Domenico Losurdo

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Domenico Losurdo

Domenico Losurdo (1941 – vivente), filosofo italiano.

Citazioni di Domenico Losurdo[modifica]

  • [...] che legame sussiste tra la sua [di Locke] teorizzazione della schiavitù nelle colonie e la tratta e la tragedia dei neri, quella che gli odierni militanti afroamericani amano definire Black Holocaust? È un problema che tanto più s'impone per il fatto che, alla fine del Seicento, sui corpi di non pochi schiavi neri veniva impresso il marchio RAC, le lettere iniziali della Royal African Company, di cui Locke era azionista. (da Dalla teoria della dittatura del proletariato al gulag?, in Manifesto del partito comunista, traduzione e introduzione di Domenico Losurdo, Editori Laterza, Bari 2003, p. XL).

Controstoria del liberalismo[modifica]

  • La colonizzazione dell'Irlanda, con tutti i suoi orrori, è il modello della successiva colonizzazione del Nord America. (cap. I, 6, p. 21)
  • Non si tratta neppure del ritorno della schiavitù propria dell'antichità classica. Certo, già a Roma la schiavitù-merce aveva conosciuto un'ampia diffusione. E, tuttavia, lo schiavo poteva ragionevolmente sperare che, se non lui stesso, i figli o i nipoti avrebbero potuto conquistare la libertà e perfino una posizione sociale eminente. Ora, invece, la sua sorte si configura sempre più come una gabbia dalla quale è impossibile evadere. Nella prima metà del Settecento, numerose colonie inglesi in America varano norme che rendono sempre più difficile l'emancipazione degli schiavi. (cap. I, 8, p. 34)
  • [In Locke] la categoria del contratto può servire a spiegare solo la figura del servant, mentre lo schiavo è tale in conseguenza del diritto di guerra (più esattamente della guerra giusta di cui sono protagonisti gli europei impegnati nelle conquiste coloniali), ovvero di una «manifesta dichiarazione» divina. (cap. II, 3, p. 45)
  • Possiamo allora giungere alla conclusione che, anche a voler fare astrazione dalle colonie nel loro complesso (compresa l'Irlanda), nella stessa Inghilterra il godimento pieno di una sfera privata di libertà garantita dalla legge – la «libertà moderna» o «negativa» di cui parlano rispettivamente Constant e Berlin – è il privilegio di una ristretta minoranza. La massa è sottoposta a una regolamentazione e a una coazione che vanno ben al di là del luogo di lavoro (o del luogo di punizione che sono sì le carceri, ma anche le case di lavoro e l'esercito). [...] Ora, più ancora che il disciplinamento di operai e vagabondi, come in Locke e Mandeville, il problema è l'ottundimento della coscienza e della sofferenza dell'affamato in generale. Ferma resta tuttavia la tendenza a governare l'esistenza delle classi popolari anche nei suoi aspetti più minuti. Il riferimento all'oppio aggiunge semmai un tocco di cinismo. (cap. III, 8, pp. 86-87)
  • Ma basta un piccolo mutamento di prospettiva per vedere i codici in una luce diversa: paradossalmente essi miravano a disciplinare i bianchi. Non era al negro ma principalmente al bianco che la legge diceva cosa egli doveva fare; i codici erano per gli occhi e le orecchie dei proprietari di schiavi (talvolta la legge esigeva che i codici fossero pubblicati sui giornali e letti dagli ecclesiastici alle loro congregazioni). Era al bianco che si richiedeva di punire i suoi schiavi fuggiaschi, di prevenire l'assembramento di schiavi, di far rispettare il coprifuoco, di sedere nelle corti speciali e di partecipare al pattugliamento. (cap. IV, 2, pp. 100-101)
  • La tentazione eugenetica attraversa in profondità la tradizione liberale. Non a caso, la disciplina che prende questo nome conosce il suo battesimo in Gran Bretagna e gode poi di una straordinaria fortuna negli Stati Uniti. (cap. IV, 6, p. 116)
