Shirin Ebadi

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Medaglia del Premio Nobel
Per la pace (2003)
Shirin Ebadi

Shirin Ebadi (1947 – vivente), avvocato e pacifista iraniana.

Citazioni di Shirin Ebadi[modifica]

  • Il popolo raggiunge sempre quello che vuole.[1]
  • Io non ho paura [delle minacce di morte]. Accetto il rischio, fa parte della mia vita, ormai. Sono loro che hannno paura. Altrimenti non vorrebbero uccidere una piccola donna come me.[2]
  • La Rete restituisce all'Iran l'immagine che merita nel mondo. Ce n'è bisogno, perché mentre i giovani di Teheran si ingegnano contro le censure del regime, a Parigi o Londra capita ancora di sentirmi chiedere se sono l'unica avvocato donna del mio paese.[1]

Intervista di Avvenire (2006)

  • Quando scoppia una guerra sono i figli del popolo ad essere uccisi, non i figli del presidente, ed è il popolo che paga le spese. Per questo sono i popoli che devono decidere della pace e della guerra, e per questo i popoli devono parlarsi.
  • Un attacco militare all’Iran avrebbe conseguenze gravissime su tutta la zona: non credo sia conveniente creare un altro Iraq. Le sanzioni economiche non distruggerebbero l’Iran, perché ha abbastanza petrolio per sopravvivere, e perché probabilmente Cina e Russia aggirerebbero le sanzioni. Pagherebbero solo i poveri, che diventerebbero ancora più poveri. C’è un’unica strada percorribile, ed è quella del dialogo.
  • Anche se il 65% degli studenti universitari sono donne, e perfino Ahmadinejad, che rappresenta i nostri integralisti, ha un vicepresidente donna, le leggi restano profondamente discriminatorie. La vita di una donna vale la metà di quella di un uomo, ed è ancora possibile per un uomo avere 4 mogli. Però c’è un movimento femminista molto forte, che negli ultimi anni ha ottenuto dei risultati, sul piano legislativo. Ma vogliamo molto di più. Abbiamo avviato una raccolta di firme per chiedere l’eliminazione di tutte le discriminazioni. Vogliamo raccoglierne un milione, di donne e di uomini, e andiamo a cercarle bussando porta a porta, e raggiungendo anche i villaggi più sperduti.

Intervista del Corriere della Sera

da Shirin Ebadi: «Saranno le donne a cambiare l’Islam e io tornerò a fare l’avvocato in Iran», Corriere della Sera, 11 giugno 2014

  • Io amo mio marito. Amo mia sorella. Amavo le cose che mi sono state tolte. Amo il mio paese. Ma la mia idea di giustizia mi impone di non tacere. Non starò mai zitta. Mai.
  • Ma Rohani non è affatto un moderato. La sua storia dice che è un fondamentalista. Con lui nei primi mesi le esecuzioni capitali sono raddoppiate. Hanno giustiziato persone detenute per motivi politici o reati di opinione.
  • Tutte le religioni sono, da sempre, più o meno ostili alle donne. Perché sono state interpretate da maschi. La prima peccatrice è stata Eva e tutte le donne devono essere punite per questo. È arrivato il momento che anche le donne possano interpretare la loro religione. Magari fra qualche decennio ci spiegheranno che forse fu Adamo ad offrire il frutto proibito ad Eva.
  • Le donne devono conoscere bene le loro religioni. Perché sono le prime vittime delle interpretazioni maschili. E devono imparare a difendersi.
  • [Su Malala Yousafzai] L'ammiro. Ma più ancora ammiro suo padre. Fu lui a insegnarle a leggere e scrivere, lui a spingerla a studiare, lui a incoraggiarla. Lui a spingerla a tenere un diario sul web. Lui a metterla in contatto con la Bbc. Malala è la vittima di un delitto ma il vero eroe è il padre. Che è riuscito a crescere una ragazza così decisa, così forte, in una realtà difficilissima. Una città piccolissima dove i fondamentalisti dominavano tutto. Per quel padre sarebbe stato naturale, comodo, essere come tutti gli altri maschi. Invece non ha voluto. Ha voluto che la sua famiglia fosse diversa. Ecco l’eroismo: si è chiamato fuori.

