Igor Man

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Igor Man nel 2005

Igor Man, pseudonimo di Igor Manlio Manzella (1922 – 2009), giornalista italiano.

Citazioni[modifica]

  • Povero dottor Quat, così energico e attivo, pieno di buona volontà, caparbio persino: dà fastidio a tutti, appunto perché è un moderato.[1]
  • Per dodici milioni di contadini, che sono il paese reale, la guerra è morte e distruzione: per i saigonesi si riduce alla presenza degli americani, e finché ci resteranno, essi avranno di che vivere: lavorando, intrallazzando o mendicando. Nell'ora dei pasti Saigon viene attraversata da famelici cortei di donne e ragazzi armati di lattine-gavette, che corrono verso gli insediamenti americani e i grandi ristoranti, decisi a contendersi ogni possibile rifiuto di cibo.[2]
  • I soldati americani approdano a Saigon solo desiderosi di stordirsi; sanno di non trovarsi fra amici, riducono i contatti coi vietnamiti al minimo indispensabile. E i vietnamiti li sfruttano rabbiosamente, dietro i loro sorrisi non v'è odio. La popolazione vietnamita non può curarsi della difesa del mondo libero, pel semplice motivo che da venticinque anni non ha avuto che disastri, guerre, umiliazioni. Per la maggioranza dei vietnamiti, la presenza americana significa soprattutto che «il bianco uccide il giallo».[2]
  • [Su Mohammad Reza Pahlavi] L'imperatore spende 60 miliardi di lire per la festa di Persepoli: è la celebrazione, da parte di un parvenu, di 2500 anni di monarchia iraniana.[3]
  • [Sulla vita nello Stato Imperiale dell'Iran] Il venti per cento più ricco degli iraniani fagocita il sessanta per cento del reddito nazionale; il venti per cento più povero si spartisce il cinque per cento.[3]
  • Lo Scià se ne va lasciando i suoi fidi (e i suoi complici) nel marasma più totale. Nei suoi trentasette anni di regno si è avuto un morto ogni quarantotto minuti. Quattromilanovecento sono i giustiziati, centoventicinquemila i prigionieri politici e i morti assommano a 365.995. Se ne va lasciandosi indietro una scia sanguinosa e un castello di sogni infranti che si compendiano a queste date. 1963: varo della «rivoluzione bianca»; 1973: lancio dei piani per una industrializzazione accelerata che deve trasformare l'Iran in una potenza mondiale; 1977: la produzione cade, l'inflazione divora salari e stipendi, aumenta la disoccupazione, comincia a serpeggiare la rivolta che scoppia nell'estate del 1978.[4]
  • Ossessionati dalla dottrina della sicurezza nazionale, i generali hanno seminato il terrore. I militari «moderati» entrati nella Casa Rosada senza colpo ferire, il 24 marzo del 1976, attesero solo nove giorni prima di far scattare il terrore: afidati dallo spontaneismo infantile della guerriglia, proclamarono la «guerra santa» contro la «sovversione comunista». Attenti a non ripetere apertamente gli orrori di Pinochet, scatenarono un'ondata di arresti clandestini colpendo a destra e a manca i cosiddetti quadri intermedi. Di fronte alla reazione armata, seppur disorganica, di quel che rimaneva della sinistra rivoluzionaria, aprirono successivamente il fuoco sulle piazze, sacrificando alla furia dei soldati, dei mercenari armati dalla grande borghesia compradora, tutti coloro che rifiutavano il Gott mit uns.
    La «guerra santa» prende la mano al moderato generale Videla che era stato presentato all'opinione pubblica come un cattolico convinto, preoccupato di portare in tempi brevi il Paese alla normalità democratica. Diventa la «guerra sudicia» all'insegna della violencia.[5]
  • Se Alfonsín riuscirà a far capire agli argentini cos'è la democrazia, avrà vinto una delle più grandi sfide della storia di tutta l'America Latina.[5]
  • Suharto ha lasciato la carica, o, meglio, l'ha perduta sotto la spinta popolare sulla quale s'è innestata, vigorosa, la pressione della Casa Bianca. Il potere, tuttavia, non l'ha perduto, lui, il dittatore affarista che durante 32 anni ha trasformato l'Indonesia in una multinazionale asiatica e il governo in un consiglio di amministrazione.[6]
  • Suharto, che si è immedesimato nel personaggio del saggio re giavanese Madjapahit (XIV secolo) e che ama farsi chiamare dai gazzettieri di regime il Grande Vecchio di Giava, a chi gli rimproverava una dittatura personale, una «cleptocrazia», ha sempre risposto: «In Indonesia siamo tutti una famiglia». Per quanto lo riguarda, certamente sì: i Suharto Boys, vale a dire i suoi figli (in numero di cinque), si spartiscono la ricchezza vera del paese, ma gli altri, tutti gli altri, vale a dire la stragrande maggioranza della popolazione, si spartiscono un'immensa miseria.[7]

