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Luigi Pulci

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Luigi Pulci

Luigi Pulci (1432 – 1484), poeta italiano.

Le frottole[modifica]

Incipit[modifica]

Le galee per Quaracchi
dieron le vele al vento,
giunsono a salvamento
che n'era capitano
non so chi da Spacciano
e due padron' con ello
da Pinti e di Mugello.
Riconsegnò le balle
lo scrivan da Capalle,
ch'era questo l'effetto.

Citazioni[modifica]

  • Recar tanto orpimento | per rimondar le ciglia, | ch'er' una maraviglia; | vetro sottile e poi | la pomice e' rasoi, | mollette da pelare, | pentolin' da serbare | certa materia e 'ntriso | per far lustrare el viso.
  • Per fare e denti netti | corallo e matton pesto, | gherofan, salvia, agresto | e corno di cervio arso | un sacco, e non è scarso; | romice, mèle e barba | di ramerin, che garba | con questo, ben tre bugne.
  • Ognun semina e ara | per ricôr van disio.
  • Se fussi savio ognuno, | sare' giustizia e fede.
  • Chi sta col becco aperto, | di vento è la 'mbeccata.
  • Fortuna è ordinata, | disordinato è l'uomo.
  • Io servo, perch'io temo, | né so dove m'arrivi, | ché ci è di gran cattivi | e chi ha del gran danno.
  • All'uom la continenzia | sta bene insin nel bosco.
  • I' non so quel ch'io sono, | ma so ben quel ch'io fui.
  • Non è giusto colui | ch'ogni cosa perdona.
  • Di sei cose mi fido | poco o nulla o di rado: | l'una è volta di dado, | vecchia prosperitate, | del nugol della state, | el verno del sereno, | e d'un'altra ancor meno: | fe' di cherica rasa. | La sesta c'è rimasa, | di lealtà di donna.

Explicit[modifica]

Troppo bel fiume è Arno,
a me Tesino e Po.
Frottola? Non più, no!
Vattene in aria a volo,
ch'io mi fido in quel solo
che co' buon' non s'adira.
E 'l cielo e 'l mondo gira,
come paleo o trottola.
Io vo' dire una frottola.

La giostra[modifica]

Incipit[modifica]

S'io meritai di te, mio sacro Apollo,
quel dì ch'io venni al tuo famoso templo
e piansi tanto del suo extremo crollo,
acciò che a' tuoi suggetti anco sia exemplo,
io son soletto a piè d'un erto collo,
aiuta il suon che per piacerti templo
a cantar versi del tuo amato Lauro
se ti ricorda più de' be' crin' d'auro.

Citazioni[modifica]

  • E tutto il popol correva a vedere; | e fecion tutti inver mirabil' prove. | Non fu in Fiorenza mai simil piacere, | e ne godeva in ciel Marte con Giove. (XXVI)
  • De' Medici vi venne ardito e franco | Braccio, e mostrò quanto fussi gagliardo. (XXXIV)
  • È mi parea sentir sonar Miseno, | quando in sul campo Lorenzo giugnea | sopra un caval che tremar fa il terreno; | e nel suo bel vexillo si vedea | di sopra un sole e poi l'arcobaleno, | dove a lettere d'oro si leggea: | «Le tems revient», che si può interpetrarsi | tornare il tempo e 'l secol rinnovarsi. (LXIV)
  • E oltr' a questo, il suo caval fellone | già cominciava a far la chirintana, | ch'ebbe al principio ogni reputazione, | oggi in sul campo diventò di zana; | e tanto fe' che ne portò il mellone, | perché e' parea di Burrato l'alfana, | e sbuffa e morde e traheva alla staffa, | e hor faceva il drago, hor la giraffa. (CXXIII)

Explicit[modifica]

Hor fa', compar, che tu la scarabilli,
e se tu fussi domandato atorno
per che cagione hor tal foco sfavilli,
ch'è stato un tempo da farne un susorno,
digli che son per Giulian certi isquilli
che destan, come carnasciale il corno,
il suo cor magno all'aspettata giostra,
ultima gloria di Fiorenza nostra.

