Giorgio Manganelli

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Giorgio Manganelli (1922 – 1990), scrittore, traduttore, giornalista e critico letterario italiano.

Citazioni di Giorgio Manganelli[modifica]

  • Dio non c'è. Puoi cavare le viscere a tua sorella, puoi limare il cranio d'una bambina fino a fare spiccinare il cervello, puoi cuocere il tuo migliore amico, cavare le unghie i denti gli occhi il fegato di tuo padre, puoi giacere – se ci riesci – con tutte le tue consanguinee e nemmeno la scriminatura si muoverà a quel lucido, correttissimo, urbanissimo niente che è Iddio. (da Ti ucciderò, mia capitale, Adelphi, 2011)
  • In generale, gli scrittori sono convinti segretamente di essere letti da Dio. (da È serio ridere con Wodehouse, Corriere della sera, 3 ottobre 1981)
  • Io amo i poveri, e soffrirei in un mondo senza poveri; i poveri sono le brioches dell'anima. (dall'"intervista impossibile" radiofonica Giorgio Manganelli incontra Edmondo de Amicis; da De Amicis, in A e B, Rizzoli)
  • L'uomo vive di pane e pigiama. (da In Arabia con Leone, Il Mondo, 20 marzo 1975; ora in L'infinita trama di Allah, Quiritta, Roma, 2002)
  • La delusione più cocente e insieme più astratta della mia vita [...] fu senza dubbio il mancato sbarco dei marziani nel decennio tra il 1950 e il '60. (citato in Ufo anche in Liguria, tra verità e passione del mistero, ilsecoloxix.it, 20 agosto 2011)
  • La poesia di Whitman fu nell'insieme uno dei tentativi più decisi e coerenti di conseguire l'arduo livello del pessimo e il meno arduo del risibile; che Whitman non ci sia riuscito è uno degli ilari misteri della letteratura.[1]
  • Mi pare di vedere in Kafka da un lato un mondo che chiamerei di stemmi, stemma, un labirinto, un disegno estremamente severo, molto preciso, molto astratto, duro, arcaico; ma questo disegno non riesce, non può, gli si vieta, direi, di diventare un disegno fisico, carnale e quotidiano perché il mondo su cui si proietta è un mondo totalmente deforme, infimo, losco, sordido. La intensità di Kafka nasce proprio da questa sproporzione eroica e tragica tra l'esattezza labirintica del disegno originario e la povertà industriosamente patologica del mondo su cui questa immagine si esercita. (da Franz Kafka; le opinioni di Giorgio Manganelli e Franco Fortini, RaiEducational)
  • Oggi non è il mio primo giorno di scuola. Non indosso grembiuli che mal si accorderebbero con la mia mole, la mia dignità generica, i miei occhiali pensosi, che sono la mia parte più squisitamente intellettuale. Sono esentato dalla marmellata, dai quaderni, dalle campanelle, e nessun bidello, nell'intera penisola, ha alcun potere su di me. Dal punto di vista della scuola, e di questo, fatale, iniziatico primo giorno, io sono un uomo libero. Non è un risultato da poco, e qualcuno vorrà sapere come mai io, che sono, tutto considerato, un inetto, sia riuscito a tanto. Il metodo è semplice: invecchiando. (da Improvvisi per macchina da scrivere, Leonardo, 1989)
  • Ogni viaggio comincia con un vagheggiamento e si conclude con un invece. (da L'isola pianeta e altri settentrioni, Adelphi, 2006)
  • Scheletro, uomo delle tenebre, resuscitato e insieme morto irreparabilmente, doppiamente esperto di morte, rifiutato dal tempo, autore di libri inesistenti, sbagliati, impossibili, io, lo scrittore. (da Il rumore sottile della prosa)
  • Serve a qualcosa il paradiso? O la sua perfezione include l'inutilità? (citato in Focus, n. 87, pag. 144)

Antologia privata[modifica]