Intervista del Huffington Post

da Shirin Ebadi premio Nobel per la Pace: "Il nemico più forte è la donna e il regime iraniano lo sa", Huffingtonpost.it, 15 maggio 2016

  • Essendo l'unica nazione con una netta maggioranza sciita, tenta di imporsi come potenza sciita nel mondo, un comportamento che ha allarmato l'Arabia Saudita che si considera il polo sunnita della regione e la rivalità tra i due paesi ha degli effetti destabilizzanti che continueranno scuramente e anche in misura maggiore. La corruzione nel paese è molto alta e solo il 5% della popolazione è straricca, il restante molto povera. La disoccupazione è altissima e quei pochi giovani che trovano lavoro non riescono comunque a mantenersi per vivere.
  • La guida suprema dell'Iran, l'ayatollah Ali Khamenej ha dichiarato più volte di non fidarsi degli Stati Uniti e che gli stessi resteranno sempre un nemico tanto che i chierici iraniani sostengono che l'inimicizia dell'America sia la base su cui è stata costruita la rivoluzione. Tutti coloro che come me conoscono molto bene questo governo sanno che gli aspetti della Repubblica islamica possono modificarsi dall'oggi al domani. L'Iran è il Paese delle situazioni inaspettate, vi accadono cose impreviste.
  • Bisogna tenere a mente che il popolo è musulmano ma non vuole un regime islamico. Gli iraniani vogliono un governo laico ed è necessaria una divisione dei poteri. Le donne iraniane avuto il diritto di voto prima delle cittadine svizzere, proclamano i diritti femminili, ma poi si piegano all'obbligo del velo. [...] Più il 60% degli studenti iraniani sono donne e loro sono più istruite rispetto agli uomini e questo rappresenta un problema per loro, tanto che il regime vuole riportarle a 1400 anni fa, ma loro non lo permettono. Le donne iraniane sono molto attive e vanno aiutate. Il nemico più forte è la donna e il regime lo sa.

Intervista dell'Internazionale

da Il cambiamento iraniano nelle parole di Shirin Ebadi", Internazionale.it, 20 maggio 2016

