Riccardo Cucchi

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Riccardo Maria Cucchi (1952 – vivente), giornalista ed ex radiocronista sportivo italiano.

Citazioni di Riccardo Cucchi[modifica]

  • Abbiamo ricordato Astori, su tutti i campi. E ci siamo emozionati ancora una volta. Perché la sua morte ci ha colpito così tanto? Non era un protagonista, non era un "divo" del calcio. E nemmeno della tv. Era solo un calciatore. Nei suoi occhi leggevamo passione, lealtà, amore per questo gioco. Nessuna esibizione di forza, arroganza e presunzione. Solo dedizione alla squadra e ai compagni. E gentilezza. Ecco: gentilezza. Lo piangiamo perché Davide è riuscito dove noi fatichiamo. È riuscito a rimanere un uomo, un padre, un marito, un figlio, un calciatore gentile. In un mondo, quello del calcio, dove l'odio, la furbizia, il denaro, la faziosità regnano indisturbati. [1]
  • C'è qualcosa che accomuna arbitri e radiocronisti. Entrambi usano i loro occhi e la loro esperienza per fare il loro lavoro: decidere e raccontare una partita. Dentro lo stadio; in campo gli uni, in tribuna gli altri. Non sul divano di casa o in uno studio TV con 24 telecamere e decine di replay. Decidono e raccontano in tempo reale, cercando di capire e rischiando di sbagliare.[2]
  • Conosco le imprese del Grande Torino grazie ai racconti di mio padre, torinese e torinista. È come se fossi stato al Filadelfia: è come se avessi visto Valentino Mazzola rimboccarsi le maniche della sua maglia granata e suonare la carica; è come se fossi ancora stordito dopo la tragedia di Superga. E invece non ero ancora nato. Ma ogni anno il 4 maggio il mio pensiero va a quella squadra che giocava un calcio bellissimo e vinceva con il cuore.[3]
  • È stato il maestro – insieme ad Ameri e Provenzali – di un'intera generazione di radiocronisti [...]. Le 40 Chesterfield senza filtro, e i colletti delle camicie di Sandro Ciotti fanno parte della nostra storia.[4]
  • La radio e il calcio. Binomio inscindibile fin dagli albori, quando le voci giungevano gracchianti da stadi gremiti "al limite della capienza". Si narra che quando Carosio propose di raccontare il calcio alla radio, i dirigenti dell'EIAR tentennassero, ritenendo impossibile l'impresa. Carosio fu la voce dei mondiali del 1934 e del 1938, unico radiocronista della storia a raccontare due volte l'Italia campione del mondo. Ebbe ragione lui. Il calcio si poteva raccontare, eccome.[2]
  • La radio è stata innovativa e non si è smarrita con la nascita della televisione. Con orgoglio, e magari poca lungimiranza, ingegneri, tecnici e giornalisti guardarono con diffidenza nel '54 all'avvio dei programmi TV, la radio che si vede. "Non avrà futuro" dicevano scuotendo la testa, fedeli alla forza evocativa, espressiva e puntuale del mezzo radiofonico.[2]
  • Oggi Var protagonista. E come sempre dividerà. Ho pensato dal primo momento che non avrebbe rimosso le polemiche. Il suo scopo è ridurre gli errori. Ma anche davanti alle immagini c'è chi contesterà le scelte di oggi. Perché? Perché il calcio non è una scienza esatta. E non si può pretendere che lo diventi grazie alle telecamere e ai replay.[5]

Calcio da ascoltare

Alessandro Cappelli, Rivistaundici.com, 20 settembre 2018.

  • Fin quando ho fatto radio mi capitava di essere riconosciuto per la mia voce, magari entravo in un bar per un caffè o salivo sul taxi e mi dicevano "Ehi, lei è quello che fa la partita". Oppure, "Ti ho ascoltato ieri". [...] Poi l'anno scorso ho fatto tv alla Domenica Sportiva e la gente ha iniziato a dirmi "Ti ho visto ieri", io rispondevo, "ma mi hai anche ascoltato?", e spesso non ricevevo nessuna risposta. La differenza è questa: alla radio ti ascoltano, alla tv ti guardano, ma a volte nessuno ascolta.
  • [Su Carlo Ancelotti] Lui trasmette quella sana umanità di stampo emiliano che lo caratterizza. È ironico, saggio, tranquillo. [...] [Ha la] capacità di allenare la squadra, ma in un certo senso anche di allenare il pubblico ad un certo modo di concepire il calcio. La saggezza, la calma, la quiete che trasmette Carlo a volte è così forte che può condizionare la squadra e l'ambiente.
  • Il giornalista è un testimone, cioè uno che le cose le racconta quando le vede. Bisogna muoversi, viaggiare. Il giornalismo da computer vede una realtà già filtrata, e la legge in questo modo.
  • Ho l'impressione che ci si stia disabituando all'uso della parola, in tutti i campi. Si parla troppo, o non si parla affatto. Lavorando in radio ho imparato che le parole da usare devono essere quelle giuste, nel numero ma anche nello spazio e nel tempo. Bisogna avere un'unità di misura corretta. Diciamoci la verità, proprio come nella vita, a volte servono molte parole, altre volte ne bastano pochissime. Le parole sono importanti. Non sciupiamole.
  • Ritengo che il calcio più bello sia quello che si vede allo stadio perché scegli tu cosa vuoi vedere, perché l'inquadratura della tv ti limita, per forza. Non vedi tante cose. Poi credo che l'emozione possa arrivare soltanto da una voce, una voce che emerge in un boato dello stadio. E grida "Rete!". In quel momento qualunque cuore comincia a battere forte. Credo che quell'emozione unica sia l'essenza stessa del calcio.

Citazioni su Riccardo Cucchi[modifica]

  • A te il nostro applauso per averci emozionato per davvero in un mondo finto. Riccardo Cucchi simbolo del nostro calcio. [6] (striscione)

Note[modifica]

  1. Da un post pubblicato sulla sua pagina ufficiale di Facebook, 4 marzo 2019.
  2. a b c Da Decidere e raccontare in tempo reale accomunati da 90 anni, L'arbitro, dicembre 2014, p. 19.
  3. Da un post pubblicato sulla sua pagina ufficiale di Facebook, 4 maggio 2017.
  4. Da un post pubblicato sulla sua pagina ufficiale di Facebook, 18 luglio 2016.
  5. Da un post pubblicato sulla sua pagina ufficiale di Facebook, 16 dicembre 2017.
  6. Striscione esposto dalla tifoseria nerazzura poco prima dell'incontro di Serie A tra Inter ed Empoli del 12 febbraio 2017, volto ad omaggiare Riccardo Cucchi, alla sua ultima radiocronaca per la trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto.

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