Enzo Erra

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Enzo Erra (1926 – 2011), politico, giornalista e scrittore italiano.

Napoli 1943[modifica]

Incipit[modifica]

I ricoveri si erano affollati da poco per l'ennesimo allarme quando i napoletani seppero, o credettero di sapere, che non ve ne sarebbe stato un altro.

Citazioni[modifica]

  • «Resistette impavida, per oltre tre anni, in condizioni drammatiche, spesso disperate, al succedersi pervicace e spietato di massicci bombardamenti aerei nemici, tendenti ad abbattere il morale e la tenace resistenza della popolazione civile. L'inesorabile azione aerea nemica si abbatté sempre più violenta e indiscriminata su edifici, impianti pubblici, templi, causando perdite gravissime tra la popolazione e danni incalcolabili. Oltre 3000 morti, circa 30.000 tra mutilati e feriti, in gran parte donne, vecchi, bambini, e la perdita di ingente patrimonio culturale, artistico e religioso segnarono il calvario dell'olocausto glorioso.» La medaglia d'oro venne concessa con questa motivazione non alla città di Napoli, ma alla città di Palermo. Senza alcun dubbio Palermo l'aveva meritata quanto Napoli. Ma senza alcun dubbio Napoli l'aveva meritata quanto Palermo. E se fu atto di riconoscenza e di giustizia l'averla data a Palermo, non fu atto di riconoscenza né di giustizia l'averla negata. a Napoli. (p. 163)
  • A Napoli, invece, la medaglia d'oro venne concessa con quest'altra motivazione, di opposto oggetto e di diverso tono: «Con superbo slancio patriottico seppe ritrovare, in mezzo al lutto e alle rovine, la forza per cacciare dal suolo partenopeo le soldatesche germaniche sfidandone la feroce, disumana rappresaglia. Impegnando un'impari lotta col secolare nemico offriva alla Patria, nelle 'Quattro Giornate' di fine settembre 1943, numerosi, eletti figli. Tal suo glorioso esempio additava a tutti gli italiani la via verso la libertà, la giustizia, la salvezza della Patria. Così Napoli non venne decorata per ciò che aveva fatto, per la forza veramente «impavida» che aveva saputo opporre a chi l'aveva selvaggiamente aggredita per anni, facendo sistematicamente strage di «donne, vecchi, bambini», e distruggendo «edifici e templi», per «abbattere il morale e la tenace resistenza» della sua popolazione. Non per «il calvario dell'olocausto glorioso» che aveva salito tutta insieme, coralmente, con sforzo unanime, con tacita, paziente, comune tensione. E non, dunque, per l'epopea vissuta di un'intera città, che nella lotta e nella sventura aveva trovato e riconosciuto se stessa. Valori non retorici, non emotivi, valori che si possono lecitamente esaltare, se ad altra città ne viene riconosciuto il merito. (p. 164)
  • Napoli venne decorata, invece, per qualcosa che, come città e popolo, come unitaria comunità, era ed è assai arduo dimostrare che abbia fatto. Che le «soldatesche germaniche» siano state «cacciate dal suolo partenopeo», dai napoletani o da altri, è pura invenzione: si poteva sostenere nel 1944 per motivi di propaganda bellica (il decreto per la medaglia d'oro è del 10 settembre di quell'anno) ma oggi se ne può parlare solo nei comizi o nelle tavole rotonde, non in sede storica. Dopo cinquant'anni, i movimenti degli opposti eserciti nella fase meridionale della campagna d'Italia sono largamente documentati, e non si può fingere di non sapere quello che abbiamo qui esposto, e cioè che il ripiegamento della 10a armata tedesca da Salerno al Volturno cominciò il 16 settembre, ed era praticamente concluso il 27 quando anche le retroguarclie di genieri e guastatori rimaste a Napoli cominciarono a uscirne. Le «soldatesche» andarono via quando era ormai tempo che andassero. E un argomento su cui è persino penoso insistere, ma non si può fare a meno di ricordare che né Kesselring, Westphal e von Vietinghoff, né Churchill, Alexander e Clark, né Liddell Hart e gli altri massimi studiosi di storia militare hanno mai accennato a una insurrezione, rivolta o sommossa che abbia in qualche modo accelerato o intralciato la ritirata del presidio tedesco da Napoli. (p. 164)
