Reza Shah Pahlavi

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Reza Pahlavi

Reza Pahlavi (1878 – 1944), Scià d'Iran.

Citazioni di Reza Pahlavi[modifica]

  • Se soltanto avessi un migliaio di fucili tutti dello stesso calibro! (dichiarazione fatta poco dopo la marcia su Teheran il 21 febbraio 1921)[1]
  • Gli abitanti di Teheran sono invitati a tacere.
The inhabitants of Tehran are invited to keep quiet.[2]
  • La donna deve ritornare alla dignità persiana, non siamo arabi, non possiamo imbavagliare le donne.[3]

Citazioni su Reza Pahlavi[modifica]

Statua equestra di Reza Pahlavi in piazza Toopkaneh negli anni sessanta
  • Bisogna riconoscere che prima del periodo di Reza Scià - proclamato Re il 12 dicembre 1925 e incoronato il 25 aprile 1926 - l'Iran era piuttosto arretrato, una sorta di società medievale, dove il controllo della totalità del territorio non era nelle mani del governo centrale. Reza Scià fu l'uomo in grado di creare e consolidare un potere centralizzato, mentre prima di lui il Paese si trovava in uno stato di semi-anarchia. Successivamente, consolidò il potere nelle proprie mani e ovviamente ciò lo fece diventare un leader autocratico, molto in stile con gli altri autocrati del periodo, come Lenin, Stalin, il Duce in Italia e successivamente, negli anni Trenta, Hitler. Fu il periodo dei grandi dittatori e Reza Scià rispecchiava questo stile, nel senso che fu un sovrano autocratico criticabile e criticato, che aveva istituito un regime forte, uno stile autoritario determinato. (Hormoz Farhat)
  • Credo che ci sia davvero un sentimento, una sorta di interesse romantico verso l'era dei Pahlavi, in particolare verso Reza Scià. Ritengo che sia emerso come una figura davvero iconica di ciò che l'Iran avrebbe potuto essere, di ciò che avrebbe dovuto essere. (Abbas Milani)
  • Credo che Reza Scià sia stato molto importante per l'Iran, in termini di modernizzazione del Paese e dello Stato. Ovviamente, ha una reputazione contrastante in riferimento ad alcuni metodi adottati. Credo che abbia usato il pugno duro per portare a termine i suoi obiettivi, ma anche che abbia ottenuto molto in un regno dalla durata relativamente breve. (Ali Ansari)
  • Era un grande uomo. Portò le autostrade in Iran, sosteneva che le donne non dovessero essere sottomesse ai dogmi islamici, vietò l'uso dell'hijab. (Ramin Bahrami)
  • Lo Scià Reza giunse al trono in modo pacifico e con metodi in apparenza democratici. Il Majlis funziona tuttora, e il nuovo scià non presume di essere un monarca autocratico. È chiaro però che è lui l'uomo forte al timone del governo persiano. (Jawaharlal Nehru)
  • Mio nonno agì con durezza: non poteva certo permettersi referendum sulla modernizzazione. (Reza Ciro Pahlavi)
  • Reza scià [...] aveva destituito la vecchia dinasta Qajar e si era proclamato imperatore nel 1925, quando era un semplice ufficiale venuto dalla gavetta. Imitando il turco Ataturk, suo grande ispiratore, entrava a cavallo nelle moschee per dimostrare in quale conto tenesse la religione e i religiosi. Così aveva fondato una nuova dinastia, quella dei Pahlevi, giudicati dei parvenus da chi poteva vantare un antico sangue reale. (Bernardo Valli)
  • Sono orgoglioso dei risultati di mio padre e mio nonno, penso che abbiano portato l’Iran fuori dall’oscurità alla modernità. (Reza Ciro Pahlavi)
  • Un usurpatore forestiero privo di scrupoli e di religione. (Enzo Bettiza)

Persepolis[modifica]

  • Era un dittatore, ma ha modernizzato l'Iran. Si può dire che in qualche modo amava il suo paese, non come suo figlio che gli è succeduto.
  • Sì, il padre dello scià è stato molto duro. Ha perfino messo in prigione tuo nonno. Ma il figlio fu anche peggiore.
  • Un paese come il tuo ha bisogno di un uomo forte come te alla guida.