Da Sukarno vuole «vivere pericolosamente» ma sostiene che il motto è di Mazzini

La Stampa, 31 gennaio 1965

  • Il Bung incarna le doti e i difetti del nazionalismo asiatico: ingenuamente orgoglioso della tradizione storica, abbastanza cinico per non curarsi troppo dei bisogni del popolo, Sukarno è un misto di astuzia e di tracotanza, di calcolata prudenza e di irrazionale aggressività.
  • Quando un orientale è in imbarazzo, sorride; Sukarno fa di più, scoppia in una risata di gola.
  • «Gli indonesiani non stanno male», sostiene Sukarno: questione d'intendersi: egli vuol dire che la gran massa della popolazione continua a vivere come ha fatto durante 300 anni, cioè miserevolmente. Tutti gli altri – ufficiali, funzionari e ministri – egli permette che si arrangino, stanno bene. Son costoro che contano, ed egli intende servirsene per «partecipare all'edificazione di un nuovo mondo, d'un ordine nuovo!»

Da Il primo ministro della Malesia parla del suo nemico Sukarno

in La Stampa, 18 febbraio 1965

  • Kuala Lumpur è un esempio vivo di work in progress: insieme con una saggia urbanistica nasce e s'afferma una nuova classe tecnocrati, progredisce la classe politica, la donna accentua la sua emancipazione. La città è lo specchio fedele di un «miracolo economico» che ha saputo armonizzare l'iniziativa privata con la programmazione statale.
  • Il tunku Abdul Rahman è un gentiluomo di 62 anni con un allegro passato di play-boy (studente di Cambridge stabilì il «record universitario» di 63 infrazioni al traffico), gli piace la buona tavola, adora il golf, i cavalli, i cani, colleziona pugnali preziosi.
  • Tollerante, generoso, espansivo, il tunku è il capo ideale per la politica di armonia razziale che è alla base del programma del suo governo.
  • Il gentiluomo che mi ha ricevuto nella sua semplice residenza di Kuala Lumpur, mi è apparso combattuto tra la speranza e la disillusione, tra la preoccupazione e l'ottimismo ad ogni costo. Più che di una intervista si è trattato dello sfogo di un uomo pieno d'amarezza.

Da Le due guerre americane nel Vietnam

La Stampa, 16 novembre 1965

  • L'esistenza dei sud vietnamiti è la stessa dei tempi della dominazione cinese, se non peggiore, dal momento che alla millenaria miseria si aggiungono ora i bombardamenti a tappeto, che fatalmente mietono vittime innocenti e distruggono le coltivazioni.
  • Saigon con la sua corruzione, con la sua permanente rissa politica non è il Vietnam; il paese reale sono dodici milioni di contadini cui da tempo immemorabile il governo centrale si è mostrato sotto l'aspetto di amministratori locali disonesti, di sbirri prepotenti, di soldati incanagliti dalla lunga guerra; e l'uomo bianco, durante il colonialismo, è apparso ai contadini il protettore, se non l'istigatore, dei portatori di balzelli.
  • In tutti questi anni di generosi sforzi, di ingenti aiuti e di immancabili errori, gli americani son rimasti isolati dal popolo vietnamita perché nessun governo ha mai potuto, o voluto, far loro da intermediario, laddove senza il consenso della popolazione diviene problematico anche pel più forte esercito del mondo esercitare un fruttuoso sforzo bellico.
  • Il terreno dove il Vietcong combatte e afferma la sua lotta politica, aiutato dagli orrori della guerra e dalla proterva insipienza del governo centrale, sono le regioni rurali, i villaggi che forniscono la maggior parte dei combattenti delle due parti e purtroppo soffrono le più pesanti perdite umane, condizionati, come sono, dai guerriglieri e bombardati dai governativi; spesso costretti a pagar tasse ed a fornir viveri e agli uni e agli altri.

