Franz Herre

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Franz Herre (1926 – vivente), giornalista e storico tedesco.

Citazioni di Franz Herre[modifica]

  • Col suo connubio contro natura tra federicianesimo e bonapartismo Bismark raggiunse se non altro uno scopo – non certo per il bene della Germania e dei tedeschi: separò alleati naturali quali il nazionalismo e la liberal-democrazia. Il primo egli l'usò a guisa di una scopa di cui non si sarebbe mai più liberato. La seconda la ricacciò in un angolo dal quale non sarebbe più uscita allo scoperto per un lungo tempo. (da Bismarck, p. 233)
  • L'Eracle prussiano, quale Bismark era già considerato dai pochi amici ancora rimastigli, era costretto a compiere una fatica erculea via l'altra. Evocando il diritto di autodeterminazione, confinò il britannico leone di Nemea nella caverna insulare. Catturò col cappio polacco il russo cinghiale d'Erimanto. Allettò con compensazioni il francese toro di Creta spingendolo dove gli tornava utile. L'Eracle-Bismarck era inoltre sul punto di domare il Cerbero austriaco e di rispedirlo nell'Ade, ripulendo le stalle d'Augia del particolarismo tedesco e riportando nella sua riserva prussiana i buoi di Gerione, vale a dire principi e principini tedeschi.
    Egli convinse infine il proprio re di essere l'unica persona in grado di cogliere per lui i pomo d'oro delle Esperidi rappresentati da vittoria fama e grandezza. A rimanere incerta era ancora la lotta con l'idra di Lerna, il parlamento, che da ogni testa mozzata ne generava altre due, nonché con gli uccelli del lago Stinfalo, vale a dire i nazionalisti tedeschi che il sonaglio di ferro dell'Eracle prussiano non era ancora riuscito a cacciare dal querceto. (da Bismarck, pp. 195-196)

Francesco Giuseppe[modifica]

