John Locke

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John Locke

John Locke (1632 – 1704), filosofo britannico.

Citazioni di John Locke[modifica]

  • Il fine del diritto non è abolire o vietare, ma conservare e ampliare la libertà.[1]
  • Il prezzo di ogni merce aumenta o cala in base alla proporzione tra il numero dei compratori e dei venditori... [questa regola] si applica universalmente a tutte le cose che devono essere acquistate o vendute.[2]
  • Il raffinamento dell'intelletto ha due fini: in primo luogo accrescere la nostra conoscenza, secondariamente permetterci di diffondere questa conoscenza agli altri.[3]
  • In tutti gli Stati di uomini capaci di legiferare, dove non c'è legge, non esiste libertà.
For in all the states of created beings, capable of laws, where there is no law there is no freedom.[4]
  • L'unica difesa contro il mondo è conoscerlo bene.[5]
  • Le leggi non vegliano sulla verità delle opinioni ma sulla sicurezza e l'integrità di ciascuno e dello Stato.[6]
  • Mi sembra quasi una contraddizione dire che ci sono verità impresse nell'anima che essa non percepisce o comprende.[7]
  • Nessuno nasce membro di una Chiesa, altrimenti la religione del padre e degli avi perverrebbe a ogni uomo per diritto ereditario, insieme con le proprietà, e ciascuno dovrebbe la propria fede ai propri natali: non si può pensare nulla di più assurdo di questo.[8]
  • Non c'è niente nella mente che non sia stato prima nei sensi.[9]

Saggio sull'intelletto umano[modifica]

  • Le opinioni nuove sono sempre sospette e solitamente contrastate, senza altra ragione che quella di non essere ancora comuni. (Al molto onorevole signore Tommaso, conte di Pembroke e Montgomery, p. 44)
  • Se consideriamo attentamente i neonati, avremo poca ragione di credere che essi portino con sé molte idee venendo al mondo. (libro I, cap. III, § 2, p. 110)
  • Supponiamo dunque che lo spirito sia per così dire un foglio bianco, privo di ogni carattere, senza alcuna idea. In che modo verrà ad esserne fornito? (libro II, cap. I, § 2, p. 133)
  • La coscienza è la percezione di ciò che accade nello spirito proprio dell'uomo. Può un altro uomo percepire che io sono conscio di qualcosa, quando io stesso non la percepisco? Per nessun uomo la conoscenza, in questa faccenda, può andare al di là della propria esperienza. (libro II, cap. II, § 19, p. 145)
  • Un uomo che, a causa di un attacco violento di gotta negli arti, si trova liberato da un peso nella testa o da una mancanza di appetito nello stomaco, desidera di essere allegerito anche del dolore ai piedi o alle mani (giacché, dovunque c'è dolore, c'è desiderio di liberarsi); tuttavia, poiché sa che la rimozione del dolore può trasportare l'umore nocivo ad una parte più vitale, la sua volontà non si determina ad un'azione che può servire ad allontanare questo dolore. (libro II, cap. XI, § 30, p. 297)
  • Poiché è la stessa coscienza che fa sì che un uomo sia se stesso per se stesso, l'identità personale dipende proprio e solamente da questa, sia essa connessa ad una sostanza individuale sia che possa continuarsi in una successione di varie sostanze. Infatti, nella misura in cui un essere intelligente può ripetere l'idea di un'azione passata con la stessa coscienza che ne aveva in principio e con la stessa coscienza che ha adesso di qualsiasi azione presente, in questa misura si tratta dello stesso io personale. Giacché solo per mezzo della coscienza che ha dei propri pensieri e azioni presenti, l'io è ora un io per se stesso, e così sarà lo stesso finché la stessa coscienza può estendersi ad azioni passate o a venire. E la distanza di tempo o il cambiamento di sostanza non ne farebbero due persone più di quanto un uomo diventerebbe due uomini portando oggi vestiti diversi da quelli che portava ieri, con un sonno lungo o breve nel mezzo: è la stessa coscienza che unisce le azioni distanti nella stessa persona, qualunque siano le sostanze che hanno contribuito alla loro produzione. (libro II, cap. XXVII, § 12, p. 396)
  • Su questa identità personale è fondato tutto il diritto e la giustizia della ricompensa e del castigo. (libro II, cap. XXVII, § 20, p. 402)
  • Persona, a quanto pare, è dunque il nome di questo io. Ovunque un uomo trovi ciò che egli chiama se stesso, lì, credo, un altro può dire che si trova la stessa persona. È un termine forense, che attribuisce le azioni e i loro meriti, e così appartiene solamente ad agenti intelligenti, capaci di una legge nonché di felicità e d'infelicità. (libro II, cap. XXVII, § 28, p. 407)
  • I confini delle specie mediante le quali gli uomini li classificano, sono fatti dagli uomini (libro III, cap. VI, § 37, p. 538)
  • Una cosa è mostrare a un uomo che è in errore, un'altra è porlo in possesso della verità. (libro IV, cap. VII, § 11, p. 688)
  • Abbiamo la conoscenza della nostra propria esistenza per intuizione; dell’esistenza di Dio per dimostrazione e delle altre cose per sensazione. (libro IV, cap. IX, § 2, p. 706)