  • Le cose in Iran cambieranno, ma non attraverso le elezioni. Pensi a Mohammad Khatami, che è stato presidente fino al 2005, prima dell'arrivo di Mahmud Ahmadinejad. Khatami era riformista, e anche il parlamento in quel periodo era a maggioranza riformista, eppure tutto questo non ha portato a nessun vero cambiamento. Il motivo è la costituzione dell'Iran, per la quale tutti i poteri davvero importanti sono in mano alla guida suprema, che è stato Khomeini fino al 1989, e da allora è Ali Khamenei. Il presidente della repubblica e il parlamento hanno pochissimi poteri, in confronto.
  • Sì, è vero, sono stata costretta ad abbandonare il mio paese. E sì, mio marito è stato torturato. Mia sorella anche è stata torturata. E i miei beni, tutti i miei beni, sono stati confiscati. Eppure penso che la resistenza interna abbia ancora un grande ruolo. Un ruolo fondamentale. Se non ci fosse chi si oppone al regime, le cose andrebbero anche peggio di così.
  • Le donne sono molto coscienti della brutalità del regime per ciò che riguarda le questioni di genere. Il maschilismo delle donne iraniane è molto, molto minore rispetto a quello delle donne del resto del Medio Oriente. C'è una grande consapevolezza dei problemi, c'è disagio tra le donne, ed è anche per questo che la situazione non potrà reggere troppo a lungo così com'è.
  • Il 70 per cento della popolazione iraniana ha meno di 30 anni. E questo è per me un motivo di ottimismo, non di preoccupazione, perché vede… i giovani iraniani sono in realtà molto istruiti, molto interessati alla politica, e cercano di informarsi in tutti i modi possibili e immaginabili. È vero che non hanno avuto esperienza di cosa c'era prima della Repubblica islamica, ma hanno internet. Le informazioni, in un modo o nell'altro, arrivano. Arrivano a loro. I giovani in Iran hanno un'enorme importanza e io ho una grande fiducia in loro.
  • Quando c'è stata la rivoluzione, nel 1979, sono stati proibiti tutti i film stranieri, così il cinema iraniano si è trovato costretto a contare solo su se stesso. Questo, paradossalmente, ha fatto nascere una cinematografia assai particolare. I registi, e i produttori, nel tentativo volta per volta di evitare la censura, si sono fatti sempre più intelligenti. Mantenere alta la qualità, serpeggiando tra i mille divieti, cercando di farla franca: il tentativo è riuscito. Ovviamente tutto questo non sarebbe possibile senza la stupidità dei censori, che neanche si accorgono certe volte che un divieto non è stato proprio infranto, ma intelligentemente aggirato.
  • Il 90 per cento degli iraniani vuole uno stato laico. Glielo assicuro. Se fosse davvero possibile incidere attraverso le elezioni, il nostro paese diventerebbe laico all'istante. Questo, come dicevo, è in controtendenza rispetto a ciò che accade negli altri paesi del Medio Oriente. Ma è un dato di fatto che sotto lo scià gli iraniani erano molto più religiosi rispetto a oggi. Hanno visto a cos'ha portato un regime che in nome della religione ha fatto ciò che ha fatto (e che continua a fare), e questo magari non avrà intaccato in loro il sentimento religioso, ma la loro concezione dei rapporti tra stato e religione sì.

Intervista de Il dubbio

da Shirin Ebadi: «La dittatura religiosa è peggiore di quella politica», Ildubbio.news, 26 maggio 2017

  • Prima della rivoluzione, il benessere economico era più alto e le libertà personali erano molto maggiori. Non avevamo però alcuna libertà politica, perché lo scià era un dittatore. Per ottenere queste libertà abbiamo fatto la rivoluzione e io ero tra quei rivoluzionari. Molto presto, però, ci siamo accorti che avevamo commesso un grave errore e che la dittatura religiosa degli Ayatollah è molto peggio di quella politica.
  • [Su Hassan Rouhani] Questo presidente è stato rieletto dopo quattro anni di mandato, ma negli ultimi anni non c'è stato alcun cambiamento nel paese. La ragione sta nella Costituzione iraniana, secondo la quale tutti i poteri sono concentrati nelle mani del leader supremo, l'Ayatollah Ali Khamenei, eletto a vita e non dal popolo, ma da un gruppo del clero persiano. Il presidente Rohani ha quindi poteri molto limitati ed è chiaro che, fino a quando il leader supremo rimarrà in vita, qualsiasi cambiamento è molto difficile.
  • Le donne sono presenti in tutti i campi lavorativi ad alto livello e non accettano le leggi discriminatorie contro di loro. Per questo il regime le teme, anche perché sono loro ad educare la prossima generazione. Ecco, io credo che l'influenza della donna nella società iraniana, oggi, sia molto maggiore di quella dell'uomo.
  • Io credo che per estirpare la radice del terrorismo non basta ammazzare i terroristi, perché c'è sempre poi qualcuno che segue questa strada di violenza. Bisogna ricordare che queste persone non sono venute dall’esterno e che quindi la radice si trova in Europa. Queste persone sono state umiliate: la società non le ha mai accettate e le ha messe al margine. Questo ha fatto sì che non abbiano più creduto nella giustizia è abbiano scelto la violenza.
  • Trump è il presidente statunitense, un pessimo politico ma un ottimo uomo d'affari: è andato in Arabia Saudita e ha venduto 110 miliardi di dollari di armi agli arabi, senza pensare quante persone queste armi ammazzeranno. Però, nonostante io non condivida per nulla le sue politiche, credo che L'Europa sbagli ad attribuire qualsiasi fenomeno negativo avvenga a causa di Trump.