Ryszard Kapuściński[modifica]

  • Accanto alla crudeltà, all'avidità e alle stravaganze, il vecchio scià ha anche i suoi meriti, come quello di salvare l'Iran dalla dissoluzione che minacciava lo stato dopo la Prima guerra mondiale. Inoltre ha cercato di modernizzare il paese costruendo strade e ferrovie, scuole e uffici, aeroporti e nuovi quartieri nelle città. Eppure il paese resta povero e apatico: così, alla morte di Reza Khan, il popolo esultante festeggia a lungo l'avvenimento.
  • È profondamente convinto della sua missione e sa dove vuole arrivare (per dirla con la sua innata brutalità, vuole mettere al lavoro la folla ignorante e costruire un forte stato moderno davanti al quale – dice – tutti se la facciano addosso dalla paura). Ha la mano di ferro prussiana e la sbrigativa efficienza dell'aguzzino. Il vecchio Iran apatico e sonnolento (per ordine dello scià da questo momento in poi la Persia si chiamerà Iran) trema fin nelle fondamenta.
  • Per punire i cosiddetti disenzienti, li obbliga a presentarsi quotidianamente alla polizia. Nei ricevimenti le signore dell'aristocrazia svengono di paura quando quel colosso arcigno e inavvicinabile le squadra con occhio severo. Reza Khan conserva finché è al potere molte abitudini dell'infanzia contadina e dell'adolescenza in caserma. Vive a palazzo, ma continua a dormire per terra; indossa sempre l'uniforme, mangia nello stesso piatto con i soldati. È uno di loro, però è anche avido di terra e denaro. Approfittando del suo potere, accumula un patrimonio sconfinato. Diventa il feudatario numero uno, padrone di quasi tremila villaggi e dei duecentocinquantamila contadini a essi assegnati; detiene azioni industriali e partecipazioni bancarie, riceve tributi, calcola, addiziona; basta che l'occhio gli cada su una bella foresta, una valle verdeggiante, una piantagione fertile perché foresta, valle e piantagione diventino sue; infaticabile, insaziabile, accresce continuamente i suoi beni, accumula e moltiplica la sua pazzesca fortuna. Guai a chi si avvicina al confine delle sue terre.

Mohammad Reza Pahlavi[modifica]