  • Chi fa un viaggio rischia di arrivare; è accaduto ad Ulisse, accade anche a Pinocchio. Dopo fatiche e metamorfosi, egli è ammesso alla definitiva iniziazione alla condizione umana. Ma appunto allora, con assoluta, lancinante chiarezza, avvertiamo che Pinocchio ha subìto l'iniziazione sbagliata. Il suo itinerario è stato insieme un viaggio verso, ed una fuga; come accade nei luoghi fatali, i due percorsi coincidono. Dunque la pedagogica minaccia «Pinocchio deve morire» ha trovato, ha eccitato il sicario? No: Pinocchio, lo sappiamo, sa uscire indenne dal fondo del mare, da un nodo scorsoio, dai pugnali degli Assassini. Per consumare la sua iniziazione, Pinocchio ha dovuto scegliere la sola morte che gli fosse consentita: ha dovuto suicidarsi. (da Carlo Collodi: Pinocchio, L'Espresso, 1968)
  • Egli era stato assai competente in fatto di cose che non esistono. (dalla quarta di copertina)
  • La fedeltà è il tema centrale della Telemachiade; la costanza non già verso Odisseo, che è un personaggio del mito, ma verso il mito stesso, la sua forma che deve essere custodita e trasmessa intatta, perché tutto abbia senso. Penelope, Telemaco, Euriclea nei primissimi canti sono i segnacoli di questa costanza, i celebranti di un mistero che va protetto con arguzia e ostinazione; e anche quel misterioso Mentore, che sospettiamo alle soglie del terrestre, quasi un mutevole volto di Atena. (da Omero: Odissea, Corriere della sera, 1981)
  • Non abbiamo mai conosciuto dinosauri, ma senza di loro saremmo diversi. Non riusciamo a stare mai a lungo senza parlare dei nostri sconosciuti amici. Oziamo al caffè, leggiamo libri futili, ci interroghiamo sull'aldilà, andiamo a votare, ascoltiamo Brahms; poi, d'un tratto, l'antica tarantola ci morde: che ne è dei dinosauri? (da In onore dei dinosauri, Corriere della sera, 1984)
  • Si sono ipotizzati due Omeri, una federazione di Omeri, Omeri sparsi unificati da un redattore paziente ma anche confuso, un vociante e spintonante coro di Omeri che mescolano le loro voci, le lingue, le età. È impossibile muovere obiezioni: filologicamente, Omero non può esistere. Tuttavia, criticamente, Omero continua ad esistere. (da Omero: Odissea, Corriere della sera, 1981)

Extravaganti[modifica]

    intervento al Convegno su «Jung e la Cultura Europea», Roma 1973

  • D'altra parte lo sapevamo fin da Dante che l'inferno ha una tendenza urbanistica. L'abbiamo sempre saputo, c'è una mappa dell'inferno, si può fare, ci sono delle strade, c'è una toponomastica, senza dubbio ci sono dei vigili.
    Voi direte che anche il paradiso potrebbe avere qualche qualità visionaria di questo tipo ma non è mica vero, nella nostra cultura noi non riusciamo a pensare al paradiso, per il momento, se non come una variante particolarmente luminosa del nulla.
  • Non credetegli quando dicono che lo scrittore deve adoperare una lingua che tutti devono capire. Non la deve capire nessuno! Figurarsi. Devono leggerla, rileggerla; sennò quale sarebbe la polivalenza linguistica dello scrittore nel tempo?
  • Il discorso è comunque cascato per strada. C'è qualcosa nel mondo psicoanalitico che ha un particolare fascino per lo scrittore. Potrei dire che nello psicoanalista c'è una strana mescolanza del fool e del prete, direi del vescovo e del ciarlatano. Essendo una mescolanza potrebbe non dispiacermi. Dopotutto sia l'uno che l'altro, sono completamente indifferenti alla storia, essendo collocati nel grembo – potrei dire di peggio – della morte.

    Il Messaggero, 1989

  • La fortuna inaudita, esibizionistica del sonetto è dovuta proprio al fatto che è rigorosamente carcerario, non ti lascia andare a spasso, qui gli accenti, qui le rime; e la riprova della fortuna fascinosa di questa macchinazione sta nel fatto che taluni si divertirono a far sonetti anomali per dimensione e foggia, e furono appunto i burleschi. Un sonetto caudato è una burla da ragazzi maleducati.
  • Come il sonetto, il corsivo è terribilmente esigente; per questo, non sempre riesce; qualche volta l'equilibrista mette il piede in fallo. Ma il pubblico non ha pietà; fischia, ed è giusto. Il perfetto corsivo dovrebbe assomigliare ad un bicchiere d'acqua gelida in ora di calura; ma un bicchiere non colmo, che lasci spazio a una fantasia eccitata ma non placata, una traccia di desiderio, il compiacimento di essere stati insieme oggetti e complici di una burla.

