Nikolaj Vasil'evič Gogol'

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Nikolaj Vasil'evič Gogol'

Nikolaj Vasil'evič Gogol' (1809 – 1852), scrittore e drammaturgo russo nato in Ucraina.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi: Le anime morte.

Citazioni di Nikolaj Vasil'evič Gogol'[modifica]

  • Cos'è tutto ciò che ho scritto fin oggi? Mi sembra di scartabellare un vecchio quaderno di scuola dove in una pagina noti negligenza, in un'altra impazienza e abborracciature; la mano timida e incerta del principiante, e il modo di fare ardito dell'insolente... È ormai tempo di accingersi a lavorare sul serio. Oh, quale meraviglioso significato hanno avuto tutte le circostanze e le vicissitudini della mia vita! Quale via di salvazione sono state per me le amarezze e le avversità... La mia lontananza attuale dalla patria è voluta dall'alto, da quella stessa sublime provvidenza che tutto mi concede per la mia educazione. Questa è una grande svolta [perelom], una grande epoca della mia vita.[1]
  • Da tempo avevo il sospetto che i cani fossero più intelligenti degli uomini; ed ero perfino convinto che potessero parlare, ma che, soltanto, ci fosse in loro una specie di cocciutaggine. Sono dei grandi politiconi: osservano ogni cosa, non perdono una sola mossa di una persona.[2]
  • Davanti a me il Vesuvio. Adesso butta fiamme e fuma. Uno spettacolo straordinario! Figuratevi un enorme fuoco d'artificio che non s'arresta per un solo minuto.[3]
  • Era difficile descrivere il sentimento che lo colse alla vista della prima città italiana, la magnifica Genova. Si innalzarono su di lui i suoi campanili policromi, le chiese rigate di marmo bianco e nero e tutto il suo anfiteatro turrito che all'improvviso lo circondò da ogni parte, nella sua raddoppiata bellezza, quando il piroscafo giunse al molo. Non aveva mai visto Genova prima di allora. Quel gioco di case, chiese e palazzi dai mille colori nell'aria tersa di un cielo che brillava di un incredibile azzurro, era unico. Sceso sulla riva, si ritrovò all'improvviso nelle buie viuzze lastricate, strette e meravigliose, con in alto un'esile striscia di cielo azzurro. Lo colpì questa vicinanza tra le case, alte, enormi, l'assenza del rumore delle carrozze, le piccole piazzette triangolari e tra di loro, simili a stretti corridoi, le linee sinuose delle vie, riempite dalle botteghe degli argentieri e orafi genovesi. I pittoreschi veli di pizzo delle donne, appena mossi dal tiepido scirocco; le loro camminate decise, il fragoroso vocio nelle vie; le porte aperte delle chiese, l'odore di incenso che ne usciva, tutto ciò fece soffiare su di lui una brezza di cose lontane e passate. [...] In poche parole, egli ripartì da Genova con il ricordo di una bellissima sosta: era lì che aveva ricevuto il primo bacio dell'Italia.[4]
  • Genova è magnifica, moltissime case somigliano piuttosto a palazzi, adorne di quadri dei migliori pittori italiani, però le strade sono così strette che due persone affiancate non riescono a passarci. In compenso, sono lastricate di marmo e molto pulite.[5]
  • I cani sono gente di cervello, conoscono ogni nesso politico.[6]
  • I librai sono una razza tale che senza nessun rimorso di coscienza li si potrebbe impiccare al primo albero![7]
  • In me non c'era un qualche vizio troppo forte che spiccasse con più evidenza di tutti gli altri, così come non c'era nessuna virtù pittoresca, che potesse conferirmi un pittoresco aspetto; ma in compenso in me erano riunite tutte le possibili brutture, ognuna in piccola dose, ma in così gran numero come non ne ho mai incontrate in nessun altro.[8]
  • Italia – magnifico paese! | Per te l'anima geme e si strugge...[9]
  • Le novita come sapete voi stessa non abita in Roma, qui tutto è antico: Roma, Papa, le chiese, i quadri.
    A mio parere, le novita sono inventate da quelli, che s’annojano, ma sapete voi stessa che nessuno può annojarsi in Roma fiuorche quelli che hanno l’animo fredda come gli abitanti di Pietroburgo.[10]
  • L'uomo è creatura siffattamente mirabile che non puoi mai enumerarne tutte le virtù d'un sol fiato e, più lo scruti, più cose singolari discopri – e il descriverle non avrebbe mai fine.[11]
  • Mi ero accorto che nelle mie opere avevo riso gratuitamente, senza un perché. Quando si ha da ridere val meglio ridere forte di quel che merita che tutti ridano.[12]
  • Non c'è destino migliore che morire a Roma; qua l'uomo è di una "versta" più vicino al cielo.[13]
  • [Su Roma] [...] non la mia patria, bensì la patria dell'anima mia ho veduto.[14]
  • Quanto più elevate sono le verità, tanto più bisogna trattarle con attenzione, altrimenti si trasformano subito in luoghi comuni, e ai luoghi comuni non si crede.[15][16]
  • Vale la pena soltanto di fissare lo sguardo più attentamente nel presente, il futuro sopraggiungerà all'improvviso da solo. È sciocco chi pensa al futuro prima che al presente.[15][16]

