Mario Perniola

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Mario Perniola (1941 – vivente), filosofo, saggista e scrittore italiano.


Citazioni di Mario Perniola[modifica]

  • Hans Urs von Balthasar è l'unico ad aver riproposto nel nostro secolo la questione della "forma" essenziale del cattolicesimo, forma che Balthasar ritrova più spesso nell'opera di certi poeti o scrittori che nei teologi. (da Avvenire, 1 luglio 2001).

Transiti[modifica]

  • Il proposito di Transiti non è quello di far valere una specie di principio di indifferenziazione, ma al contrario la non-identità, la differenza di ogni realtà rispetto a se stessa, il fiorire della sua virtualità, del suo divenire, delle sue metamorfosi. L'obiettivo polemico del libro è in fondo proprio la banalità. Infatti il contrario del transito è il banale, ciò che è perfettamente adeguato a se stesso, ciò che è incapace di trasformazioni, ciò che resta identico in uno stato di completa ed ottusa fissità. (p. II, 1985)
  • Se non ci riconosciamo più in un luogo storico, nemmeno viviamo nella nostalgia di un luogo abitato in passato o nella speranza di un luogo in cui abiteremo in futuro. Passato e futuro, patria e utopia, sembrano essere ignorati da un'esperienza che conosce un solo tempo, il presente, e un solo luogo, la presenza, e che si svolge tutta interamente hic et nunc. (p. 8, 1985)

[Mario Perniola, Transiti, Bologna, Cappelli, 1985]

Enigmi. Il momento egizio nella società e nell'arte[modifica]

  • Il pubblico intima al pensatore di essere qualcuno, di fornire un'immagine di sé sufficientemente nitida e determinata da poter circolare nei mass-media, di appiattirsi in una formula, in un titolo, in uno slogan (di essere, per esempio, il filosofo del simulacro o del transito o dell'enigma), ma così si preclude la possibilità di intendere ciò che cerca. Perché leggere, pensare e scrivere non è esprimere una soggettività, non è realizzare se stessi, bensì proprio al contrario perdere se stessi, sentirsi il tramite, il passaggio, il transito di qualcosa di differente e di estraneo. (p. 48, 1990)
  • Il filosofo è appunto colui che si fa nulla per poter ascoltare il presente in tutta la sua enigmaticità, è colui che fa tacere i propri desideri, le proprie affezioni disordinate, le proprie intime opinioni per non frapporre ostacoli e schermi fuorvianti alla comprensione delle manifestazioni della storia, è colui che si fa puro tramite, luogo di transito, gateway di fenomeni che ci sorprendono, ci turbano, ci stupiscono, perché si presentano in modo inatteso e imprevedibile. (p. 51, 1990)

[Mario Perniola, Enigmi. Il momento egizio nella società e nell'arte, Genova, Costa & Nolan, 1990]

Del sentire[modifica]

  • Sembra che proprio sul piano del sentire la nostra età abbia esercitato il suo potere. Perciò forse la si potrebbe definire come estetica: tuttavia non perché essa ha una relazione privilegiata e diretta con le arti, ma più essenzialmente perché il suo campo strategico non è quello conoscitivo, né quello pratico, ma quello del sentire, dell'aisthesis. (p. 3, 2002)
  • L'infallibilità apollinea presuppone la padronanza di se stessi: il tiro è tanto più perfetto quanto più ferma è la mano dell'arciere, quanto più priva di emozioni violente è la sua anima. Ma riesce in tutto, solo chi in tutto ciò che riesce ritiene di essere riuscito: in questo annullamento delle proprie speranze, dei propri sogni e dei propri progetti passati, in questa completa adesione al mondo storico, sta il senso più profondo dell'infallibità apollinea, il legame essenziale tra Apollo e la vittoria. (p. 98, 2002)
  • Amare è un dare gratuito, ma non inoffensivo. Non si può spiegare perché il suo oggetto sia un dato essere umano e non un altro; la sua dinamica era nondimeno chiara agli antichi, che ne sottolineavano l'aspetto strategico. Il dare all'amante non sollecita una scambio, ma costituisce una sfida. L'amante tende non a togliere qualcosa all'essere amato, ma a possederlo in un'accezione che, accanto alla valenza sessuale, ha anche quella politica e militare. L'erotismo sarebbe un'esperienza ben insipida e vacua se l'amante non fosse esposto al pericolo della sconfitta. (p. 113, 2002)

