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Luigi Tansillo

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Luigi Tansillo

Luigi Tansillo (1510 – 1568), poeta italiano.

Citazioni di Luigi Tansillo[modifica]

  • Amor m'impenna l'ale, e tanto in alto | Le spiega l'animoso mio pensiero, | Che d' ora in ora sormontando, spero | Alle porte del ciel far nuovo assalto. | Temo qualor più guardo il vol tropp'alto, | Ond'ei mi sgrida e mi promette altero | Che se del nobil corso io cado e pero, | L'onor fia eterno, se mortale il salto. (da I due pellegrini[1])
  • Ch'i' cadrò morto a terra, ben m'accorgo: | ma qual vita pareggia al morir mio?[2]
  • Che fòra il veder Napoli coi fonti, | così nel sommo suo come nel basso! | Altro saria, ch'aver | marchesi e conti! (da Il podere)
  • Gonvien che sia del ceppó chi è del ramo.[3]
  • I ricchi, qualor vonno, | e con la vigilanza e con la borza, | ogni aspro scoglio fertile far ponno. | Onde tastar bisogna oltre la scorza | il terren ch'a veder voi sete addutto; | che sia | buon per natura e non per forza: | e quando anco sia tal, che per far frutto | non richieda molto oro, opra e fatica; | e questa parte grava a par del tutto. (da Il podere)
  • Ogni uom tre luoghi di fuggir si studi, | che son dannosi e disagiati et egri: | l'Acerra e Fuoragrotta e le Paludi. | Per quella polve e quegli orror sì negri, | s'io avessi ver' Cuma il mio podere, | io starei a non irvi gli anni integri. | Oltre ai danni ch'egli han da le galere, | i cui spirti dannati, a suon di ferro, | a sradicar le selve vanno a schiere; | svellon gli arbusti, non che l'orno e 'l cerro. | Sto talor nel balcon, sento le torme: | per non vedergli, o mi fo indietro, o 'l serro. (da Il podere)
  • Oh fortuna volubile e leggiera! | Appena vidi il Sol, che ne fui privo; | E al cominciar del dì giunse la sera. (dalle Poesie di metro vario, XIX)
  • Quante ceneri e polvi giaccion, forse, | per queste glebe seminate e sparse, | ch'eran donne leggiadre; ed, al fin corse, | fûr da la terra sfatte e dal foco arse; | e la lor fama qualche tempo corse | e in molte ragion vaga sì sparse; | ch'or, da le zappe vòlte e da aratri, | da figlie d'uom son fatte d'erbe matri! (da Quante ceneri e polvi...[4])
  • Quanto io ami Venosa; e quanto mentono coloro, che hanno detto talvolta, ch'io neghi lei patria mia, ed altre cose più maligne, e massimamente ora di fresco, per rubare e diminuire il premio e la lode, che merito ed attendo di questo servizio.[5]
  • Mio Padre a Nola, io a Venosa nacqui, | l'una origin mi diè, l'altra la cuna, | e che ne' versi miei talor non tacqui. | È nobil patria l'una e l'altra; e l'una | e l'altra un tempo fu possente e grande; | ma così regge il mondo la fortuna.[6]

Al Signor Viceré di Napoli[modifica]

Incipit[modifica]

Chi lascia il sentier vecchio, e il novo piglia,
(Dice il proverbio) se talor ritrova
Quel ch'ei non cerca non è maraviglia.
L'altrier vols'io, Signor, far cosa nova,
E l'usanza cangiar degli anni a dietro,
E questa novità poco mi giova.
Chiedeavi io grazia, ed otteneala in metro;
Or che v'ho scritto in prosa, io pur aspetto,
E quel che chiesi ancora non impetro.

Citazioni[modifica]

  • Non è vostro, ma mio, credo, il difetto; | che quando in prosa la mercé chiedea, | non seppi esprimer bene il mio concetto. | S'io non seppi narrar quel ch'io volea, | a cui toccava il fatto, in che manera | né voi né altri intender mi potea? (p. VIII)
  • Forse son io, sì come Ovidio era, | che non sapea parlar, se non in verso; | se ben parlava da mattina a sera. | Io rifiuto la prosa, e torno al verso, | torno a lo stil la penna, onde era tolta: | poi che noce la prosa, e giova il verso. (p. VIII)
  • S'io fossi un uomo ambizioso, avaro, | ingordo del denaro, e degli inchini, | che vi stesser le genti, avrei a caro. | Perché con questo impaccio, i cittadini | avrian di me bisogno: onde a mia voglia | ne caverei talor fasto, e quadrini. (p. IX)
  • Mio Padre a Nola, io a Venosa nacqui, | l'una origin mi diè, l'altra la cuna, | e che ne' versi miei talor non tacqui. | È nobil patria l'una e l'altra; e l'una | e l'altra un tempo fu possente e grande; | ma così regge il mondo la Fortuna. (p. XI-XII)
  • Io ebbi ardir raccomandarvi Nola, | che stava allor, come in catene servo: | ed ebbe alcun vigor la mia parola. (p. XII)

Le lagrime di s. Pietro[modifica]

Incipit[modifica]

E lagrime, i sospiri e le querele,
Che da gli occhi, e dal petto uscir di Piero,
Dappoi che al suo Signore poco fedele
S'avvide essersi mostro, e troppo fiero,
Io narro, acciò ch'el mio fallir crudele
Più sovente mi rieda nel pensiero;
E rimembrando quel, ch'io sempre fui
Piango le colpe mie col pianto altrui.

