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Ettore Lo Gatto

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Ettore Lo Gatto

Ettore Lo Gatto (1890 – 1983), slavista, traduttore, critico letterario e accademico italiano.

I problemi della letteratura russa[modifica]

Incipit[modifica]

  • Il volto della Russia. Una voce di poeta[1], alta, solenne, quasi minacciosa, ci ammonisce che non si può comprendere la Russia con l'intelletto, che non si può misurare la Russia con una misura comune, perché essa ha una statura sua particolare, che nella Russia si può soltanto credere.

Citazioni[modifica]

  • Il Berdiàief che allo studio dell'anima russa ha dedicato un intero saggio, pieno di preziose ed interessantissime considerazioni, dice che la radice delle profonde contraddizioni dell'anima russa, è nella mancanza di armonia tra le qualità virili e quelle femminili dello spirito e del carattere russo. (I. Il problema religioso-morale, pp. 9-10)
  • L'idea dei panslavisti etici, che l'Europa occidentale non avesse creato nella vita, nell'arte e nella scienza che delle vuote forme e che compito storico del popolo russo fosse di riempire queste forme con un vero contenuto, il contenuto religioso, era l'idea stessa della Chiesa russa che dava ai russi tutti la coscienza di una posizione eccezionale fra tutti i popoli, posizione che lo avrebbe fatto assurgere a messia della nuova umanità. (I. Il problema religioso-morale, p. 35)
  • I duchoborzi sono una delle sette più note e rappresentano veramente un fenomeno di straordinaria importanza nella vita del popolo russo. Il loro movimento agisce in modo sorprendente con la sua impetuosità e la sua altezza morale senza esempio. La sua storia è un continuo martirio. (I. Il problema religioso-morale, p. 53)
  • Le sofferenze dei Duchoborzi risvegliarono nelle classi colte della Russia ed anche all'estero generali simpatie. Ed è la setta che ha un più spiccato carattere sociale anche fra quelle analoghe.
    I duchoborzi tendono alla soluzione dei problemi sociali, essi trovano questa soluzione in una nuova costituzione dei comuni, la cui base è assai vicina al comunismo. (I. Il problema religioso-morale, p. 53)
  • Con Tolstoi i duchoborzi avevano in comune prima di tutto la negazione formale del rito ortodosso. Essi si rifiutano di far consistere la religione in un insieme di cerimonie ed affermano che Dio non dev'essere adorato che in ispirito.
    « – In quale croce hai fede ? – dice uno dei loro salmi.
    – Nella povertà volontaria.
    – Che cos'è la vostra Chiesa?
    – L'unione nella fede, l'amore non ipocrita, l'insegnamento del vero merito, il rispetto per i santi misteri.
    – Avete dei tempî?
    – Il nostro corpo è il tempio di Dio, la nostra anima è l'immagine di Dio.
    – Avete un altare?
    – La nostra preghiera è un altare che si slancia verso Dio ». (I. Il problema religioso-morale, pp. 54-55)
  • [...] lo scrittore russo si presenta più come un apostolo e capo spirituale, che come semplice osservatore e descrittore, più come profeta che come esteta. (I. Il problema religioso-morale, p. 58)
  • Il problema religioso é il primo e più importante problema della letteratura russa, quello su cui tutti gli altri dovranno necessariamente basarsi. (I. Il problema religioso-morale, p. 58)
  • Lo scrittore russo ha assunto un tono profetico perché egli è il rappresentante dello spirito messianico di tutto il suo popolo, ha assunto un accento settario, ribelle a qualsiasi costrizione esteriore, allo stesso modo del settario che si crea non soltanto una propria religione, un suo sistema di relazioni con Dio e col divino, ma tutto un sistema morale, tutta una concezione della vita, perché tra i settari egli è il più profondo e il più tenace. (I. Il problema religioso-morale, p. 59)
  • Dmitrii Merejkòvskii è il più grande cercatore di Dio nella letteratura russa moderna ed insieme colui che, pur attraverso alcune interpretazioni trascendentali, ha scoperto, secondo me, il vero elemento della religiosità russa, quello spirito, quel principio virile autoctono che spiega o almeno potrebbe spiegare perché anche la Russia possa dire una sua parola definitiva all'Umanità. (I. Il problema religioso-morale, pp. 70-71)
  • Il giogo tartaro fu la più terribile delle sciagure che poteva subire un popolo, e contribuì indubbiamente a mutare la linea di sviluppo delle qualità caratteristiche della personalità russa, quale essa si era già formata nei primi suoi secoli di esistenza. (II. Il problema politico-sociale, p. 95)
  • Prima del 1861, anno della liberazione[2], si potevano leggere nei giornali annunzi di questo genere: «Si vende una carrozza da viaggio e due ragazze...». Proprietà battezzata, chiamava Herzen i servi della gleba. Anime morte, li chiamò tutto il mondo, generalizzando la designazione specifica di Gogol. (II. Il problema politico-sociale, p. 108)
  • L'abbiamo già detto: è dalla servitù della gleba che derivò quell'impotenza del popolo russo a rigenerarsi, come tutti gli altri popoli, nel superamento[3] – che è oblìo – del passato. La rigenerazione doveva assumere altra forma. Quanto più forte era il grido degli uomini politici e dei riformatori sociali: dimenticare, distruggere il passato, – tanto più forte diveniva il bisogno di riviverlo in sé, accettarlo e redimersi con l'accettazione. Di qui, moralmente nasceva il problema della colpa, e socialmente quello della rigenerazione del genere umano. Il problema morale era così un problema sociale e questo a sua volta ritornava morale. Ecco perché il problema politico, cioè – quale debba essere la forma di governo, con tutti gli altri problemi che ne derivano – il quale di solito è una soprastruttura del problema sociale – in Russia non poteva esistere nella sua enunciazione semplice ed elementare, ma doveva essere con quello sociale strettamente, profondamente legato. (II. Il problema politico-sociale, p. 113)