  • Ma, chiarito che i tedeschi non furono «cacciati», si può almeno sostenere che la città si sollevò contro di loro, sia pure mentre stavano sloggiando? Vi furono, insomma, le «quattro giornate», ed eventualmente quando? La datazione ufficiale, quella che ricorre nelle lapidi, nelle celebrazioni e negli scritti rievocativi, va dal 28 settembre al 10 ottobre. Abbiamo già visto, però, dal contrasto fra gli scritti di uno dei maggiori protagonisti, che all'inizio non si parlava del 10 ottobre, e si citava invece il 27 settembre. E, d'altra parte, la motivazione stessa della medaglia d'oro accenna nel testo a «quattro giornate di fine settembre», e data in calce «Napoli, 27-30 settembre 1943». (p. 165)
  • Sembra dunque che, un anno dopo i fatti, nessuno avesse ancora pensato a immettere il 10 ottobre nel novero delle «giornate». Il 1, dunque, è un'annessione postuma. E d'altra parte il fatto che, dopo matura riflessione, si sia deciso di espungere il 27 settembre, già basta a escludere che in quel giorno sia avvenuto qualcosa da ricordare. Né, oltre al citato e non sicuramente datato episodio Calvi, vi abbiamo trovato da parte nostra qualcosa. Esclusi il 27 e il 1°, restano il 28, il 29 e il 30. Ma abbiamo visto, dai racconti stessi dei protagonisti, che il 30 in città non c'era più un solo tedesco contro cui «insorgere». E abbiamo anche visto che nella mattina del 28 avvenne ben poco, e che prima di sera un acquazzone mise precocemente fine agli scontri. Rimangono quindi, anche a star larghi e a prendere tutti i racconti per buoni, l'intero 29 e metà del 28, per il conto totale di una giornata e mezzo. (p. 165)
  • Dunque, per sostenere che vi furono «quattro giornate» insurrezionali bisogna fare davvero i salti mortali. Si fanno da cinquant'anni. E nel farli, nel vantare le «giornate» che non vi furono, si tengono ai margini e nell'ombra quelle che invece vi furono, anche se, a rigor di termini, non si possono definire «giornate» per il loro carattere che fu strettamente militare e non guerrigliero né popolare. Nella narrazione che precede abbiamo cercato di ricostruire attentamente quello che avvenne a Napoli il 9, il 10 e l'11 settembre, con una coda drammatica e sanguinosa il 12, quando reparti delle forze armate italiane, regolarmente inquadrati e agli ordini dei loro comandanti, difesero la città dalla penetrazione tedesca, e si arresero solo dopo che erano rimasti soli in Italia. I tedeschi erano allora in entrata e non in uscita e, anche se non scatenarono una vera e propria battaglia per la conquista di Napoli, esercitarono una dura e crescente pressione. Dietro le loro avanguardie (non retroguardie) si intravedeva la presenza delle grandi unità, che erano all'offensiva e non in ritirata. Combatterli in questa fase fu davvero un affare serio. E disconoscerlo, come ancora oggi si fa, serve solo a distorcere la prospettiva vera dei fatti. (p. 166)
  • Se dunque in Napoli si combatté per impedire che vi prendessero e tenessero il potere i tedeschi, questo avvenne nei primi giorni dopo l'8 settembre e non negli ultimi dopo il 26. Stabiliti i tempi e i caratteri delle due fasi, e poiché alla prima parteciparono quasi soltanto marinai, fanti e carabinieri, resta da vedere se nella seconda — nel giorno e mezzo effettivo — intervenne realmente la città, come ente globale e comunità umana, e non soltanto una ben delimitata minoranza. Il numero dei partecipanti alle «giornate» è assai controverso, e fu polemicamente discusso fin dal primo momento. Si cominciò male. Subito dopo l'arrivo degli angloamericani, infatti, si formò un comitato allo scopo di distribuire qualifiche e riconoscimenti a chi aveva partecipato alle «giornate», ma non durò: «Lo presiedeva», scrive Tamaro, «un americano di nome Chaperman, il quale poco dopo diede le dimissioni, dichiarandosi scandalizzato dalla facilità con cui si regalavano e si vendevano a contanti le tessere e le medaglie». (p. 166)