Centuria[modifica]

Incipit[modifica]

Il presente volumetto racchiude in breve spazio una vasta ed amena biblioteca; esso infatti raccoglie cento romanzi fiume, ma così lavorati in modo anamorfici, da apparire al lettore frettoloso testi di poche e scarne righe. Dunque, ambisce ad essere un prodigio della scienza contemporanea alleata alla retorica, recente ritrovamento delle locali Università. Libriccino sterminato, insomma; a leggere il quale il lettore dovrà porre in opera le astuzie che già conosce, e forse altre apprenderne: giochi di luce che consentono di leggere tra le righe, sotto le righe, tra le due facce di un foglio, nei luoghi ove si appartano capitoli elegantemente scabrosi, pagine di nobile efferatezza, e dignitoso esibizionismo, lì depositate per vereconda pietà di infanti e canuti.

Citazioni[modifica]

  • QUARANTANOVE

    Un signore amò follemente una giovane donna per tre giorni, riamato per un periodo di tempo all'incirca corrispondente. La incontrò per caso il quarto giorno, quando da due ore aveva cessato di amarla. Inizialmente, fu un incontro lievemente imbarazzante; tuttavia, il colloquio si movimentò, quando risultò che anche la donna aveva cessato di amare il signore, esattamente un'ora e quaranta minuti prima.
  • SETTANTACINQUE

    Una donna ha partorito una sfera: si tratta di un globo del diametro di venti centimetri: il parto è stato facile, senza complicazioni. Si ignora se la donna sia o meno sposata; un marito avrebbe supposto una relazione col demonio, e l'avrebbe cacciata o forse uccisa a martellate. Dunque non ha marito. Si dice sia vergine. In ogni caso è una buona madre: è molto affezionata alla sfera.

Citazioni su Centuria[modifica]

Un libro straordinario, Centuria, la cui ricchezza di motivi non posso propormi d'esplorare in questa nota, intesa solo a offrire un inquadramento generale dell'opera di Manganelli e a invitare a valicarne la soglia. (Italo Calvino)

Hilarotragoedia[modifica]

Incipit[modifica]

Se ogni discorso muove da un presupposto, un postulato indomostrabile e indimostrando, in quello chiuso come embrione in tuorlo e tuorlo in ovo, sia, di quel che ora si inaugura, prenatale assioma il seguente: CHE L'UOMO HA NATURA DISCENDITIVA. Intendo e chioso: l'omo è agito da forza non umana, da voglia, o amore, o occulta intenzione, che si inlàtebra in muscolo e nerbo, che egli non sceglie, né intende; che egli disarma e disvuole, che gli instà, lo adopera, invade e governa; la quale abbia nome potestà o volontà discenditiva.

Citazioni[modifica]

  • Il labirinto, mi dico, deve essere labirintico. Non credo che possa tollerare una soluzione, né è possibile descriverlo. (da Autocoscienza del labirinto)
  • Io nacqui in un borgo selvatico, credo dell'Alsazia, o erano gli Appennini? Vi si parlava una lingua dolce e vinosa, come il modanese: forse era la Borgogna. Il mare? Certo, un gran mare calmo e metallico. Ma non era un borgo montano? E di aria purissima, aggiungerò aromatizzata da grandi boschi di abeti. Era forse a picco sul mare? Di rado. Era un brogo marittimo inselvato tra montagne e ghiacciai, una baita lambita da due oceani. Qui possiamo far sosta. È sempre così. Io non posso tener discorso di me senza che in due batter d'occhio tutto sia piombato nella più inestricabile contraddizione.

Il delitto rende ma è difficile[modifica]

  • Finché c'è al mondo un bimbo che muore di fame, fare letteratura è immorale.
  • La vita è e deve essere un negativo dei sogni.
  • Le parole usate per servire a qualcosa si vendicano.
  • Non si può avanzare che retrocedendo.
  • Quale follia partorire fanciulli in una società che ha perso il gusto dell'antropofagia.

