Soraya Esfandiary Bakhtiari

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Regina Soraya nel 1956

Sorāyā Esfandiyāri Bakhtiyāri (1932 – 2001), regina dell'Iran.

Citazioni di Soraya[modifica]

  • È naturale che io voglia un bambino. Soffro da tanto tempo perché non ne abbiamo e ho sofferto molto a causa di tutto il parlare che se ne è fatto in tutto il mondo. Adesso sono giunta a un punto in cui non mi importa più niente di quel che si dice.[1]
  • Quando lo Scià mi telefonò per dirmi che un divorzio era inevitabile, la sua voce era spezzata dai singhiozzi. Non ebbi la forza di ascoltarlo, la sua disperazione era straziante, attaccai il ricevitore.[2]
  • La decisione di divorziare non mi ha colto di sorpresa. L'aspettavo da sei mesi. Ma ho sempre sperato che Dio facesse comprendere allo Scià che l'amore è più importante di un trono.[2]
  • Come può sapere con certezza se la sua nuova moglie gli darà un figlio? Eppure, non posso biasimarlo. Sarebbe ingiusto. Lo Scià è vittima di rigide tradizioni.[2]
  • Lo amavo e continuerò ad amarlo. Forse, se avesse potuto agire di propria iniziativa, lo Scià avrebbe dato la preferenza a me e non al trono. Le vere cause della nostra infelicità sono i suoi consiglieri e sua madre. Hanno continuato a dirgli che nell'interesse dello Stato deve avere un erede, hanno insistito fino a quando egli ha dovuto cedere.[2]
  • La madre dello Scià veniva a trovarmi di frequente nella mia camera da letto e mi rivolgeva domande sulle questioni più intime. Le sue parole erano altrettante pugnalate al cuore. Dopo le sue visite piangevo disperata per ore.[2]
  • Lo Scià non sa che cosa sia l'amore e ama soltanto il trono di Persia.[3]
  • L'Imperatore è entrato nel mio cuore e non ne uscirà mai, anche se si sposasse e se mi dimenticasse, anche se smettesse di mandarmi i suoi fiori o se mi privasse dell'assegno mensile che mi ha concesso. Nulla potrà farmelo dimenticare, anche se finalmente avesse un erede. Io l'ho amato come fanciulla, come donna, come essere umano, e l'amerò sempre.[3]
  • [Su se ritornerebbe in Iran] Mai. Non ci tornerò mai perché non voglio mettere nell'imbarazzo nessuno. Oggi sono una vagabonda senza famiglia né patria.[3]
  • [Sulla nascita di Reza Ciro Pahlavi] Sono lieta che lo Scià sia riuscito finalmente a coronare il suo più ambito desiderio, quello di avere un principe ereditario. Sono felice di quanto avvenuto anche per il mio Paese e il mio popolo.[4]
  • [Sulla vita con Mohammad Reza Pahlavi] Non vorrei aver perduto una sola ora di questa mia vita.[5]
  • Non ho mai pensato di rinunciare alla carriera cinematografica. Certo, desidero che la prossima volta vada tutto bene. È vero, ho avuto parecchie offerte, avrei potuto accettare una di esse. Ma continuo a pensare che la cosa migliore sarebbe un film in costume. Comunque, continuerò a fare l'attrice. Ci sono poche cose che una ex-regina possa fare, che abbia soprattutto la preparazione per farle. Per esempio, ho tentato di darmi agli affari, ma sfortunatamente non ho alcuna predisposizione per essi. Non sono un'attrice, non sono una professoressa, non ho alcun talento per fare la pittrice. Ma sono ancora giovane e penso che sia giusto per me avere una attività, sentirmi partecipe del mondo in cui vivo.[6]

Il palazzo della solitudine[modifica]

Incipit[modifica]

Alla fine del secolo scorso, due cugini quasi coetanei regnavano sul paese bakhtiaro situato al centro della Persia. Uno di loro, Sardar Assad, chiese all'altro la mano della figlia, una fanciulla di quattordici anni. Anche lui, per via di precedenti matrimoni, aveva dei figli grandi, quasi tutti maggiori della giovane. Dopo averlo ascoltato a lungo con la dovuta solennità, il cugino diede il suo consenso all'unione tanto più che, per ricambiare la gentilezza, Sardar Assad gli aveva cortesemente offerto in sposa una delle figlie più giovani.
Sardar Assad era il padre di mio padre.