Michail Osorgin e "Un vicolo di Mosca" [modifica]

Incipit[modifica]

Una delle ragioni, sebbene la principale, per cui in Occidente l'attenzione della critica e dei lettori si rivolge agli "anni venti" della letteratura russo-sovietica, è l'interesse per quel che fu lo svolgimento della rivoluzione bolscevica, vista da scrittori che ancora non potevano essere detti sovietici, ma erano prima di tutto russi. La rivoluzione vista dagli scrittori sovietici e russo-sovietici fu un fenomeno retrospettivo che avrebbe potuto avere anche un significato positivo, se non fosse che si verificò non negli "anni venti", ma nel decennio fu appunto quella degli scrittori degli "anni venti", subentrò la "non-libertà" del regime staliniano.

Citazioni[modifica]

  • L'Italia fu il paese nel quale Osorgìn si acclimò al punto di accettarlo come "una nuova patria solare e gioiosa", secondo l'espressione usata in una sua autobiografia.
  • Rievocatore dell'infanzia e adolescenza egli divenne effettivamente, ma solo dopo aver dato come scrittore una prova di originalità quale Un vicolo di Mosca, che del resto ci si presenta anch'esso ricco di rievocazioni attraverso il velo della realtà immediata degli avvenimenti. (p. 12)

Note[modifica]

  1. Tiutcef (1803-1873) [N.d.A.]
  2. Nel 1861 lo zar Alessandro II firmò la legge sull'emancipazione della servitù della gleba.
  3. Nel testo "superamente".

Bibliografia[modifica]

  • Ettore Lo Gatto, I problemi della letteratura russa, Stabilimento tip. Silvio Morano, Napoli, 1921.
  • Ettore Lo Gatto, Michail Osorgin e "Un vicolo di Mosca" , prefazione a Michaìl Andréevič Osorgìn, Un vicolo di Mosca, Bompiani, Milano 1968.

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