  • L'imperatrice [Maria Teresa d'Austria], che leggeva le pratiche mentre beveva il caffè, una volta fece una macchia di caffè su un documento, vi tracciò un circolo con la penna e accanto scrisse: l'imperatrice si vergogna. (p. 8)
  • [Klemens von Metternich] Questo frutto tardivo del XVIII secolo era un illuminato, ma un illuminato assolutista, che voleva conservare la monarchia e la struttura feudale della società e dosare il progresso in quantità sempre più piccole, perché in lui si era radicata l'opinione che se si chiedeva il dito mignolo si voleva poi l'intera mano e che ogni riforma liberale avrebbe sicuramente portato alla rivoluzione nazionalista o socialista, e cioè al crollo dell'Austria e dell'Europa. (pp. 17-18)
  • Il Principe Windisch-Graetz aveva ottenuto quello che si era prefisso durante la tempesta di marzo [1848], quando tutto vacillava e crollava[1]: il ripristino a Vienna, dell'autorità imperiale. Il sessantunenne Feldmaresciallo era un soldato della vecchia scuola abituato a gettarsi a testa bassa contro tutti gli ostacoli. Aveva combattuto a Lipsia contro Napoleone e da allora – come Metternich – si era convinto che la rivoluzione fosse opera di Satana. Secondo la sua opinione radicata nel feudalesimo e nel federalismo degli stati, la rivoluzione era indubbiamente cominciata non con Kossuth e con Messenhauser[2], ma con l'Imperatore Giuseppe II[3], questo Asburgo progressista, burocrate centralizzatore, insomma secondo Windisch-Graetz, una contraddizione vivente. Per lui il, nemico principale erano i giuseppinisti divenuti grossdeutsch (federalisti filo-austriaci) democratici: questi bisognava colpire ora. (p. 74)
  • Il principe Felix Schwarzenberg, politico e generale, [dopo i moti rivoluzionari del 1848] divenne il vero uomo forte della reazione.
    A quel tempo egli aveva gli anni del secolo, ed era ben oltre la metà della sua vita, come era logico per un quarantottenne. Grigio prima del tempo, con un cranio oblungo e il volto scavato, occhi opachi e gesti lenti, molto alto e magrissimo, con l'attillata giubba bianca militare, sembrava il fantasma di un cavaliere, il ritratto di un antenato austriaco. Ma l'aspetto esteriore traeva in inganno. Dietro quella facciata c'era un intelletto acuto e una fantasia sveglia, un enorme entusiasmo e una passione indomita. E quanto a vitalità, sebbene non si fosse mai risparmiato, ne aveva da vendere, così da poter affrontare senza esitazioni quel compito, il più importante della sua vita, che ora gli veniva affidato[4]. (pp. 75-76)
  • Schwarzenberg inclinava per natura all'incostanza e alla mutevolezza: viveva in un'epoca che cominciava ad anteporre il realismo all'idealismo. Perciò egli fu un politico realista, il quale affermava che il tempo dei princìpi era passato: fu il sostenitore di uno stato forte, secondo cui "una interpretazione del diritto e una applicazione dei princìpi giuridici meno rigorose spesso erano necessarie per la sopravvivenza, e solo i fatti e non i princìpi giuridici consentono di far fronte alla realtà". Egli pensava – a differenza del ciarliero ed elusivo Metternich – che la formulazione di una politica non era ancora la politica, che far politica e fare la guerra richiedevano le medesime qualità: fermezza, audacia, coraggio. (p. 77)
  • Lo stato, interessato a rafforzare economicamente la restaurata monarchia [asburgica], diede una mano. Il centralismo burocratico che Schwarzenberg aveva introdotto [nell'Impero austriaco] poteva adottare misure dirigistiche. L'uomo giusto stava al posto giusto: e quest'uomo era il barone Karl Ludwig von Bruck. Quale fondatore e capo dei "Lloyds austriaci" di Trieste, era stato uno dei pionieri dell'iniziativa privata nell'economia dell'Austria e, quale ministro dell'Industria e del Commercio, pilotava ora la politica economica dello stato. Bruck eliminò le barriere doganali con l'Ungheria, fece dell'Austria un'unica area doganale, istituì camere di commercio, ampliò la rete ferroviaria, creò le premesse per lo sviluppo e il benessere. (pp. 101-102)
  • Francesco Giuseppe rifletteva poco su Dio e sul mondo. Sulla terra regnava l'ordine austriaco-imperiale con l'aiuto non trascurabile della Chiesa, e ci si poteva meritare l'aldilà grazie a un comportamento verso Dio corrispondente al rapporto del suddito nei confronti dell'Imperatore: decoro, ubbidienza, senso del dovere, rispetto delle leggi e degli ordini e anche osservanza dei riti della Chiesa: liturgia, processioni del Corpus Domini, messe al campo. Francesco Giuseppe non era sfiorato da dubbi sulla fede, come non ne aveva sul suo diritto divino a regnare. La Maestà Apostolica rappresentava la parte terrena di un solido ordine cosmico e ne rispettava la parte ultraterrena. (p. 110)
  • La monarchia asburgica aveva in comune con l'Impero Ottomano anche il più pericoloso nemico esterno: la Russia, che covava l'idea panslavista ed esercitava un imperialismo nazionalista. Nel 1869 Nikolaj Danislevskij formulava nel suo libro La Russia e l'Europa il programma per la distruzione dell'Austria-Ungheria e della Turchia, e per la loro ripartizione in diversi stati nazionali, sotto la protezione di Pietroburgo. (p. 294)
  • Il demagogo nazionalista tedesco [Georg von Schönerer] era diventato l'esempio vivente della trasformazione automatica del liberalismo in radicalismo; autodefinendosi guida del popolo, Schönerer era la contraddizione personificata del detto democratico: voce di popolo, voce di Dio. (p. 352)
  • Il "cavalier Georg" non si peritava di offendere l'Imperatore d'Austria: gli Asburgo erano nemici mortali del popolo tedesco. Di contro lavò a suon di pugni una presunta offesa all'Imperatore tedesco. Quando all'inizio del marzo 1888 il Neues Wiener Tagblatt comunicò per sbaglio la morte dell'agonizzante Guglielmo I, Schönerer irruppe con alcuni compagni nella redazione e punì i redattori. Per Francesco Giuseppe la misura era colma. Fece comparire il turbolento individuo davanti al tribunale, che lo condannò a quattro anni di carcere duro e alla perdita del mandato parlamentare, del titolo nobiliare e del grado di ufficiale della riserva. (p. 353)
  • Elisabetta non era presente a Vienna a nessuno dei festeggiamenti per i 50 anni di governo di Francesco Giuseppe. Si ritenne di dover dare una spiegazione al pubblico: la sessantenne Imperatrice soffriva di anemia, di nevrite, di insonnia e di cardiodilatazione; non c'erano motivi di serie preoccupazioni, ma solo la necessità di cure all'estero. Francesco Giuseppe sapeva come stavano in realtà le cose. La moglie che invecchiava era malata più psichicamente che fisicamente, non era in pace né con se stessa, né col marito, né con il mondo. (p. 377)
  • [Katharina Schratt] Presto fece parlare di sé. Era capace di lasciarsi andare fino alla sconvenienza, di salire a cassetta accanto a un vetturino dopo una cena innaffiata da champagne, e addirittura di scorazzare guidando personalmente la vettura. Aveva più adoratori di quanti se ne potessero contare sulle dita delle due mani. Per esempio il conte Heinrich Chorinsky, che secondo lei era troppo povero; il conte cominciò allora a giocare a baccarat nel lussuosissimo Jockey-club non senza prima aver pregato nella vicina Chiesa dei Francescani; vinse molto denaro ma non ebbe l'amore: Kathi lo liquidò dicendogli che non poteva affidare la felicità della sua vita a un giocatore. Le piaceva molto di più Alexander Girardi, l'attore dagli occhi neri e dalla mimica eccezionale. (pp. 383-384)
  • Nel 1887 Katharina Schratt venne nominata imperial regia attrice di corte, e l'Imperatore le fece dire che desiderava vederla regolarmente, non tanto in teatro, dove comunque egli appariva di rado da quando aveva preso l'abitudine di andare a dormire alle nove. Si recava da lei la mattina alle sette per la colazione, e lei doveva aspettarlo acconciata e vestita di tutto punto, pronta a una vivace conversazione. Oppure andava per il pranzo, che Frau Schratt doveva condire con storielle viennesi. Perché tutto procedesse in maniera adeguata al rango, Kathi ricevette un appannaggio annuo, una villa a Ischl dove Francesco Giuseppe passava la maggior parte del suo tempo libero e una villa a Hietzing nel parco di Schönbrunn, dove l'Imperatore poteva recarsi a piedi, uscendo da una porta sul retro. La notizia si sparse presto richiamando una frotta di curiosi, la polizia era allarmata, ma Francesco Giuseppe disse che i suoi viennesi potevano tranquillamente stare a guardare perché le sue visite non dovevano essere un segreto. (pp. 384-385)
  • Il pittore Gustav Klimt fu il primo presidente della "Secessione" e il suo più insigne rappresentante. Non aveva dimenticato l'ornato e aveva ritrovato l'ordine, ravvivato il decorativo, mantenuto l'impressionismo e precorso l'espressionismo: aveva opportunamente riunito tutte le esperienze del passato per offrirle al futuro. (p. 400)
  • Presidente onorario della "Secessione" votata allo stile floreale fu l'ottantacinquenne Rudolf von Alt, acquarellista e paesaggista, che non seguiva la nuova tendenza artistica ma la proteggeva. L'Imperatore [Francesco Giuseppe] gli chiese se non fosse troppo vecchio per farlo, e il maestro gli rispose: "Sono sempre stato troppo vecchio, ma sono sempre abbastanza giovane per imparare qualche cosa". (p. 401)
  • L'uomo nuovo della Ballhausplatz[5] si chiamava conte Leopold Berchtold von und zu Ungarschütz, ed era stato proposto dall'erede al trono[6], che lo riteneva maneggevole, e accettato dall'Imperatore, che in lui poteva vedere un secondo Tisza[7]: un esponente di quella feudalità che in Ungheria aveva dato prova ancora una volta di essere il sostegno della monarchia e che forse avrebbe potuto dimostrarsi tale anche in politica estera. Il nuovo ministro degli Esteri sembrava facile da manovrare, poiché non era orgoglioso ed energico come Tisza; era senza dubbio presuntuoso, ma in un modo tanto ovvio che non sembrava accorgersi affatto quando gli alti se lo mettevano in tasca. Forse era troppo pigro e indolente per contrastare la volontà degli altri. Quanto a questo, era un genuino esponente della grande nobiltà degenerata nell'indifferenza, non proprio quello che ci voleva per rappresentare la politica estera di una grande potenza e di cui la monarchia aveva bisogno in quei difficili momenti. (pp. 468-469)

