico.[2]
  • Giunti in cima al parco, da una terrazza guardai a lungo il panorama. Il porto, l'insenatura di Baku erano sotto i miei occhi e quando il mio compagno s'accorse che mi ero indugiato su molti particolari, mi mormorò: «Assomiglia a Napoli. Non è vero forse?». Sotto un cielo giallognolo, come riflettesse il colore della terra, vedevo la macchia della città. [...] I minareti delle moschee, le cupole delle chiese ortodosse con sopra la croce sorretta dalla mezzaluna, le sinagoghe rivelavano quale groviglio di genti, di razze e di divinità vivessero circondate dal petrolio. Domandai al mio compagno se aveva visto Napoli durante un viaggio. «No» mi rispose «la conosco attraverso le fotografie. Ma noi diciamo che proprio Baku le assomiglia.»
    Si ridiscese ed imparai a conoscere meglio gli abitanti. Allora anch'io ebbi una piccola sorpresa. Il meridione mi veniva davvero incontro ad ogni attimo con una cordialità che sarei stato pronto a riconoscere quasi per napoletana.[3]
  • [...] Tibilisi invoglia a prendere una vacanza; viene spontaneo il desiderio di godere cose molto semplici: una passeggiata, un tramonto, la compagnia anonima della gente. Si sale all'Orto botanico, per viali silenziosi e d'un bel verde; s'indugia al sommo del monte Davide, dalle terrazze l'occhio riposa su dolci colori e su disegni di monti gentili. Si va nella città vecchia, le case sono addossate l'una all'altra, hanno balconi e verande per dar modo di non perdere lo spettacolo della strada; e nelle strade gli uomini vivono per tre quarti della loro giornata. La natura epicurea della città, per chi arrivi da Leningrado, da Mosca, da Gorki che è ritenuta la Detroit dell'Unione Sovietica o da Novo Sibirsk che dicono sia la Chicago russa, deve sembrare cosa incredibile.[4]
  • Nei racconti di non so più quale viaggiatore, ho letto che non lontano da Tibilisi, sopra una grande strada, c'era un cartello segnavia che da una parte diceva "Asia" e, dall'altra, "Europa". Trascorsi parecchi giorni con questa sbrigativa indicazione sempre presente e non soltanto nella immaginazione, ma anche ai miei stessi occhi. È una specie di ambiguità che risultava dovunque, nelle stradette dei quartieri vecchi come nelle vie della città moderna, nello sguardo di una donna come nei gesti di un uomo.[5]
  • [Tbilisi vista dal monte David] Dall'alto Tibilisi appare come posata sul palmo di una mano che stia per chiudersi. Le montagne la circondano, e sono verdi, non minacciose; un fiume l'attraversa, dividendola in due parti uguali, come una scriminatura. Là sopra trascorsi l'ultima mia sera con la piacevole sensazione d'essere in vacanza.[6]
  • A Leningrado alla fine di giugno splendevano ancora le chiare notti estive. Ricordo che dal Golfo di Finlandia veniva un vento teso e tanto rabbioso da poter immaginare che fosse lui ad impedire il sopraggiungere del buio notturno. Quasi una stessa luce accompagnava tutto il giro delle ventiquattro ore: soltanto verso le dieci di sera leggermente si attenuava, rimanendo immobile sino alle sei del mattino. Era una luce fredda, lontana, quasi innaturale; pareva quella d'un crepuscolo che si era dimenticato di cedere il passo alla notte o di un'alba che non permetteva al giorno di fiorire pienamente.
    Per quasi due mesi ogni anno, di giorno e di notte, una luce monotona batte sulle pietre e sulle acque di Leningrado; ed a me, in un momento di bizzarria, parve che fosse come quell'altra monotona e simbolica luce che sempre batte sui luoghi famosi di questa città. È un'unica luce, che deve per forza chiamarsi politica. Essa illumina allo stesso modo memorie antiche e recenti, le glorie dello zarismo e quelle della rivoluzione. In nessuna altra città sovietica si vedono tanti ricordi dell'epoca tramontata e tanti ricordi di come ebbe inizio l'epoca attuale così strettamente legati gli uni agli altri; così, direi, offerti su uno stesso piatto, sotto la medesima luce.[7]

