Frankenstein o il moderno Prometeo

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Illustrazione dalla copertina interna dell'edizione di Frankenstein del 1831

Frankenstein o il moderno Prometeo, romanzo di Mary Shelley del 1818.

Incipit[modifica]

Originale[modifica]

To Mrs. Saville, England.

St. Petersburgh, Dec. 11th, 17—.


You will rejoice to hear that no disaster has accompanied the commencement of an enterprise which you have regarded with such evil forebodings. I arrived here yesterday; and my first task is to assure my dear sister of my welfare, and increasing confidence in the success of my undertaking.
I am already far north of London; and as I walk in the streets of Petersburgh, I feel a cold northern breeze play upon my cheeks, which braces my nerves, and fills me with delight. Do you understand this feeling?

Zanolli e Caretti[modifica]

Alla Signora Saville, Inghilterra

Pietroburgo, 11 dicembre 17—Ti rallegrerai nell'apprendere che nessun disastro ha accompagnato l'inizio di un'impresa alla quale tu guardavi con tanti cattivi presentimenti. Sono arrivato qui ieri, e la prima preoccupazione è stata di rassicurarti, cara sorella, sul fatto che sto bene e che nutro fiducia crescente verso quanto ho intrapreso. Sono già molto più a nord di Londra, e mentre cammino per le strade di Pietroburgo sento una fredda brezza di settentrione che mi sfiora le guance, mi rinvigorisce i nervi e mi riempie di gioia. Puoi capire questo mio sentimento?

Maghelli[modifica]

A Mrs. Saville, Inghilterra
San Pietroburgo, 13 dicembre 17..
Ti rallegrerà venire a conoscenza che nessun disastro ha accompagnato l'inizio dell'impresa sulla quale avevi espresso pronostici tanto catastrofici. Sono giunto qui ieri e il primo dovere a cui mi accingo è quello di rassicurare la mia amata sorella sulle mie condizioni fisiche e sulla crescente fiducia che ripongo nel successo di questa mia iniziativa.
Mi trovo molto più a nord di Londra e, passeggiando per le vie di Pietroburgo, avverto le guance sferzate da una gelida brezza artica che tonifica i nervi e mi riempie di gioia. Comprendi questa sensazione?

Citazioni[modifica]