  • Le cose restarono a lungo indefinite, e solo nell'agosto del 1945 si cercò di dare un crisma ufficiale a nomi e cifre. Con decreto governativo fu istituita una commissione, presieduta da Antonino Tarsia in Curia, con il compito di attribuire legalmente «la qualifica di partigiano combattente». La commissione accertò, con elenchi nominativi, che alle «giornate» avevano partecipato 1589 partigiani, che vi erano stati inoltre 155 morti, 85 feriti, 53 invalidi e 21 mutilati, e che altri 126 caduti si erano avuti fra la popolazione. Il totale dei combattenti si avvicina quindi alle 2000 unità. Ma 2000 unità non sono una metropoli che già sfiorava allora il milione di abitanti, e questo basterebbe a dimostrare che la città non si mosse, che il popolo napoletano restò indifferente, e che — lo abbiamo già visto esaminando minutamente i fatti del 28 settembre — nemmeno la polveriera umana di fuggiaschi e rifugiati, stivata con tanta indifferenza da Scholl e alimentata dai suoi bandi, riversò la sua carica esplosiva nel movimento. Ma anche queste cifre, a un più attento esame, sembrano piuttosto lontane dal vero. Già nel saggio di De Antonellis gli elenchi vengono definiti non attendibili, perché «gonfiati di combattenti dell'ultima giornata, e largamente deficitari dei combattenti più impegnati». Tarsia stesso, parlando degli uomini del suo gruppo, dopo aver spiegato che negli scontri del giorno 28 non ne ebbe intorno più di 30, precisa che «i patrioti che effettivamente combatterono al Vomero non superarono i 170-180», che essi «complessivamente si misero in possesso di 140-150 moschetti», alcuni dei quali però «non furono mai adoperati poiché fecero soltanto bella mostra sulle spalle di individui — furbi ma non coraggiosi — che in quei giorni pensarono a fare esclusivamente dell 'esibizionismo». (p. 167)
  • A parte la confusione delle cifre (non si capisce bene come 170-180 uomini abbiano potuto combattere servendosi di 140-150 moschetti, una parte dei quali non adoperati), è abbastanza chiaro che queste furono le dimensioni reali del movimento. Anche perché lo stesso Tarsia, nella sua seconda opera, dà gli elenchi nominativi dei partecipanti alle varie azioni, ed è facile vedere che essi, tranne che in tre casi (l'assedio al campo sportivo, lo scontro a piazza Vanvitelli e quello alla «Pezzalonga»), si tennero intorno o sotto alla ventina. Né vi è motivo di ritenere che negli altri quartieri i ranghi dei combattenti, almeno nel giorno e mezzo di scontri effettivi, siano stati più folti. Diversamente devono essere andate. le cose il 30, quando — partiti i tedeschi — si insediarono i comandi, si organizzarono le zone, si formarono i reparti. Al totale di 2000, in quella «terza giornata», probabilmente si arrivò senza sforzo. (p. 168)
  • Tutto questo non toglie, anzi aggiunge, valore 'alle imprese di chi realmente si impegnò a compierle: perché è evidente che minore è il numero dei combattenti, maggiore è il loro coraggio. Vale però a stabilire che non la città di Napoli ma un piccolo, forse piccolissimo, numero di napoletani sparò sui tedeschi. E c'è quindi da chiedersi perché si sia sempre detto e si continui a dire il contrario. Se lo chiesero, probabilmente, anche alcuni dei protagonisti, se risponde al vero l'osservazione di De Antonellis sugli elenchi gonfiati da un lato e deficitari dall'altro. (p. 168)
  • Sembra infatti di comprendere che, mentre altri si affollavano, una parte dei combattenti non si sia preoccupata, o abbia addirittura evitato, di farsi includere negli elenchi e di ottenere la relativa qualifica. Che una certa riluttanza a mettersi in mostra, e persino a farsi avanti, sia emersa tra i veri partecipanti agli scontri, risulta anche da altre fonti. «Nelle quattro giornate di Napoli», scriveva Giovanni Artieri nel 1963, «rarissimo caso, nessuno dei capi o dei combattenti avanzò pretese a ricompense, sbandierò ferite e mutilazioni. Tarsia morì oscuro e povero qualche anno fa; Stimolo continuò a fare il partigiano in imprese arrischiatissime, e cadde durante una missione in Romagna per conto del CLN di Genova. Parente è tornato ai suoi libri e ai suoi studi, e via dicendo». (p. 169)
