Mohammad Mossadeq

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Mohammad Mossadeq

Mohammad Mossadeq (1882 – 1967), politico iraniano.

Citazioni di Mohammad Mossadeq[modifica]

  • Un paese non va da nessuna parte all'ombra di un dittatore.[1]

Citazioni su Mohammad Mossadeq[modifica]

  • Credo che Mossadeq sia stato un uomo della Rivoluzione costituzionale, che credeva nel costituzionalismo, che pensava che lo Scià dovesse regnare e non comandare. Voleva nuovi rapporti a livello nazionale e vide che, in realtà, definire nuovi rapporti con il Regno Unito lo avrebbe aiutato a questo proposito.
    Ma penso che alla fine si sia spinto troppo oltre, in quanto sentiva di poter dividere e allontanare i britannici dagli americani. (Ali Ansari)
  • Il vecchio capo nazionalista, confinato nella sua proprietà a cinquanta chilometri da Teheran, alleva gatti e coltiva fiori con la passione disinteressata di chi ritiene di aver concluso la propria giornata politica attiva e si dedica a svaghi genialmente superflui. A giornalisti che erano andati alla sua porta per parlargli, fece rispondere che essendo morto non poteva ricevere nessuno. Resta vivo, però, nella memoria di tutti il ricordo del suo colpo di audacia che per taluni conserva ancora un certo fascino tentatore. (Vittorio Gorresio)
  • Mossadeq fece ridere e piangere le folle. Confermava i loro pregiudizi e le loro superstizioni e lusingava le loro vanità – erano, nella maggior parte dei casi, tutto ciò che gli rimaneva. Lo amavano, ma lui le amava? Nessuno potrebbe saperlo con sicurezza. (Amir Taheri)
  • Mossadeq si era fidato dell'appoggio sovietico ed aveva cercato sostegno presso i comunisti del Paese; lo Scià ha tolto di mezzo i comunisti e vorrebbe potersi fidare dell'appoggio occidentale. (Vittorio Gorresio)
  • Penso che Mossadeq sia stato un nazionalista, un patriota che fece però alcuni gravi errori, secondo il mio punto di vista. Non fece nessuno sforzo per comprendere a fondo l'economia del petrolio, non riuscì mai a comprendere quanto l'economia iraniana fosse in crisi; fu riluttante a raggiungere qualsiasi compromesso, preferì rimanere l'eroe del nazionalismo iraniano, evidentemente questo fu il suo piano. Inoltre, ritengo che abbia intrapreso azioni che indebolirono la sua popolarità, indicendo un referendum che non era nella Costituzione, ignorando i consigli ricevuti. Azioni di questo tipo lo indebolirono, e quando perse il supporto del clero diventò molto vulnerabile. Sono convinto che il suo grande contributo sia stato lo sforzo per nazionalizzare il petrolio iraniano e affrontare la Gran Bretagna, che aveva trattato male l'Iran, ma il suo grande errore fu quello di non riconoscere il reale potere che aveva e di volere ottenere tutto ciò che voleva, a costo di sfidare chiunque. Invece venne destituito e credo che in un certo senso da allora il Paese non si sia mai più ripreso. (Abbas Milani)
  • Sotto Mossadegh, emotivo e antioccidentale, l'Iran piombò nel caos e la produzione di petrolio praticamente cessò. I piani di sviluppo economico subirono una paralisi e la riforma fondiaria, iniziata dallo scià, cominciò a stagnare. (Richard Nixon)

Ryszard Kapuściński[modifica]

  • Eisenhower lo sospetta di comunismo, sebbene Mossadeq sia un patriota indipendente e anticomunista.
  • I rapporti tra Mossadeq e gli scià Pahlavi (padre e figlio) non sono mai stati buoni. Mossadeq ha una formazione di stampo francese: liberale e democratico, crede in istituzioni quali palamento e libertà di stampa e deplora lo stato di dipendenza in cui versa la sua patria.
  • Tutte le sue speranze sono svanite, i calcoli si sono rivelati errati. Ha cacciato gli inglesi dai campi petroliferi sostenendo che ogni paese ha diritto di disporre le proprie ricchezze, ma dimenticando che la forza ha sempre la meglio sul diritto. L'Occidente ha decretato il blocco dell'Iran e il boicottaggio del petrolio iraniano, facendone un frutto proibito per tutti i mercati. Mossadeq contava che gli americani lo sostenessero e lo aiutassero nel conflitto contro gli inglesi. Ma gli americani non gli hanno teso la mano.