Note[modifica]

  1. Nel marzo 1848 ebbe inizio una serie di rivolte popolari nell'Impero austriaco.
  2. Luigi (o Lajos) Kossuth (1802–1894), politico ungherese e Cäsar Wenzel Messenhauser (1813–1848), ufficiale e scrittore austriaco.
  3. Giuseppe II d'Asburgo-Lorena (1741–1790), imperatore del Sacro Romano Impero.
  4. Nel novembre del 1848 fu incaricato di formare il governo imperiale, del quale tenne la presidenza e il ministero degli Esteri.
  5. Sede del Ministero degli esteri dell'Impero austro-ungarico.
  6. Francesco Ferdinando d'Asburgo-Este (1863–1914), arciduca ed erede di Francesco Giuseppe al trono austro-ungarico.
  7. István Tisza (1861–1918), politico ungherese.

Bibliografia[modifica]

  • Franz Herre, Bismarck, Il grande conservatore, traduzione di Anna Martini Lichtner, Mondadori, Milano1, 1994. ISBN 88-04-36790-3
  • Franz Herre, Francesco Giuseppe, edizione italiana a cura di Maria Teresa Giannelli, traduzione di Argia Micchettoni, BUR Superclassici, RCS Rizzoli Libri, Milano, 1990. ISBN 88-17-15127-2

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