Settimana nera[modifica]

Incipit[modifica]

A me pareva d'aver trovato un buon lavoro. Partivo la mattina, lasciando l'albergo Croce del Sud quando ancora gli inservienti somali con le lunghe vestaglie bianche e i piedi scalzi non erano venuti per la pulizia. Mi mettevo sulla Land Rover: era una jeep robusta come un ippopotamo e andavo a vedere gli uomini che avevo organizzato per catturare le scimmie.
A me piaceva anche il paesaggio nel quale avevo trovato il mio lavoro. Uscendo da Mogadiscio percorrevo una strada asfaltata, che nei sogni imperiali doveva finire ad Adis Abeba e nei primi tempi mi appariva piena di ricordi. L'avevo vista carica di carri armati, gli M 11 e gli M 13, che andavano verso l'Etiopia con la violenza della guerra e su quella strada, duecento chilometri nell'interno, ero stato ferito da un cacciatore aereo inglese.

Citazioni[modifica]

  • Il suo corpo procedeva nel buio del corridoio suscitando intorno a sé un fluido inconsciamente sensuale. La schiena era immobile, diritta e all'inizio appariva molto incavata, poi si riempiva all'apice, nel giro delle scapole, verso le spalle. I capelli raccolti sulla nuca lasciavano libero il collo, lungo e appena più ampio all'attaccatura del busto.
    Entrati nella camera io mi ero diretto alla finestra per tirare il tendaggio nero all'esterno e verde all'interno. Voltandomi vidi che Regina si era messa come la sera precedente: stava appoggiata alla parete bianca, una gamba diritta, sulla quale si reggeva e l'altra piegata, il ginocchio in fuori, la pianta del piede schiacciata contro la parete, un poco più su del pavimento. Teneva la testa alta, lo sguardo era vuoto d'ogni curiosità come se posasse su un deserto nel quale non c'era niente da vedere.
  • Mi pose una mano sul capo, perché ancora stavo piegato sulle ginocchia e senza abbandonare quel contatto, che forse aveva significato magico, volteggiava intorno a me ora in un cerchio stretto, ora fermandosi e ancheggiando con frenesia, l'inguine all'altezza della mia faccia. Avevo tanto desiderato quel risveglio di volontà e l'avevo creduto tanto impossibile, che adesso mi turbava. Guardandola di sotto in su la vedevo esprimere gioia in maniera naturale, pura esplosione giovanile, che contaminavo col mio desiderio.
  • Ero entrato nel letto senza guardarla, quasi fossi solo nella camera; e dal letto, con un gesto della mano, l'avevo invitata a ranggiungermi. Lasciò cadere lo sciamma e diritta, in punta di piedi, come quei mimi che nello spazio di mezzo metro sanno creare l'illusione che stiano attraversando una grande distanza, venne verso di me. Quando la sentii adagiata al mio fianco, le cercai una mano. Le dissi, stringendola con amicizia: «Regina, dormire bene stanotte vicino a me. Dormire subito. Non fare amore.»

Note[modifica]

  1. Da Il viaggio possibile e poi la vacanza, p. 156.
  2. Da Il viaggio possibile e poi la vacanza, pp. 156-157.
  3. Da Il viaggio possibile e poi la vacanza, pp. 156-157.
  4. Da Il viaggio possibile e poi la vacanza, pp. 176-177.
  5. Da Il viaggio possibile e poi la vacanza, p. 180.
  6. Da Il viaggio possibile e poi la vacanza, p. 181.
  7. Da Leningrado e poi un brindisi, p. 196.

Bibliografia[modifica]

  • Enrico Emanuelli, Il pianeta Russia. Con 10 tavole a colori fuori testo, Arnoldo Mondadori Editore, 19532.
  • Enrico Emanuelli, Settimana nera, Arnoldo Mondadori Editore, 1961.

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