Il rumore sottile della prosa[modifica]

Incipit[modifica]

Perché io scrivo? Confesso di non saperlo, di non averne la minima idea e anche che la domanda è insieme buffa e sconvolgente. Come domanda buffa, avrà certamente delle risposte buffe: ad esempio, che scrivo perché non so fare altro; o perché sono troppo disonesto per mettermi a lavorare.

Citazioni[modifica]

  • Sono libero di credere o non credere in Dio, ma devo salire sul tram dalla parte destra, portiera di fondo.
  • Un mio amico diceva: «è necessario scrivere, non è necessario pubblicare»; verità di un certo livello di profondità, che ritroviamo nel suo contrario, quello che sto scrivendo: «è necessario pubblicare, non è necessario scrivere». A dimostrazione della fondatezza del mio assunto, mi permetterò di offrire al tipografo una riga inesistente:

    come avete visto, la riga non c'è.

  • Il romanzo mi pare impresa monoteista.
  • Tentiamo una definizione: lo scrittore è colui che è sommamente, eroicamente incompetente di letteratura.
  • In definitiva, ha qualcosa da insegnare solo chi non vuole insegnare.
  • Dante fu uno scrittore oscuro. Manzoni è chiaro, Joyce è oscuro.
  • I romanzieri sono persone serie [...] sono persuasi che nelle pieghe del loro raccontare debba essere disposto il coonestante aroma di una qualche idea generale, di un messaggio. Diventato nutrimento ideologico, insaporito di frammenti di idee, il romanzo è decaduto. [...] Non per caso, il romanzo appare nella letteratura europea proprio nel momento in cui decadono il gusto e l'intelligenza della retorica classica.
  • In generale direi che rendere difficile il lavoro del tipografo è sempre una buona cosa.
  • Sia onore alla Ripetizione e all'Anacoluto! Il regno della Rettorica non conoscerà altra fine che la fine del mondo.
  • Alla letteratura è essenziale evitare questo rapporto diretto: essa non parla al lettore, meno che mai al suo cuore; al contrario, gli si presenta, ma non gli si offre, gli impone la fatica di cercare un contatto; lo frusta, lo elude; non risponde alle sue domande.
  • La letteratura non è espressione, ma provocazione.
  • La letteratura, ben lungi dall'esprimere la "totalità dell'uomo", non è espressione, ma provocazione; non è quella splendida figura umana che vorrebbero i moralisti della cultura, ma è ambigua, innaturale, un poco mostruosa. Letteratura è un gesto non solo arbitrario, ma anche vizioso: è sempre un gesto di disubbidienza, peggio, un lazzo, una beffa; e insieme un gesto sacro, dunque antistorico, provocatorio.
  • L'idea di fondo, cioè che «l'innamorato scrive troppo e male», mi pare sana.
  • Una parola è un incantamento, una evocazione allucinatoria, non designa una 'cosa', ma la cosa diventa parola, ed esiste nell'unico modo in cui può esistere: suono significante, arbitrio fonico, gesto magato ed efficace.
  • Pertanto le dico: si iscriva a Geologia. Vedrà quante metafore le verranno regalate. Non ricordo più cosa sono gli oligocisti: ma quella, mio caro, è letteratura.
  • Il libro di Citati è 'impuro'; esattamente. Assomiglia a un diario privato che abbia per tema Kafka; ha l'erratica densità di un epistolario, un vasto taccuino, uno zibaldone su un unico tema [...] il libro di Citati non è una biografia. Ma allora che cosa è? È letteratura.
  • Questi libri che hanno esigua storia hanno talora, non sempre, una pagina; cioè sono intensamente scritti. Posso dimenticare i nomi dei protagonisti, ma mi resterà sempre il rumore sottile della prosa.
  • Alfieri usa un linguaggio che è urtante, è un linguaggio falso, finto, cioè non fa nessun tentativo per far credere che qualcuno abbia mai parlato quel linguaggio.
  • Lo scrittore deve adescare, non deve raccontare niente, non ha nessun compito di trasmettere verità.
  • A D'Annunzio non interessa trasmettere alcunché, vuole solo costruire delle strutture e per costruire saccheggia la totalità del vocabolario italiano.
  • In verità, non c'è al mondo oggetto librario più fascinoso, seducente, innamorativo di una Enciclopedia.
  • Vi sono passioni che, congiunte, come nel mio caso, con labilità nervosa, generano stremanti fantasie di onnipotenza. Il Mondo non era né etrno né creato: era stato stampato da Sonzogno, via Pasquirolo, Milano.
  • Sappiamo che I Promessi Sposi ebbero un successo clamoroso: non fu un successo senza conseguenze: giacché pochi libri, forse nessuno dei nostri ultimi centocinquant'anni, venne letto così a sproposito, fino a farne quella ripugnante, edificante epopea degli umili e della Provvidenza, che lo ha reso illeggibile a generazioni di ex liceali.
  • Ho sempre amato questo poema quattrocentesco [il Morgante di Luigi Pulci], che è uno dei libri più sfrenatamente divertenti della nostra letteratura; un libro ridanciano, drammatico, gaglioffo, rissoso, plebeo e aristocratico, un divertimento e un capolavoro di calcolata dottrina.
  • Mentre parlo con l'amico enigmista, penso a Lewis Carroll, a quest'uomo che non avrebbe mai scritto il mirabile Alice se non avesse avuto il difficile privilegio di assistere alla catastrofe delle parole.
  • Producete, producete cultura: è il vostro mestiere, e soprattutto è il contrario della letteratura.
  • Rileggere è una esperienza che non ha nulla a che fare con il leggere. […] La prima lettura può essere anche un innamoramento; ma esistono delizie di amorosità mentale che si abbandonano soltanto dopo anni di solidarietà, di complicità.