Da Stanchezza dei vietnamiti dopo vent'anni di guerra

La Stampa, 30 novembre 1965

  • Giorno dopo giorno, inesorabilmente, la guerra continua a stravolgere il Vietnam. Muoiono gli uomini, soldati e civili, bambini, donne, vecchi e con loro muore la pietà, ogni giorno un po' di più. Un vietnamita su due ha meno di venticinque anni, il che significa che è nato e vissuto in tempo di guerra (il conflitto è cominciato nel 1941, con l'occupazione giapponese), che potrebbe morire domani o al fronte o per la strada, dovunque, perché questa guerra è senza misericordia, non conosce santurari.
  • «Libertà» è purtroppo diventata una parola vuota di significato per i vietnamiti. La fine del colonialismo non ha infatti mutato le condizioni di vita di dodici milioni di contadini, che sono il paese reale: ai francesi si sono sostituiti dittatori civili come Diem, o militari come il generale Khan; la stessa burocrazia corrotta di sempre ha continuato a fare il bello e il cattivo tempo; corruzione, intrallazzo, soperchierie, rissa politica, nepotismo hanno caratterizzato gli innumerevoli governi di Saigon. Così per contrasto, hanno aureolato di perfezione lo «Stato-campione» creato dal Vietminh venti anni fa nella regione centro-settentrionale del Vietnam del Sud.
  • Che cosa possono il sacrificio di pochi americani generosi, la distribuzione di saponette, di fertilizzanti, di caramelle, di palloncini colorati di fronte alla spocchia del capo-distretto nominato da Saigon; che vale, per l'opinione della massa vietnamita, eseguire difficili interventi chirurgici, assistere i lebbrosi se, poi, un bombardamento diretto contro i guerriglieri in effetti distrugge i villaggi e uccide innocenti?

Da La bugia di Moshe Dayan

La Stampa, 3 settembre 1977

  • L'uomo della strada non ha dimenticato come nel 1973, nonostante i servizi segreti insistessero nell'avvertire Dayan che egiziani e siriani stavano ammassando le loro forze, verosimilmente per scatenare la guerra contro Israele, il generale si mostrasse convinto ch'era tutta una finta, manovre per turbare la imminente festa del Kippur.
    Non ha dimenticato come il 6 ottobre 1973 al drammatico annuncio: «È scoppiata la guerra!», Dayan, il «David reincarnato», l'«uomo che può tutto», crollasse sopraffatto dallo sgomento. L'eroe della guerra dei sei giorni (che in realtà fu vinta grazie ai piani apprestati da Rabin) propose subito la ritirata generale e di concentrare tutte le forze disponibili per difendere i punti vitali di Israele.
  • [Sull'autobiografia di Moshe Dayan] Se Begin, come è stato detto, crede solo in Dio e in sé stesso, Dayan crede solo in Dayan. E questa sua «vita», narrata con piglio tacitiano, testimonia della profonda stima e considerazione che Dayan ha per il personaggio ch'egli è riuscito a fare di sé stesso con pazienza e ostinazione e non senza coraggio. Ma è forse proprio la «presunzione» (la tracotanza addirittura) a rendere affascinante il libro di Dayan, uno spaccato straordinario della favolosa e tormentata storia di Israele vista da un uomo che si è fatto da sé, un «solitario» come lo fu Ben Guiron.
  • Se come storico, soprattutto di sé stesso, Dayan è discutibile, come scrittore si rivela pregevole e robusto.

Da L'ombra di Perón sull'Argentina

La Stampa, 19 luglio 1983

  • La natura del fenomeno peronista è tuttora oggetto di polemica. Il peronismo fu (o lo è?) per molti soprattutto Perón, per altri una versione criolla del fascismo, una forma di socialismo cristiano, una formula nazionalista sociale mutuata dal nazionalismo maurassiano e ancora: una dittatura demagogica, un presidenzialismo plebiscitario, una democrazia operaia, un socialismo di Stato, una dittatura del benessere, un capitalismo nazionale, un collettivismo non marxista, una dittatura di masse, una forma di bonapartismo alla Napoleone III o di neobismarkismo o, finalmente, una versione originale del populismo latino-americano.
  • Dal 1946 al 1955 durante la sua prima e unica vera dittatura, Perón, a dispetto di una confusa ideologia, era riuscito, come suol dirsi, a risvegliare le masse. Aveva varato una completa legislazione del lavoro. Per la prima volta nella storia dell'Argentina, gli operai e i peones avevano avuto orari di lavoro umani, ferie pagate, licenze matrimoniali, tredicesima mensilità, assistenza malattie, pensioni ecc.
  • Il peronismo è, tutto sommato, un movimento «gregario». Senza un leader carismatico che si sbracci dal balcone della Casa Rosada, un simile movimento si sente perduto.