  • Niente contribuisce a tranquilizzare la mente come un fermo proposito – un punto in cui l'animo possa fissare il proprio sguardo intellettivo – mi sento avvampare il cuore di un entusiasmo che mi eleva fino al cielo.
    [Robert Walton; Parte prima, lettera I. A Mrs. Saville, Inghilterra. San Pietroburgo, 13 dicembre 17..; Traduzione di J. Maghelli, p. 6]
  • La mia esistenza avrebbe potuto svolgersi negli agi e nel lusso, ma io ho anteposto la gloria a tutte le seduzioni che la ricchezza ha disseminato sulla mia strada.
    [Robert Walton; Parte prima, lettera I. A Mrs. Saville, Inghilterra. San Pietroburgo, 13 dicembre 17..; Traduzione di J. Maghelli, p. 7]
  • Spesso ho attribuito la mia passione per i pericolosi misteri oceanici a quel componimento del più celebre dei poeti del nostro tempo. C'è qualcosa all'opera nella mia anima che non comprendo. Sul piano pratico sono industrioso, instancabile – un lavoratore che persegue i suoi compiti con perseveranza e discernimento, ma oltre questo, dimora in me un amore per il meraviglioso e una fede in quello che s'intreccia a tutti i miei progetti, spingendomi lontano dai percorsi comuni degli uomini, verso mari infecondi e regioni inesplorate che mi accingo a svelare.
    [Robert Walton; Parte prima, lettera II. A Mrs. Saville, Inghilterra. Arcangelo, 28 marzo 17..; Traduzione di J. Maghelli, p. 12]
  • [Su Victor Frankenstein] Egli suscita in me una stupefacente ammirazione e pietà. Come posso vedere una creatura tanto adorabile dilaniata interiormente senza soffrirne a mia volta? È costui un uomo di grande cultura e, quando parla, le sue parole fluiscono con un'eloquenza senza pari.
    [Robert Walton; Parte prima, lettera IV. A Mrs. Saville, Inghilterra. 13 agosto 17..; Traduzione di J. Maghelli, p. 18]
  • Infelice! Condividete forse la mia stessa follia? Voi pure avete bevuto un sorso della pozione inebriante? Lasciate che vi narri la mia storia e allora terrete la coppa lontana dalle vostre labbra!
    [Victor Frankenstein, citato da Robert Walton; Parte prima, lettera IV. A Mrs. Saville, Inghilterra. 13 agosto 17..; Traduzione di J. Maghelli, p. 18]
  • Le tenerezze di mia madre e il sorriso indulgente di mio padre, rappresentano i miei primi ricordi. Incarnavo il loro giocattolo e il loro idolo e molto altro ancora: il loro bambino, la creatura innocente e indifesa donatagli dal cielo, affinché l'allevassero al bene, e la cui sorte avevano potere di indirizzare alla gioia o all'infelicità, a seconda di come avrebbero assolto i loro doveri verso di me. Con questa profonda coscienza di ciò che dovevano all'essere cui avevano dato vita, aggiunta alla solerte tenerezza che li animava reciprocamente, si può immaginare come, in ogni singolo istante della mia prima infanzia pur ricevendo insegnamenti di pazienza, carità e autocontrollo, io fossi guidato da una corda di seta che conduceva ogni cosa a una concatenazione di piacevolezze.
    [Victor Frankenstein; Parte prima, capitolo I; Traduzione di J. Maghelli, p. 25]
  • Talvolta, eccedevo di irruenza a causa delle mie repentine passioni e queste, per ragioni naturali non rivolte a passatempi infantili, si traducevano in un cocente impulso di apprendere, seppur non indiscriminatamente d'ogni cosa. Confesso che su di me non esercitavano alcuna attrattiva né la struttura delle lingue, né la legislazione dei governi, né la politica dei diversi stati. Erano gli arcani del cielo e della terra che desideravo conoscere e, sia che si trattasse della sostanza visibile delle cose, o dello spirito recondito delle stesse o dell'inestricabile animo umano, le mie indagini miravano sempre agli aspetti metafisici o nel senso più elevato del termine, fisici del mondo.
    [Victor Frankenstein; Parte prima, capitolo II; Traduzione di J. Maghelli, p. 29]
  • È per me un dolce piacere soffermarmi sui ricordi della mia infanzia, quel tempo antecedente a che la sventura, corrotta la mia mente, ne mutasse le illuminate visioni dell'utile collettivo in tetre e anguste riflessioni su se stessa. Inoltre, nel dipingere il quadro dei miei primi anni, registro anche quegli accadimenti che hanno condotto, progressivamente, a questo esecrabile epilogo: perché, quando indago sull'origine di quella passione che successivamente indirizzò il mio cammino, trovo che essa scaturì come un rivo di montagna, da oscure e dimenticate sorgenti; ma, ingrossandosi via via nel suo corso, divenne quell'impetuoso torrente che ha cancellato ogni mia aspettativa e gioia.
    [Victor Frankenstein; Parte prima, capitolo II; Traduzione di J. Maghelli, p. 30]
  • Gli antichi maestri di questa scienza promisero l'impossibile e non giunsero a nulla. I moderni maestri promettono davvero poco; sanno che i metalli non possono essere trasmutati e che l'elisir di lunga vita è una chimera. Ma questi filosofi, le cui mani sembrano fatte solo per frugare nel fango, i cui occhi sembrano fissarsi solo sul microscopio, o sul crogiuolo, hanno compiuto miracoli. Essi penetrano nei recessi della natura e ne rivelano l'opera segreta. [...] Hanno acquisito nuovi e quasi illimitati poteri, possono comandare il fulmine nel cielo, simulare il terremoto e prendersi gioco del mondo invisibile con le sue ombre.
    [Victor Frankenstein; Parte prima, capitolo II; Traduzione di Maria Paola Saci e Fabio Troncarelli, p. 41]
  • Sotto la guida dei miei nuovi precettori, m'immersi nella ricerca della pietra filosofale e dell'elisir di lunga vita; ma quest'ultimo ben prestò catturò tutta la mia attenzione. La ricchezza era un obiettivo meschino, ma quale gloria avrebbe accompagnato la mia scoperta, se fossi riuscito a sconfiggere la malattia del corpo e rendere l'uomo inviolabile alla morte non violenta!
    [Victor Frankenstein; Parte prima, capitolo II; Traduzione di J. Maghelli, p. 32]