La letteratura come menzogna[modifica]

  • Non v'è dubbio: la letteratura è cinica. Non v'è lascivia che le si addica, non sentimento ignobile, odio, rancore, sadismo che non la rallegri, non tragedia che gelidamente non la ecciti, e solleciti la cauta, maliziosa intelligenza che la governa. […] Corrotta, sa fingersi pietosa; splendidamente deforme, impone la coerenza sadica della sintassi; irreale, ci offre finte e inconsumabili epifanie illusionistiche. Priva di sentimenti, li usa tutti. La sua coerenza nasce dall'assenza di sincerità. Quando getta via la propria anima trova il proprio destino.
  • Avvolto nelle spire, nella sfera del suo linguaggio, non solo lo scrittore non è contemporaneo agli eventi che sono riusciti a procurarsi una cronologia non incompatibile con la sua biografia; ma nemmeno è contemporaneo a quegli altri scrittori con i quali convive, se non quando anch'essi siano in qualche modo coinvolti nel medesimo linguaggio: condizione, questa, metafisica, e non storica.
  • Lo scrittore sceglie in primo luogo di essere inutile.

Laboriose inezie[modifica]

  • DANTE: DIVINA COMMEDIA. [...] Credo che tutti i lettori di Dante siano in qualche modo viziati dalla giovanile lettura parcellare imposta dalla scuola. […] Leggendo la Divina Commedia d'un fiato, mi rendevo conto di contrastare una antica malsana usanza; ma di meglio non potevo fare. […] Dante è un enigmatico, e almeno una volta accettiamolo per quel che è. Ha i suoi motivi per non farsi capire subito, e qualche volta per essere assolutamente impenetrabile. È una corsa stremante tra luci e tenebre, stelle, lune, soli, misteriosi frammenti di edifici regali e sacri, con mutile, occulte scritte. Il percorso è talora nitido, geometrico; talora è paludoso, è uno strisciar tra cunicoli ed antri. Non capire è importante. (Corriere della sera, 1984)
  • FRANCESCO DE SANCTIS: STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA. [...] Quante cose aveva mai in uggia il professore De Sanctis: non amava le allegorie, i concetti, le arguzie secentesche, la prosa proliferante e torbida, le cerimonie della retorica; e puntualmente a scuola ci insegnarono che quelle cose erano, letterariamente il Male; voleva scrittori di «cose» e di «vita», e aveva l'abitudine di pensare per secoli, come altri pensa per nazioni, o paesi. (L'espresso, 1971)

Lunario dell'orfano sannita[modifica]