Citazioni[modifica]

Soraya da bambina
  • Perché una rosa profuma di rosa e un giardino sa di giardino? Da piccoli non ci si sofferma mai a riflettere. La vita ci appare come un dono e respirare è un atto naturale.
    Solo più tardi, molto più tardi, prendono forma i ricordi... densi di odori, di colori, circonfusi da un alone di nostalgia.
    Nostalgia o bisogno di far rivivere le cose? (p. 12)
  • La consapevolezza di essere allo stesso tempo cristiana e musulmana, ma in fondo di non essere né l'una né l'altra cosa, ha creato in me due poli opposti fra i quali si svolgerà tutta la mia vita. L'uno è testardamente europeo, l'altro ferocemente persiano e, divisa fra la tenerezza di una madre e la forza di un padre che adoravo, ho continuato a fluttuare come un diavoletto di Cartesio fra due culture profondamente diverse. (pp. 16-17)
  • In Iran si ha tanta paura che una giovane frequenti uomini o ragazzi indigeni di lei, rovinandosi, che si cerca di prepararla al matrimonio molto presto, prima che accada qualcosa di irreparabile. Si cerca di istruirla fin dalla culla. (p. 17)
  • Io ero terribilmente ignorante, non sapevo nulla. Nulla della geografia e delle leggende del mio paese, nulla della sua storia né della religione musulmana. Mi sentivo analfabeta e il mio orgoglio ne soffriva enormemente, tanto più che ero consapevole di sapere moltissime altre cose che i miei compagni di scuola ignoravano. Ma a che mi serviva parlare tedesco, inglese, francese e suonare il pianoforte? (p. 25)
  • A sette anni Soraya sognava di trovare un giorno un buon lavoro, una professione autentica, solida, di quelle di cui parlano i libri.
    Voleva diventare investigatrice. Era affascinata da Sherlock Holmes, da Arsenio Lupin e da Hercule Poirot, gli eroi che aveva scoperto nei romanzi che sua madre leggeva e rileggeva per dimenticare l'Iran e mantenere vivo un sia pur tenue legame con l'Europa.
    E Soraya pensava: «Più avanti, quando sarò grande, andrò in una grande città come Londra o Parigi, una città in cui si commettono veri delitti, con veri assassini come Jack lo Squartatore...».
    Ma per raggiungere quella meta era necessario che Soraya terminasse gli studi.
    Amavo l'ingenuità di quella Soraya.
    L'ho mantenuta intatta? (p. 28)
  • Quando ero bambina, lo scià era un aeroplano blu che sorvolava il cielo di Isfahan.
    «Guarda là... in alto!» mi dicevano le amiche prendendomi per un braccio. «Lassù c'è il nostro re.»
    Scrutavo il cielo socchiudendo gli occhi.
    Lo scià era anche la grande festa che si era tenuta il giorno del suo matrimonio con la principessa Fawzia: tutta la città illuminata, la cameriera che mi teneva per mano, i fuochi d'artificio, la folla in delirio, le ovazioni... e, naturalmente, le pecore sgozzate. (p. 38)
  • «Sua Altissima Maestà lo scià!» annuncia all'improvviso un servitore.
    Tutti si alzano.
    Compare lo scià, in uniforme da parata di generale dell'esercito. Lo trovo imponente, magnifico, splendido.
    Sono magnetizzata. È affascinante.
    Chams si sbaglia, lo scià è bello e sa sorridere. Ha un fisico ben proporzionato. È giovane. Ha l'età delle responsabilità e una bellissima uniforme.
    Sì, lo confesso, per me è stato un colpo di fulmine. (p. 50)
Soraya durante il matrimonio con lo Scià