"Quante cose potremmo arrivare a conoscere se non ci fermassimo sulla soglia della scoperta, trattenuti lì, dal timore o dalla negligenza!"
  • Da dove, mi chiedevo spesso, deriva il principio della vita? Era un interrogativo ben arduo, uno di quelli che sono sempre stati considerati senza risposta, e tuttavia di quante cose potremmo venire a conoscenza se codardia e negligenza non ostacolassero la nostra ricerca!
    [Victor Frankenstein; Parte prima, capitolo IV; Traduzione di Maria Paola Saci e Fabio Troncarelli, p. 52]
  • Uno dei fenomeni che aveva particolarmente catturato la mia intenzione era la conformazione del corpo umano e di ogni organismo vivente in generale.
    "Da dove deriva", mi domandavo di frequente "il principio della vita?".
    Era quella una faccenda controversa, da sempre considerata un mistero. Eppure quante cose potremmo arrivare a conoscere se non ci fermassimo sulla soglia della scoperta, trattenuti lì, dal timore o dalla negligenza!
    [Victor Frankenstein; Parte prima, capitolo IV; Traduzione di J. Maghelli, p. 43]
  • Badate, non sto raccontando della percezione di un folle. Che il sole splenda nell'azzurro cielo non è più esatto e veritiero di quanto io ora asserisco. Possibile sia stata opera di un miracolo, tuttavia gli stadi della scoperta erano distinti e probabile. Dopo inimmaginabili giorni e notti di lavoro, riuscii a comprendere il fattore scatenante la vita. Anzi, molto di più, io stesso divenni capace di dare vita alla materia inanimata. Allo sbalordimento provato ai primordi di questa scoperta, subentrarono ben presto esultanza ed estasi. Dopo tanto tempo e impegno, raggiungere improvvisamente il culmine delle mie aspirazioni, fu l'appagamento delle mie fatiche. Ma questa rivelazione era così immensa e sconvolgente da cancellare dalla mia mente tutti i passi che mi ci avevano condotto: vedevo solo il risultato. Ciò che era stato motivo di studio per uomini dotti fin dalla creazione del mondo, adesso, era per me a portata di mano.
    [Victor Frankenstein; Parte prima, capitolo IV; Traduzione di J. Maghelli, p. 44]
  • Imparate dal mio esempio, se non dalle mie parole, quanto sia pericoloso acquisire la conoscenza e quanto sia più felice l'uomo convinto che il suo paese sia tutto il mondo, di colui che aspira a un potere più grande di quanto la natura non conceda.
    [Victor Frankenstein; Parte prima, capitolo IV; Traduzione di Maria Paola Saci e Fabio Troncarelli, p. 54]
  • Poiché la piccolezza delle parti rappresentava un ostacolo per la velocità di esecuzione, risolsi, contrariamente alle mie originarie intenzioni, di costruire un essere di statura gigantesca; vale a dire, alto circa due metri e mezzo e largo in proporzione. Dopo aver maturato questa decisione e aver trascorso alcuni mesi a reperire il materiale di cui necessitavo, incominciai l'opera.
    [Victor Frankenstein; Parte prima, capitolo IV; Traduzione di J. Maghelli, p. 45]
  • Chi può immaginare gli orrori del mio lavoro clandestino, quando mi immergevo nell'umidità di tombe sconsacrate o torturavo un animale vivo per animare la creta inerte? Mi tremano le membra e la vista si confonde al ricordo, ma ero spinto da un impulso inesorabile, direi frenetico; pareva non avessi più anima né ragione se non per questo scopo. In verità si trattò di una sorta di trance passeggera, che non appena acquietata, mi fece ritrovare inalterate la mia sensibilità e le mie vecchie consuetudini.
    [Victor Frankenstein; Parte prima, capitolo IV; Traduzione di J. Maghelli, p. 46]
  • Un essere umano in possesso di tutte le sue facoltà dovrebbe sempre conservare un animo calmo e impedire alla passione di turbarlo. Non ritengo che la ricerca della conoscenza possa costituire un'eccezione a questa regola. Se ciò a cui vi dedicate tende a indebolire i vostri affetti e ad annientare in voi il gusto per quei piaceri semplici che niente può svilire, allora ciò che perseguite è certamente illecito, vale a dire non adatto alla vostra natura. Se questo precetto fosse sempre rispettato e l'uomo non permettesse a qualunque sua attività d'interferire con la serenità dei suoi affetti domestici, la Grecia non sarebbe stata ridotta in schiavitù, Cesare avrebbe risparmiato il proprio paese, l'America sarebbe stata esplorata in maniera più graduale e gli imperi del Messico e del Perù non sarebbero stati annientati.
    [Victor Frankenstein; Parte prima, capitolo IV; Traduzione di J. Maghelli, pp. 47-48]
  • Come posso descrivere le mie sensazioni al cospetto di questa catastrofe, o spiegare per intero lo sventurato che con infinita pena e cura mi ero sforzato di creare? Il corpo appariva proporzionato e avevo scelto per lui lineamenti di oggettiva bellezza. Gran Dio! La pelle, giallognola, celava con maestria la linea sottostante di muscoli e arterie; la capigliatura, fluente, era di un nero lucido; i denti, di un bianco splendente, ma questo piacevole assembramento contrastava maggiormente con l'orrido dei suoi occhi acquosi, che parevano figli delle orbite grigie in cui erano incastonati e l'aspetto malsano del viso e della labbra nere, costrette in una linea retta.
    [Victor Frankenstein; Parte prima, capitolo V; Traduzione di J. Maghelli, p. 49]
  • [Sulla Svizzera] Le istituzioni repubblicane del nostro paese hanno prodotto costumi più semplici di quelli prevalenti nelle grandi monarchie che ci circondano. Perciò ci sono meno differenze tra le diverse classi sociali e i ceti inferiori, non essendo così miserabili né altrettanto disprezzati, hanno modi più raffinati e una moralità ineccepibile. Un domestico ginevrino non equivale a un pari grado francese o inglese.
    [Elizabeth Latenza; Lettera a Victor Frankenstein, Ginevra, 18 marzo 17..; Parte prima, capitolo VI; Traduzione di J. Maghelli, p. 56]