  • E cioè, la «democrazia per il popolo dei signori» può anche andare oltre e configurarsi come socialismo per il «popolo dei signori», mentre a definire il radicalismo è per l'appunto la polemica contro la pretesa di un determinato gruppo etnico o sociale ad atteggiarsi a «popolo dei signori». (interpretando Arendt, 1986: cap. V, 16, p. 179)
  • Sono per l'appunto la drastica restrizione del politico e la conseguente esclusione dal suo ambito proprio della dimensione più profonda della totalità sociale a suscitare le critiche di Marx. Dal punto di vista della società e della teoria politica borghese – egli osserva già negli scritti giovanili – i rapporti sociali «hanno soltanto un significato privato, nessun significato politico». Nella sua forma più sviluppata, lo Stato borghese si limita «a chiudere gli occhi e a dichiarare che certe opposizioni reali non hanno carattere politico, che esse non gli danno noia». Una volta considerati privi di rilevanza politica, i rapporti borghesi sociali e di potere nella fabbrica e nella società possono svilupparsi senza impacci o impedimenti esterni. (cap. VI, 6, pp. 194-5)
  • Si verifica però un fenomeno paradossale. Mentre da un lato coltiva nostalgie pre-moderne, dall'altro il liberalismo contrasta il movimento impegnato nella rivendicazione dei diritti politici e di quelli economici e sociali, accusandolo di sostanziale incapacità a comprendere e ad accettare la modernità. (cap. VI, 9, p. 204)
  • Una vena socialdarwinistica attraversa il pensiero liberale fin dai suoi inizi. Sono eloquenti gli argomenti con cui, nell'Inghilterra della seconda metà del Settecento, Joseph Townsend polemizza contro ogni tentativo di introdurre una legislazione a favore dei poveri: essa finirebbe soltanto col distruggere l'equilibrio della natura, cancellando la «pressione pacifica, silenziosa, incessante della fame» e favorendo la crescita di una sovrappopolazione oziosa e ridondante. [...] Fin dagli inizi, la tendenza a naturalizzare il conflitto sociale e a presentare la ricchezza e il potere delle classi dominanti come espressione di un'immutabile legge naturale (in questo senso Burke parla di «aristocrazia naturale», consacrata dalla «Natura») comporta un elemento socialdarwinistico ante litteram. (cap. VI, 11, p. 212)
  • Benché il vasto paese fosse abitato da numerose tribù d'indigeni, si può affermare a ragione che al momento della scoperta esso non era che un deserto. Gli indiani lo occupavano, ma non lo possedevano, poiché solo con l'agricoltura l'uomo si appropria del suolo e i primi abitatori dell'America del Nord vivevano dei prodotti della caccia.
    Già per Locke, a fondare il diritto di proprietà può essere solo il lavoro, di cui risulta incapace un popolo dedito esclusivamente alla caccia. (cap. VII, 5, p. 228)
  • Resta fermo che il termine «liberale» nasce da un'auto-designazione orgogliosa, che ha al tempo stesso una connotazione politica, sociale e perfino etnica. Siamo in presenza di un movimento e di un partito che intendono chiamare a raccolta le persone fornite di un'«educazione liberale» e autenticamente libere, ovvero il popolo che ha il privilegio di essere libero, la «razza eletta» – per dirla con Burke –, la «nazione nelle cui vene circola il sangue della libertà». Tutto ciò non è stupefacente. Come è stato chiarito da eminenti studiosi delle lingue indoeuropee, «liberi» è una «nozione collettiva», è un segno di distinzione che compete ai «ben nati» e solo a loro. Proprio per questo, al di fuori della comunità dei liberi e dei ben nati, la servitù o la schiavitù non solo non è esclusa ma è perfino presupposta. Agli occhi di Cicerone, alla testa dei liberi populi è Roma, che pure procede alla schiavizzazione in massa dei popoli sconfitti e considerati indegni della libertà. In modo analogo, nell'Inghilterra liberale del XVIII secolo, una canzone divenuta assai popolare (Rule Britannia) così inneggia all'impero che ha da poco strappato alla Spagna l'asiento, il monopolio della tratta dei neri: «Questo fu il suo privilegio divino, / che gli angeli cantarono in coro: / Oh Britannia, comanda alle onde, / Mai gli inglesi saranno schiavi». (cap. VIII, 1, p. 242)