  • Di questo stato d'animo si avvide anche il giornalista Vittorio Ricciuti, che nella presentazione editoriale del film dedicato da Nanni Loy alle «quattro giornate» osservò: «Sono riuscito durante le mie ricerche a identificare alcuni di questi patrioti che non vogliono nemmeno sentir parlare di quel periodo. Sostengono di non ricordare quel che avvenne e come cronologicamente avvenne. In fondo, quelle memorabili giornate divennero leggenda nel momento stesso in cui coloro che ne erano protagonisti le vivevano». Ecco: non sappiamo se il giornalista lo comprese in pieno, ma forse fu proprio la leggenda che non piacque a chi l'aveva vissuta come realtà. (p. 169)
  • La leggenda era già sui muri, mentre i guerriglieri consegnavano agli angloamericani le armi che avevano usato contro i tedeschi, e mentre gli «scugnizzi» si toglievano le cartucciere dal collo per impugnare le spazzole dei lustrascarpe. Il manifesto fatto affiggere dal comitato dei partiti affermava che la città aveva «subìto in silenzio, senza odiare, oltre cento azioni aeree», che «non appena aveva potuto aveva cacciato con le armi gli ultimi reparti tedeschi», che aveva «nascosto i suoi figli per preservarli alla lotta contro l'invasore tedesco», e che gli alleati avrebbero ritrovato «la vecchia amicizia tradizionale, non scalfita dalla assurda guerra» e «l'animo immutato che ci unì nel periodo 1915-1918». Non da meno il manifesto di Piccardi, che si diceva «compensato di ogni dolore e amarezza» dal privilegio di aver assistito «al superbo risveglio di questa popolazione, la quale, fedele alle più nobili tradizioni, si è levata in armi per cacciare l'odiato invasore», e invitava la popolazione medesima ad «accogliere le forze liberatrici delle Nazioni Unite con una dignitosa e fiera manifestazione di entusiasmo e di simpatia». (p. 170)
  • In queste prime parole, stampate e affisse mentre ancora durava l'eco viva dei fatti, era già evidente l'intenzione di usare le «giornate», per quante fossero o non fossero state, come supporto per una precisa tesi ideologica: gli italiani — e nel caso specifico i napoletani — non avevano mai considerato gli angloamericani come nemici, tanto è vero che avevano già dimenticato (e, prima ancora, vissuto «senza odiare») lo spaventoso massacro a cui, talvolta persino senza motivo, erano stati sottoposti; avevano invece sempre odiato i tedeschi, e avevano accolto in massa e con gioia la prima occasione per trattarli da nemici quali erano sempre stati, e per rinverdire il conflitto '15-' 18. Tesi che conduceva per via logica al corollario: guerra ingiusta e impopolare la prima; guerra giusta e popolare la seconda. (p. 170)
  • A tesi e corollario diede ali oratorie e dignità accademica Adolfo Omodeo, prontamente eletto rettore magnifico dell'università di Napoli, nel suo discorso inaugurale: «Voi, soldati d'Inghilterra e d'America, avete bombardato per più di cento volte la nostra città. Pure, quando siete venuti fra noi, nei vostri volti abbiamo visto la nostra stessa umanità, e abbiamo sentito la possibilità di collaborare con voi che eravate ufficialmente i nostri nemici di ieri. Non così coi tedeschi. Nulla parlava a noi nella cupa, gelida, pietrificata rigidità dei loro volti. Quando essi mostrarono ciò di cui erano capaci rivelarono un abisso di abominio. Provammo lo stesso orrore che, secondo la tradizione antica, provarono i Goti quando vennero a contatto con gli Unni, figli delle steppe». (p. 170)
  • Certo, Omodeo doveva aver provato un gran sollievo quando si era accorto che i sorridenti e vocianti angloamericani (bombardieri dal volto umano) camminavano su scarpe felpate e non chiodate, e non avevano il monocolo né l'accento prusso-orientale del colonnello Scholl: un sollievo tanto grande da indurlo a trasformare se stesso in Goto, e i Goti in Unni. E da non ricordarsi che in quello stesso momento i Goti autentici stavano combattendo una lotta mortale contro i «figli della steppa», alleati dei suoi alleati. Sempre lo stesso sollievo, probabilmente, lo spinse a ricordare — nello stesso discorso — che nella sua università avevano insegnato Tommaso d'Aquino, Giambattista Vico e Francesco De Sanctis, e pochi giorni dopo a concedere — forse al fine di colmare i vuoti lasciati da quei grandi — la laurea honoris causa al generale Clark. Il quale invero, Come abbiamo visto, non aveva fatto molto per meritarla nemmeno come stratega. (p. 171)
