Gino Strada

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Gino Strada

Luigi Strada detto Gino (1948 – vivente), chirurgo di guerra e uno dei fondatori di Emergency.

Citazioni di Gino Strada[modifica]

  • Credo che questo Paese sia ad altissimo rischio, sull'orlo del baratro e di una grande tragedia sociale. Penso che ci sia una persona come Stefano Rodotà che dà garanzie morali e civili e di impegno sui problemi delle persone: il lavoro, la sanità, la scuola. Sono orgoglioso e contento di supportare una candidatura come quella di Rodotà, che mi sembra la persona migliore in questo Paese per portarci fuori dalla deriva.[1]
  • [Discutere con Mario Mauro] È come discutere con... con l'aspirapolvere.[2]
  • Io non credo nella guerra come strumento. C'è un dato inoppugnabile: che la guerra è uno strumento ma non funziona, semplicemente non funziona.[3]
  • Le guerre appaiono inevitabili, lo appaiono sempre quando per anni non si è fatto nulla per evitarle.[4]
  • Se la guerra non viene buttata fuori dalla storia dagli uomini, sarà la guerra a buttare fuori gli uomini dalla storia.[5]
Intervista a Che tempo che fa, Rai Tre, 18 novembre 2006[6]
  • L'importante è capire fino in fondo che se ci sono persone che hanno bisogno di essere curate questo vada fatto.
  • Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra.
  • Credo che la guerra sia una cosa che rappresenta la più grande vergogna dell'umanità. E penso che il cervello umano debba svilupparsi al punto da rifiutare questo strumento sempre e comunque in quanto strumento disumano.
  • Ci sono tanti modi per intervenire. Il dramma di oggi è che di fronte a qualsiasi problema si pensa solo ed esclusivamente in termini di «che risposta militare diamo», cioè «quanti uomini mandiamo, dove, chi li comanda». Il problema di per sé non lo si affronta mai.
  • Credo che a nessun paese, nessun popolo – no? – piaccia essere occupato militarmente. Se domani mattina ci svegliassimo con mille militari qui nel centro di Milano, che arrestano, bombardano, sparano, torturano, deportano, uccidono chi vogliono, penso che non saremmo felici. E trovo sempre più strano che invece crediamo che quando lo facciamo noi andare in altri paesi quelli devono accettarlo, anzi debbono dirci «Grazie!». E questa è una logica – come dire – profondamente colonialista – credo – che abbia la politica internazionale.

Buskashì[modifica]

  • Adesso ci sono i soldi della guerra. Quella che promette aiuti. È diventata buona la guerra, umana, generosa, compassionevole, umanitaria? No, ma deve farlo credere. È fondamentale creare consenso alla guerra, far vedere che belle cose produce. Ci avevano già provato in Kosovo. L'idea della 'guerra umanitaria' si è formata sostanzialmente in quell'occasione: quando si decide di bombardare, di ammazzare, conviene garantire che dopo arriveranno gli aiuti. Certo si tratta di molto danaro, ma in fondo costa quanto un giorno o due di guerra, è un costo aggiuntivo che vale la spesa: è pubblicità, è comunicazione. E il mondo 'umanitario', in buona misura, è stato al gioco.
  • C'è chi ritiene che noi, medici e infermieri che lavoriamo in zone di guerra, dovremmo limitarci a fare interventi chirurgici e medicazioni, senza pensare né prendere la parola.
  • Il terrorismo, cioè la guerra di oggi, è il vero mostro da eliminare.
  • Il terrorismo è la nuova forma della guerra, è il modo di fare la guerra degli ultimi sessant'anni: contro le popolazioni, prima ancora che tra eserciti o combattenti. La guerra che si può fare con migliaia di tonnellate di bombe o con l'embargo, con lo strangolamento economico o con i kamikaze sugli aerei o sugli autobus. La guerra che genera guerra, un terrorismo contro l'altro, tanto a pagare saranno poi civili inermi.
  • Nella macchina della guerra, c'è posto anche per il mondo umanitario. Anzi, un posto importante, una specie di nuovo reparto Cosmesi della guerra. Far vedere quanti aiuti arrivano con la guerra, quante belle cose si possono fare per questa povera gente. Per i sopravvissuti, naturalmente.
  • Noi abbiamo il privilegio di poter essere immediatamente utili. Ma in Italia ci sono decine di migliaia di persone che rendono possibile tutto ciò, non solo sostenendoci economicamente, ma anche, come mi dicono da Milano quando mi sentono depresso, "circondandoci di affetto".
  • Qualcuno ci critica per questi "particolari", i "lussi" non strettamente necessari alla sopravvivenza dei pazienti: le pareti affrescate nelle corsie pediatriche, la cura maniacale della pulizia, dei pavimenti lucidi, dei servizi igienici in cui si sente l'odore dei detersivi. Dicono che c'è sproporzione rispetto al livello del paese, alle devastazioni della guerra che segnano il territorio appena fuori il muro di cinta dell'ospedale. Ma perché? Costa poco di più mettere nel giardino bougainville, gerani e rose. E altalene. Costa poco e aiuta a guarire meglio. Sono sicuro che i nostri sostenitori, quelli che sottraggono cinquanta euro alla pensione, o che consegnano agli amici, come lista di nozze, il nostro numero di conto corrente postale, sono d'accordo con questa scelta.
  • Se uno di noi, uno qualsiasi di noi esseri umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti. Ci deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi.
  • Sono quindici anni che vedo atrocità e carneficine compiute da vari signori della guerra, chi si diceva di "destra" e chi di "sinistra", e non ci ho mai trovato grandi differenze. Ho visto, ovunque, la stessa schifezza, il macello di esseri umani. Ho visto la brutalità e la violenza, il godimento nell'uccidere un nemico indifeso.
  • Uno dei principi della nostra organizzazione, che spieghiamo al personale medico e paramedico disposto a partire con noi, è semplicissimo: "Non si va nei paesi del cosiddetto 'Terzo mondo' a portare una sanità da Terzo mondo. Un ospedale va bene quando tu saresti disposto, senza esitazione, a ricoverarci tuo figlio, tua madre, tua moglie".