Il cappotto[modifica]

Incipit[modifica]

Nel dipartimento di... ma è meglio non dire in quale dipartimento. Non c'è nessuno più suscettibile della gente che sta nei dipartimenti, nei reggimenti, nelle cancellerie, in una parola, del ceto dei funzionari.[16]

Citazioni[modifica]

  • Di questo sarto non occorrerebbe certo dir molto, ma poiché è ormai invalso l'uso che in un racconto venga dichiarato appieno il carattere di ciascun personaggio, così non v'è nulla da fare: serviamo, allora, in tavola anche questo Petrovič! (p. 445)
  • Vedete fino a qual punto, nella Santa Russia, tutti sono contaminati dall'imitazione: ciascuno mette in ridicolo il proprio superiore – e poi lo scimmiotta. (p. 456)
  • E Pietroburgo rimase senza Akakij Akakievič, come se non ci fosse mai neanche esistito. Si dileguò, scomparve un essere che non era protetto da nessuno, a nessuno caro, e che non interessava nessuno; che non aveva richiamato su di sé l'attenzione neppure del naturalista, il quale non manca di infilzare nello spillo anche una comune mosca e studiarla al microscopio; un essere che aveva sofferto umilmente ogni beffa dei compagni d'ufficio, e che era disceso nella tomba senza aver compiuto nulla di notevole nella vita, ma a cui, tuttavia, sia pure all'estremo declino della vita, era comparso fuggevolmente l'ospite luminoso nelle parvenze di un cappotto, ravvivando per un fugace istante la sua misera esistenza; ma sul cui capo si era poi abbattuta ineluttabilmente la sventura, così come essa si abbatte sopra i potenti della terra!... (p. 459)

L'ispettore generale[modifica]

Incipit[modifica]

Cristina Moroni e Luca Doninelli[modifica]

Sindaco: Vi ho riuniti, signori, per comunicarvi una notizia estremamente spiacevole. Sta per arrivare un ispettore.
Ammos Fëdorovič: Come un ispettore?
Artemij Filippovič: Che ispettore?
Sindaco: Un ispettore di Pietroburgo. In incognito. E per di più in missione segreta.
[Nikolaj Vasil'evič Gogol', L'ispettore generale, traduzione di Cristina Moroni e Luca Doninelli, Garzanti, 2009]

Fruttero & Lucentini[modifica]

Un abitante della cittadina — Debbo darvi una spiacevole notizia, signori miei: qui da noi sta per arrivare un ispettore.
Ammos Fedorovič — Che ispettore?
Artemij Filippovič — Che ispettore?
Abitante — Un ispettore da Pietroburgo, in incognito. E per di più in missione segreta.
[Nikolaj Vasilevič Gogol', L'ispettore, citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Citazioni[modifica]