  • Questa tesi ideologica, che nel mezzo secolo seguente doveva dominare la propaganda politica, la cultura ufficiale, il cinema e la letteratura e persino l'insegnamento scolastico, circolava a quel tempo solo in ristrettissime cerchie, a Napoli come in ogni città e regione d'Italia. A Napoli l'abbiamo vista emergere, oltre che dalle perorazioni dell'alta classe accademica, dal manifesto partitico del comitato ciellenista e da quello badogliano di Piccardi, e cioè dai due tronconi rivali di quel mondo che cominciava appena a prendere forma dal doppio vortice del 25 luglio e dell'8 settembre. L'uno e l'altro troncone — per non parlare della crema accademica — non avevano avuto parte né presa sui moti di fine settembre, ed è dunque persino dubbio che la loro tesi di fondo fosse anche soltanto nota tra coloro che vi avevano partecipato: ai muri, manifesti degli «insorti» non si vedevano. Con le «giornate», comunque si volesse considerarle, i portatori di quella tesi non avevano avuto nulla a che fare. E dunque, considerarla come il lievito ideale che aveva alimentato i moti, era già un arbitrio. (p. 172)
  • Sostenere poi che la condividesse il popolo, a Napoli come altrove, era davvero un inverosimile assurdo. Eppure bisognava sostenerlo, perché quella tesi forniva una indispensabile veste di legittimità alla nuova classe dirigente politica che si affacciava alla soglia del potere, e avrebbe poi formato la base dell'edificio costituzionale che quella classe dirigente si proponeva di costruire e che poi, proprio su quella base, realmente costruì. Napoli e le sue «giornate» venivano quindi a proposito. L'immagine di una città, di una grande città, che riconosce da sola il «vero» nemico, che lo affronta e lo caccia, che comprende per sua autonoma scelta qual è la «parte giusta», dava alla tesi ideologica l'indispensabile contenuto popolare, il crisma del consenso. Napoli, «la città che insorge», divenne e restò un archetipo, un paradigma, non solo agli effetti locali ma universali. Ecco dunque la leggenda, il mito, che sorgeva veloce, a ridosso dei fatti, e in cui persino alcuni dei partecipanti non riuscivano a vedersi, non si identificavano. (p. 172)
  • C'era però qualche punto debole, che rischiava di guastare tutto. C'erano prima di tutto i fascisti, che si erano intromessi nella vicenda, politicamente e poi in armi. La loro presenza spezzava e lesionava l'immagine, toglieva alle «giornate» il carattere del moto univoco, della spontaneità naturale e totale, e trasformava la lotta contro lo straniero in guerra civile. L'intervento dei fascisti venne perciò semplicemente rimosso. Di loro si parlò pochissimo, il meno possibile, e solo per sottolineare, e naturalmente bollare, la posizione che avevano assunto a fianco dei tedeschi. Ancora oggi, bisogna andare a cercare le notizie che li riguardano tra le righe delle opere di parte opposta, in qualche sentenza, nei ricordi dei pochi superstiti. (p. 173)
  • I fascisti vennero quindi conseguentemente esclusi anche dal film che Nanni Loy dedicò venti anni dopo alle «quattro giornate di Napoli», e che nei trent'anni successivi ha potentemente contribuito a disegnarne l'immagine nella coscienza del grande pubblico. Ogni traccia dei fascisti venne cancellata dalla sceneggiatura in cui, in un primo momento, la loro presenza era stata prevista. Quando alcuni partigiani napoletani, avendo visto il film, rimproverarono Loy per questa lacuna, il regista rispose — secondo uno degli sceneggiatori, Carlo Bernari — che «i fascisti avrebbero introdotto nel film un secondo tema, per chiarire il quale gli sarebbe stato indispensabile risalire al 25 luglio», per spiegare quelle «sopravvivenze fasciste» che egli considerava «un virus letale». (p. 173)
  • Così, per non introdurre secondi temi, e non spargere virus letali, un aspetto intero della storia venne asportato, falsando inevitabilmente l'altro. Venne dunque sancito e stabilito che la vicenda napoletana era stata uno slancio unitario dell'anima cittadina, non uno scontro tra minoranze, non un embrionale indizio di guerra civile. E lo sforzo per imporre questo concetto si inserì nella più vasta e complessa muraglia ideologica che la cultura ufficiale oppose per quasi cinquant'anni alla pura e semplice constatazione che una guerra civile si era combattuta in Italia, nel '43- '45, tra la Repubblica Sociale e la Resistenza. Muraglia in cui solo recentemente, e solo con la fondamentale opera di Claudio Pavone, si è aperta una breccia. (p. 173)