Citazioni[modifica]

  • Gran Duce, che con lingua, e con man vaglia, | e abbia incontro essercito possente, | iI giorno destinato alla battaglia | non usò mai tant'arte con sua gente; | perché l'ingegne avverse ardita assaglia, | perché aspiri alla vittoria ardente | come 'l Signor, più giorni anzi che pera, | cercò disporre, e inanimir sua schiera. (22, Canto primo)
  • Farete con le lingue maggior frutto | voi sulla terra, che non fece il Sóle | unqua co i raggi; e si vedrà per tutto | non men l'opre ammirar, che le parole. | Oserete partirvi il mondo tutto | tra voi poveri miei, sì come suole | vil famiglia partir picciol terreno, | dappoi che il vecchio padre venne meno. (32, Canto primo)

A Paolo Manuzio[modifica]

  • A Roma alla fontana di Trevi al giardino dell'Aragona, dove si stampan libri.
    Oltre l'esser io di natura inclinatissimo ad amar generalmente tutte le persone virtuose et di fama, et a stimar in altri quel che non è in me, questi nomi Aldo et Manutio sempre sono stati così cari et onorati appo me; onde in quanto la S. V. richiederà per suo comodo, non pur non mi sarà, sicome scrive, noja, ma molta satisfattione. Et essendo io in Napoli ne' giorni adietro per alcune mie bisogne, ho ringratiato il nostro Passero, che egli m' habbia procurato sì bel guadagno, come è l'amicitia vostra in atto, chè in animo già era, sì che commandi securamente, che sarà amorevolmente ubbidita. (Di Gaeta, a' 23 di febraio del 62)
  • Sig. Mio. La bontà della S. V. è pur troppo grande, poiché sotto titolo di gratitudine usa meco tanti officii et segni d'amorevolezza, li quali non sono altro, né hanno altra fonte d'onde derivare, che sua pura et mera cortesia. Sia quel che si voglia, io mi glorio et mi rallegro di questa nova amicitia (nova in quanto alle dimostrationi esteriori, chè nell'animo sempre l'hebbi), più che di cosa prospera, che di molti anni m'avenisse, et ne ringratierò sempre il Passero, et più nel ringratierei, s'egli mi desse altre occasioni di far servitio a V. S., poiché da me stesso non le ho. (Di Gajeta, a' 27 di aprile del 62.)
  • Quel ch' io vorei hora si è che V. S. impetrasse da Sua Santità la spedition d'un breve, del quale io mando la sostantia, o d'un tale simile, tal che ad un tempo stesso io venissi ad esser assoluto et honorato. Et questo si vorebbe trattar senza metter la cosa in riputatione. Ho tanta fede nella bontà vostra, et nella volontà che '1 papa vi tiene meritamente, che tengo certo che se V. S. medesma cerca questa gratia senza tante cerimonie, l'ottenerà, et tanto più impiegandosi in persona d'un homo da bene... (Di Gaieta, a' 23 di settembre del 62)

I due pellegrini[modifica]

Incipit[modifica]

FILAUTO: Già fi raddoppia il dì ch'io vò smarrito, | Mercè del piè, che mi conduce in via. | Dove vetigio human trova | Sapessi almen dove mi vada, o sia? | Ecco un che va solingo, e fuor di srada: | Forse di me il Ciel l'invia: | Pria che l'ombro fa notte qui m'invada | Vò dimandar s'albergo è di vicino | Dove le stanche membra à gittar vada. | Chiunque sei del loco; ò Peregrino, | Tu ch'il piè movi si pensoso, e vago. Quelche cerchi, t'apporti il tuo destino.
ALCINO: Apportimi, che vuol, ch'io sol m'appago | Col pianger mio; ne mi potrà far lieto | Quanto in mill'anni volge l'aureo Tago.
FILAUTO: Lasso onde sei si mesto e inquieto ? | Huom più miser di me non vide il Sole. | Pur con l'altrui parlar spesso m'acqueto.
ALCINO: Deh per Dio non voler con tue parole | Al mio soverchio duol porgere aumento, | Basti ch'il soffro, e non sia men che sole.

Citazioni[modifica]

  • ALCINO: Peregrino son io come tu sei | Ch'abborrendo Città di patrie genti | Trapasso di mia vita i giorni rei.
  • FILAUTO: Così cieco son io; | Poiché l'almo Sol mio qui non riluce: | Ma di sue nove luci ha il Cielo adorno | Facendo il breve giorno eterna notte...

