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Gino Fogolari

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Gino Fogolari

Gino Fogolari (1875 – 1941), storico dell'arte italiano.

Citazioni di Gino Fogolari

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  • [Canaletto] [...] non vorrei vedere tanto in lui il precursore del paesaggio moderno, cioè copiato dal vero, quanto il creatore del genere tutto suo del paesaggio monumentale. La modestia di verista, con la quale egli si presenta, è solo iniziale; mentre, nel dar significato alle vedute e nel taglio del quadro e nella prospettiva, è un costruttore, come è un poeta della luce nel rattenerne nelle lontananze tutta la chiarità solare: levigatore di smalti alle volte come un olandese, addensatore talvolta impetuoso di masse di colore e anzi di grumi di colore, specie nelle figure dei suoi primi piani. Da recentissimi novatori lo ho udito citare, non senza compiacimento pur sentendo l'esagerazione, fra i pittori classici monumentali italiani, come Masaccio. [...] Ma, se ai più non è ancora noto nella sua vera struttura e potenza, è perché la piacevolezza della veduta distrae dal considerarlo nel suo valore artistico e anche perché troppe tele passano per sue che non lo sono.[1] (da Il Settecento italiano, 1932)

Cividale del Friuli

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  • Cividale rifulge [...] di luce corrusca nella notte medievale. Da prima gesta selvagge ed eroiche le turbinano intorno come fiera epopea; di poi fulgori di altari e dolcezze di mistici canti ne sorgono, rotti a quando a quando da imprecazioni di scomuniche e da fragore di armi. E in mezzo a questa notte tempestosa, si eleva la figura di [Paolo Diacono] un longobardo monaco benedettino, che del suo popolo e della sua Cividale sopratutto tramanda i ricordi. (p. 14)
  • Tuttora a Cividale nel Duomo, il giorno dell'Epifania, durante la messa solenne, si compie una insolita cerimonia. Un diacono sale sull'alto presbiterio, mette in capo un grande elmo piumato, toglie dalla mensa e regge presso il petto il libro degli Evangeli, coperto da piastra d'argento con la crocifissione; impugnato un grande spadone, trae avanti, sosta alla gradinata e benedice il popolo con la spada segnando una grande croce. La cerimonia è antica. La coperta dell'evangelario è vigorosa opera della fine del dugento; lo spadone, di forma tedesca, porta il nome del patriarca Marguardo (1366-1381); solo l'elmo è di cartone, moderno e brutto. È la messa dell'imperatore; a ricordo del potere militare dei patriarchi, che in Aquileia avevano la sede spirituale e a Cividale risiedevano. Grande era la podestà feudale dei patriarchi, primati di diciasette episcopi, governanti dalla Livenza, molto al di là dei monti, sino alla Sava. Il patriarca eletto entrava trionfalmente in Cividale a ricevere l'investitura feudale. La nobilissima famiglia Boiani, dalla quale tanto spesso vennero scelti i vicedomini, che reggevano il paese nella vacanza della sede, aveva per diritto in dono il destriero ben adorno sul quale entrava il patriarca; mentre i merciai e gli artieri, che abitavano nella curia, erano astretti ad offrir certi doni al nuovo signore. (p. 64)
  • Se è vero che sieno stati i Longobardi, frantumando in tanti ducati la bella unità romana; a infondere quello spirito di indipendenza, di turbolenza che, nel cozzare di tante energie, tolse all'Italia ogni forza politica; bisogna dire che cotale triste eredità barbarica potesse in Friuli più che altrove; tanto, sino ai tempi nuovi, è quivi grande il numero dei paesi che si vogliono imporre, tante le rivalità, le contese, le guerre che sorgono e infuriano attraverso i secoli.
    Ne viene che la storia del Friuli è tanto complicata, spezzata, tumultuosa, che il seguirla è impossibile senza grande pazienza e memoria tenace. (p. 80)