Da Argentina, trionfa Alfonsín

La Stampa, 1 novembre 1983

  • Raul Alfonsín ha trionfato: è la seconda disfatta dei militari, un'altra guerra delle Malvinas perduta, stavolta sul fronte politico. Il patto segreto fra generali e peronisti è stato seppellito nelle urne dalla marca di voti radicali, ma potrebbe anche resuscitare in un futuro più o meno prossimo; è questo il pericolo che Alfonsín e il suo partito dovranno scongiurare per dare un senso storico alla clamorosa vittoria elettorale.
  • Per il peronismo è il tracollo, potrebbe essere addirittura un'ecatombe che colpirà quasi di certo il suo vertice, un vertice essenzialmente sindacale. La sconfitta del peronismo conferma che il suo dominio della scena politica argentina durante circa 40 anni si dovette unicamente al magnetismo di un «lider carismatico», oggi morto per sempre.
  • Non sarà facile promettere «lacrime e sudore» a un popolo piagato dal pauperismo. Non sarà facile, soprattutto, integrare l'Argentina al resto dell'America Latina, nel segno della rinascita, con i militari in caserma, non a perseguitare i cittadini.

Da Garang, il ribelle che ricatta Khartum

La Stampa, 14 aprile 1985

  • [Sulla seconda guerra civile in Sudan] La guerra contro la guerriglia costa a Khartum 300 mila dollari al giorno ed è una guerra frustrante perché condita di scacchi e umiliata da continue diserzioni.
  • C'è una parola chiave per cogliere il quid del conflitto Nord-Sud. Questa parola è: schiavitù. Il Sudan è uno stato artificiale creato attaccando con mastice di sabbia due regioni profondamente diverse sul piano della storia e della geografia, dell'etnia. Tra il Nord e il Sud non esistono, a parte il Nilo, elemento di continuità, di coesione. Al Sud vivono cinque milioni e mezzo di africani puri, cristiani-animisti. Al Nord ci sono 16 milioni di arabi o negri arabizzati, tutti musulmani.
  • [Sulla prima guerra civile in Sudan] Quando alla fine del 1955 le truppe di sua Maestà britannica se ne partirono, esplose la guerra civile. I ribelli del Sud si chiamavano anyanya, dal nome di un serpente velenoso, il loro emblema. Combattevano come consumati guerriglieri e tennero testa durante 17 anni all'esercito regolare. Interi villaggi distrutti, massacri di gente inerme.
  • Definito da commilitoni e studenti «un uomo tranquillo» per il suo fisico pacioso, per il viso ornato da un'accurata barba, Garang era rimasto in realtà con dentro il sangue la boscaglia, la guerriglia.
  • Garang diviene presto famoso come guerrigliero e come leader politico. Il suo programma piace perché ecumenico. Egli infatti è contro la secessione, auspica un Sudan unito. Ma come far convivere pacificamente 597 tribù che parlano 93 lingue o dialetti diversi? Garang postula una formula vincente: democrazia, socialismo: laicismo. Lo Stato sarà separato dalla chiesa e dalla moschea; i profittatori verranno messi ai margini della società, le ricchezze equamente distribuite senza discriminazioni razziali o confessionali.