  • Fin dagli inizi l'auto-proclamazione della comunità dei liberi avverte a bisogno di far ricorso a miti genealogici che diano un fondamento a questo gesto di distinzione. [1] (cap. VIII, 9, p. 264)
  • Inserite in questo contesto storico e teorico, possiamo comprendere due svolte importanti che si verificano nel corso della tradizione liberale. Sappiamo che, inizialmente, la dicotomia liberali/servili ha una forte connotazione sociale ed etnica; questa connotazione tende ad attenuarsi, quanto più significative diventano le concessioni che la comunità dei liberi si vede costretta a fare. Si comprende allora il tentativo di certi settori del movimento liberale di discernere tra liberalismo e liberismo, e di prendere così le distanze da quei settori (liberisti) che, gridando allo scandalo per ogni intervento dello Stato in ambito economico-sociale, si rifiutano di mettere in discussione i rapporti di dominio e di oppressione presenti all'interno della società civile, della «sfera privata». (cap. VIII, 12, p. 278)
  • Assai ingenua si rivela sul piano filosofico la celebrazione della spontaneità del mercato, come se la sua configurazione storicamente determinata non fosse il risultato dell'azione politica! Per secoli il mercato dell'Occidente liberale ha comportato la presenza della schiavitù-merce e la compravendita di servi bianchi a contratto. Persino la linea di confine, che separa merci da un lato e figura dell'acquirente/venditore dall'altro, è il risultato di interventi politici e addirittura militari, per secoli aborriti quali sinonimo di artificioso e violento costruttivismo. (p. 280)
  • Più che mai lanciati nell'espansione coloniale e più che mai abbagliati dall'idea della missione di libertà che si attribuiscono in concorrenza l'uno con l'altro, fra Otto e Novecento i diversi centri nazionali della comunità dei liberi risultano muoversi in rotta di collisione. È in questo contesto che possiamo collocare il terzo grande conflitto nella storia del liberalismo, quello che, a partire dalla prima guerra mondiale, vede contrapporsi in particolare da un lato l'Inghilterra (e gli Stati Uniti), dall'altro la Germania, la più recente e ambiziosa recluta della comunità dei liberi, che già alla fine dell'Ottocento ha cominciato ad accarezzare anch'essa l'idea di un impero per la libertà, mettendosi alla testa della crociata per l'abolizione della schiavitù nelle colonie. (cap. VIII, 16, p. 291)
  • Nel complesso la storia delle colonie inglesi in America e poi degli Stati Uniti – sono dunque coinvolti, in diversa misura, entrambi i paesi classici della tradizione liberale –, più che con le categorie di antistatalismo e individualismo, può essere spiegata con la complessità del processo di costruzione e tutela dello spazio sacro. (cap. IX, 1, p. 297)
  • Prima del 1776, promulgando i regolamenti che restringono l'espansione geografica dei coloni al di là degli Appalachi, le autorità britanniche si alienano i ricchi proprietari di piantagioni, i mercanti con investimenti speculativi nei territori dell'Ovest, così come gli agricoltori meno agiati, che sperano in un nuovo inizio, a buon mercato, sulle terre vergini [...]. Nel 1860-61, allorché l'amministrazione repubblicana da poco eletta promette di proibire l'ulteriore espansione ad Ovest della schiavitù, la risposta della maggior parte dei bianchi del Sud è un'altra rivoluzione per l'autonomia politica. (cap. IX, 3, p. 303)