  • Sul modo di curare i malati, io e Christian Ivanovič abbiamo adottato un principio infallibile: assecondare il più possibile il corso della natura. Perché usare tutti quei farmaci che costano un occhio della testa? L'uomo è un essere semplice: se deve morire, muore lo stesso; se deve riprendersi, si riprende. (Artemij Filippovič: I, I; p. 13)

Mirgorod[modifica]

Citazioni[modifica]

  • Allora il senato, composto di teologi e filosofi, spediva grammatici e retori, armati di sacchi, al comando di un qualche filosofo – a volte anche questi prendeva parte diretta all'azione – a far man bassa negli orti altrui: ed ecco che al Seminario compariva la minestra di zucche. I senatori si impinguavano talmente di meloni e cocomeri che, il giorno dopo, i capiclasse risentivano loro due lezioni anzi che una: ché l'una usciva fuor dalla bocca, l'altra gorgogliava nel ventre senatoriale. Ginnasiali e seminaristi portavano certe parvenze di gabbane che giungevano loro insino all'era presente: termine tecnico che stava a dire, al di là dei calcagni. (p. 281)
  • – Povera testolina! E perché sei venuta in questi paraggi?
    – Così, signor mio bello; a domandar l'elemosina, a vedere se raccapezzo almeno quel tanto che occorre per un tozzo di pane.
    – Hm! Che forse vorresti del pane? – chiedeva di solito Ivan Ivanovič.
    – Come non volerlo! Ho una fame da lupi.
    – Hm! – rispondeva di solito Ivan Ivanovič: – Allora, forse, avresti voglia anche di un poco di carne?
    – Ma di tutto quel che la signoria vostra vorrà regalarmi sarò contenta.
    – Hm! Forse che la carne è meglio del pane?
    – Ma cosa volete che scelga chi ha fame! Sarà buono tutto quel che vi degnerete di darmi. – Qui la vecchia, di solito, tendeva la mano.
    – Be'! Va' pure con Dio, – diceva Ivan Ivanovič. – E che te ne resti lì, come un palo? Non voglio mica picchiarti! (p. 307)
  • Tutto il gruppo formava un quadro poderoso: Ivan Nikiforovič eretto in mezzo alla stanza nella sua intera bellezza, senza verun ornamento! La vecchia, a bocca aperta, e l'espressione più stolta sul viso spiritato! Ivan lvanovič col braccio in alto, così come si raffigurano i tribuni romani! Un attimo raro fu quello, una scena grandiosa! E, pur nonostante, non vi era che un solo spettatore: il ragazzino dall'incommensurabile pastrano, che stava lì assai tranquillo, scaccolandosi il naso con un dito. (p. 315)
  • Agafija Fedoseevna aveva una scuffia sul capo, tre verruche sul naso, e una vestaglia color caffè a fiori gialli. I suoi fianchi parevano un mastello, e perciò ritrovarne la cinta sarebbe stato arduo altrettanto come vedersi il naso senza lo specchio; le gambe le aveva assai corte, e a foggia di due cuscini. Spettegolava, e mangiava barbabietole lesse al mattino, e possedeva l'arte di leticare in modo perfetto; e nel corso di tutte queste molteplici cure mai un solo momento il suo viso cambiava espressione; cosa di cui, per solito, sono capaci soltanto le donne. (p. 317)
  • Se voi farete il vostro ingresso dal lato della piazza, vi soffermerete certo ad ammirarne la vista: v'è una pozzanghera, una superba pozzanghera! Unica, quale mai ne vedeste di simili! Occupa quasi tutta la piazza. Stupenda pozzanghera! Case e casette, che da lontano si possono scambiare per biche di fieno, la circondano, e stupiscono della sua venustà. (p. 319)

Explicit[modifica]

  • Noia, a questo mondo, signori! (p. 339)

Racconti di Pietroburgo[modifica]

Citazioni[modifica]

