João Guimarães Rosa

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João Guimarães Rosa

João Guimarães Rosa (1908 – 1967), scrittore brasiliano.

Grande Sertão[modifica]

Incipit[modifica]

"Nonnulla. I colpi che vossignoria ha sentito non erano di rissa di uomini, no, Dio ne guardi. Ho sparato contro un albero, dietro casa, dalla parte del torrente. Per esercizio. Lo faccio tutti i giorni, mi piace; fin da quando ero appena un ragazzo. E lì, sono venuti a chiamarmi. Per via di un vitello: un vitello bianco, erratico, gli occhi che manco un cristiano – che era apparso; e con faccia di cane. Cosí m'hanno detto; io non l'ho voluto vedere.

Citazioni[modifica]

  • Solo che una domanda, al momento giusto, a volte, chiarisce la ragione e ci dà pace.
  • In tutta la mia vita ho sempre pensato di testa mia, indipendente, sono nato diverso.
  • Una cosa è dare un ordine alle idee, altra è l'aver a che fare con un paese di persone, di carne e sangue, di mille-e-tante miserie... Tanta gente – dà spavento a pensarci – e nessuno sta tranquillo: tutti nascono, crescono, si sposano, vogliono sistemazione d'impiego, cibo, salute, ricchezza, essere importanti, vogliono pioggia e buoni affari...
  • E l'anima, che è? L'anima deve essere una cosa interna supremata, molto più del di dentro, ed è soltanto, di quel che uno possa pensare: ah, anima assoluta! Decidere di vendere l'anima è temerità oziosa, immaginazione momentanea, non ha obbedienza legale.
  • Il male che nella mia vita apprestai, fu in una certa fanciullezza di sogni – tutto corre e arriva così rapido –; ci sarà davvero un lume di responsabilità? Si sogna; e già si è fatto...
  • Il corpo non traduce, ma molto sa, indovina se non intende.
  • E lui sospirava d'odio, come se fosse d'amore; ma, quanto al resto, non si alterava. Così grande era quell'odio, che non poteva aumentare: finiva per essere un odio calmo. Odio con pazienza.
  • La gente vuole il Cielo perché vuole una fine.
  • Come non c'è Dio?! Esistendo Dio, tutto dà speranza: sempre è possibile un miracolo, il mondo si risolve. Ma, se non c'è Dio, poveri noi perduti nell'andirivieni, e la vita è stupida. È il pericolo sempre aperto nelle grandi e nelle piccole ore, guai a non stare attenti – è stare sempre in guardia contro ogni eventualità. Essendoci Dio, è meno grave distrarsi un poco, perché alla fine tutto si assesta. Ma, se non c'è Dio, allora la gente non si può permettere proprio niente! Perché esiste il dolore. E la vita dell'uomo è imprigionata in un cantone.
  • Qual è il cammino certo della gente? Non in avanti, né indietro: solo verso l'alto. Oppure, fermarsi nella quiete breve. Come fanno gli animali.
  • Vendicare [...] è leccare, freddo, quel che un altro ha cucinato troppo caldo.
  • Sono nato per non trovare nessun uomo con i miei gusti.
  • Quel che induce la gente a cattive azioni strane, è che uno si trova vicino a quel che è suo, di diritto, e non lo sa, non lo sa, non lo sa!
  • Lottare per il perfetto, produce errori contro la gente.
  • Ogni nostalgia è una specie di vecchiaia.
  • Il reale non si trova né alla partenza, né all'arrivo: si dispone per la gente nel mezzo della traversia.
  • La gente viene dall'inferno.
  • Chi diffida, si fa savio.
  • Finché si ha paura, arrivo a credere che non si può coltivare un buon rimorso, non è possibile.
  • Quando si è in due, è più garantito darsela a bere, l'etcetera del tradimento non insuffla scrupoli, ed è così per qualsiasi crimine, non perturba: come il lupo mannaro cambia la pelle.
  • Quel che più può nella gente è la forza brutta della sofferenza, non la qualità del sofferente.
  • Pensar male è facile, perché questa vita è impantanata. La gente vive, credo, proprio per disilludersi e sceverare. La svergognataggine regna, così sottile e sottilmente infiltrata, che in principio non si crede nella sincerità senza cattiveria.
  • Il cuore della gente – un buio, le tenebre.
  • L'uomo? È una cosa che trema.
  • Io sono stato sempre un fuggitivo. Sono fuggito perfino dalla necessità della fuga.

Incipit di alcune opere[modifica]

Buritì[modifica]

Dopo molta nostalgia e parecchio tempo, Miguel ritornava in quel luogo, la fazenda del Buritì Bom, fuori mano, lontana. Delle persone di là, da un anno, non aveva notizie; adesso, frattanto, desiderava che l'accogliessero di cuore. Non ne era sicuro. Era un estraneo; seguitava ad essere un estraneo o era tornato a essere un estraneo? Almeno riuscissero a riceverlo con allegria superiore alla sorpresa. Ma, per lui, il riavvicinarsi a quel luogo era forse come cambiare il ripensato controcorso di un dubbio, per la comoda piccola pazzia che il destino vuole. Gli sembrava.