[Mario Perniola, Del Sentire, Torino, Einaudi, (1a Ediz. 1991) 2002]

Il Sex appeal dell'inorganico[modifica]

  • Fintanto che pensiamo la sessualità nei termini di una curva che partendo da zero, si alza più o meno lentamente verso l'acme dell'orgasmo, per poi decrescere di colpo e ritornare al punto di partenza, restiamo vittime di un'attitudine che sperimenta il sentire sessuale come una più o meno lunga preparazione a un culmine brevissimo, destinato a precipitare al punto zero di una normalità priva di tensione, dalla quale sembra in fondo di non essersi mai mossi. (p. 4, 2004)
  • Darsi come una cosa che sente significa chiedere che le stoffe che costituiscono il corpo del partner vengano a mescolarsi con le proprie, creando un'unica estensione nella quale si viaggia per ore, per giorni. Prendere una cosa che sente significa chiedere che i propri panni siano accolti ovunque e sempre, fino al punto di non essere riconosciuti né da sé né dal proprio partner come appartenenti a qualcuno. Così cade la differenza tra dare e prendere. (p. 13, 2004)

[Mario Perniola, Il Sex appeal dell'inorganico, Torino, Einaudi, (1a Ediz. 1994) 2004]

Disgusti. Le nuove tendenze estetiche[modifica]

  • Il populismo mediatico non fonda una comunità, un essere insieme, ma, proprio al contrario, potenzia al massimo l'esclusione e il rigetto. Ma gli esclusi e i reietti sono spettacolari non meno delle élite scandalose e provocatorie! Elitismo e populismo trovano così un punto comune nell'esperienza del disgusto, il quale presenta due dimensioni a prima vista opposte: da un lato è repulsione, presa di distanza dal contaminante, delimitazione di un ambito puro, dall'altro è abiezione, avvilimento e autodegrado, prossimità con l'impuro. (pp. 17-18)
  • Il politically correct si basa sulla rivendicazione del rango di vittima: la debolezza non è pensata come qualcosa che deve essere mutata in forza, perché ciò che importa, ciò che fa la forza, è proprio la sua ostentazione. Come scrive un critico, l'essenza della cultura "politicamente corretta" è il lamentarsi, il piagnisteo; il suo motto è "non calpestarmi, sono fragile" (Hughes 1993). Si tratta di una strategia paradossale, perché chi si lamenta pretende di vincere affermando la propria "differenza", che consiste nella sofferenza. Questa non può trasformarsi in gioia, perché in tal modo verrebbe meno la "differenza" rispetto al nemico. (p. 23)
  • L'esperienza frammentaria è in realtà un'esperienza di assoluto: trascende persino la poesia e solo nell'amore manifesta il suo vero volto. Ora, l'enigma dell'amore in generale consiste in ciò: che un singolo essere umano, empiricamente determinato, dipendente da mille accidenti, bisognoso di tanti aiuti e così effimero nella sua vicenda terrena, possa essere visto come qualcosa di divino e di sacro. (p. 110)


[Mario Perniola, Disgusti. Le nuove tendenze estetiche, Genova, Costa & Nolan, 1998]

L'arte e la sua ombra[modifica]

  • L'arte, oggi più che mai, lascia dietro di sé un'ombra, una sagoma meno luminosa in cui si ritrae quanto di inquietante e di enigmatico le appartiene. Quanto più violenta è la luce con cui si pretende di investire l'opera e l'operazione artistica, tanto più nitida è l'ombra che esse proiettano; quanto più diurno e banalizzante è l'approccio all'esperienza artistica, tanto più l'essenziale di essa si ritrae e si protegge nell'ombra. (p. IX, 2000)
  • L'arte non può mai dissolversi nella comunicazione, perché contiene un nucleo incomunicabile che è la sorgente di un'infinità di interpretazioni. (p. 15, 2000)

[Mario Perniola, L'arte e la sua ombra, Torino, Einaudi, 2000]

Contro la comunicazione[modifica]