  • Mentisce ad ogni ora, questa Nevskij Prospèkt, ma soprattutto quando la notte viene a stendervisi, come una massa densa, separando l'una dall'altra le facciate bianche e zolfine delle case, quando la città intera si trasforma in rombo e bagliore, e miriadi di carrozze si riversano sui ponti, e i battistrada gridano e balzano in groppa ai loro cavalli, e il demonio in persona accende le lampade soltanto per mostrar tutto in aspetto diverso da com'è. (Il Nevskij Prospèkt[17])
  • Ma di lunga durata non v'ha nulla al mondo, e anche la gioia, nell'istante che segue al primo, già non è più tanto viva; al terzo istante diventa ancor più debole, e da ultimo insensibilmente si fonde col nostro stato d'animo abituale, così come sull'acqua il cerchio generato dalla caduta di un sasso si fonde, da ultimo, colla liscia superficie. (Il naso, II; 2000, p. 39)
  • Per qualche tempo restò immobile e insensibile nel mezzo del suo lussuoso studio. Tutta la sua sostanza vitale, tutta la sua vita s'erano risvegliate in un solo istante, quasi a lui fosse tornata la giovinezza, quasi le spente scintille del suo ingegno di nuovo ardessero. Una benda era improvvisamente caduta dai suoi occhi. Dio! Aver perduto così, senza rimorso, gli anni migliori della giovinezza, avere strutta, spenta, la fiamma che forse ardeva nel petto, che forse avrebbe ora divampato in bellezza, che avrebbe forse, anch'essa, strappate lagrime d'ammirazione e di riconoscenza! E avere ucciso tutto questo, averlo ucciso senza pietà! Fu come se in quell'istante a un tratto rivivessero in lui gli impeti e gli slanci d'un tempo. Afferrò il pennello e si accostò a una tela. Il sudore dello sforzo gli scorreva per il volto; si tendeva tutto in un unico desiderio e ardeva d'un unico pensiero: voleva rappresentare un angelo caduto. Questa idea era la più consona alla sua disposizione di spirito. (Il ritratto, I; 2000, pp. 85 sg.)
  • L'imperatrice rilevò che non è sotto i regimi monarchici che si soffocano gli alti e nobili moti dell'animo, si disprezzano e perseguitano le creazioni dello spirito, della poesia e delle arti; che al contrario solo i monarchi le dilessero; che gli Shakespeare, i Molière, fiorirono sotto il loro generoso usbergo, laddove Dante non poté trovare angolo di terra che lo reggesse nella sua patria repubblicana; che i veri geni sorgono nelle epoche di splendore e di potenza dei sovrani e degli imperi, e non nelle epoche di disordinati movimenti politici e di agitazione repubblicana, le quali finora non hanno dato al mondo un solo poeta; […]. (Il ritratto, II; 2000, pp. 96 sg.)
  • Nell'insignificante l'artista creatore è grande come nel grande; nello spregevole non vi è per lui nulla di spregevole, poiché insensibilmente ne traspare la sua nobile anima, e già lo spregevole ha preso un alto senso, poiché è passato attraverso il purgatorio di quell'anima. (Il ritratto, II; 2000, p. 109)
  • La bellezza fa autentici miracoli. Ogni difetto morale di una bella donna, lungi dal generare repulsione, diventa invece al massimo grado attraente; il vizio stesso spira leggiadria; ma scompaia la bellezza, e una donna dovrà essere venti volte più intelligente di un uomo per attirarsi, non dico amore, ma almeno stima. (La Prospettiva; 2000, p. 147)
  • E si copriva la faccia colle mani, il povero giovane, e molte volte, in seguito, durante la sua vita, tremò vedendo quanta inumanità sia nelle creature umane, quanta feroce volgarità si nasconda nella mondanità raffinata e illuminata, e, Dio mio! persino negli uomini che il mondo tiene per nobili e onesti. (Il mantello; 2000, p. 184)
  • Fenomeno inconcepibile: ciò che quotidianamente ci circonda, che è inscindibile da noi stessi, che è ordinario, questo non può esser rivelato che da un ingegno profondo, grande, straordinario. Ma ciò che si dà di rado, che costituisce eccezione, che ci colpisce per la sua difformità, per la sua discordanza in seno all'armonia, a questo s'attacca a due mani la mediocrità. Ed ecco, la vita di un ingegno profondo scorre nella pienezza del suo flusso, in tutta la sua armonia, pura come uno specchio, o riflettendo con immutabile nitore le nubi cupe e le luminose: quella della mediocrità trascorre in onda torbida e lutulenta, senza riflettere né la luce né l'ombra. (Appendice: Pietroburgo 1836, II; 2000, p. 227)
  • Ora, a me non piace parlar di musica né di canto. Mi sembra che tutti i trattati e i resoconti musicali debbano apparir noiosi ai musicisti stessi: la più gran parte della musica è ineffabile e inanalizzabile. (Appendice: Pietroburgo 1836, II; 2000, p. 229)

