Gabriel Marcel

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Gabriel Marcel (a destra) nel 1969
La firma di Gabriel Marcel

Gabriel Honoré Marcel (1889 – 1973), filosofo, drammaturgo e critico letterario francese.

Citazioni di Gabriel Marcel[modifica]

  • Dire "io sono il mio corpo" equivale a sopprimere fra me e il mio corpo quella distinzione che stabilisco invece quando dico che il mio corpo è il mio strumento; d'altra parte, se io ammetto questa relazione strumentale, mi impegolo inevitabilmente in una regressione all'infinito. Infatti, uno strumento qualsiasi [...] aumenta il potere di un corpo, ed in questo caso il potere del mio stesso corpo, non si può considerare quest'ultimo uno strumento se non immaginando un secondo corpo, che potremmo chiamare mentale, o astrale, di cui il mio corpo fisico sarebbe appunto uno strumento. Ma finché questo corpo, o mentale o astrale, è posto anche lui come corpo, la questione si sposta oltre e così all'infinito. Si può evitare la regressione solo ad un patto: questo corpo, che solo fittiziamente posso paragonare agli strumenti che aumentano i suoi poteri, in quanto è il mio corpo, non può essere uno strumento. Dire "mio corpo" equivale a dire "me stesso" e con ciò io mi pongo al di qua o al di là di qualsiasi rapporto strumentale. (da Il mistero dell'essere)
  • I problemi per la loro stessa natura sono portati a particolarizzarsi. Il mistero è invece ciò che non si particolarizza mai. (da Essere o avere, 1935)
  • Il problema è qualcosa che si incontra, che ci ostruisce la strada. È davanti a me nella sua totalità. Invece il mistero è qualcosa in cui mi trovo impegnato e quindi non viene a trovarsi davanti a me nella sua totalità. (da Essere o avere, 1935)
  • La giustificazione profonda delle filosofie dell'esistenza sta forse soprattutto nel fatto di aver posto in luce l'impossibilità di considerare un essere esistente ignorandone l'esistenza, il suo modo di esistere. (da L'uomo problematico)
  • Montherlant: un autore di teatro meraviglioso, discusso da dei pigmei.[1]
  • Un mistero è un problema che usurpa i propri dati, che li invade e perciò li supera come problema. (da Essere o avere, 1935)

Il mistero della filosofia[modifica]

  • [...] io nutro grande ammirazione per Pirandello, ma è un'ammirazione non priva, però, di certe riserve perché mi sembra che il gioco dialettico vi tenga comunque un posto eccessivo e, talvolta, a spese di quello spazio di considerazione degli esseri che resta, per me, l'essenziale. (p. 96)
  • Filosofo-drammaturgo ha un significato molto chiaro nella misura in cui il dramma è per me una sorta di studio che, in quanto tale, interessa il filosofo, poiché favorisce lo schiudersi della riflessione filosofica, ed aggiungo che il teatro può anche giocare un ruolo di rifiuto parziale di ciò che la filosofia può avere di troppo schematico. (p. 114)
  • Direi che la musica si colloca come in una sorta di nucleo vitale, ma molto difficilmente accessibile in relazione a quella specie di cornice che costituisce il pensiero filosofico. E credo che, qui, si potrebbero forse introdurre certe categorie heideggeriane. Su questo aspetto, penso di essere abbastanza vicino a lui. C'è in Heidegger, quell'idea di un ascolto, che forse non è un ascolto filosofico, ma che potrebbe anche diventare musicale. (p. 114)
  • Io penso che l'improvvisazione sia stata per me, per alcuni aspetti, ciò che può essere la preghiera per altri: verosimilmente, era qualcosa che saliva dalle profondità di me stesso, un modo di ricollegarmi [...] con la presenza a se stessi ma, al tempo stesso, con la presenza al mondo, perché ho sempre avuto la sensazione che con l'improvvisazione, io mi ricongiungessi... ma lascio dei puntini sospensivi dopo il verbo. (pp. 115-116)
  • [...] quando cerco come poter parlare di Dio, o esprimermi su Dio, mi accorgo che io posso più parlare a Lui che parlare di Lui. E se Gli parlo, lo faccio, in effetti, come a un "Tu", che non è empirico, un Tu di cui posso dire, dunque, che è un Tu assoluto. (p. 146)
  • Se noi siamo con tutta verità in una prospettiva cristiana, questa teologia negativa non basta, perché noi possediamo un fatto, un dato che ha preso per me sempre maggiore importanza e sotto ogni prospettiva: l'Incarnazione. A partire dal momento in cui interviene l'Incarnazione, allora si incomincia a porre su un piano di affermatività e di dicibilità l'ineffabile. La teologia negativa si colloca molto prima sullo sfondo, se posso dire, dell'Incarnazione. (p. 123)
  • Ci sono musiche che sono molto più orientate verso la trascendenza di altre; è chiarissimo, per esempio, negli ultimi quartetti di Beethoven. Penso soprattutto all'inizio del quattordicesimo Quartetto; là, mi sembra evidente che siamo in presenza della trascendenza, mentre una musica come quella di Debussy è interamente nell'immanente. (p. 167)
  • C'è qualcosa in me che si sarebbe sicuramente augurato di essere contemporaneo di Cristo. Ora, credo che Kierkegaard abbia ragione e che, nella misura in cui noi siamo cristiani, bisogna che noi conserviamo questo sentimento di contemporaneità. È ben certo che noi non possiamo pensare che questi avvenimenti siano, puramente e semplicemente, finiti. C'è qualcosa, in questo, che non può non accompagnarci lungo tutta la nostra vita, e che fa parte, in certo modo, di noi stessi. (p. 224)

Note[modifica]

  1. Dall'intervista di Vittorio Abrami, Colloquio con Gabriel Marcel, Il Popolo, 27 marzo 1963.

Bibliografia[modifica]

  • Nicola Abbagnano, Giovanni Fornero – Protagonisti e testi della Filosofia vol. D tomo 1 (2000), Paravia, Milano.
  • Gabriel Marcel, Il mistero dell'essere, Borla, Roma 1987.
  • Gabriel Marcel, Il mistero della filosofia, a cura di Roberto Celada Ballanti, traduzione di Giovanni Botta, revisione di Giulio Colombi Morcelliana, Brescia, 2012. ISBN 978-88-372-2575-9
  • Gabriel Marcel, L'uomo problematico, Borla, Roma 1992.

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