  • Per la prima volta in vita mia, mi ero innamorata. Non come l'eroina di un film o la protagonista di un romanzo, ma come un essere umano che scopre, insieme, la passione e il senso della responsabilità. Fra lo scià e me si era stabilito immediatamente un forte legame. Senza che ci fossimo scambiati confidenze essenziali, avevamo sentito passare fra noi una corrente di fiducia e di tenerezza. Nella vita che intendeva dividere con me, lo scià mi aveva offerto, fin dal primo sguardo, molti punti di riferimento: la sua timidezza, da cui s'intuiva un romanticismo che mi incantava, poiché ero molto giovane, un'eleganza innata e la sua perfetta educazione, arricchite da una vasta cultura, la sua impazienza che lusingava il mio orgoglio ancora quasi infantile. Fra tutte le ragazze che la corte gli aveva proposto non aveva forse scelto me vedendo una semplice fotografia?
    Me, Soraya Esfandiary Bakhtiary. (pp. 52-53)
  • Nonostante il primo matrimonio, nonostante le numerose avventure avute prima di conoscermi, Mohammed Reza era eccessivamente timido con le donne. Allevato con estremo rigore nelle scuole militari, abituato alla disciplina, consapevole delle sue responsabilità al sovrano, non amava rivelare i suoi sentimenti e ancor meno dire parole d'amore. Il suo pudore gliele rendeva difficili. Solo i suoi occhi scurissimi e brillanti, ora severi, ora tristi, ora dolci, erano pieni di fascino e riflettevano la sua anima.
    Solo quelli parlavano. (p. 57)
  • Non posso dire che Mohammed Reza fosse dotato di un gran senso dell'umorismo. Giudicava gli altri con estrema perspicacia ma non sopportava la minima critica. Abituato ai complimenti dei cortigiani, suscettibile come tutti gli iraniani, di fronte a un giudizio negativo si rannuvolava, stringeva la labbra e richiudeva gli occhi a una fessura, a volte spaventando i suoi familiari stessi e persino la principessa Ashraf, che pure amava tenergli testa. (p. 59)
  • Tutti i Pahlavi [...] erano ipocondriaci. I bambini, Chams, Ashraf, Mohammed Reza e Alì Reza, il fratello minore, erano caduti nelle grinfie di un medico folle che li aveva convinti che avrebbero rischiato terribili malattie se non avessero osservato una dieta molto severa. I pasti in casa Pahlavi erano spaventosamente tristi: solo verdura bollita, frutta e composte. Che fine avevano fatto i baccanali dei satrapi dell'impero persiano? (p. 82)
  • [Su Taj al-Moluk] Suo padre aveva comandato il reggimento di cosacchi in cui il marito Reza Khan, che sarebbe diventato Reza Scià, aveva prestato servizio prima di diventare colonnello. Non era forse lei che, in un certo senso, lo aveva innalzato al rango di scià-in-scià, di re dei re?
    Taj ol Molouk non aveva mai dimenticato quel passato e perciò considerava disdicevole venire a Etchessassi a farci visita. Non aveva forse messo al mondo Mohammed Reza, l'imperatore dell'Iran? Che importava se suo marito dopo di lei aveva sposato altre due donne di sangue qagiaro e ne aveva avuto parecchi figli? Solo i suoi figli maschi avevano il diritto di regnare poiché il marito, in base a un decreto promulgato senza chiedere il parere di nessuno, aveva stabilito che nessun discendente qagiaro potesse diventare re.
    Nessuno aveva il diritto di dimenticare che solo dal suo ventre nascevano i re di Persia: Mohammed Reza, l'uomo che ho sposato e, nel caso in cui Mohammed Reza scomparisse, il secondo figlio, Alì Reza. Loro e nessun altro.
    Tuttavia, se...
    Il bambino che io metterò al mondo. (p. 85)