Morgante[modifica]

Edizione del 1835

Incipit[modifica]

In principio era il Verbo appresso a Dio,
ed era Iddio il Verbo e 'l Verbo Lui:
questo era nel principio, al parer mio,
e nulla si può far sanza Costui.
Però, giusto Signor benigno e pio,
mandami solo un degli angel tui,
che m'accompagni e rechimi a memoria
una famosa, antica e degna storia.

Citazioni[modifica]

  • È stata questa istoria, a quel ch'io veggio, | di Carlo, male intesa e scritta peggio. (I-4)
  • Il terzo, che è Morgante, assai più fero, | isveglie e pini e' faggi e' cerri e gli oppi, | e gettagli insin qui, questo è pur vero: | non posso far che d'ira non iscoppi. (I-26)
  • Tu m'hai di te sì fatto innamorare, | per mille alte eccellenzie che tu mostri, | ch'io me ne vengo, ove tu andrai, con teco, | e d'altra parte tu resti qui meco. (I-79)
  • Così sempre s'affanna il corpo e l'ombra | per quel peccato dell'antico pome: | io sto col libro in man qui il giorno e l'ombra, | tu colla spada tua tra l'elsa e 'l pome | cavalchi, e spesso sudi al sole e all'ombra; | ma di tornare a bomba è il fin del pome. (II-8)
  • Orlando, quando gliel vide provare, | disse: – Morgante, tu pari un bel fungo; | ma il gambo a quel cappello è troppo lungo. (II-9)
  • Chi ama assai, poco favella. (IV-82)
  • Alla mia vita non caddi ancor mai; | ma ogni cosa vuol cominciamento. (VII-68)
  • Di questo Orlando si doleva a morte, | dicendo: – Se Morgante mio ci fosse, | egli è tanto feroce e tanto forte | che fare' rovinar con poche scosse | il mondo, non che le mura o le porte; | a molti so faria le gote rosse. (IX-38)
  • È si perdona per certo ogni offesa, | ma sempre pur nella memoria resta, | e così l'uno all'altro contrappesa. (X-96)
  • Era detto per nome Marcovaldo, | venuto delle parti di Murrocco, | di gran prodezza e di giudicio saldo; | ma per amor di lei pareva sciocco, | come chi sente l'amoroso caldo: | ché solea dare a tutti scaccorocco, | ma tanto il foco lavorava drento | che per costei perduto ha il sentimento. (XII-41)
  • Non ti doler delle cose passate: | que' che son morti, Iddio gli facci sani. | Vedrai ch'io l'uccidrò con le mie mani. | Tra pazzi e pazzo e bestie e bestia fia, | ché ci è ben di due gambe bestie ancora: | forse a qualcuna uscirà la pazzia. (XIII-57,58)
  • Orlando disse: – Tu mi pari or saggio, | ché quel che non puoi, vender vuoi don farne. (XV-50)
  • Il mio nome è Margutte; | ed ebbi voglia anco io d'esser gigante, | poi mi penti' quando al mezzo fu' giunto: | vedi che sette braccia sono appunto. (XVIII-113)
  • Rispose allor Margutte: – A dirtel tosto, | io non credo più al nero ch'a l'azzurro, | ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto; | e credo alcuna volta anco nel burro, | nella cervogia, e quando io n'ho, nel mosto, | e molto più nell'aspro che il mangurro; | ma sopra tutto nel buon vino ho fede, | e credo che sia salvo chi gli crede. (XVIII-115)
  • Or queste son tre virtù cardinale, | la gola e 'l culo e 'l dado, ch'io t'ho detto. (XVIII-132)
  • S'io ho fallato, perdonanza chieggio: | Quest'altra volta so ch'io farò peggio. (XIX, 100)
  • Ma non potea fuggir suo reo distino: | e' si scalzò, quando uccise il gran pesce; | era presso alla riva un granchiolino, | e morsegli il tallon; costui fuori esce: | vede che stato era un granchio marino; | non se ne cura, e questo duol pur cresce; | e cominciava con Orlando a ridere, | dicendo: – Un granchio m'ha voluto uccidere. (XX-50)
  • La casa cosa parea bretta e brutta, | vinta dal vento, e la natta e la notte | stilla le stelle, ch'a tetto era tutta; | del pane appena ne dètte ta' dotte; | pere avea pure e qualche fratta frutta, | e svina, e svena di botto una botte; | poscia per pesci lasche prese all'esca; | ma il letto allotta alla frasca fu fresca. (XXIII-47)
  • Uno spirto chiamato è Astarotte, | molto savio, terribil, molto fero; | questo si sta giù nelle infernal grotte: | non è spirto folletto, egli è più nero. (XXV-119)
  • Dico così che quella gente [gli antichi romani] crede,| adorando i pianeti, adorar bene; | e la giustizia sai così concede | al buon remunerazio, al tristo pene: | sì che non debbe disperar merzede | chi rettamente la sua legge tiene: | la mente è quella che vi salva e danna, | se la troppa ignoranzia non v'inganna. (XXV-236)
  • Sempre i giusti son primi i lacerati: | io non vo' ragionar più della fede, | ch'io me ne vo poi in bocca a questi frati | dove vanno anche spesso le lamprede, | e certi scioperon pinzocorati | rapportano: – Il tal disse, il tal non crede. (XXVIII-42)
  • Vostri argumenti e vostri sillogismi, | tanti maestri, tanti bacalari, | non faranno con loïca o soffismi | ch'alfin sien dolci i miei lupini amari; | e non si cercherà de' barbarismi, | ch'io troverrò ben testi che fien chiari: | per carità per sempre vi sia detto; | e non si dirà poi più del sonetto. (XXVIII-46)