Le sponde dell'allegria[modifica]

Questa è la storia. Andava un bambino, con gli Zii, a passare dei giorni nel luogo in cui si costruiva la grande città. Era un viaggio inventato nel felice; per lui, si svolgeva in circostanza di sogno. Uscivano ancora col buio, l'aria fine di odori sconosciuti. La Madre e il Padre lo accompagnavano all'aeroporto. La Zia e lo Zio lo prendevano in consegna, convenientemente. Ci si sorrideva, ci si salutava, tutti si ascoltavano e parlavano. L'aereo era della Compagnia, speciale, a quattro posti. Gli rispondevano a tutte le domande, perfino il pilota chiacchierò con lui. Il volo sarebbe durato poco più di due ore. Il bambino fremeva dall'eccitazione, contento da ridersela tra sé, languidamente, con un'aria di foglia che cade. La vita poteva a volte risplendere in una verità straordinaria.

Miguilim[modifica]

Un certo Miguilim viveva con la madre, il padre e i fratelli, lontano, assai lontano di qui, molto più in là della Vereda-della-Gallinella-d'Acqua, e di altre veredas senza nome o poco conosciute, in un punto remoto, nel Mutùm. In mezzo ai Campos Gerais, ma in un avvallamento in zona di foreste, terra nera, alle falde delle montagne. Miguilim aveva otto anni. Quando ne aveva compiuti sette, si era allontanato di lì per la prima volta: lo zio Terêz l'aveva portato a cavallo, sul davanti della sella, perché fosse cresimato a Sucurijù, dove passava il vescovo. Del viaggio, che durò vari giorni, <miguilim aveva conservato intontiti ricordi, che si confondevano nella sua testolina. Di una cosa, non poteva dimenticarsi: qualcuno, che era stato nel Mutùm, aveva detto: "È un bel posto, tra i monti, con molte petraie e molta foresta, fuori di mano; e ci piove sempre..."

Mio zio il giaguaro[modifica]

«Uhm? Eh-eh... sì. Gnorsì. An-han, volete entrare, potete entrare... Uhm, uhm. Voi sapevate che abito qui? Com'è che lo sapevate? Uhm-uhm... Eh. Gnornò, tst... Il cavallo vostro è solo questo? Hi! Il cavallo è zoppo, stremato. Vale più nulla. Puh... va bene. Uhm, uhm. Avete intravisto questo mio fuocherello da lontano? Sì. Ecco. Entrate, potete stare qui.
Han-han. Questa non è una casa... Sì. Dovrebbe. Credo. Non sono un fazendeiro, sono uno che ci abita... Eh, manco questo sono. Io? Dappertutto. Sto qui, sloggio quando voglio io. Sì. Qui dormo. Uhm. Che? Siete voi che lo dite. Gnornò... State andando o tornando?

Sagarana[modifica]

Era un asinello bigio picchiettato, minuto e rassegnato, veniva da Passa-Tempo, Conceiçao do Serro o non so dove nel sertao. Si chiamava Settebello, e ai suoi tempi era stato un campione come non ce n'era un altro, né mai ci potrà essere.

Una storia d'amore[modifica]

Ci sarebbe stata la festa. In quel luogo – neppure una fazenda, poco più di un centro di raccolta di bestiame, un gruppo di stabbi, povero e nuovo lì tra il Fiume e la Serra dei Gerais, dove l'odore dei buoi appena cominciava a correggere l'aria aspra delle erbe e degli alberi della macchia, e, nei boschi, le grandi scimmie roncavano come molazze di legno quando macinano. Ma, per i pochi abitanti, e così per la gente dei dintorni, che viveva nelle veredas e nei pianori, sarebbe stata proprio una festa. Nella Samarra.

Bibliografia[modifica]

  • Joao Guimaraes Rosa, Buritì, traduzione di Edoardo Bizzarri, Feltrinelli, Milano, 1985. ISBN 8807050323
  • João Guimarães Rosa, Grande Sertão, a cura di Luciana Stegagno Picchio, traduzione di Edoardo Bizzarri, Feltrinelli, Milano, 20039.
  • Joao Guimaraes Rosa, Le sponde dell'allegria, traduzione di Giulia Lanciani, SEI, Torino, 1988. ISBN 8805038679
  • Joao Guimaraes Rosa, Miguilim, traduzione di Edoardo Bizzarri, Feltrinelli, Milano, 1987. ISBN 8807050137
  • Joao Guimaraes Rosa, Mio zio il giaguaro, traduzione di Roberto Mulinacci, Guanda, Parma, 1999. ISBN 8882461025
  • Joao Guimaraes Rosa, Sagarana, traduzione di Silvia La Regina, Feltrinelli, Milano, 1994. ISBN 880701467X
  • Joao Guimaraes Rosa, Una storia d'amore, traduzione di Edoardo Bizzarri, Feltrinelli, Milano, 1989. ISBN 8807810654

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