  • Nelle opere degli scrittori orientali trovavo non soltanto insegnamenti, ma consolazione. Io non tentavo, come Clerval, di giungere ad una conoscenza critica di quegli idiomi, perché il mio scopo era trarne un sollievo momentaneo. Leggevo unicamente per apprenderne il significato ed ero ampiamente ripagato del mio impegno. La malinconia di quegli scritti mi dava una serenità e un'estasi mai provata per opere di paesi diversi. Quando mi apprestavo a leggere quelle opere, l'esistenza pareva consistere in una giornata di sole e un roseto, nei sorrisi o nell'ira di un avversario leali, nel fuoco che consumava il cuore. Che differenza dalla poesia virile ed eroica della Grecia e di Roma!
    [Victor Frankenstein; Parte prima, capitolo VI; Traduzione di J. Maghelli, p. 60]
  • Niente è più doloroso per la mente umana della calma mortale dell'inattività e del disincanto che fa seguito alle emozioni provocate da una rapida successione di eventi, cancellando dall'anima ogni speranza e anche ogni paura.
    [Victor Frankenstein; Parte seconda, capitolo I; Traduzione di Simona Fefè, p. 111]
  • Niente è più doloroso per la mente umana, dopo il tumulto dei sentimenti suscitati da una rapida successione di eventi, della quiete assoluta e della certezza che subentra e toglie all'anima tanto la speranza quanto la paura.
    [Victor Frankenstein; Parte seconda, capitolo I; Traduzione di J. Maghelli, p. 81]
  • Perché l'uomo vanta una sensibilità superiore a quelle che si manifestano nei bruti? Questo non fa di noi esseri migliori, bensì maggiormente bisognosi. Se i nostri impulsi si limitassero alla fame, alla sete e al desiderio di voluttà, potremmo ritenerci quasi liberi; invece siamo rosi da ogni spirare di venti, da una parola casuale o dalla percezione che essa induce in noi.
    [Victor Frankenstein; Parte seconda, capitolo II; Traduzione di J. Maghelli, p. 88]
  • Tutti gli uomini odiano i disgraziati e io appaio come il più sventurato degli esseri viventi! Persino tu, che sei il mio creatore, mi biasimi.
    [La creatura; Parte seconda, capitolo II; Traduzione di J. Maghelli, p. 89]
"Dovrei rappresentare il tuo Adamo e invece sono l'angelo caduto che tu hai allontanato senza che avessi compiuto alcun misfatto."
  • La vita, anche se può darsi sia un cumulo di angosce, mi è cara e la difenderò. Ricorda, tu mi hai strutturato più forte di te: la mia stazza è superiore alla tua e le mie articolazioni più flessibili. Ma non cederò alla tentazione di mettermi in competizione con te. Io sono la tua creatura e nei tuoi confronti sarò sempre docile e comprensiva, laddove tu farai altrettanto con me. Oh, Frankenstein, non puoi essere equanime con tutti e calpestare solo me, al quale più che a ogni altro, devi giustizia, clemenza e persino affetto! Rammenta che tu mi hai generato: dovrei rappresentare il tuo Adamo e invece sono l'angelo caduto che tu hai allontanato senza che avessi compiuto alcun misfatto. Ovunque vedo una beatitudine dalla quale io solo sono irrevocabilmente escluso. La mia indole bonaria è stata vanificata da un'infelicità che mi ha reso demone.
    [La creatura; Parte seconda, capitolo II; Traduzione di J. Maghelli, p. 90]
  • Se gli uomini sapessero della mia esistenza, come te, si armerebbero per distruggermi. E io dovrei avere comprensione, forse, per quanti mi disprezzano? Non giungerò a patti con i miei nemici. Loro dovranno condividere la mia infelicità e la mia malasorte.
    [La creatura; Parte seconda, capitolo II; Traduzione di J. Maghelli, p. 91]
  • L'uomo poteva veramente essere così potente e virtuoso e al tempo stesso perfido e vile? In un'occasione, pareva una mera incarnazione del principio del male, in un'altra, di tutto ciò che nobile e divino è possibile concepire. Forgiarsi un uomo grande e virtuoso sembrava il più alto onore attribuibile a un essere sensibile quanto proporsi abbietto e malvagio, come molti nella storia si erano qualificati, la peggiore degradazione, una condizione più spregevole di quella di un verme. Per molto tempo faticai a comprendere come un uomo potesse volontariamente uccidere un proprio simile e perché fossero necessarie leggi e governi; ma quando fui messo a conoscenza dei dettagli di alcuni delitti cruenti, il mio stupore cessò.
    [La creatura; Parte seconda, capitolo V; Traduzione di J. Maghelli, pp. 107-108]
  • Appresi che i beni più ambiti dai tuoi simili erano una nobile discendenza unita a ingenti ricchezze. Un uomo poteva accampare rispetto se in possesso di almeno una delle due prerogative, in mancanza delle quali era considerato, salvo rarissime eccezioni, come un vagabondo o uno schiavo, condannato a impegnare le sue energie per il profitto di pochi eletti! Io cos'ero, dunque? Ignaro della mia creazione e dei titoli del mio creatore, non possedevo denaro, né amici, né alcuna proprietà. Inoltre, avevo una forma orribile e ripugnante, e caratteristiche diverse da quelle di qualsiasi uomo. Io sono più agile e posso sopravvivere con una dieta maggiormente povera, caldo e freddo eccessivi non procurano alcun danno al mio organismo, la mia statura supera ampiamente la loro. Quando mi guardavo intorno non vedevo e non udivo alcuno a me simile. Dunque sono un mostro, scacciato e rinnegato da tutta l'umanità?
    [La creatura; Parte seconda, capitolo V; Traduzione di J. Maghelli, p. 108]
  • [Sul Paradiso perduto] Lo affrontai, come le precedenti letture, alla stregua di una storia vera e stimolò in me ogni sentimento di meraviglia e timore reverenziale che l'immagine di un Dio onnipotente, in guerra con le sue creature, poteva suscitare. Spesso, colpito dall'attinenza alla mia condizione, mi soffermavo sulle tavole illustrate contenutevi. Come Adamo, sebbene la sua condizione differisse alquanto dalla mia, io non ero apparentemente riconducibile ad alcun legame con altro mortale. Egli era frutto dell'opera di Dio e in quanto tale creatura perfetta, protetta dal suo creatore e abilitata alla frequentazione di esseri di natura superiore dai quali attingeva conoscenza, laddove io ero un miserabile disgraziato condannato alla solitudine. Molte volte ho considerato Satana l'emblema più appropriato alla mia condizione, perché spesso, quando osservavo la beatitudine dei miei protettori, montava dentro di me l'amaro fiele dell'invidia.