La balia[modifica]

Incipit[modifica]

Donne ben nate, i cui bei colli preme | Quel santissimo giogo d'Imeneo, | Onde buon frutto spera ogni uman seme; | Se già mai vede io desiai d'Orfeo,(Com'uom che in cor di fera pietà, brami) Mentre prigion di donna Amor mi feo ; Oggi, bench'io sia fuor di quei legami, Più che mai desiarla mi bisogna: Ch'esser, Donne, non può, ch'io pur non ami | Amo, ma d'uno amor, che non agogna | Cosa di reo; ne m'arde di desìo | Che porti pentimento, né vergogna.
The Nurse | Accomplish'd Dames, whose soft consenting minds | The rosy chain of willing Hymen binds! | If e'er one prouder wish my bosom felt | By magic strains the list'ning soul to melt, | (Mov'd by such strains the woodlands Orpheus drew) | That wish inspires me whilst I sing to you. | —What tho' the pleasing bonds no more I prove, | I own your charms, nor e'er shall cease to love ; | Not with such love as feeds a wanton flame, | —Attended close by penitence and shame!

Citazioni[modifica]

  • Che porti Donna nove mesi, o diece | In ventre il parto; e poiché a luce è tratto, | Lo schifi, ed altra prendalo in sua vece. | Quando io penso a sì crudo, orribil atto; E che dai più miglior più s' abbia in uso, | Ne son per divenir rabbioso, o matto.
    (p. 8)
  • Che al proprio figlio il petto altrui procacci | E'l suo gli chiuda e mandilo in disparte, | Par, che'n pensarvi il sangue mi si agghiacci. (p. 10)
  • Non fan pianeti prosperi, od avversi, | Ma il latte, l'alimento lor primiero, | Che può far buoni gli animi, e perversi. (p. 48)

Explicit[modifica]

—So non ti parr'ia veder Febo, ed Amore | Poppar sua Madre; e 'l bel bambin non latte | Ivi ber, ma virtù, senno, e valore? Donne illustri, e da Dio per norma fatte | Dell'altre Donne; la cui luce splende | Sovra quante 'l sol fere, e l'onda batte; | Poiché il riposo, e l'onor nostro pende | Dai figli (quai si sieno) di voi altre; | Se d'allattarli voi vi si contende, | Almeno in cercar Balie siate scaltre.

[Luigi Tansillo, The Nurse (La balia), traduzione di William Roscoe, The Third Edition, Printed by J. M'Creery, for Cadell and Davis, Liverpool 1804]

Citazioni su Luigi Tansillo[modifica]

  • Il Tansillo, vissuto da fanciullo a corte, aveva conservato il pudore; cosa difficile sempre, difficilissima e quasi impossibile in quell'età di poeti cortigiani e scrocconi. Ed è bello il vedere il nostro poeta resistere alle tentazioni, ed ai suggerimenti di quello Pietro Bacci, che i contemporanei non si vergognarono di chiamare il divino; e di scusarsi quasi del non sapersi acconciare alla turpe usanza della scrocconeria. (Francesco Fiorentino)
  • Le Rime pur risentendo l'efficacia della lirica petrarchesca, sono tra le più inspirate e le più sincere del tempo. (Vittorio Turri)

Note[modifica]

  1. Citato in Luigi Settembrini, Lezioni di letteratura italiana, vol. 2, Stabilimento Tipografico Ghio, Napoli, 1868.
  2. Citato in Giordano Bruno, De gli eroici furori, parte I, dialogo III.
  3. Citato da Scipione Maffei in prefazione a Teatro del signor marchese Scipione Maffei, Alberto Tumermani Librajo, 1730.
  4. Citato in I capolavori della poesia italiana, a cura di Guido Davico Bonino, CDE, 1972.
  5. Da una lettera al Magistrato di Venosa, citato in Francesco Fiorentino, Poesie edite ed inedite di Luigi Tansillo, Editore Domenico Morano, Napoli.
  6. Citato in Carlo Antonio de Rosa, Ritratti poetici di uomini di lettere del regno di Napoli, stamperia e cartiera del Fibreno, Napoli 1834.

Bibliografia[modifica]

  • Luigi Tansillo, Le lagrime di s. Pietro, con note di Lucrezia Marinella, Tommaso Costo e Barezzo Barezzi, Francesco Piacentini, Venezia, 1738.
  • Luigi Tansillo, in Lettere inedite di dotti italiani del secolo XVI: tratte dagli autografi della Biblioteca Ambrosiana a cura di Antonio Ceruti, Boinardi-Pogliani di Ermenegildo Besozzi, Milano, 1856.
  • Luigi Tansillo, Al Signor Viceré di Napoli, in Francesco Fiorentino, Poesie edite ed inedite di Luigi Tansillo, Editore Domenico Morano, Napoli.
  • Luigi Tansillo, I due pellegrini, Lazzaro Scoriggio, Napoli, 1631.

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