Pappagalli verdi[modifica]

  • Spero solo che si rafforzi la convinzione, in coloro che decideranno di leggere queste pagine, che le guerre, tutte le guerre sono un orrore. E che non ci si può voltare dall'altra parte, per non vedere le facce di quanti soffrono in silenzio. (p. 11)
  • Abbiamo un ragazzino con gli occhi bendati da tre giorni, e nessuno di noi ha pensato di parlargli, di spiegargli che si riprenderà, che potrà vedere ancora... Magari una mezza bugia lo avrebbe aiutato in quei momenti [...].
    Forse ha pensato a lungo ai tanti giorni a venire, tutti bui come quelle notti. Non l'ha accettato, Mohammed. E ha deciso di morire, anzi di uccidersi, a dodici anni, ragazzino afgano cresciuto come molti altri in mezzo alla violenza e alla miseria. Uno come tanti che hanno visto spesso morti e feriti tutt'intorno, villaggi e case squarciati dai bombardamenti che durano da decenni. (p. 20)
  • Promettere costa poco, di dice, se poi non si mantiene l'impegno. E non farlo? Costa ancor meno, praticamente niente, basta girarsi dall'altra parte. Una promessa è un impegno, è il mettersi ancora in corsa, è il non sedersi su quel che si è fatto. Dà nuove responsabilità, obbliga a cercare, a trovare nuove energie. (pp. 26-27)
  • Questo mestiere [chirurgo di guerra] mi piace, anzi non riesco a immaginarne un altro che possa piacermi di più. [...]
    In fondo, ma non vorrei essere frainteso o accusato di snobismo, è un gioco. Nel senso più vero. Come gli scacchi o il bridge. Attività libere, non condizionate, senza secondi fini, che si praticano solo perché piacciono. (p. 50)
  • Rahman, uno dei bambini feriti che avevamo finito di operare mezz'ora prima, camminava davanti a noi avvolto in una coperta e accompagnato da un infermiere che reggeva la bottiglia della flebo e lo scortava verso la sua tenda. [...]
    "Ma è quel bambino che era in sala operatoria," ha esclamato Cecilia. "Perché non piange?"
    Ne abbiamo ragionato a lungo, abbiamo cercato di capire perché i bambini, quei bambini, non piangono. Mi ha sollecitato a parlare della miseria che si fa routine, della presenza silenziosa della tragedia, e a volte della morte, che diventa condizione di vita. Forse è questa quotidianità della tragedia che li prepara a non piangere. (p. 91)
  • Un cecchino di Sarajevo si lascia intervistare in una stanza quasi buia. Mi sembra incredibile: è una donna. Una donna che spara a un bambino di sei anni? Perché?
    "Tra ventanni ne avrebbe avuti ventisei", è la risposta che l'interprete traduce.
    Il freddo diventa più intenso, fa freddo dentro. L'intervista finisce lì, non c'è altra domanda possibile. (p. 154)

Citazioni su Gino Strada[modifica]

  • Io avevo seguito da Commissario europeo le esperienze di Gino Strada, anche in Kurdistan, e penso che abbia un atteggiamento così ambiguo, tra l'umanitario e il politico, che si può prestare a qualunque illazione. Fa un lavoro umanitario, ma ha un comportamento nettamente politico, di parte, di un partito suo. Scientemente o incoscientemente, che sarebbe ancora peggio, finisce per giocare un ruolo che è ambiguo, tra torturati e torturatori. Quando uno si mette a praticare una linea così poco limpida, si presta a qualunque gioco altrui. Nell'illusione di tirare lui le fila finisce che il burattinaio non è lui. (Emma Bonino)

Note[modifica]

  1. Dall'intervista a TgCom24; citato in Gino Strada: Italia sul baratro, Rodotà può salvarla, Unità.it, 17 aprile 2013.
  2. Durante la trasmissione televisiva Servizio pubblico, La7, 27 marzo 2014; visibile su Globalist.it.
  3. Citato nella canzone Terra del fuoco dei Modena City Ramblers.
  4. Dalla trasmissione televisiva Annozero, Rai 2, 24 marzo 2011.
  5. Dalla trasmissione televisiva Rebus, Odeon, 1° febbraio 2007.
  6. Video dell'intervista

Bibliografia[modifica]

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