Da Angola: fratelli russi, basta

La Stampa, 17 settembre 1985

  • Si chiama Luanda dal nome degli antichi abitanti do Cabo, gli axiluanda ovvero lanciatori di reti. Tanto tempo prima che sgorgasse il petrolio, quando il caffè non era ancora stato piantato e coi diamanti forse giocavano i bambini, Luanda era un grande villaggio di pescatori, un angolo felice del vasto reame del Kongo.
  • [Sulla Guerra d'indipendenza dell'Angola] Le popolazioni locali diedero sempre filo da torcere ai portoghesi. Con commovente orgoglio i giovani dirigenti della Repubblica popolare d'Angola ti dicono d'avere «la resistenza nel sangue». In fatto in quel territorio, grande quattro volte l'Italia, i portoghesi stentarono a imporsi.
  • Oggi l'Angola è un Paese gravemente ferito che lotta per sopravvivere, un posto nel mondo dove non c'è nulla da comperare e spesso mancano i soldi per acquistare codesto nulla. Un Paese dove gli impieghi, il laovoro sono meschini e l'assenteismo una regola. È l'Angola a vederlo, caotico e guasto così come i portoghesi e i loro bianchi protettori, americani e sudafricani, avevano previsto sarebbe diventato se lasciato in mano ai nativi.
  • [Sulla Repubblica Popolare dell'Angola] Un Paese strangolato economicamente dall'Urss (gli aiuti di Mosca si pagano cash e in valuta) e che riesce a sopravvivere solo in forza dei contratti con la lobby petrolifera degli Stati Uniti d'America.

Da Curdi - Gli orfani di Saladino

La Stampa, 8 luglio 1993

  • Una nazione orfana, un Paese che non c'è: ecco i curdi. Un popolo di venticinque milioni di persone vissute sempre nel loro territorio d'origine e tuttavia senza patria. Il Kurdistan, infatti, non esiste ufficialmente, è soltanto un'espressione geografica che neppure tutte le mappe riportano. Una disgrazia antica, quella dei curdi. E tuttavia, da secoli, essi sono vissuti sempre là, nel loro territorio, con una lingua propria, con una musica e una poesia bellissime. I curdi sono musulmani ma non arabi, sono di ceppo indopersiano, insomma sono ariani. Ecco, ariani della montagna.
  • Forse qualche lettore ricorderà il massacro di Halabja, il 18 di marzo del 1988: cinquemila persone morirono nel volgere di quaranta secondi a causa d'un blasfemo cocktail di gas: il cianuro, il nervino, l'iprite. Quella strage fu immortalata da un occasionale cinereporter: i bambini, le donne, i vecchi fulminati mentre stanno varcando l'uscio di casa, mentre giuocano. Una nuova Pompei. Provocata dalla cosiddetta «campagna di arabizzazione» voluta da Saddam Hussein nel segno dell'odio e della vendetta.
  • La passione dei curdi per i panni multicolori è tale che si racconta la storia d'un bandito al quale fu chiesto di esprimere la rituale ultima volontà. Senza neanche pensare troppo: «Gradirei venire impiccato con una corda rossoverde», rispose il bandito.

Da Soraya la donna che visse due volte

La Stampa, 26 ottobre 2001

  • Gli occhi da gatta, verdi, aveva Soraya. Sembrava una donna sicura, col suo incedere davvero felino, invece la timidezza la possedeva. Fin da bambina. Bastava che le presentassero qualcuno e sul naso espressivo (non rifatto) compariva una perlina di sudore e la mano che stringeva, appena, la tua aveva il calore umidiccio dei convalescenti.
  • Venne trattata con delicatezza ma si ammalò lo stesso. Dentro. E questo perché lei non era una ragazza qualunque ma una principessa, per di più nata e vissuta in una cultura che attribuisce al sesso femminile una, mai dichiarata per altro, importanza assolutamente religiosa.
  • Fece stancamente qualche film per distrarsi ma valeva poco come attrice, frequentò anche via Veneto ma seppe non affondare nella palude banale e volgare in cui cadde un'altra principessa di sangue reale, italiana.
  • Lei che nell'angoscia visse il tratto più lungo e tormentoso della sua vita umiliata a convalescenza implacabile, lei, Soraya, dico, con la sua morte rompe la routine dei nostri amari pensieri di guerra, per rituffarci in un tempo senz'altro banale ma forse felice.

Note[modifica]

  1. Da La «guerra invisibile» tra generali e politici pericolosa quanto il nemico per il Vietnam, La Stampa, 27 aprile 1965
  2. a b Citato in Per gli americani diventa più dura la guerra nella giungla del Vietnam, La Stampa, 16 novembre 1967
  3. a b Da Lo scontento che corrode l'Iran, La Stampa, 14 settembre 1978
  4. Da L'addio dello Scià all'Iran - La folla esulta nelle strade, La Stampa, 17 gennaio 1979
  5. a b Da L'Argentina si toglie l'uniforme, La Stampa, 14 dicembre 1983
  6. Da Docile come il mango, La Stampa, 22 maggio 1998
  7. Da Il gattopardo e la tigre, La Stampa, 22 maggio 1998

Altri proggetti[modifica]