Explicit[modifica]

Con la tua grazia, Virgine Maria,
conserva la devota alma e verace
mona Lucrezia tua, benigna e pia,
con carità perfetta e vera pace;
anzi essaudir puoi ciò che lei desia,
ché sempre chiederà quel che a te piace.
sì che lei prego per le sue virtute
che per me impetri grazia di salute.

Sonetti[modifica]

  • Costor che fan sì gran disputazione | dell'anima ond'ell'entri o ond'ell'esca, | o come il nocciuol si stia nella pesca, | hanno studiato in su 'n gran mellone. (I, 1-4)
  • In principio era buio, e buio fia. | Hai tu veduto, Benedetto Dei, | come sel beccon questi gabbadei, | che dicon ginocchion l'avemaria! | Tu riderai in capo della via, | ché tu vedrai le squadre de' romei | levarsi le gallozze e gli agnusdei | e tornare a cercar dell'osteria. (II, 1-8)
  • Dunque la Bibbia abbaia: | Lazzaro, e gli altri risuscitati, | chi ebri, chi epilenti, e chi alloppiati, | degli infermi sanati. (III, 15-18)

Incipit di alcune opere[modifica]

La Beca di Dicomano[modifica]

Ognun la Nencia tutta notte canta
e della Beca non se ne ragiona,
e 'l suo Vallera ogni dì si millanta
che la suo Nencia è in favola e in canzona.
La Beca mia, che bella è tutta quanta,
guardate ben come 'n sulla persona
gli stanno ben le gambe e pare un fiore
da fare altrui sollucherare il cuore.
La Beca mia è solo un po' piccina
e zoppica ch'appena te n'addresti;
nell'occhio ha in tutto una tal magliolina
che, s' tu non guati, tu non la vedresti;
piloso ha intorno a quella suo bocchina
che proprio al barbio l'assomiglieresti,
e com'un quattrin vecchio proprio è bianca:
solo un marito come me le manca.

La confessione[modifica]

Ave, Virgo Maria, di grazia plena
salve, regina, in ciel nostra avvocata,
benedetta fra l'altre, nazarena
che la porta del Ciel, per noi serrata,
apristi, onde fu salva tanta gente,
ch'era nel sen di Abram giù religata
per quel peccato del primo parente,
onde Idio prese nostra umanitate,
per unir la natura da sé absente;
e nel consiglio della Trinitate
eletta sola fusti e non fra mille,
ma fra tutte l'altre anime bëate.

Citazioni su Luigi Pulci[modifica]

Ho sempre amato questo poema quattrocentesco [il Morgante di Pulci], che è uno dei libri più sfrenatamente divertenti della nostra letteratura; un libro ridanciano, drammatico, gaglioffo, rissoso, plebeo e aristocratico, un divertimento e un capolavoro di calcolata dottrina. (Giorgio Manganelli)

Bibliografia[modifica]

  • Luigi Pulci, Morgante, Garzanti, 1989. ISBN 8811519489
  • Luigi Pulci, Opere minori, a cura di Paolo Orvieto, Milano, Mursia 1986.

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