  • Ai suoi inizi, il liberalismo esprime l'autocoscienza di una classe di proprietari di schiavi o di servi, che si va formando mentre il sistema capitalistico comincia a emergere e ad affermarsi grazie anche a quelle pratiche spietate di espropriazione e oppressione messe in atto nella metropoli e soprattutto nelle colonie e da Marx descritte quale «accumulazione capitalistica originaria». Contro il dispotismo monarchico e il potere centrale questa classe rivendica l'autogoverno e il godimento tranquillo della sua proprietà (compresa quella in schiavi e servi), il tutto all'insegna del governo della legge, del rule of law. Possiamo allora dire che quella liberale è la tradizione di pensiero che con più rigore ha circoscritto un ristretto spazio sacro nell'ambito del quale vigono le regole della limitazione del potere; è una tradizione di pensiero caratterizzata, più che dalla celebrazione della libertà o dell'individuo, dalla celebrazione di quella comunità degli individui liberi che definisce lo spazio sacro.
    Non a caso, i paesi classici della tradizione liberale sono quelli in cui, attraverso il puritanesimo, più profondamente ha agito l'Antico Testamento. Ciò vale già per la rivoluzione olandese o, perlomeno, per i boeri di origine olandese, che si identificano col «popolo eletto». E vale a maggior ragione per l'Inghilterra: a partire soprattutto dalla Riforma, gli inglesi si considerano la nuova Israele, «il popolo investito dall'Onnipotente d'una missione al tempo stesso particolare e universale». Questa ideologia e questa coscienza missionaria si diffondono, ulteriormente enfatizzate, al di là dell'Atlantico. Basti pensare a Jefferson, il quale propone che lo stemma degli Stati Uniti rappresenti i figli di Israele guidati da un fascio di luce. E di nuovo si fa sentire in tutta la sua radicalità la distinzione tra spazio sacro e spazio profano. (cap. IX, 4, p. 305)
  • Giungiamo così a un risultato paradossale, almeno rispetto all'ideologia dominante. L'Occidente è al tempo stesso la cultura che con maggior rigore ed efficacia teorizza e pratica la limitazione del potere, e che con più successo e su scala più larga si è impegnata nello sviluppo della chattel slavery, l'istituto che implica il totale dispiegamento del potere del padrone sugli schiavi ridotti a merce e «natura». E tale paradosso si manifesta in modo particolarmente clamoroso proprio nei paesi di più consolidata tradizione liberale. (cap. IX, 4, p. 306)
  • Per tanto tempo la grande cultura europea aveva guardato con curiosità e interesse alla Cina: dov'erano le guerre di religione che insanguinavano l'Europa? Esse erano impedite da una religione che rifuggiva dal mistero e dal dogma, risolvendosi nell'etica. Per i philosophes era più facile riconoscersi nei mandarini che non nel clero cattolico o nei pastori protestanti. L'importanza del ruolo svolto da un ceto di intellettuali laici nel grande paese asiatico era confermata dal fatto che là le più alte cariche dell'amministrazione erano spesso assegnate mediante concorso pubblico piuttosto che essere appannaggio, come avveniva in Francia, di un'aristocrazia nobiliare, alleata e intrecciata col clero. In ogni caso, in Cina il principio laico e moderno del merito aveva la meglio sul principio oscurantista del privilegio fondato sulla nascita e sul sangue. (cap. IX, 5, pp. 308-9)
  • Giunto al trionfo planetario, l'Occidente liberale ritiene di identificarsi in modo permanente con la causa della civiltà e della libertà. A partire da questa assoluta e immodificabile preminenza vediamo un'élite esclusiva, la ristretta comunità dei liberi, formulare in modo esplicito la pretesa, fino a quel momento ignota e inaudita, di esercitare una dittatura planetaria sul resto dell'umanità. (cap. IX, 6, p. 310)
  • Ad accomunare le due situazioni è in ogni caso la violenza dell'ideologia razzista. Theodore Roosevelt può tranquillamente essere accostato a Hitler. Al di là delle singole personalità conviene non perdere di vista il quadro generale: «Gli sforzi per preservare la "purezza della razza" nel Sud degli Stati Uniti anticipavano alcuni aspetti della persecuzione scatenata dal regime nazista contro gli ebrei negli anni trenta del Novecento».