Intervista de La repubblica

da Shirin Ebadi: "I governi avevano dimenticato Liu Xiaobo in nome degli affari con Pechino", La repubblica, 14 luglio 2017

  • [Su Liu Xiaobo] Il mondo non ha dimostrato abbastanza sensibilità nei confronti di quest'uomo coraggioso e di questo premio Nobel per la Pace. Non lo hanno fatto i governi e non lo ha fatto il comitato del Nobel, forse perché la Cina è un Paese molto potente e gli interessi economici in ballo in questa storia erano altissimi.
  • Quando uno vince il premio Nobel, il sostegno nei suoi confronti non deve limitarsi al giorno dell'annuncio o alla durata della cerimonia. Lo scopo del premio è dare rilevanza e valore alle attività pacifiche del vincitore: ed essere al suo fianco se incontra difficoltà per ciò che dice o fa.
  • I regimi non democratici sanno che solo creando un clima di terrore possono continuare a governare: creano paura perché hanno paura. E la voce alta che può levarsi da qualcuno che è stato insignito del premio Nobel per la Pace fa molta paura.

Intervista di Altreconomia

da Shirin Ebadi: prendersi cura della democrazia, Altreconomia.it, 21 settembre 2018

  • Per prenderci cura di una bella pianta dobbiamo innaffiarla tutti i giorni, stare attenti a quanta luce riceve. Non possiamo limitarci a versarci sopra una grande quantità d’acqua e poi ignorarla per un anno. In queste condizioni, la pianta muore. E lo stesso avviene per la democrazia: se non viene sorvegliata dalla gente, muore.
  • La democrazia prima di essere un sistema politico è una cultura. Sono le persone, con i loro comportamenti, a fare la democrazia.
  • Se un popolo non è pronto a pagare il prezzo della democrazia non sarà mai veramente libero. Durante la Seconda guerra mondiale quanti italiani sono stati uccisi, sono stati perseguitati o sono finiti in carcere? I vostri padri e i vostri nonni hanno pagato il prezzo della vostra libertà e voi oggi siete liberi.
  • Oggi si abusa di internet mettendo in circolazione notizie e informazioni sbagliate. La libertà di espressione non deve essere limitata, ma occorre capire come usare la rete per non permettere a queste fake news di non circolare.

Intervista di Avvenire (2018)

da L'intervista. La Nobel Ebadi: «Il mio Iran rischia di diventare il nuovo Venezuela», Avvenire.it, 22 settembre 2018

  • Sono anni che l'Iran paga tutte le spese degli Hezbollah libanesi e ora anche dei ribelli Houthi yemeniti. Abbiamo speso molto denaro nella guerra in Siria e in Iraq, fondi che avrebbero dovuto essere convogliati al miglioramento delle condizioni di vita del mio popolo e che, invece, hanno creato ulteriore povertà nel Paese e nella regione. Uno degli slogan delle ultime manifestazioni, infatti, è: "Non spendete soldi in Siria. Usateli per noi."
  • L'Occidente sbagliava a pensare che Rohani potesse cambiare qualcosa. Se chiedete a un iraniano cosa pensa di lui, vi dirà che è solo l'assistente di qualcun altro. La sua debolezza ora non significa nulla.
  • Il punto è che se l'Iran non modifica le proprie politiche, seguiremo il destino del Venezuela. Un Paese che ha petrolio, che dovrebbe essere molto ricco, ma dove manca il pane. Un Paese da cui due milioni di abitanti se ne sono andati. È quasi un anno che gli iraniani protestano per questo e nessuno li ascolta.

Note[modifica]

  1. a b Dall'intervista Internet for Peace: Shirin Ebadi, Wired, 18 novembre 2009.
  2. Citato in Umberto Veronesi, Dell'amore e del dolore delle donne, Einaudi, Torino, 2010, p. 139. ISBN 978-88-06-20133-3

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