Taras Bul'ba[modifica]

Incipit[modifica]

«Eh, voltati un po' ragazzo! Come sei buffo! Che razza di cotte da preti avete in dosso? E così vanno vestiti tutti all'Accademia?»
Con tali parole andò incontro il vecchio Bul'ba ai suoi due figli, ch'erano stati a studiare nel Collegio ecclesiastico di Kiev; ed erano giunti allora allora alla casa paterna.

Citazioni[modifica]

  • Un giorno, mentre egli andava distratto, per poco non gli ando' addosso il calesse di un certo signore polacco, e il cocchiere che sedeva a cassetta coi suoi formidabili baffi, gli diede un ben aggiustato colpo di frusta. Il giovine collegiale montò in collera: con un ardimento insensato egli afferrò con la sua mano una delle ruote di dietro, e fece fermare il calesse. Ma il cocchiere, per paura di una rappresaglia, frustò i cavalli; questi tirarono... e Andrea che per sua fortuna s'era affrettato a staccare la mano, stramazzò a terra, addirittura con la faccia nel fango. La più sonora e armoniosa risata risuonò sopra di lui. Levando lo sguardo, egli vide affacciata a una finestra una ragazza, bella come finora da quando era al mondo non ne aveva ancora veduta nessuna: dagli occhi neri, dalle carni bianche come la neve illuminata dal sole rosseggiante del mattino. Ella rideva proprio di gusto, e il riso dava più vivo risalto alla sua bellezza abbagliante. Egli rimase sconcertato. La guardava come fuori di sé, mentre distrattamente cercava di pulirsi il viso dal fango e se ne imbrattava sempre peggio. Chi poteva essere quella bellezza?
  • «O mia sovrana!» esclamò Andrea, pieno di ogni esuberanza, di cuore, di spirito e di ogni sorta «di che hai bisogno? che vuoi? Non hai che a dirmelo. Assegnami il compito più impossibile che mai sia al mondo, e io correrò ad eseguirlo. Dimmi di fare quello che supera le forze di ogni uomo, e io lo farò, io andrò incontro alla mia rovina. Perirò, sì, perirò! e perire per te, lo giuro per la Croce santa, è per me così dolce... Ma non sono capace di dire quanto!»
  • E non vide innanzi a sé altro che il solo suo terribile padre.
    «Ebbene, che abbiamo da fare adesso?» disse Taras guardandolo fisso negli occhi. «Di' figliuolo, ti hanno aiutato i Ljachi
    Andrea non rispose.
    «Tradire così! tradire la Fede? tradire i tuoi? Fermati qui, scendi da cavallo!»
    Tutto umile, come un bambino, si lasciò andare giù da cavallo e si fermò, né vivo né morto, innanzi a Taras.
    «Sta lì e non ti muovere! Io ti misi al mondo, io ti ucciderò» disse Taras, e, fatto un passo indietro si tolse di spalla il fucile.
    Bianco come un cencio di tela fine, era lì Andrea; si vedeva che egli muoveva pian piano le labbra e pronunziava un nome; ma non era il nome della patria, o della madre o del fratello: era il nome della bellissima polacca. Taras sparò.
    Come una spiga di grano recisa dalla falce, come un tenero agnello che ha sentito sotto il cuore il ferro mortale, egli chinò la testa e rotolò nell'erba senza dire una parola.