  • La condizione d'italiano espatriato attiva il complesso dell'orfano sannita, un che di sventurato e diffidente, di irto e rusticamente astuto.
  • Se in Italia le cose non vanno come si deve, non sarà tutta colpa di una certa permissività sessuale che può aver contaminato le alte sfere?
  • Un lettore di professione è in primo luogo chi sa quali libri non leggere. (Il Padrino)

Pinocchio: un libro parallelo[modifica]

Incipit[modifica]

C'era una volta...
– Un Re...
No...
Quale catastrofico inizio, quanto laconico e aspro, una provocazione, se si tiene conto che i destinatari sono i "piccoli lettori", i "ragazzi", soli competenti di fiabe e regole fiabesche. A scrutare tra gli interstizi di queste sette parole, si scopre subito una favola nella favola, qualcosa che è prossimo al cuore d'ogni possibile favola. Il "c'era una volta", è, sappiamo, la strada maestra, il cartello segnaletico, la parola d'ordine del mondo della fiaba. E tuttavia, in questo caso, la strada è ingannevole, il cartello mente, la parola è stravolta. Infatti, varcata la soglia di quel regno, ci si avvede che non esiste il Re.

Citazioni[modifica]

  • Nessun libro finisce; i libri non sono lunghi, sono larghi.
  • Non so che sia un libro: ma penso che saggiamente agissero quei cuneiformi che, per via della chiodosa grafia, ne improntavano spessi e argillosi poi ben cotti mattoni; ogni pagina, trecento delle nostre. È inganno tipografico, che una pagina abbia lo spessore esiguo su cui, su entrambi i lati, si stampa. Direi che la pagina comincia da quella esigua superficie in bianco e nero, ma si dilunga e si dilata e sprofonda, ed anche emerge e fa bitorzoli, e cola fuori dai margini.
  • È incredibile la quantità di cose che riesce a fare gente che non è mai nata: Romolo fondò Roma, Noè fece l'Arca, Robinson sopravvisse per vent'anni in un'isola deserta, con lo scomodo aggiuntivo di muoversi tra pagine e parole di un grosso libro, due volumi. Quale stupendo espediente dell'anima è, ad esempio, l'autobiografia immaginaria, o l'autobiografia anonima; e nella autobiografia tradizionale, chi è il personaggio e chi l'autore?

Incipit di alcune opere[modifica]

Agli dèi ulteriori[modifica]

Che io sia Re, mi pare cosa da non dubitare. V'è in me un modo regale di pensare, di opinare, di fantasticare, che non finisce di stupirmi e di allietarmi. Non riesco a pensare a cose umili e povere; ogni cosa deve avere un nome, collocarsi in una gerarchia, incedere o strisciare, ma in modo emblematico. Penso alle aquile; specie al primo dilùculo, nel silenzio tra notte e giorno, nel freddo che anneghittisce, in mezzo al distratto sgomento dei fiori, penso ad enormi aquile, ali metalliche e sapiente malvagità degli occhi.

Dall'inferno[modifica]

Secondo ragione, dovrei ritenere d'esser morto; e tuttavia non ho memoria di quella lancinante decomposizione, l'opaca decadenza corporale, né delle smanie interiori, terrori e speranze, che dicono accompagnino il percorso verso la morte; ma sì rammento una tal quale aridità e del corpo e della mente; una neghittosità taciturna, un continuato distogliermi da pensieri gravi, per indugiare su immagini tra povere e sordide, quasi giocherellassi con le sfrangiate nappe dei miei terrori.

Citazioni su Giorgio Manganelli[modifica]

