Jules Michelet

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Jules Michelet in un ritratto di Thomas Couture

Jules Michelet (1798 – 1874), storico francese.

Citazioni di Jules Michelet[modifica]

  • I cani sono dei candidati all'umanità.[1]
  • L'animale! Oscuro mistero! Mondo immenso di sogni e muti dolori [...]. Ma segni troppo visibili esprimono questi dolori, nonostante la mancanza della parola. Tutta la natura protesta contro la barbarie dell'uomo che disconosce, avvilisce, tortura i suoi fratelli inferiori e lo accusa dinanzi a Colui che li creò tutti.[2]
  • Languivo a Nervi, nei pressi di Genova. Ero circondato da quella stupenda curva degli Appennini. Il sole italiano, l'aria leggera, la cornica basaltica su cui, a mezzogiorno, mi trascinavo, erano i miei protettori.[3]

Michelet in Liguria (1853-1854)[modifica]

  • Quella buona e generosa compagnia mi avrebbe trattenuto a Genova; ma trovai il clima, contrariamente a quanto mi avevano detto, durissimo e violento.
    Tutta la costa è rude. Il vento muta secondo i giorni, sia che venga caparbio dall'Appennino dilaniato, sia che l'aspro grecale, che vale almeno quanto la tramontana, fischi dal mare. A Genova stessa, il maestrale, richiamato da due aridi torrenti, il Polcevera e il Bisagno (cioè il Polveroso e il Bisognoso), attraversa ad ogni istante la città, sibilante come un fendente di spada. (pp. 38-39)
  • Genova è proprio la patria degli ingegni rudi, nati per domare l'oceano e dominare le tempeste.
    Per mare, per terra, quanti uomini avventurosi, quanta saggia audacia! [...] Gente forte, piccola e dura, aspramente dotata di un ingegno d'acciaio, di una certa qual punta, tale da trapassare il ferro. Possono anche essere ignoranti; tuttavia essi trovano, inventano, per lo meno degli espedienti. (p. 39)
  • Disdegnando la terra, che ignorava e disprezzava, questa città [Genova] ha ammucchiato sullo stretto lembo, tra mare e monte, di gradino in gradino, come una titanica scalata di marmorei palazzi, che, da lontano, appaiono gli uni sugli altri. Questi piani stupendi, intersecati da aranceti, da terrazze, colpiscono e sorprendono prima ancora di affascinare. Perché? Si partecipa alla fatica di un sì grande sforzo; si avverte troppo sensibilmente che un tale popolo, poco amante della natura, non lo ha compiuto per semplice divertimento. I palazzi sono fortezze, in basso tutti difesi da inferriate, chiusi da porte di ferro massiccio come quelle di una città, che stanno a difesa dei forzieri. Le terrazze pensili, che si sforzano di salire sempre più in alto, di guardare al di sopra dei vicini, sono degli osservatorii, da dove il capitalista osservava le sue navi sul mare, e l'armatore seguiva con gli occhi i suoi corsari. (pp. 39-41)
  • Genova è stata una banca prima ancora di essere una città; è stata subito una compagnia di pegni che si lanciava «a gran rischio», una associazione di marinai armati. Il gusto del lotto vi è furioso; e la città ebbe per molto tempo quello della massima lotteria, la guerra. (p. 41)
  • La storia di Genova è singolare, ricca di grandi avvenimenti a scosse improvvise, ineguale e faticosa, come il suo paesaggio. Ad ogni istante si sale per poi ridiscendere. L'eroismo individuale lo si trova dappertutto, e accanto la meschinità. (p. 43)
  • [Su Genova] Duro, rudo paese, ligure più di quanto non sia italiano. Il dialetto, così differente dall'italiano, è per più di metà provenzale. Nessuna inclinazione per le arti del disegno. I loro freddi palazzi di marmo non sono rianimati dalle pitture nazionali. Ho visto solo quadri fiamminghi. I ricchi nobili, cortigiani della Spagna, ne hanno seguito la moda, tralasciando Raffaello per Rubens, Tiziano per Van Dyck. (p. 43)
  • In effetti è sempre stato così: Genova non è cambiata. I suoi nobili capitalisti praticavano, come fanno quelli d'oggi, l'usura. Non c'è nessuna industria concreta. L'attuale oligarchia, come quella di un tempo, è composta da circa una dozzina di uomini dei quali più d'uno si è procurato in America, con metodi spicci e violenti, il primo capitale che, ben investito (dal denaro nasce il denaro), li fa ora padroni assoluti della piazza, nella loro lega ristretta. (p. 47)
  • I nostri amici ci parlarono di un villaggio situato tra le anfrattuosità dell'Appennino, a due leghe da Genova. Là tutto era diverso, dicevano. Aranceti, ulivi, aloe; Nervi era un paradiso, una terra promessa. (p. 54)