Tutti i racconti[modifica]

  • Fino al mezzo del Dnepr non osano spingere lo sguardo: nessuno, all'infuori del sole e del cielo azzurro, ha potuto mai giungervi con gli occhi; fino al mezzo del Dnepr pochi uccelli sono capaci di giungere in volo. Superbo! Non ha pari esso al mondo. (Veglie, p. 225)
  • Tu hai talento, il talento è il più prezioso dono di Dio: non sciuparlo. Ricerca, studia ogni cosa vedi, sottomettila al tuo pennello, ma sappi sempre disvelare l'idea che vi si cela, e massimamente adoperati al fine di attingere al sublime mistero della creazione. Beato l'eletto che vi ha accesso. Non vi è per lui in tutta la natura oggetto vile. […] Preserva la purezza dell'anima tua. Colui che racchiude in sé il talento deve essere tra tutti il più puro d'anima. Ad altri vien molto perdonato, ma a lui non è dato perdono. (Il Ritratto)

Incipit di alcune opere[modifica]

La sera della vigilia di Ivàn Kupàla[modifica]

Fomà Grigòr'evič aveva una sua particolare stravaganza: detestava a mor­te l'idea di raccontare due volte il medesimo racconto. Se riuscivi a farglielo ri­petere, ecco che ci ficcava dentro qualcosa di nuovo, o lo rimpastava così che non potevi riconoscerlo. Un giorno uno di quei signori (per noi gente sem­plice è difficile pronunciarne anche il nome: i letterati, illetterati – che so? – basta, sono proprio come i mezzani da fiera; pitoccano, arraffano, rubano a piene mani tutto quello che capita, e poi stampano alla fine di ogni mese, o settimana, certi loro tomi, magri come sillabari), uno di quei signori dicevo, riuscì a carpire a Fomà Grigòr'evič la novella che segue.

Il naso[modifica]

Il 25 marzo accadde a Pietroburgo un fatto incredibilmente strano.[18]

Citazioni su Nikolaj Vasil'evič Gogol'[modifica]

  • Il mare russo era liscio come uno specchio. Era tutto «riflessi» e «echi» [...]
    Notte calma, silente, profonda.
    L'aria è limpida, luminoso il cielo.
    All'improvviso il diavolo con un bastoncino ha smosso il fondo: e dal fondo sono affiorate correnti limacciose, bolle palustri... Era arrivato Gogol'. Dietro a Gogol' tutto. Ansia. Confusione. Cattiveria, molta cattiveria. «Uomini superflui». (Vasilij Vasil'evič Rozanov)

Note[modifica]