    [La creatura; Parte seconda, capitolo VII; Traduzione di J. Maghelli, p. 116]
"Satana disponeva di una combriccola di suoi simili, io, invece, sono solo e aborrito."
  • Dannato alchimista! Perché hai dato forma a un mostro tanto orrendo da far ritrarre disgustato persino tu, che l'hai creato? Dio ha creato l'uomo a sua immagine, piacevole e seducente, il mio aspetto invece, è la caricatura del tuo, reso ancora più grottesco da una vaga attinenza. Satana disponeva di una combriccola di suoi simili, io, invece, sono solo e aborrito.
    [La creatura; Parte seconda, capitolo VII; Traduzione di J. Maghelli, p. 117]
  • Gli impulsi di bontà e gentilezza che solo qualche istante prima provavo, fecero posto a una furia infernale che mi induceva a digrignare i denti. Giurai, allora, odio e vendetta contro tutto il genere umano, poi, sopraffatto dal dolore, persi conoscenza.
    [La creatura; Parte seconda, capitolo VII; Traduzione di J. Maghelli, p. 126]
  • Il sole splendente o le dolci brezze primaverili non lenivano più i patimenti che sopportavo; ogni gioia altro non era che una beffa, un affronto alla mia condizione, mi induceva a considerare maggiormente quanto non fossi destinato al piacere.
    [La creatura; Parte seconda, capitolo VII; Traduzione di J. Maghelli, p. 126]
  • La mia cattiveria è originata dall'infelicità. Non sono forse sfuggito e biasimato da tutto il genere umano? Tu, mio creatore, mi faresti a pezzi esultante di gioia, ricordalo. Perché mai io dovrei avere pietà degli uomini se loro non ne nutrono per me? Tu, se riuscissi a spingermi dentro uno di questi crepacci, uccidendomi, non lo definiresti omicidio. Dovrei, dunque, rispettare colui dal quale sono disprezzato? Se l'uomo vivesse con me nella reciprocità di buoni sentimenti, invece di calamità, io gli destinerei ogni sorta di beneficio, versando lacrime di riconoscenza laddove accettasse i miei doni. Ma così non è. I sensi umani sono un'insormontabile barriera per consacrare questa unione. Tuttavia, non mi piegherò a un'abietta schiavitù. Mi vendicherò delle offese subite e, se non posso ispirare amore, allora seminerò il terrore. Soprattutto a te che sei il mio creatore, giuro un eterno rancore che concretizzerò adoprandomi in ogni modo per procurarti sofferenza, affinché anche tu maledica il giorno che sei venuto al mondo.
    [La creatura; Parte seconda, capitolo IX; Traduzione di J. Maghelli, pp. 129-130]
  • Se un qualsiasi essere nutrisse dei sentimenti verso di me, lo ricambierei cento volte. Per amore di quell'unica creatura che ti chiedo, farei pace con tutta la tua razza! Ma ecco, indugio in utopie irrealizzabili.
    [La creatura; Parte seconda, capitolo IX; Traduzione di J. Maghelli, p. 130]
  • Il mio cibo non è quello dell'uomo; io per saziare il mio appetito non uccido l'agnello o il capretto; ghiande e bacche, mi sono sufficienti. La mia compagna essendo della mia stessa natura si accontenterà dei medesimi alimenti. Appronteremo un giaciglio di foglie secche e il sole brillerà su di noi come sugli uomini portando a maturazione il nostro cibo. Il quadro che ti prospetto è conciliante e se lo rifiuterai, sarà soltanto per gratuita crudeltà.
    [La creatura; Parte seconda, capitolo IX; Traduzione di J. Maghelli, p. 131]
  • Io mi nutro diversamente dall'uomo; non uccido l'agnello e il capretto per soddisfare il mio appetito: le ghiande e le bacche mi forniscono tutto il sostentamento necessario. La mia compagna avrà la mia stessa natura, e si accontenterà dello stesso nutrimento. Avremo delle foglie secche per letto, il sole splenderà su di noi come sull'uomo, e farà maturare il nostro cibo. Il quadro che ti presento è pacifico e umano: ammetti che potresti negarlo solo per un capriccioso esercizio di potere e crudeltà.
    [La creatura; Parte seconda, capitolo IX; Traduzione di Simona Fefè, p. 173]
"I miei vizi derivano da una solitudine forzata che aborrisco. Quando vivrò in comunione con un mio simile, le mie virtù prenderanno il sopravvento."
  • Se non avrò legami né affetti, l'odio e il male saranno le mie armi. L'amore di un'altra creatura eliminerà la causa dei miei delitti e io diverrò anonimo e sereno. I miei vizi derivano da una solitudine forzata che aborrisco. Quando vivrò in comunione con un mio simile, le mie virtù prenderanno il sopravvento. Con l'affetto di un essere sensibile, sarò legato alla catena dell'esistenza e degli eventi, da cui ora sono escluso.
    [La creatura; Parte seconda, capitolo IX; Traduzione di J. Maghelli, p. 132]
  • Perché ogni uomo [...] ha una moglie da amare, ogni animale una compagna, e io devo restare solo? I miei sentimenti d'affetto mi sono valsi antipatia e disprezzo. Uomo, fai attenzione a coltivare odio! Le tue ore si consumeranno nel terrore e nello sgomento e presto il fulmine che ridurrà in cenere la tua felicità, verrà a trafiggerti. Per quale motivo tu devi essere felice mentre io giaccio bocconi nel pozzo della mia mala sorte? Puoi annientare ogni mia passione, ma la sete di vendetta sopravvivrà! Morirò, forse, ma prima tu maledirai mille volte il sole che illumina la tua scelleratezza.
    [La creatura; Parte terza, capitolo III; Traduzione di J. Maghelli, p. 151]
  • Come sono mutevoli i nostri intendimenti e com'è strano quell'amore tenace per la sopravvivenza che non ci abbandona neppure nelle più protratta e crudele infelicità!
    [Victor Frankenstein; Parte terza, capitolo III; Traduzione di J. Maghelli, p. 155]