    Se poi si tiene presente la regola per cui nel Sud degli Stati Uniti bastava una sola goccia di sangue impuro per essere esclusi dalla comunità bianca, una conclusione si impone: «La definizione nazista di un ebreo non fu mai così rigida come la norma definita "the one drop rule", prevalente nella classificazione dei neri nelle leggi sulla purezza della razza nel Sud degli Stati Uniti». (cap. X, 5, p. 334)
  • Un punto però mi sembra fermo: è banalmente ideologico caratterizzare la catastrofe del Novecento come una sorta di nuova invasione barbarica che improvvisamente aggredisce e travolge una società sana e felice. L'orrore del Novecento proietta la sua ombra sul mondo liberale perfino se si fa astrazione dalla sorte riservata ai popoli di origine coloniale. [...] L'orrore del secolo XX non è qualcosa che irrompe improvvisamente e dall'esterno su un mondo di pacifica convivenza. D'altro canto, non appagarsi del quadretto edificante della consueta agiografia per collocarsi sul terreno del reale, con le sue contraddizioni e i suoi conflitti, non significa in alcun modo disconoscere i meriti e i punti di forza della tradizione di pensiero qui oggetto di indagine. Certo, è necessario dire addio una volta per sempre al mito del passaggio graduale e pacifico, e a partire da motivazioni e impulsi puramente interni, dal liberalismo alla democrazia, ovvero dal godimento generalizzato della libertà negativa al riconoscimento su scala sempre più larga dei diritti politici. (cap. X, 5, pp. 334-5)
  • Epperò, proprio da questa ricostruzione storica, lontana da ogni tono apologetico ed edificante, emergono i reali meriti e i reali punti di forza del liberalismo. Dando prova di una straordinaria duttilità, esso ha cercato costantemente di rispondere e adattarsi alle sfide del tempo. È vero, ben lungi dall'essere spontanea e indolore, tale trasformazione è stata in larga parte imposta dall'esterno, ad opera di movimenti politici e sociali coi quali il liberalismo si è ripetutamente e duramente scontrato. Ma per l'appunto in ciò risiede la duttilità. Il liberalismo ha saputo apprendere dal suo antagonista (la tradizione di pensiero che, prendendo le mosse dal «radicalismo» e passando attraverso Marx, sfocia nelle rivoluzioni che in modi diversi a lui si sono richiamate) ben più di quanto il suo antagonista abbia saputo apprendere dal liberalismo. Soprattutto, l'antagonista non ha saputo apprendere quello che costituisce il secondo grande punto di forza del liberalismo. Certo, il processo di apprendimento dal liberalismo è tutt'altro che agevole, almeno per coloro che vogliono superare le clausole d'esclusione che attraversano in profondità questa tradizione di pensiero. Nessun'altra più di essa si è impegnata a pensare il problema decisivo della limitazione del potere. Epperò, storicamente, questa limitazione del potere è andata di pari passo con la delimitazione di un ristretto spazio sacro: maturando un'autocoscienza orgogliosa ed esclusivistica, la comunità dei liberi che lo abita è spinta a considerare legittima la schiavizzazione ovvero l'assoggettamento più o meno esplicito, imposti alla grande massa dispersa per lo spazio profano. Talvolta si è giunti perfino alla decimazione e all'annientamento. È dileguata del tutto questa dialettica in base alla quale il liberalismo si trasforma in un'ideologia del dominio e finanche in un'ideologia della guerra? (cap. X, 6, p. 339)

Note[modifica]

  1. Seguono citazioni da Montesquieu, Sidney, Hume, J.S.,. Burke, Lieber.

Bibliografia[modifica]

  • Domenico Losurdo, Controstoria del liberalismo, Laterza, 2005.

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