Mohammad Reza Pahlavi[modifica]

  • Aveva cominciato con l'affermare, e la cosa in se stessa era esatta, che l'Iran aveva sopportato troppo a lungo l'influsso e la dominazione delle potenze straniere. Da un'osservazione del genere era saltato alla conclusione che la cosa migliore per l'Iran era di non accordare concessioni a nessuna potenza e di non accettare favori da nessuno. A prima vista il contenuto negativistico della sua posizione richiamava l'isolazionismo politico prevalso per un verto periodo in alcuni stati dell'America prima della seconda guerra mondiale. Ma il negativismo di Mossadeq superava anche tale precedente, abbracciando nella sua estensione la politica estera e quella interna del paese.
  • Che cosa mancava a Mossadeq per essere un vero statista? Per prima cosa era di una ignoranza sbalorditiva. Benché avesse studiato all'estero, ignorava praticamente tutto sugli altri paesi del mondo. Di economia capiva meno che niente. Io non sono un economista di professione, eppure so qualcosa sui fatti e sui princìpi più comuni dell'economia nazionale e internazionale. Come scià ho avuto modo di trattare con un'infinità di funzionari d'ogni genere e di diversa formazione politica, ma in tutta franchezza devo dire che raramente ho trovato qualcuno che, essendo in una posizione di responsabilità, eguagliasse l'ignoranza da lui mostrata dei princìpi più elementari della produzione, del commercio e degli altri fattori economici.
  • Erano occorsi circa trenta mesi per far apparire Mossadegh agli occhi di tutti gli iraniani l'incarnazione stessa dell'apprendista stregone, incapace di controllare e dominare le forze distruttrici da lui stesso scatenate.
  • Il potere rivela la misura dell'uomo. Alcuni ingigantiscono di fronte alla sfida morale della potenza di cui dispongono, altri invece si perdono. Alla luce dei fatti, Mossadeq si rivelò un uomo assai meschino.
  • In apparenza egli non si legò mai ai comunisti, ma in realtà il suo potere era fondato sul loro appoggio e lui stesso non era altro che un loro strumento.
  • Le contraddizioni di quel rètore – contraddizioni perpetue – fra parola e azione, i suoi improvvisi e imprevedibili salti di umore – dall'esaltazione alla depressione – il suo passare da certezze violentemente espresse in discorsi isterici a lacrime, singhiozzi, malattie «diplomatiche», commedie macabre: «Io muoio... eccetera», ne fanno un politico difficile da giudicare. Alcuni lo hanno paragonato a Robespierre, altri a un personaggio della commedia dell'arte.
  • Mossadeq non sosteneva la non-violenza come sistema di vita: non era Gandhi. Bisognava infatti tener presente che bande di malviventi controllate da lui o da suoi sostenitori scorrazzarono per molti mesi nella capitale, aggredendo persone innocenti e terrorizzando la cittadinanza. Fra l'altro va considerato il fatto che i seguaci di Gandhi, dopo l'indipendenza dell'India, non hanno mai interpretato la dottrina della non-violenza come un principio morale che giustifichi l'irresponsabilità in fatto di sicurezza interna.
  • Poiché sua madre era una discendente dei Khadjar, forse odiava la nostra dinastia.
  • Probabilmente, mi è stato prospettato, Mossadeq era soltanto un romantico il quale pensava di poter far retrocedere nel tempo la Persia.
  • Se non condividevo l'entusiasmo di alcuni parlamentari per il leader del Fronte nazionale, era perché avevo osservato in passato alcune curiose contraddizioni tra i propositi di Mossadegh e le sue azioni. Ufficialmente era il difensore del sentimento nazionalistico anticolonialistico, il campione del patriottismo più intransigente, dichiarava che non bisognava accordare alle potenze straniere concessioni o vantaggi di sorta. Chiamava la sua dottrina la dottrina dell'«equilibrio negativo» e il suo più grande difetto era proprio quello di essere completamente negativo.

Arminio Savioli[modifica]

  • Chi è Mossadek? Alle nuove generazioni, il suo nome non dice nulla. Ma chi ha vissuto (da protagonista, da spettatore, da cronista partecipe e partigiano) gli albori dei movimenti di liberazione, non può aver dimenticato il vegliardo temerario che osò sfidare, quasi da solo, quasi per primo, la poderosa struttura imperialistica, aggredendone uno dei pilastri: le società petrolifere.
  • Figlio di un ministro delle finanze di Persia, i Kajar, e di una principessa imperiale, aveva nelle vene un sangue «molto più blù» di quello di Reza Pahlavi, figlio di un ufficiale di cavalleria analfabeta e usurpatore.
  • Questo era l'uomo che il movimento nazionalista impose come primo ministro ad uno scià pieno di paura e di collera: un vecchio aristocratico liberale, dalla salute malferma, abile negli intrighi di palazzo, ma anche coraggioso nel difendere le sue idee, oratore eloquente, trascinatore di folle, grande «mattatore» della politica, capace di dirigere una battaglia di strada dal suo letto, in pigiama a strisce, fra una crisi di depressione e uno svenimento: un affascinante miscuglio di tradizioni consunte e di sogni rivoluzionari, un ponte insicuro, precario, lanciato fra passato e futuro.

Note[modifica]

  1. Citato in Robert Fisk, Cronache mediorientali. Il grande inviato di guerra inglese racconta cent'anni di invasioni, tragedie e tradimenti, Il Saggiatore, 2011, p. 133.

Voci correlate[modifica]

Altri progetti[modifica]