  • C'era poi — altro punto debole — il presidio militare di Napoli che si era battuto contro i tedeschi non per scelta ma per dovere, non per odio ma per dignità, non per foga insurrezionale ma per fedeltà alle istituzioni. Poco si prestava, la sua azione, a rientrare nell'immagine dell'ondata popolare, vindice e redentrice. Se mai, le sue alterne sorti — la lotta, la determinazione e il coraggio, poi l'impotenza, la dispersione e la resa — si potevano considerare come l'esempio tipico e ammonitore, vero paradigma, quindi, di quel che avviene quando in una guerra moderna si pretende di far cambiare fronte, nemici e alleati a un esercito di milioni di uomini, disteso attraverso migliaia di chilometri, come se si trattasse di una legione romana o di un'antica compagnia di ventura, raccolta in un accampamento e indifferente a quel che le veniva detto di fare. (p. 174)
  • Qui, chiaramente, non poteva bastare la pura e semplice rimozione, occorreva la sovrapposizione di un'altra realtà alla realtà vera. Il giorno dopo l'ingresso degli angloamericani, sulle colonne del Roma, Emilio Scaglione (scalatore di carri e precursore di Eltsin) tuonò senza risparmio: «Io accuso le autorità militari preposte alla tutela di Napoli di essere venute meno alloro dovere, al loro onore, di aver — per impreparazione, incapacità, negligenza, pusillanimità, corruzione, comunque: tradimento — disarmato e disperso le nostre truppe, svuotato deliberatamente le caserme, consegnato Napoli al nemico... Tutto ciò quando la cittadinanza voleva lottare, quando borghesi, goliardi, marinai, fanti, carabinieri già sparavano di loro iniziativa dovunque». E così anche Mario Berlinguer, nella prefazione al libro di Zara Algardi, affermò che «il nostro popolo, sempre ostile al fascismo e alla guerra fascista», aveva riscattato «il tradimento di alcuni generali battendosi per le strade di Napoli. (p. 174)
  • Quindi, una città impaziente di battersi, che viene frenata dal «tradimento» e «consegnata al nemico», e infine insorge e si «riscatta». Tutto questo è avvenuto solo nel mondo dell'ideologia, non in quello della realtà. Napoli non venne «consegnata», non «insorse» e non si «riscattò», se non altro perché non c'era nulla da «riscattare». (p. 174)
  • Nel mondo reale c'è una sola Napoli, quella che affrontò e sostenne per tre anni un'aggressione aerea. spietata e implacabile, prima che la sua forza venisse piegata. (p. 175)
  • Ma, nel quadro dell'ideologia dominante, la Napoli realmente esistita, l'epica Napoli dei bombardamenti, non può trovar posto. E, per converso, vi deve trovar posto, a dispetto non solo della realtà ma della stessa evidenza, l'inesistente Napoli delle «giornate». La verità ufficiale è ancora quella di Scaglione e Berlinguer, e tutto il mondo politico, giornalistico e culturale la professa. Fiori, canti e discorsi continuano ad avvolgere un mito. E per il resto, nel migliore dei casi, c'è soltanto l'oblio. (p. 175)

Explicit[modifica]

Così la leggenda delle quattro giornate – che abbiamo cercato di rettificare, non di sfatare – si presenta come un tipico frutto del contrasto fra ideologia e realtà. È il contrasto che ha dominato il secolo. E mentre il secolo si chiude e le ideologie crollano, mentre ancora non si possono contare i lutti e le rovine che esse hanno seminato nel mondo, la realtà fatica a farsi strada, emergendo a stento tra le macerie. Nessuno è abituato a vederla, nemmeno chi scrive, e a nessuno è facile riconoscerla, anche quando traspare. Le pagine che precedono sono un arduo, doloroso, sincero ma fatalmente embrionale tentativo di guardarla in faccia.

Bibliografia[modifica]

  • Enzo Erra, Napoli 1943. Le quattro giornate che non ci furono, Longanesi, Milano, 1993. ISBN 88-304-1163-9

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