  • Gran Dio! Se solo avessi immaginato quale potesse essere l'intento diabolico del mio avversario, piuttosto che acconsentire a questo sventurato matrimonio, avrei preferito errare per sempre solo e reietto sulla terra. Ma, quasi disponesse di poteri magici, il mostro mi aveva reso cieco su quelle che erano le sue vere intenzioni; e credendo di predisporre la mia morte, affrettavo invece quella di una persona a me molto più cara.
    [Victor Frankenstein; Parte terza, capitolo V; Traduzione di J. Maghelli, p. 171]
  • Quando io sarò defunto, se lui dovesse comparire, giuratemi che non vivrà. È eloquente e persuasivo e, in un occasione, le sue parole ebbero ragione persino sul mio cuore. Non fidatevi di lui. La sua anima è infernale quanto il suo aspetto. Non ascoltatelo. Invocate i nomi di William, Justine, Clerval, Elisabeth, di mio padre e dello sventurato Victor e affondate la vostra lama nel suo petto. Io vi sarò accanto e guiderò dritto il ferro.
    [Victor Frankenstein; Parte terza, capitolo VII; Traduzione di J. Maghelli, p. 187]
  • A volte ho tentato di ottenere da Frankenstein i particolari della creazione di quell'essere, ma su questo punto è stato irremovibile.
    "Siete pazzo, amico mio?" mi ha detto. "Dove vi condurrebbe la vostra insensata curiosità? Vorreste anche voi creare un essere demoniaco per voi stesso e per il mondo? Tacete! Imparate dalle mie sofferenze e non cercate di accrescere le vostre".
    [Robert Walton; Lettera I. A Mrs. Saville, Inghilterra. 26 agosto 17..; Parte terza, capitolo VII; Traduzione di J. Maghelli, pp. 187-188]
  • Quando ero più giovane [...] mi credevo destinato a qualche grande impresa. Quella consapevolezza del valore della mia indole mi ha sorretto, quando altri ne sarebbero stati oppressi. Nel riflettere su quanto compiuto, non potevo certo annoverarmi nel gregge dei comuni inventori. Eppure, questo pensiero, che mi sosteneva all'inizio della mia carriera, ora vale solo a sprofondarmi nella polvere. Tutte le mie speculazioni e le mie speranze sono nulla; e come l'arcangelo che aspirava all'onnipotenza, io sono avvinto a un inferno perpetuo.
    [Victor Frankenstein, citato da Robert Walton; Lettera I. A Mrs. Saville, Inghilterra. 26 agosto 17..; Parte terza, capitolo VII; Traduzione di J. Maghelli, pp. 188-189]
  • Anche quando gli affetti non sono fortemente stimolati da qualità superiori, i compagni della nostra infanzia possiedono un potere sulla nostra mente, che difficilmente qualunque amico acquisito più tardi nella vita potrà ottenere. Essi conoscono le nostre inclinazioni primordiali che, per quanto in seguito possono giudicare le nostre azioni giungendo a conclusioni giuste sull'onestà dei nostri moventi.
    [Victor Frankenstein, citato da Robert Walton; Lettera I. A Mrs. Saville, Inghilterra. 26 agosto 17..; Parte terza, capitolo VII; Traduzione di J. Maghelli, p. 189]
  • [Ultime parole] In un eccesso di follia ho creato un essere razionale ed ero in obbligo nei suoi confronti di assicurargli, secondo le mie possibilità, benessere e felicità. Questo il mio dovere. Ma ce n'era un altro superiore a questo, gli obblighi verso i miei simili. Sulla spinta di questa consapevolezza mi rifiutai di forgiare una compagna al primo essere creato perché questo ha dimostrato una perfidia senza pari; ha sterminato la mia famiglia dedicandosi alla distruzione di creature che possedevano encomiabili virtù. Non so dove e quando avrà fine la sua sete di sangue. Anch'egli è un povero infelice che deve morire per non procurare infelicità ad altri. Il compito della sua distruzione spettava a me, ma ho fallito. Spinto da egoismo, vi chiesi di farvi carico di questa missione incompiuta; indotto dalla ragione e dalla virtù, rinnovo ora la mia richiesta. Non posso chiedervi di sacrificare a questo scopo la vostra esistenza. Ma lascio a voi riflettere e soppesare quelle che ritenete le vostre responsabilità. La mia capacità di giudizio e le mie idee sono ottenebrate dall'insorgere della morte. Non oso chiedervi di adempiere a ciò che ritengo giusto, perché potrei ancora essere tratto in inganno dalla passione. Addio Walton! Mi turba il pensiero che lui possa danneggiare altri. Io non sono riuscito a fermarlo, ma un altro forse, dove io ho fallito, potrà avere successo.
    [Victor Frankenstein, citato da Robert Walton; Lettera I. A Mrs. Saville, Inghilterra. 7 settembre 17..; Parte terza, capitolo VII; Traduzione di J. Maghelli, p. 194]
  • Oh, Frankenstein! Essere generoso fino all'estremo! A che serve adesso chiedere il tuo perdono! Io, che ti ho distrutto privandoti di tutti coloro che amavi.
    [La creatura, citato da Robert Walton; Lettera I. A Mrs. Saville, Inghilterra. 7 settembre 17..; Parte terza, capitolo VII; Traduzione di J. Maghelli, p. 195]
  • Quando scorro lo spaventoso catalogo dei miei peccati, stento a credere di essere la stessa creatura che un tempo si beava di sublimi e trascendenti visioni della bellezza e maestosità del bene. Ma è esattamente così: l'angelo caduto diviene un malefico diavolo. Eppure, persino quel nemico di Dio e dell'uomo ha nella sua desolazione compagni, mentre io sono solo.
    [La creatura, citato da Robert Walton; Lettera I. A Mrs. Saville, Inghilterra. 7 settembre 17..; Parte terza, capitolo VII; Traduzione di J. Maghelli, p. 197]
  • [Ultime parole] «Ma presto – gridò con impeto triste e solenne – morirò e non sentirò più quello che sento adesso. Presto queste brucianti miserie si estingueranno. Salirò trionfante sul mio rogo funebre, ed esulterò nell'agonia delle fiamme divoratrici. La luce di questa conflagrazione svanirà; il vento disperderà le mie ceneri nel mare. Il mio spirito riposerà in pace; o, se penserà, non penserà certo in questo modo. Addio.»
    [La creatura, citato da Robert Walton; Lettera I. A Mrs. Saville, Inghilterra. 7 settembre 17..; Parte terza, capitolo VII; Traduzione di Elena Spandri, p. 291]