  • A Nervi un ortaggio è qualcosa di così singolare, di così raro, da essere ammirato, onorato, conservato, salutato ogni mattina dal proprietario.
    Le pecore sono così magre che non osano tosarle, per la vergogna di mostrarle a nudo. (p. 59)
  • [Su Nervi] Qui i contrasti sono irritanti per chi non vi si è assuefatto fin dall'infanzia. Una natura che sembra ostentare il superfluo (gli aranci e i fior d'arancio), ma che non possiede il necessario; che offre il dolce, ma non il pranzo. Una società teatrale, tutta addobbata (le capanne più povere sono dipinte) e nello stesso tempo indigente e profondamente sprovvista. Intere colline sono coperte d'ulivi ed è impossibile avere olio genuino nel paese; lo si fa venire dalla Provenza. (p. 61)
  • La costa di Genova, eccessivamente stretta, è solo un piccolo lembo, un bordo estremo, un semplice «ciglio della montagna» come avrebbero detto i Latini. Come passeggiata, una piccola banchina o piuttosto uno scabroso cammino di ronda che serpeggia sempre stretto (largo per lo più un tre piedi), tra i vecchi muri dei giardini, gli scogli e gli strapiombi. (p. 65)
  • [...] vicinissimo, sotto i nostri occhi, scavato a lungo andare dall'impeto del torrente che scorre sotto casa nostra, il povero piccolo porto di Capolungo, che i Rocca hanno confiscato per abbellire il loro parco. (p. 67)
  • [Su Nervi] In questo paese, ad ore particolari, non è necessario avvicinarsi agli oggetti, sembra che essi vengano a voi; la trasparenza straordinaria dell'aria li fa apparire così netti, che giungono direttamente all'occhio; voi immaginate che un oggetto lontano vi si avvicini a mano a mano che lo osservate, fino a raggiungervi. Non crediate che sia facile distoglierne gli occhi e l'attenzione, rimanere indifferenti; no, qui la natura si impone e sembra dire: «Non sei tu a venirmi incontro, ma io... e prima o poi tu verrai, sei mio, tu mi appartieni». E le notti valgono mille volte più del giorno. È una vera festa di luce. Ogni cosa vi si distingue come e forse più dolcemente che a mezzogiorno. (p. 67)
  • La movimentata riviera di Levante è tutta un chiacchierio, un brulichio, un via vai divertente di barche e di vascelli da commercio; offre continuamente nuovi spettacoli allo sguardo. (p. 71)
  • La disadorna e polverosa montagna di Quarto-Quinto, oltre Genova, e l'altra, quasi altrettanto disadorna, che si eleva poco distante, quella di Capolungo, con il suo nudo collo di avvoltoio, hanno davanti ad esse, come per nascondere un po' le loro nudità, il monte coltivato di Nervi. Si direbbero due fanciulle alte, magre e mal vestite, che intrecciando le loro mani offrono, mostrano con compiacimento il fratellino prediletto, il florido bambino.
    Queste povere montagne nude, che dicono? «Siamo dei feudi... Passate nelle mani dei Doria, degli Spinola, o miserabili pascoli comunali, bene di tutti, mangiato dai ricchi (i più poveri non hanno gregge)... Ma guardate al contrario Nervi, che cosa ne ha fatto il lavoro! che trionfante anfiteatro; e come sarebbe ancora più bello se un fatale influsso non vi ostacolasse la circolazione della vita, delle strade, delle acque!». (pp. 71-73)
  • Questi uomini sobri, arditi fra tutti, attraversano l'Oceano su di un guscio di noce; eroici senza saperlo, tutti i giorni realizzano per economia più di quanto non fece Cristoforo Colombo. Ultimamente una nave inglese ha incontrato in mare aperto, a metà strada tra l'Europa e l'America, un piccolo battello con un equipaggio di appena tre uomini, che, filosoficamente, ridotto al minimo, attraversava anch'esso l'Oceano. Si comunica con il portavoce, lo si fa accostare. L'Inglese a stento crede ai propri occhi. Lo indica ai suoi connazionali dicendo: «Solo i Genovesi sanno correre simili rischi sul mare». (p. 119)
  • Il sole tramontava dietro di me, nel mare di Genova; presto si sarebbe posata sulla verde cima la stella che ogni sera l'incorona. Come mi parve dolce quella vista! Come mi avrebbe rappacificato il cuore, se l'avessi vista ogni giorno! Mi sarei riconciliato con questo paese [Nervi], che fino ad allora mi era parso selvaggio, ne avrei meglio sentito la grandezza materna, la tenerezza di Dio, e come quella sera, in una pace religiosa, avrei benedetto il paese. (p. 145)
  • [Su Nervi] Sì, sia benedetta questa povera e rude terra! Vi ero entrato debole e malato, e stavo per uscirne, nonostante tutto, fortificato, press'a poco ristabilito. (p. 145)