  • Nella comunicazione c'è un segreto: esso consiste nel rendersi invisibili per eccesso di esposizione. (p. 13, 2004)
  • Diffidate dunque anche di coloro che strillano perché il mondo non è razionale né morale, perché o non sono effettuali, cioè non conoscono il mondo, o sono in malafede, cioè lo conoscono troppo ma in modo unilaterale. Tra l'impotenza del dover essere (che non è) e l'idolatria del fatto compiuto (che spesso ha soltanto l'apparenza di essere tale), c'è una terza strada che è appunto quella dell'estetico. (p. 67, 2004)
  • Lo scopo della comunicazione è favorire l'annullamento di ogni certezza e prendere atto di una trasformazione antropologica che ha mutato il pubblico in una specie di tabula rasa estremamente sensibile e ricettiva, ma incapace di trattenere ciò che è scritto su di essa oltre il momento della ricezione e della trasmissione. (p. 108, 2004)

[Mario Perniola, Contro la comunicazione, Torino, Einaudi, 2004]

L'estetica contemporanea. Un panorama globale[modifica]

  • Cosa c'entra l'interrogativo sul fine della vita con l'esperienza estetica? La questione teleologica non appartiene piuttosto alla metafisica o all'etica? Dire che la questione estetica consiste nel riflettere sul senso della vita individuale e collettiva sembra provocatorio. Eppure la riflessione estetica sulla vita è proprio connessa con questa sfida: essa perciò tende a identificars non solo con la teleologia, ma anche con la filosofia della storia e con la metafisica. Sia che si affermi che la vita ha un senso, sia che lo si neghi, l'orizzonte all'interno del quale si colloca questa domanda è stato, nella contemporaneità, molto spesso in stretta connessione con l'estetica, la quale ha avuto così l'ardire di porre il problema fondamentale dell'esistenza. (p. 14)
  • E' implicito nel concetto di forma il riferimento ad alcunché di oggettivo e di stabile, che sembra convenire molto bene all'essenza dell'opera d'arte: nei confronti del continuo e inarrestabile scorrere del tempo, l'appello alla forma manifesta la pulsione a superare il carattere effimero, caduco, perituro del vivere. (p. 47)
  • Nelle estetiche conoscitive la filosofia non compie lo sforzo di intendere ciò che è altro da se stessa, ma cerca e trova se stessa. L'autoriferimento, l'autoreferenzialità, la circolarità sembrano costituire il loro presupposto surrettizio: parlando d'altro, esse in realtà parlano di se stesse, perché in fondo ritengono che la vera conoscenza sia autocoscienza. Ne deriva che la verità delle arti non sta in loro stesse, ma nella filosofia che le interpreta o, meglio ancora, che il pensiero filosofico è il portatore di una verità a cui l'arte non potrebbe arrivare da sola, o almeno di cui non può essere pienamente consapevole senza l'aiuto della filosofia. (p. 85)
  • Una lunga tradizione, che risale ai Greci antichi, collega in vari modi l'arte all'agire. Nell'epos omerico le imprese degli eroi costituiscono il contenuto dei poemi; nella tragedia l'azione si svolge alla presenza degli spettatori: tanto il primo quanto la seconda esercitano un effetto sui fruitori. Infine la stessa attività poetica, artistica e letteraria è stata spesso pensata come un operare, come un tipo particolare di azione talvolta più efficace che quella militare, politica o economica. Nel pensiero moderno è stato Hegel il filosofo che ha pensato con maggiore profondità il nesso che collega l'arte all'azione. (p. 121)
  • Il sentire del Novecento invece si è mosso in una direzione opposta alla conciliazione estetica, verso l'esperienza di un conflitto più grande della contraddizione dialettica, verso l'esplorazione dell'opposizione tra termini che non sono simmetricamente polari l'uno con l'altro. Tutta questa grande vicenda filosofica, che non esito a considerare come la più originale e la più importante del Novecento, sta sotto la nozione di differenza, intesa come non-identità, come una dissomiglianza più grande del concetto logico di diversità e di quello dialettico di distinzione. (p. 158)
  • L'importanza di Burckhardt non si limita al fatto di essere stato tra i primi a rendersi conto del declino dell'Occidente. A questo fatto si aggiungono tre intuizioni fondamentali. La prima riguarda il riconoscimento della molteplicità delle culture. Il declino di una civiltà non implica la fine del mondo: da qualche altra parte inizia qualcosa di nuovo. Sotto questo aspetto egli può essere considerato l'antesignano di un'estetica globale. (p. 196)

[Mario Perniola, L'estetica contemporanea. Un panorama globale, Bologna, il Mulino, 2011]

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