Explicit[modifica]

Originale[modifica]

"The bitter sting of remorse may not cease to rankle in my wounds until death shall close them for ever."
"But soon," he cried, with sad and solemn enthusiasm, "I shall die, and what I now feel be no longer felt. Soon these burning miseries will be extinct. I shall ascend my funeral pile triumphantly, and exult in the agony of the torturing flames. The light of that conflagration will fade away; my ashes will be swept into the sea by the winds. My spirit will sleep in peace; or if it thinks, it will not surely think thus. Farewell."
He sprung from the cabin-window, as he said this, upon the ice-raft which lay close to the vessel. He was soon borne away by the waves, and lost in darkness and distance.

Maghelli[modifica]

"L'amaro veleno del rimorso non smetterà di scorrere nelle mie vene finché avrò vita. Ma presto", gridò con malinconico e solenne entusiasmo, "morirò e ciò che provo adesso si dissolverà. Tra non molto queste pene brucianti saranno spente. Salirò sul mio rogo funebre ed esulterò nell'agonia delle fiamme. La luce di quella deflagrazione svanirà e il vento spargerà le mie ceneri sul mare. Solo allora, il mio spirito riposerà in pace, o, se manterrà la facoltà di pensare, vedrà le cose diversamente. Addio!".
Detto questo, balzò dalla finestra della cabina sulla zattera di ghiaccio accostata alla nave e portato via dai flutti, si perse nel buio.

