Gino Doria

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Gino Doria (1888 – 1975), giornalista, scrittore e storico italiano.

Citazioni di Gino Doria[modifica]

  • Dalla terra impastata, vivificata dal fuoco esso trascorre, e non solo per vecchia metafora, nelle vene e nel sentimento degli esseri umani che felicemente popolano Napoli. E come il fuoco non è sempre visibile ed esplosivo, ma talvolta inerte e sonnolento – non mai morto – sotto strati di cenere o in remoti cuniculi, così anche nella storia degli uomini di queste terre e nelle loro singole esistenze, la virtù ignea trapassa dalla morte apparente a uno slancio vitale così impetuoso da portare a distruzione implacabile, mentre il più delle volte, e più pacificamente, genera pensieri profondi, opere d'arte, inimitabili modi di vita.[1]

Del colore locale e altre interpretazioni napoletane[modifica]

  • [...] noi napoletani abbiamo tutti, nel nostro foro interiore, un Pulcinella che ci ammonisce [...] (da Introduzione, p. 8)
  • Veramente c'è da discutere sul verbo camminare applicato al napoletano. Anzi, io voglio appunto dire che il napoletano ignora che cosa sia camminare, mentre sa assai bene cosa significa passeggiare. Il napoletano non cammina mai, ma passeggia sempre: anche se sia il napoletano più attivo, più energico, più preso dagli affari, più difettoso di tempo. (da Del carattere dei napoletani, Il napoletano che cammina, p. 23)
  • Persino il verbo camminare, che in lingua vale a designare la normalità dell'animale in moto, nel dialetto napoletano assume un significato fantastico. Che cosa è un cavallo che corra molto? È appena un cavallo cammenatore. Ma avete sentito mai parlare di un uomo cammenatore?
    Eppure il napoletano qualche volta corre. Allorquando Mariantonia fu avvertita del terremoto, stirandosi dal letto e sbadigliando, rispose pacifica: Mo... mo... Ma se a Mariantonia avessero detto: «Dal terrazzo si vedono le granate del Carmine», Mariantonia si sarebbe precipitata dal letto e, magari nuda, sarebbe corsa sul terrazzo.
    Il napoletano corre quando può vedere qualcosa. (da Del carattere dei napoletani, Il napoletano che cammina, pp. 24-25)
  • Camminiamo, camminiamo insieme su queste nostre belle strade inondate di sole, e combiniamo insieme mille grandiosi affari. E quando ne avremo concluso uno grandissimo – la vendita della Villa Nazionale per suoli edificatorî io ti offrirò un caffè e tu mi offrirai una sigaretta. E ci prenderemo a braccetto e passeggeremo. E poi così domani, e poi sempre, fino alla morte. Non avremo concluso nulla, ma avremo avuto sempre – e quanti ce li avranno invidiati! – un canto nell'anima e un sogno nel cuore. (da Del carattere dei napoletani, Il napoletano che cammina, p. 29)
  • Il popolo napoletano, dunque, ignora la via della saggezza, la quale, al pari della virtù, sta nel mezzo.
    Egli è sanfedista, ma se non è sanfedista è giacobino. Al '60 non fu mai cavouriano: o era legittimista sfegatato, o era garibaldino, perché Garibaldi aveva la capelliera bionda, la camicia rossa e la voce dolce.
    Non fu sempre così, il napoletano. La maledetta rivoluzione francese con le sue maledette idee di libertà e d'uguaglianza venne a guastare irrimediabilmente il sangue di un popolo mirabilmente apolitico, iniettandogli il bacillo giacobino. (da Pensieri sui napoletani, pp. 39-40)
  • Ricordate il lamento di Barcinio, nella duodecima egloga dell'Arcadia? Dunque, miser[2], perché non rompi, o scapoli | tutte l'onde in un punto, ed inabissiti: | poi che Napoli tua non è più Napoli? Già Napoli non era più Napoli all'aprirsi del secolo XVI! E che cosa direbbe oggi, se tornasse al mondo, quel bravissimo uomo del Sannazzaro?
    Direbbe che è scomparsa persino quella tradizionale cortesia, che a una giovinetta, cui si fosse detto che era bella, faceva rispondere, coperte le guance di pudico rossore: «sono belli gli occhi vostri». Direbbe che è scomparso persino l'amore, e Napoli era l'ultima rocca dell'amore romantico e sentimentale, cioè dell'amore. (da da Del carattere dei napoletani, Pensieri sui napoletani, pp. 43-44)
  • [C'è un colore locale, superficiale ed appariscente che può attrarre ed appagare gli stranieri] Ma c'è l'altro colore locale, quello che riguarda noi, i nativi, ed è meno appariscente ed è assai più caro al nostro sentimento. E che cos'è? E perché ci si tiene tanto, al punto che ogni colpo di piccone, ogni colpo di scopa, ogni colpo di pennello è come una stretta al cuore? È assai difficile spiegarlo: è un indefinibile, è un inafferrabile, è un complesso di mille cose impalpabili. Sono migliaia di ricordi ammucchiati in un punto, sono abitudini millenarie localizzate in un altro, sono tutte le gioie e i dolori di un popolo che hanno lasciato la loro traccia in quella piazza, in quel vicolo, su quella casa. È l'amore disperato per tutto ciò che fu dei nostri padri e dei nostri nostri nonni e degli avoli ancora più lontani, è il fatto fisico del nostro occhio stesso, conformato, attraverso più generazioni, a vedere le cose disposte in quel modo, in quell'ordine, con quelle tinte.
    Di colore locale, in questo senso inteso, è fatta tutta la poesia napoletana, quella vera, tutta la pittura napoletana, quella vera. E quando si distrugge questo colore locale è un pezzo di poesia in potenza che se ne va, è una pittura in potenza che se ne va. (da Del carattere dei napoletani, Del colore locale, p. 49)
  • Un Dio mite e benigno, arcadico e sentimentale, dette vita al golfo di Napoli e, infinitamente savio, lo fece a guisa di cerchio e ne sbarrò l'entrata con isole protettrici, e lo ornò di cale e di seni sicuri, e gli diede la varietà dalla bassura flegrea alle montagne dei Lattari, e vi fece crescere la flora più vaga e il più impenetrabile bosco era di aranci. (da Delle circostanze, Omero e le Sirene, p. 152.)

Citazioni su Gino Doria[modifica]

  • Tutta la sua opera va a sorreggere l'edificio solido, solenne e chiaro della cultura liberale: quella sulla quale si fonda ancora ciò che resta dell'Europa o ciò che, forse, sarà l'Europa rinnovata e mondata dalla malattia totalitaria.
    Sotto questo punto di vista la storiografia liberale, e quella del Doria in particolare, occorre considerarla non come una forma della conservazione europea, ma come anticipazione dell'Europa futura; in un certo senso come rivoluzione, rispetto alle teorie marxistiche invecchiate rapidissimamente in un secolo. (Giovanni Artieri)

Note[modifica]

  1. Citato in Atanasio Mozzillo, L'immagine del Mezzogiorno tra mito e realtà; in Carlo Bernari, Cesare de' Seta, Atanasio Mozzillo e Georges Vallet, L'Italia dei grandi viaggiatori, a cura di Franco Paloscia, Edizioni Abete, Roma, 1986, pp. 106-107.
  2. Il riferimento è al Sebeto, antico fiume di Napoli.

Bibliografia[modifica]

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