  • Talvolta negli occhi di Taj ol Molouk colgo un lampo di dispetto. Come se le dispiacesse che io sia l'unica moglie di suo figlio. Donna di harem, adora il mondo e l'atmosfera femminile. Nel suo palazzo, dove se ne sta chiusa circondata da cortigiane, si compiace di tessere intrighi e di ricevere personalità politiche, mogli di ufficiali, membri della corta. Li interroga, li fa parlare, dà il suo parere su tutto. Cerca anche di imporre il suo modo di pensare a Mohammed Reza, che l'ascolta con rispetto. In Iran, i figli danno retta alla madre. «Sì, madre... No, madre». (p. 86)
  • Senza dubbio, Ashraf non ha sofferto tanto del dispotismo del padre quanto della sua indifferenza. In una fotografia dell'album di famiglia dei Pahlavi il vecchio scià tiene sulle ginocchia Mohammed Reza e stringe fra le braccia la principessa Chams. Ashraf è in disparte, sola, con lo sguardo triste, lo sguardo perduto nel vuoto dei bambini che non si sentono amati.
    Così per forza di cose Ashraf ha riversato tutto il suo affetto su Mohammed Reza, il suo gemello, la parte di se stessa che probabilmente amava già nel ventre di Taj ol Molouk, prima della nascita, quando erano ancora legati dallo stesso cordone ombelicale. (pp. 86-87)
  • I ricchi sono un facile bersaglio per le critiche malevole e Ashraf è ricca d'energia, di passioni. Vive molto intensamente. Non ha il tempo di ascoltare quello che le malelingue inventano sul suo conto. Le disprezza e agisce sempre liberamente, senza lasciarsi condizionare. (p. 89)
  • [Su Ashraf Pahlavi] Non mi sono mai scontrata con lei. È troppo intelligente per attaccarmi in pubblico. E io sono troppo leale per misurarmi con lei in un duello. So che lo scià saprebbe disarmarla.
    Per amor mio. (p. 89)
  • Oggi mi domando come ho potuto adeguarmi a tanto rigore. Come ho potuto, io abituata alla spumeggiante gaiezza delle studentesse europee, sportiva, allevata da una madre vivace e da un padre indifferenti agli onori, vivere accanto a un uomo austero e riflessivo che non si entusiasmava mai, non si abbandonava mai alla collera, che non svelava mai un briciolo di follia?
    In realtà eravamo simili.
    Almeno in apparenza. (p. 97)
  • Reza Scià era un despota, vittima di un'ossessiva mania di persecuzione, un paranoico che si vedeva perennemente circondato da rinnegati, traditori e spie prezzolate dalle potenze nemiche che avevano un solo scopo: tradirlo. (p. 106)
  • [Su Mohammad Mossadeq] Più persiano di tutti i persiani, ha un notevole temperamento teatrale e secondo le circostanze passa brillantemente dalla tragedia alla commedia: singhiozza evocande le sventure del paese e subito scherza e si adira, passa filmineamente dal riso all'imprecazione, dal deliquio alla strizzata d'occhio, vive quasi sempre in pigiama e riceve gli ambasciatori a letto. (p. 107)
  • [Su Mohammad Mossadeq] Uomo brillante, integro, disinteressato, nazionalista sfegatato, è appoggiato dal clero e dal popolo. Lo scià segretamente stima questo aristocratico che, come lui, desidera la grandezza dell'Iran. (p. 107)
  • Né il denaro della Cia né il coraggio di Zahedi né il fervore del mullah Bebahani avrebbero potuto provocare la caduta di Mossadeq e della sua politica se lo scià fosse stato impopolare. (p. 130)
  • Ho lottato molto per l'emancipazione della donna iraniana e ho cercato di offrirle tutte le opportunità nell'ambito della sua vita affettiva perché non dovesse più subire il dominio dell'uomo che troppo a lungo l'aveva umilata al ruolo di fattrice dei suoi figli per garantirsi una discendenza.