  • Egli è stato un autentico eversore d'epoca (e mi pare di scorgere la beatitudine che gli avrebbe procurato la rettifica). «Volemose male» sembra il motto ideale che sorregge i suoi pensieri sull'Italia. Ogni volta, «l'imbarazzante penisola» viene da lui presa a ceffoni. Egli esecra la famiglia: gli pare fondata sul sadismo. Detesta i democristiani, che «credono nella fine del mondo», e lo maneggiano «nelle more della sua scomparsa». Sferza la televisione, invereconda «scatola dell'anima». (Nello Ajello)
  • Era ora. Da vent'anni la letteratura italiana ha uno scrittore che non assomiglia a nessun altro, inconfondibile in ogni sua frase, un inventore inesauribile e irresistibile nel gioco del linguaggio e delle idee... Manganelli è il più italiano degli scrittori e nello stesso tempo il più isolato nella letteratura italiana. (Italo Calvino)
  • Giorgio Manganelli è morto sei anni fa; e nella nostra cultura si avverte un'assenza o una specie di vuoto, come se fosse scomparso chi più di tutti amava la letteratura con un disperato amore, e ne rappresentava "l'ombra e lo stemma". Tra gli scrittori della sua generazione, non c' era nessuno che, come lui, la coltivasse nella sua infinita complessità. Per lui, era tutto: splendore linguistico, energia di stile, gioia, disperazione, malattia, nevrosi, abisso, superficie, tensione intellettuale, metafisica, gioco. Attento come nessuno ai valori formali, era liberissimo da ogni esclusiva attenzione alle forme: perché la letteratura era un'avventura vertiginosa, che finiva sulle rive dell'infinito. (Pietro Citati)
  • Giorgio Manganelli è scrittore difficile, non puoi leggerlo con un'attenzione altalenante, con una leggerezza che pretenda di appaiarsi all'apparente leggerezza di certe sue inattese boutades, di certa sua scoppiettante «ilarità», perché in lui, come vuole il titolo di una sua opera fondamentale, Hilarotragoedia, l'ilare leggerezza è solo l'altra faccia della gravità tragica e l'ombra della seconda non può non avvolgere nel suo nero mantello la prima. (Giulio Galetto, Il Manganelli inedito «Ti ucciderò, capitale», bresciaoggi.it, 26 maggio 2011)
  • Giorgio Manganelli è stato probabilmente uno degli scrittori più straordinari e meno considerati della letteratura italiana del Novecento. Nessuna storia del dopoguerra letterario può fare a meno di citarlo e di considerarlo come uno degli esiti migliori del passaggio culturale e stilistico tra le due guerre, eppure i suoi libri e le sue invenzioni narrative sono ben lungi dall'ottenere l'attenzione dei lettori così come meriterebbero. (Giuseppe Panella, Storia contemporanea n. 63: Storia di Giorgio Manganelli e dei suoi sodali, la poesia dello spirito, 4 gennaio 2011)
  • La sua scrittura, complessa, convulsa, paradossale, al limite della non-comprensibilità immediata ne fa uno scrittore minore (nel senso utilizzato da Deleuze e Guattari per descrivere quella di Franz Kafka) in quanto la sua lingua letteraria non è inscrivibile nei registri della tradizione italiana aulica e accademicamente corriva ma non può nemmeno considerarsi legata a stilemi marcatamente realistici o "bassi". Il termine "barocco" con la quale però viene troppo semplicisticamente etichettata non rende la novità assoluta di molte delle sue soluzioni verbali o delle sue invenzioni narrative. (Giuseppe Panella, Storia contemporanea n. 63: Storia di Giorgio Manganelli e dei suoi sodali, la poesia dello spirito, 4 gennaio 2011)
  • Manganelli, pur con le sue tracotanze linguistiche e narcisistiche, si scaglia contro la letteratura che funziona a luce diurna e vive del principio del senso comune. E in questo ha ragione: la letteratura deve essere menzogna rispetto a una realtà monolitica. (Antonio Spadaro)

Note[modifica]

  1. Citato in Foglie d'erba, versioni e prefazione di Enzo Giachino, Giulio Einaudi, 1993, prefazione p. XVI. ISBN 88-06-17365-0

Bibliografia[modifica]

  • Giorgio Manganelli, Dall'inferno, Adelphi, 1998. ISBN 8845913627
  • Giorgio Manganelli, Il delitto rende ma è difficile, Comix.
  • Giorgio Manganelli, Lunario dell'orfano sannita, Adelphi.
  • Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Adelphi 1994.
  • Giorgio Manganelli, Agli dèi ulteriori, Adelphi, Milano 1989.
  • Giorgio Manganelli, Antologia personale, Rizzoli, Milano 1989.
  • Giorgio Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo, Adelphi, Milano 2002.
  • Giorgio Manganelli, Centuria, Adelphi, Milano 1995.

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