Citazioni su John Locke[modifica]

  • Che legame sussiste tra la sua teorizzazione della schiavitù nelle colonie e la tratta e la tragedia dei neri, quella che gli odierni militanti afroamericani amano definire Black Holocaust? È un problema che tanto più s'impone per il fatto che, alla fine del Seicento, sui corpi di non pochi schiavi neri veniva impresso il marchio RAC, le lettere iniziali della Royal African Company, di cui Locke era azionista. (Domenico Losurdo)
  • Colui che comprende il babbuino farebbe di più per la Metafisica di quello che fa Locke. (Charles Darwin)
  • Io temo che in alcuni paesi la filosofia del Locke abbia una cattivissima reputazione, e si riguardi come contraria alla religione, e il dirsi uno lockista sia come dirsi ateo. (Francesco Maria Zanotti)
  • Per Locke le questioni dell'identità individuale avevano strettamente a che fare con la responsabilità morale. Egli credeva che Dio avrebbe punito le persone solo se erano in grado di ricordare i crimini che avevano commesso. Uno che non ricordava più di aver commesso un crimine non doveva essere considerato la stessa persona che l'aveva commesso. (Nigel Warburton)

Note[modifica]

  1. Da Secondo trattato sul governo. Citato in Come funziona la filosofia, a cura di Marcus Weeks, traduzione di Daniele Ballarini, Gribaudo, 2020, p. 171. ISBN 9788858025598
  2. Citato in AA.VV., Il libro dell'economia, traduzione di Olga Amagliani e Martina Dominici, Gribaudo, 2018, p. 113. ISBN 9788858014158
  3. Da Some thoughts concerning reading and study for a gentleman. – John Locke, The Works, vol. 2, An Essay concerning Human Understanding, part 2 and Other Writings (1689).
  4. Da Second Treatise of Government, Cap. VI, par. 57.
  5. Da Pensieri sull'educazione; citato in Elena Spagnol, Enciclopedia delle citazioni, Garzanti, Milano, 2009. ISBN 9788811504894
  6. Da Lettera sulla tolleranza, 1689.
  7. Citato in AA.VV., Il libro della filosofia, traduzione di Daniele Ballarini e Anna Carbone, Gribaudo, 2018, p. 132. ISBN 9788858014165
  8. Da Lettera sulla tolleranza. Citato in Raffaele Carcano, Adele Orioli, Uscire dal gregge, Luca Sossella editore, 2008, p. 191. ISBN 9788889829646
  9. Citato in AA.VV., Il libro della filosofia, traduzione di Daniele Ballarini e Anna Carbone, Gribaudo, 2018, p. 63. ISBN 9788858014165

Bibliografia[modifica]

  • John Locke, Saggio sull'intelletto umano, traduzione di Marian e Nicola Abbagnano, UTET, Torino, 1971.

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