    Dovevo «violentare» quell'aspetto della mentalità persiana e strapparle la maschera... o meglio il chador. (p. 143)
  • Elisabetta II è una donna graziosa con un incarnato di porcellana. Più piccola di me, che non sono affatto alta, mantiene sempre un fondo di riserbo, a differenza di sua madre e del principe Filippo. Si è preparata fin dall'infanzia al ruolo di regina. Ha un tratto amabile, i suoi discorsi sono semplici e privi di affettazione. Nessuna allusione ai contrasti del passato. Lascia le questioni politiche ai suoi ministri. La regina regna ma non governa. (p. 153)
  • [Su Elizabeth Bowes-Lyon] Una deliziosa vecchia signora inglese che adora l'avventura e si infervora parlando della Persia dove le piacerebbe fare un viaggio sulle tracce di Dario, dalle felici vallate dell'Indo a quelle della Mesopotamia. Solo in Inghilterra nascono personaggi così, che ricordano Agatha Christie. (p. 153)
  • Voglio sfuggire ai fotografi che mi braccano e mi spiano giorno e notte per immortalare la lacrima destinata a suscitare la curiosità morbosa dei lettori dei rotocalchi e a permettere un'ennesima variazione sul tema: «Soraya, la principessa dagli occhi tristi», «Insieme a Soraya, tutto l'Iran piange...».
    No, sono io che piango il mio Iran. (p. 169)
  • A Teheran, quando guidavo l'automobile, ero sempre preceduta da staffette che fermavano il traffico per lasciarmi passare. Ora, al volante della mia piccola Opel sono terrorizzata dalla segnaletica stradale e dai semafori. Verde, giallo, rosso... Come si attraversa un incrocio? Come faccio a evitare gli altri automobilisti? Sono presa dal panico. Non ho la minima idea di come si parcheggia una macchina, di come si entra in una stazione di servizio, di quanta benzina occorre. La folla mi fa paura e ho perennemente l'impressione di essere pedinata, spiata, perseguitata. Sono come una prigioniera rimasta troppo a lungo in carcere che non sa più orientarsi né vivere in mezzo agli altri. Sono risucchiata in una spirale d'angoscia.
    Giorno per giorno mia madre m'insegna di nuovo a camminare, a sorridere, a sperare.
    Mi mette al mondo una seconda volta. (pp. 170-171)
  • Tutti i giornali dove si parla di me in Iran sono proibiti. Forse è meglio così. Che cosa potrebbe scoprire la gente del mio paese leggendoli? Che ho un'infinità di flirt, che passo le notti a ballare guancia a guancia con un principe dopo l'altro, che per una delusione amorosa ho preso una dose massiccia di sonniferi, che sono costruita in ogni minimo particolare? E calunniata come Brigitte Bardot ed Elizabeth Taylor. Come loro devo essere ciò che il pubblico ha deciso che sia: una reietta da lapidare perché incarno i suoi sogni tramontati.
    Mentre vorrei, almeno per una volta, essere completamente anonima, in mezzo a gente altrettanto anonima. (p. 172)
  • Nonostante gli incassi, I tre volti di una donna è considerato un fiasco e stranamente tutte le copie spariscono. Lo scià-in-scià? È un gesto che gli somiglia. Il padrone che confisca l'immagine della donna che ha spezzato le catene. (p. 179)
  • Non voglio dire che Franco sia stato il mio amore più grande. Lo scià ha avuto un peso enorme nella mia vita. Per una donna il primo uomo è sempre importantissimo. Non può dimenticarlo.
    Lo scià era ponderato, terribilmente introverso. Franco è anticonformista e proprio il suo anticonformismo mi attira enormemente. Lo sento molto vicino alla mia vera natura. (p. 183)