  1. Da una lettera a Zukovskij del 16 giugno 1836; citato in Leone Pacini Savoj, introduzione a Gogol' 2004, p. 59
  2. Da Il diario di un pazzo, in I racconti degli «Arabeschi», p. 86
  3. Da una lettera alla madre da Napoli, 1838; citato in Il Vesuvio, Pierro Gruppo Editori Riuniti Campani, Napoli, 2000
  4. Da Roma, traduzione di Fiorina Antonini, Sellerio, Palermo, 2000, pp. 47-48. ISBN 88-389-1549-0
  5. Da una lettera a Marija Ivanovna Gogol' del 28/16 marzo 1837; in Dall'Italia, traduzione di Maria Giuseppina Cavallo, Voland, Roma, 1995, p. 18
  6. Da Il diario di un pazzo, in I racconti degli «Arabescchi», p. 87
  7. Da una lettera a Aleksandr Sergeevič Puškin, 7 ottobre 1835; citato in Polnoe sobranie sočinenij, Vol. X, Leningrad 1940
  8. Da una lettera; citato in Brani scelti dalla corrispondenza con gli amici, p. 90.
  9. Citato in Quattro poeti russi per l'Italia, a cura di Mirella Meringolo, Poesia, n. 193 aprile 2005, Crocetti Editore
  10. Da una lettera a Varvara Osipovna Balabina. La lettera fu scritta in italiano da Gogol, il testo citato riproduce la versione originale, non emendata, della lettera Cfr. Gogol a Roma: «La patria dell'anima», Corriere della Sera.it Roma / Arte e Cultura, 16 settembre 2009. Citato in Lauretta Colonnelli, Gogol a Roma: «La patria dell'anima», Corriere della Sera.it Roma / Arte e Cultura, 16 settembre 2009.
  11. Da Il corso Nevà, in I racconti degli «Arabescchi»
  12. Da Confessione; citato in Leone Pacini Savoj, introduzione a Gogol' 2004, p. 52
  13. Da una lettera a P. A. Pletnev, in Polnoje sobranije socinenij v 14 tomakh, vol. XI, Pisma, 1836-1841, 1852, p. 289. Citato in Alexandra Savelyeva, L'immagine di Roma nella cultura russa nei secoli XVIII e XIX, traduzione di Alexandra Savelyeva; in Luoghi d'Europa. Spazio, Genere , Memoria, a cura di Maria Pia Casalena, ArchetipoLibri, Bologna, 2011, p. 38. ISBN 9788866330349
  14. Du una lettera a Varvara Osipovna Balabina, citato in Gogol' e l'Italia. Atti del convegno internazionale di studi Nicolaj Vasil'evic Gogol', uno scrittore tra Russia e Italia, p. 190.
  15. a b Da Brani scelti della corrispondenza con gli amici.
  16. a b c Citato in Dizionario delle citazioni, a cura di Italo Sordi, BUR, 1992. ISBN 88-17-14603-X
  17. In Opere, a cura di Serena Prina, Arnoldo Mondadori Editore, 1994.
  18. Citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993.

Bibliografia[modifica]

  • Nikolaj Vasil'evič Gogol', Brani scelti dalla corrispondenza con gli amici, traduzione di Emanuela Guercetti, Giunti, Firenze, 1996. ISBN 88-09-20797-1
  • Nikolaj Vasil'evič Gogol', I racconti degli «Arabeschi», traduzione di Leone Pacini Savoj, TEN, 1994.
  • Nikolaj Vasil'evič Gogol', I racconti di Pietroburgo, traduzione di Pietro Zveteremich, Garzanti, 1967.
  • Nikolaj Vasil'evič Gogol', L'ispettore generale, traduzione di Cristina Moroni e Luca Doninelli, Garzanti, 2009.
  • Nikolaj Vasil'evič Gogol', La sera della vigilia di Ivàn Kupàla, traduzione di Leone Pacini Savoj, in Storie di vampiri, a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, Newton & Compton, 1994. ISBN 8879834177
  • Nikolaj Vasilevič Gogol', Le anime morte, traduzione di Agostino Villa, Mondadori, 1965.
  • Nikolaj Vasilevič Gogol', Le anime morte, traduzione di Agostino Villa, Einaudi, 1977.
  • Nikolaj Vasilevič Gogol', Le anime morte, traduzione di Laura Simoni Malavasi, BUR, 2003. ISBN 8817100781
  • Nikolaj Gogol, Opere, a cura di Serena Prina, Arnoldo Mondadori Editore, 1994.
  • Nikolaj Vasilevič Gogol', Racconti di Pietroburgo, traduzione di Tommaso Landolfi, a cura di Idolina Landolfi, Adelphi, 2000. ISBN 8845915107
  • Nikolaj Vasilevič Gogol', Taras Bul'ba, traduzione di Nicola Festa, Mondadori, 1954.
  • Nikolaj Vasilevič Gogol', Tutti i racconti, a cura di Leone Pacini Savoj, traduzioni di Leone Pacini Savoj e Nice Contieri, Newton & Compton, 2004. ISBN 8854101184

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Opere[modifica]