Citazioni su Frankenstein o il moderno Prometeo[modifica]

Nadia Fusini[modifica]

  • Non v'è dubbio che, consapevolmente o meno, alla gestazione del romanzo concorre la tensione politica degli anni in cui il romanzo viene concepito. Vigile e attiva è nella mente di Mary l'angoscia per la violenza che macchia la vita politica del suo paese. Dal 1811 al 1817 l'Inghilterra è scossa dalle proteste degli operai che si ribellano all'impiego delle macchine, strumenti maledetti della strategia maligna dei padroni, che così tolgono loro il lavoro. Quasi fossero robot messi al posto del loro corpo vivo, gli operai luddisti aggrediscono, distruggono quell'invenzione diabolica, frutto della scienza meccanica. «The monster is on the loose» titolano i giornali dell'epoca: senza freni, disinibita, la violenza scuote le fondamenta dell'ordine sociale, dello status quo. E l'impersona il mostro di un proletariato incolto e violento, perché disperato. Un proletariato anonimo, umiliato e offeso viene descritto come una massa oscura di lupi assetati di violenza; e dietro il fantasma della folla acefala, affiora lo stesso terrore che non molti anni prima aveva contagiato la Francia.
  • Rivisitando il "gotico", e incrementando il tono del terrore, Mary Shelley apre una vena del tutto nuova, fantascientifica. Al centro del racconto qui non c'è un'eroina perseguitata e piena di coraggio che scappa attraverso foreste infestate di banditi, finisce in prigioni tenebrose, in camere segrete, in castelli inaccessibili. Nella letteratura "nera" così finivano le giovinette ignare, che incorrevano il male per volontà di sfuggirgli. L'immagine della fanciulla in fuga, della dolcezza molestata, della debolezza tormentata, dell'innocenza vilipesa era centrale nel romanzo gotico, dove per gotico si intendeva precisamente questo gusto horroroso. Qui invece, a finire in spazi tenebrosi, è un uomo di toppe e stracci, creato artificialmente da un altro uomo, sfruttando l'energia elettrica della Natura che s'accende in una notte di tempesta.
  • Sono passati gli anni, ben due secoli, abbiamo provato ben altri terrori, altre maschere maligne hanno solleticato e insieme catarticamente liberato le nostre più intime paure, ma Frankenstein rimane uno dei più agghiaccianti romanzi neri o gotici mai scritti. Può colpire nella scrittura un tono a volte scolastico, antiquato, irritare una certa indulgenza all'iperbole, annoiare una certa tendenza a disseminare qua e là citazioni forse fin troppo dotte; può sembrare poco credibile, addirittura farci sorridere l'idea che il mostro si istruisca fino a rendersi capace di leggere gli stessi libri che sta leggendo Mary, e cioè il Paradiso perduto, le Vite di Plutarco, I dolori del giovane Werther. Ma al di là del tono a volte enfatico che lo allontana dal nostro gusto moderno, il romanzo di Mary Shelley è, in realtà, modernissimo. E più forte degli echi miltonici, o alla Coleridge, più forte ancora vibrano in esso anticipazioni di accordi nuovi, alla Poe, alla Melville, che aprono alla science fiction a venire, alla scienza e alla narrativa moderna.

Muriel Spark[modifica]

  • Credo che il maggior difetto di Frankenstein non risieda nella sua costruzione, ma nella caratterizzazione dei personaggi. D'altra parte, ritengo che la sua forza si riveli soprattutto nello sviluppo e nella descrizione dei due protagonisti, Frankenstein e il Mostro. Si tratta però di figure così complementari, così intrecciate, e per così tanti aspetti facce della stessa personalità, da non raggiungere una forte caratterizzazione, in quanto questa richiede un'interazione positiva fra temperamenti diversi. Ma all'interno di questi limiti, concentrandosi intenzionalmente sulle sue due figure principali, Mary Shelley compì un'impresa di ritrattistica individuale che non fu in grado di ripetere.
  • Frankenstein è il migliore romanzo di Mary Shelley, perché, quando era così giovane, non era ancora, per così dire, ben in confidenza con la sua stessa mente. Più crebbe la sua autoconsapevolezza – e Mary era eccezionalmente introspettiva –, più il suo lavoro soffrì per ragioni che erano l'opposto delle sue intenzioni; e quello che spesso rovinerà i suoi lavori successivi sarà la loro estrema franchezza. Mary arrivò a capire ogni frase che scriveva e a non scrivere niente che non le fosse chiaro. In Frankenstein, comunque, è la parola implicita a dare forza al soggetto.
  • Possiamo [...] guardare questo romanzo sia come l'espressione più alta del romanzo gotico, sia come l'ultimo del genere: pur dovendo ancora nascere molti altri lavori della scuola di Radcliffe, il loro colpo mortale era scoccato, i loro misteri risolti dall'indagine razionale di Frankenstein.

Adattamenti[modifica]

Bibliografia[modifica]

  • Mary Shelley, Frankenstein, ovvero Il moderno Prometeo, introduzione di Maria Paola Saci, traduzione di Maria Paola Saci e Fabio Troncarelli, Garzanti, Milano 1991.
  • Mary Shelley, Frankenstein, a cura di Elena Spandri, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1995.
  • Mary Shelley, Frankenstein, traduzione di Chiara Zanolli e Laura Caretti, Oscar Mondadori, Milano 2006.
  • Mary Shelley, Frankenstein, traduzione di J. Maghelli, Edizioni Clandestine, 2009, ISBN 978-88-95720-42-5
  • Mary Shelley, Frankenstein: ossia Il moderno Prometeo, traduzione di Simona Fefè, Oscar Mondadori, Milano 2011. ISBN 978-88-04-50845-8

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