Explicit[modifica]

Il Cairo... La Sicilia. Mohammed Reza... Franco. Mi affiorano alla memoria i versi di ʿOmar Khayyâm:
Sulle tombe dei re galloppano le gazzelle. | Su quella del poeta fiorisce la margherita.
Eravate diversi.
E io vi ho amati.
Come essere tristi, quando nel cuore si ha un galoppo di gazzelle...
... e una margherita?
Come essere tristi, se esistono il passato e l'avvenire?

Citazioni su Soraya[modifica]

  • [Dopo la morte di Soraya] Sono rattristata. In qualche modo ha fatto parte della nostra famiglia. Ha avuto una vita orribile, in solitudine. Tempo fa, i miei figli hanno voluto incontrarla e lei ne era stata felice. (Farah Pahlavi)

Igor Man[modifica]

  • Fece stancamente qualche film per distrarsi ma valeva poco come attrice, frequentò anche via Veneto ma seppe non affondare nella palude banale e volgare in cui cadde un'altra principessa di sangue reale, italiana.
  • Gli occhi da gatta, verdi, aveva Soraya. Sembrava una donna sicura, col suo incedere davvero felino, invece la timidezza la possedeva. Fin da bambina. Bastava che le presentassero qualcuno e sul naso espressivo (non rifatto) compariva una perlina di sudore e la mano che stringeva, appena, la tua aveva il calore umidiccio dei convalescenti.
  • Lei che nell'angoscia visse il tratto più lungo e tormentoso della sua vita umiliata a convalescenza implacabile, lei, Soraya, dico, con la sua morte rompe la routine dei nostri amari pensieri di guerra, per rituffarci in un tempo senz'altro banale ma forse felice.
  • Venne trattata con delicatezza ma si ammalò lo stesso. Dentro. E questo perché lei non era una ragazza qualunque ma una principessa, per di più nata e vissuta in una cultura che attribuisce al sesso femminile una, mai dichiarata per altro, importanza assolutamente religiosa.

Mohammad Reza Pahlavi[modifica]

  • Benché Soraya frequentasse la scuola elementare tedesca a Isfahan e in casa parlasse tedesco oltre che persiano, la sua fu un'infanzia tipicamente persiana.
  • Durante i sette anni in cui la regina Soraya e io vivemmo insieme, ella s'impegnò sempre più attivamente nell'assistenza sociale. Per esempio, ricordo la sua indignazione non priva di fascino allorché visitò uno dei più vecchi orfanotrofi del paese, diretto da amministratori incapaci e corrotti. Con occhi fiammeggianti mi parlò delle miserevoli condizioni dei bambini ivi ospitati e del suo desiderio ch'io facessi immediatamente qualcosa per migliorarle. Senza indugio disposi che l'orfanotrofio venisse ricostruito dalla Fondazione Pahlavi e che ad amministrarlo in seguito fosse la Società Soraya affiliata alla fondazione stessa. Raramente mi è accaduto di assistere a una trasformazione così radicale come quella che avvenne nei bambini di quell'orfanotrofio.
  • È stato il futuro del Paese e le sorti della monarchia che mi hanno costretto a separarmi dalla mia amata consorte.
  • Per assicurare il futuro al Paese e per salvare la monarchia ereditaria io ho dovuto separarmi dalla mia adorata sposa, che nei tempi più difficili dei sette anni trascorsi insieme ha condiviso con me le mie pene ed i miei dolori, e mi è sempre stata compagna fedele al fianco.

Note[modifica]

  1. Citato in Soraya non vuole più visite di ginecologi, La Stampa, 8 luglio 1957
  2. a b c d e Citato in Soraya ritiene che il divorzio sia dovuto a un intrigo di corte, La Stampa, 17 marzo 1958
  3. a b c Citato in Amare confidenze di Soraya sullo Scià, La Stampa, 8 dicembre 1959
  4. Citato in Soraya ha dichiarato: «Sono felice per lo Scià», La Stampa, 2 novembre 1960
  5. Citato in Soraya sostiene che fu lei a proporre il divorzio allo Scià, La Stampa, 12 ottobre 1964
  6. Citato in Soraya è decisa: ritornerà al cinema, La Stampa, 6 settembre 1968

Bibliografia[modifica]

  • Soraya Esfandiary Bakhtiari, Il palazzo della solitudine, traduzione di Doretta Chioatto, Oscar Mondadori, 1992, ISBN 88-04-38631-2

Voci correlate[modifica]

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