Reza Shah con suo figlio Mohammad Reza nel 1937
  • Aveva un'abilità straordinaria nel giudicare la natura umana. Come se fosse in possesso di un raggio elettronico segreto, riusciva quasi istantaneamente a valutare la forza e la debolezza, l'integrità e la corruzione. Moltissimi non osavano guardarlo negli occhi.
    Eppure, contrariamente a quanto molti credevano, mio padre era una persona gentile, dai sentimenti tenerissimi, soprattutto nei riguardi dei propri familiari. La sua scostante durezza si trasformava in dolcezza, amabilità e lieta confidenza non appena rientrava in famiglia. Con me, specialmente, suo legittimo erede al trono, si comportava in modo affabile e scherzoso. Quando ci trovavamo soli lui e io, mi cantava delle canzoncine; non ricordo che lo abbia mai fatto in presenza di terzi.
  • Mio padre ci amava teneramente, profondamente. Eravamo undici figli; nutrivamo per lui un amore pieno di ammirazione, ma poiché ci sembrava potente e temibile, nutrivamo nei suoi confronti anche una sorta di timore reverenziale. Io non tardai a capire che sotto il suo aspetto di rude cavaliere nascondeva un'infinita bontà. Lo hanno riconosciuto anche i suoi avversari: fu uno di quegli uomini provvidenziali che appaiono nel corso dei secoli per impedire che la patria sprofondi nel nulla ed è stato il suo carattere integro, impetuoso, che gli permise di superare durante il suo regno le peggiori difficoltà, ma fu anche la causa della sua partenza.
    Non aveva nulla del monarca orientale e i suoi compiti imperiali rappresentavano per lui un vero servizio militare. Dormiva per terra, su un semplice materasso, si alzava alle cinque del mattino, consumava nel corso della giornata due soli pasti frugalissimi e per il resto del tempo lavorava.
  • Mio padre era un uomo di carattere forte e dalla personalità dominante. Per questo la sua carriera procedette rapidamente. A quei tempi l'esercito persiano non aveva ufficiali di complemento, e il balzo da soldato semplice a ufficiale di carriera che mio padre riuscì a compiere fu enorme. In realtà sarebbe stato molto difficile ignorare e tener nell'ombra le sue qualità eccezionali. Ampio di spalle e di statura imponente, aveva tratti marcati e rudi. Il suo sguardo colpiva chiunque lo avvicinasse. Gli bastava un'occhiata per far tremare anche gli uomini più coraggiosi. A me è stato raccontato in seguito che gli ufficiali russi della brigata cosacca provavano davanti a lui paura mista ad ammirazione.
    La passione per lo studio non abbandonò mai mio padre. Benché fosse ormai adulto, volle egualmente cominciare dal principio e imparar a leggere e scrivere.
  • Mio padre si servì con parsimonia delle procedure democratiche perché nell'Iran non esisteva ancora un elettorato sufficientemente istruito e vasto da consentire l'esercizio della democrazia. Fu lui in definitiva che, sviluppando sia pure con mezzi drastici i sistemi educativi dell'intero paese, additò la via che il primo governo realmente democratico avrebbe dovuto seguire.
  • Molti, vedendo che spesso se la prendeva coi preti, pensavano che non fosse religioso, ma io posso affermare il contrario. Se minimizzò e ridusse l'importanza del clero lo fece perché a quel tempo molti religiosi si opponevano al progresso del paese e interferivano negli affari di stato. Se non li avesse trattati con una certa durezza gli ci sarebbe voluto un tempo triplo o quadruplo di quello che effettivamente impiegò per portare a compimento il suo programma di riforme. Ciò non significa che fosse indifferente ai problemi religiosi. Egli rispettò il clero più illuminato e progressista.
  • Nemmeno mio padre poteva influenzarmi. Nessuno può influenzarmi, le ho detto! Io ero legato a mio padre da affetto: sì. Ma nient'altro. Non ho mai tentato di copiarlo, di imitarlo. Né sarebbe stato possibile, anche se lo avessi voluto. Eravamo due personalità troppo diverse, e anche le circostanze storiche in cui ci siamo trovati erano troppo diverso.
  • Proverbialmente, in Persia, per indurre qualcuno a fare una determinata cosa, è necessario premiare o punire. Mio padre puniva più di quanto non premiasse o incoraggiasse. Secondo lui, non c'era nessuna ragione di compiacersi del retto comportamento d'una persona, essendo, quello di far bene, suo preciso dovere. Se qualcuno, poi, si comportava in modo meschino oppure disonesto, e mio padre lo veniva a sapere, per lui era finita: avrebbe trascorso il resto dei suoi giorni a rimpiangere il malfatto.
  • Se fossi vissuto ai suoi tempi e nelle identiche situazioni storiche, le nostre due personalità, ne sono convinto, si sarebbero sviluppate in modo diverso. Una fortuna circostanza decise la sua sorte: le doti di mo padre servirono il paese meglio di quanto ai suoi tempi avrebbero fatto le mie, così come, pur restando immutata la mia ammirazione per lui, io penso che la mia personalità sia più adatta della sua alla situazione politica attuale; se mio padre fosse vivo credo che si troverebbe d'accordo con me.