Giovanni Bellini

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  • Giovanni Bellini, l'alto armonioso genio vivificatore di tutta la pittura veneziana del quattrocento, splende in un'aureola di umanissima fede e di bontà.
    L'arte sua sale, continuamente nuova, nell'opera diuturna della lunghissima vita; parte, con l'insegnamento paterno, dalle grazie lineari goticheggianti di Gentile da Fabbriano, per giungere a Giorgione e a Tiziano, a preparare, a celebrare e a godere con essi l'avvento della nuova pittura musicale, tutta colore e luce, fondamento della vera pittura moderna. Non è, come Piero della Francesca, Andrea Mantegna, Antonello da Messina, il Giambellino, uno di quei genii suscitatori, che impongono subito e direttamente la loro visione del mondo, la loro teoria innovatrice; ma di quei genii elaboratori e condensatori, che, per innata aspirazione alla bellezza e all'armonia, accolgono tutti i giovevoli insegnamenti e ogni giorno aprono gli occhi divinamente puri a rinnovare lo spirito e le opere. (p. 5)
  • Lontano da Donatello, lontano dal Mantegna e dal grande stile, il Bellini trae qui [nel Cristo Morto di Brera] ispirazione dall'arte popolare, dagli scultori romanici e dai figuli[2], che modellavano dentro le grotte le figure strazianti dei santi sepolcri. La vecchia madre stringe la faccia al capo del morto quasi volesse infonder in quelle labbra quel poco che le rimane di vita: il freddo del cadavere la irrigidisce, la pietrifica, le rende terreo il volto, le agghiaccia le lacrime. Il discepolo prediletto, rispettoso del dolore materno, sostiene più lontano, toccandolo appena, il corpo morto; raffrena il pianto ed apre la bocca alle parole che il sacrificio del maestro gli commette a redenzione del mondo: grandiosa figura cui danno singolare fascino i capelli fluenti a riccioloni tutte intorno la testa. Ma delle tre, la più divina è la figura del Cristo morto. Allo strazio corporeo, che ha distorto e disciolto i muscoli, che tiene ancor aggranchite le mani, è subentrata la pace della morte. La cruda impressionante verità anatomica del cadavere è divinizzata dal biancore delle luci diffuse sulle lievi ombre. Dietro, il cielo luminosissimo, striato dalle nubi che si inseguono e la nota discreta del paesaggio lontano, danno ampiezza solenne e vibrante alla tragedia divina. (p. 12)
  • Forse seguendo gli esempi di Piero della Francesca, il Bellini conobbe e seppe far valere per primo la suggestione emotiva del colore e della luce nella prospettiva. Non solo sensualmente ma spiritualmente. (p. 13)
  • [...] le Madonne del Bellini diventano sempre più grandiose e insieme più vere e umane, perdono la rigidità ieratica delle prime, ma conservano ed elevano la toccante devozione verso la creatura amatissima e santa. (p. 14)
  • Antonello [da Messina], continuando gli esempi di Piero della Francesca, insegnò ai Veneziani, con la sua famosa pala di San Cassiano, la monumentalità del raggruppamento piramidale della vergine e dei santi, facendo che ogni figura rispondesse alle necessità geometriche e armoniche dell'insieme. Ma alla sua madonna e ai suoi santi, come i contemporanei, pur ammirando, osservano, mancava l'anima, cioè quell'espressione e quell'elevatezza morale, oltre che fisica, che esaltando commuove. (p. 16)

Trento

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  • Spirito eminentemente pratico e attivo, il Clesio, dotato di quell’accortezza, di quell’audace costanza, che valgono a un uomo il primo posto nelle grandi questioni politiche, rivendica anzitutto al Principato Trentino i diritti delle investiture feudali; ma non s’attarda nel breve cerchio della sua diocesi; si mescola a tutti i maneggi di quel tempo fortunoso, e nel momento decisivo in cui il dominio del mondo pendeva fra i due emuli famosi, Carlo d’Austria e di Spagna e Francesco I di Francia, si adopera non poco pel trionfo del Cesare fiammingo. Quando poi questi, divisi gli stati col fratello Ferdinando, lo creò conte del Tirolo, re dei Romani, e re di Boemia e di Ungheria, formando quella incongrua aggregazione dinastica che tutta si chiamò Austria, spettò a Bernardo Clesio di trattare ogni più ardua questione, sia nelle diete tedesche, che sospendevano i lavori se egli mancava, sia nelle lotte contro i protestanti, sia nella guerra contro i turchi e nei maneggi col Papa e coi potentati italiani; per modo che egli era il vero, sebben segreto, dominatore. (p. 102)
  • [...] tutta la città è stata rifatta dalla seconda metà del quattrocento in poi, e i panegiristi attribuiscono al Clesio il vanto di aver trovata Trento di legno e di mattoni e di averla lasciata di pietra e di marmo. (p. 103)
  • La chiesa di Santa Maria Maggiore [...] è il primo monumento che celebri a Trento la rinascenza lombarda. Vediamo in essa come sugli insegnamenti dei Bramante la nuova arte sapesse oramai dividere armonicamente le campate con belle lesene di marmo bianco su fondo rosso, inquadrar la facciata con pilastri, ornarli di graziosissimi capitelli ionici e unirli con bella trabeazione, allungandoli però oltre misura per non rinunciare agli effetti della cattedrale gotica. (p. 104)

Note

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  1. Citato in Canaletto, I Classici dell'arte, a cura di Cinzia Manco, pagg. 181 – 188, Milano, Rizzoli/Skira, 2003. IT\ICCU\CAG\0608462
  2. vasai, da fingere «plasmare».

Bibliografia

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  • Gino Fogolari, Cividale del Friuli, Collezione di monografie illustrate, Istituto italiano d'arti grafiche, Bergamo, 1906.
  • Gino Fogolari, Giovanni Bellini, Piccola collezione d'arte n. 21, Istituto di edizioni artistiche, Firenze, 1921.
  • Gino Fogolari, Trento, Collezione di monografie illustrate, Istituto italiano d'arti grafiche editore, Bergamo, 1916.

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