Giovanni Vincenzo Gravina

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Giovanni Vincenzo Gravina (1664 – 1718), letterato e giurista italiano.

Citazioni di Giovanni Vincenzo Gravina[modifica]

  • Descartes non si distingue tanto per la novità degli argomenti, quanto per il suo metodo, per il modo con cui tratta le materie e soprattutto per la sua chiarezza; invece Bruno, come i suoi Maestri, ha inviluppato i suoi pensieri e li ha nascosti sotto il velo dei versi.[1]
  • La favola è l'esser delle cose, trasformato in genj umani, ed è la verità travestita in sembianza popolare: perché il poeta dà corpo ai concetti, e con animar l'insensato, ed avvolger di corpo lo spirito, converte in immagini visibili le contemplazioni eccitate dalla filosofia: sicché egli è trasformatore e producitore, dal qual mestiero ottenne il suo nome. (da Della ragion poetica, in Guido Barlozzini, p. 23)
  • La vostra Tragedia non poteva veramente esser migliore per bandir dal Teatro l'infamia, e la mostruosità presente, e per la vera espressione della natura tanto incognita a quei Tragici stranieri, che oggi fanno tanto rumore. Trovandosi il popolo così male avezzo, non dee esser disgustato dall'antica severità, dalla quale io non mi son saputo astenere; onde voi avete saputo meglio conseguire il nosiro comun fine al che io coopero anche col Trattato, che o già finito della Tragedia in lingua volgare, perché assalisco gli errori comuni, e Teatrali, particolarmente quelli che nascono dalle Tragedie Francesi, benché ne taccia il nome. In questo Trattato vedrete la ragione, perché il mio numero è periodico, ed incatenato, al che i presenti istrioni non si possono accomodare per l'usanza appresa dallo stile rotto, cbe sotto il dominio degli Spagnuoli cominciò in Italia, ed or continua per l'imitazione delle cose Francesi. (da una lettera a Scipione Maffei; citato da Scipione Maffei in prefazione a Teatro del signor marchese Scipione Maffei, p. IX-X, Alberto Tumermani Librajo, 1730)
  • Non lascerà mai la maggior parte di concorrer nel Tasso, e d'acquetare, senza cercar più oltre, in questo poema [della Gerusalemme], come nel fonte d'ogni eloquenza e nel circolo di tutte le dottrine, ogni suo sentimento. (citato in Guglielmo Audisio, Lezioni di eloquenza sacra, Giacinto Marietti, Torino, 1870)
  • Perché dunque le cose umane e le naturali esposte a' sensi sfuggono dalla nostra riflessione; perciò bisogna sparger sopra di loro il colore di novità, la quale ecciti maraviglia, e riduca la nostra riflessione particolare sopra le cose popolari e sensibili. Questo colore di novità s'imprime nelle cose dalla poesia che rappresenta il naturale sul finto: colla quale alterazione e trasporto, quel che per natura è consueto e vile, per arte diventa nuovo ed inaspettato: né può non eccitare gran maraviglia veder le cose naturali prodotte con altri strumenti che con quelli della natura, e trasportate in quel suolo ove non possono allignare; e sembra assai strano veder il mondo generato co' colori, co' ferri, con le parole, e co' motti. Perciò la poesia, che con varj strumenti trasporta il naturale sul finto, avvalora le cose famigliari e consuete a' sensi, colla spezie di novità: la quale, movendo maraviglia, tramanda al cerebro maggior copia di spiriti, che, quasi stimoli, spronano la mente su quell'immagine in modo che possa fare azione e riflessione più viva. Onde si ravvisano i costumi degli uomini più su i teatri che per le piazze. (da Della ragion poetica, in Guido Barlozzini, pp. 23-24)

Citazioni su Giovanni Vincenzo Gravina[modifica]

  • L'arte critica antica ebbe ultimi promulgatori due grandi ingegni, il Muratori e il Gravina. Della critica nata dipoi con le nuove speculazioni e con le nuove forme di poesia, non conosciamo in Italia alcun degno scrittore e rappresentatore. (Terenzio Mamiani)
  • L'uomo individuo può nel servaggio e nelle catene serbare con isforzo la libertà dello spirito e compiere in altro modo e sotto altre condizioni certa eroica purgazione e certo mirabile perfezionamento della sua parte interiore e immortale. Ma ciò è impossibile ad un popolo intero, il quale nel servaggio di necessità si corrompe ed abbietta, e quindi Gian Vincenzo Gravina chiamò assai giustamente la libertà delle nazioni sacrosanta cosa e di giure divino. (Terenzio Mamiani)

Note[modifica]

  1. Citato in Immagini di Giordano Bruno 1600-1725, Procaccini, Napoli, 1996.

Bibliografia[modifica]

  • Le origini del Romanticismo, a cura di Guido Barlozzini, Editori Riuniti, Roma, 1974.

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