Incipit de La strega[modifica]

LA MORTE DEGLI DEI
Alcuni autori affermano che, poco prima della vittoria del cristianesimo, una voce misteriosa percorreva le rive dell'Egeo, dicendo: «Il gran Pan è morto.»
L'antico dio universale della natura non c'era più. Che gioia! Si pensava che, morta la natura, fosse morta la tentazione. Tanto a lungo sconvolta dalla tempesta, l'anima umana sta dunque per trovare quiete.
Si trattava della fine dell'antico culto, semplicemente, della sua disfatta, dell'eclissi delle vecchie forme religiose? Niente affatto. Consultando i primi documenti cristiani, ad ogni riga si incontra la speranza che la Natura scompaia, la vita si spenga, che si arrivi finalmente alla fine del mondo.

Explicit di Storia della rivoluzione francese[modifica]

Pochi giorni dopo Termidoro, un uomo, che vive ancora e che aveva allora dieci anni, fu condotto dai suoi genitori a teatro, e all'uscita ammirò la lunga fila di scintillanti carrozze che per la prima volta colpivano i suoi occhi. Alcuni uomini in giacca, col cappello in mano, dicevano agli spettatori che uscivano: "Occorre una carrozza, padron mio?". Il bambino non capiva bene quei termini nuovi. Se li fece spiegare e gli fu detto soltanto che c'era stato un gran cambiamento con la morte di Robespierre.


Citazioni su Jules Michelet[modifica]

Un giorno, nel gennaio 1824, un giovane professore francese di nome Jules Michelet, che insegnava filosofia e storia, trovò citato Giambattista Vico in una nota del traduttore, in un volume che stava leggendo. L'allusione a Visco lo interessò tanto, che egli si accinse immediatamente a studiare l'italiano. (Edmund Wilson)

Note[modifica]

  1. Citato in Fabio Tombari, Il libro degli animali, Oscar Mondadori, Milano, 1978, p. 29.
  2. Da Il popolo, traduzione di Mariagrazia Meriggi, Rizzoli, Milano, 1989, p. 186. ISBN 88-17-16727-4
  3. Da La montagna, traduzione di Carlo Gazzelli, Il Melangolo, Genova, 2001, p. 74. ISBN 88-7018-424-2

Bibliografia[modifica]

  • Jules Michelet, La strega, traduzione di Paola Cusumano e Massimo Parizzi, Rizzoli, Milano, 1980. Collana BUR
  • Jules Michelet, Michelet in Liguria (1853-1854), traduzione di Teresa Di Scanno, Schena Editore, 1988. ISBN 88-7514-247-5

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