Amir Taheri[modifica]

  • Determinato a far rivivere il passato «ariano» dell'Iran, l'esercito creato da Reza Khan nel 1921 considerò suo dovere depurare la lingua persiana dal maggior numero possibile di parole mutuate dall'arabo. Il risultato fu un vocabolario «puro» che, a volte, era totalmente incomprensibile alla maggior parte degli iraniani medi.
  • Il desiderio di Reza di lanciare il nazionalismo come ideologia alternativa all'Islam fu visto da molti mullah come un ulteriore complotto architettato dalle potenze cristiane. L'Occidente non era riuscito a conquistare l'Islam con la spada, e non poteva neanche sperare di convertire i musulmani; quindi bisognava che trovasse qualche altra maniera per indebolire la «vera fede». Ed ecco che entra allora in campo il nazionalismo.
  • L'uomo forte, che a malapena sapeva leggere e scrivere, dimostrò di essere un vero maestro di strategia quando si trattò di affrontare la complicata vita politica di una società in fermento. Intanto cominciò con l'esiliare in Europa il re Qajar, e poi si applicò metodicamente a diffondere l'idea di trasformare l'Iran in una repubblica basata sul modello già sperimentato da Ataturk. Il mutamento dei mesi arabi ed islamici del calendario ufficiale in quelli dell'antica Persia, l'istituzione di una banca statale e l'approvazione della legge sulla coscrizione obbligatoria, non furono altro che imitazioni delle identiche misure prese dalla vicina Turchia.
  • La persuasione dello Scià Reza che la maggior parte dei mali dell'Iran provenisse dal suo "Arabsadeghi" (letteralmente: essere investiti dall'arabizzazione) aveva riportato nel dibattito politico ufficiale l'antico Iran come pietra angolare della nuova identità nazionale.
  • Quei mullah che si erano battuti contro l'idea di trasformare l'Iran in una repubblica tirarono un sospiro di sollievo. La visione di Reza primo scià, assiso sul trono del Pavone e in atto di baciare il santo Corano, li convinse che il mutamento di dinastia non avrebbe significato un ridimensionamento del loro potere e delle loro fortune. E fu proprio in ciò che dovevano poi restare amaramente delusi! Reza non era riuscito a fondare una repubblica, ma non aveva per questo abbandonato il suo sogno di secolarizzazione del paese. La sua intenzione era pur sempre quella di distruggere tutti i centri di potere tradizionali che vi persistevano, e di fare così in modo che lo stato potesse emergere come l'istituzione suprema consacrata al compito di edificare una nazione vera e propria.
  • Reza, che univa la sua carica di ministro della guerra a quella di comandante in capo, sembrava essere quell'uomo della provvidenza che tutti avevano sperato sin dai tempi del caos che seguì l'occupazione dell'Iran durante la grande guerra.
  • Reza Scià era stato un leader forte solo in parte a causa della sua posizione, e Mohammad Reza era pienamente consapevole del fatto che possedeva poche delle doti naturali di suo padre. Il nuovo Scià aveva ricevuto una formazione democratica, il che significava che sapeva che c'erano diversi punti di vista su ogni questione e che la realtà poteva essere valutata da molte differenti angolazioni: questo lo rese esitante e indeciso laddove suo padre era stato determinato e risoluto. Mohammad Reza voleva essere amato per quel che era: Reza Scià non aveva mai saputo cosa fosse l'amore, chiedendo solo d'essere obbedito. Il nuovo Scià era cortese e timido e preoccupato di non offendere: il vecchio scià terrorizzava a bella posta i membri del suo entourage, per tenerli costantemente in guardia. Reza Scià era stato un leader nato; il nuovo scià doveva imparare a diventarlo.
  • Reza Scià non fu ateo, e potrebbe essere meglio definito come un agnostico. Fu, per un periodo, affascinato dagli insegnamenti di Zoroastro, il profeta pre-islamico dell'Iran, ma questo interesse dovrebbe essere compreso nel quadro del suo sogno di vecchio soldato di riportare l'Iran al suo antico splendore. Mohammad Reza, viceversa, era profondamente religioso, al punto di negare ogni libero arbitrio.

Note[modifica]

  1. Citato in Mohammad Reza Pahlavi, Missione per il mio Paese, traduzione di Augusto Marcell, Rizzoli, 1961, p. 44
  2. (EN) Citato in Gérard de Villiers, The Imperial Shah: an informal biography, Weidenfeld & Nicolson, 1975, p. 29
  3. Citato in Francesco de Leo, L'ultimo scià d'Iran, Guerino e Associati, 2019, p. 78, ISBN 978-88-6250-738-7

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